Verso le elezioni del 4 marzo. Idee e proposte dell’Arci da sottoporre a chi si candida al governo del paese

 

Le elezioni politiche del prossimo 4 marzo rappresentano un passaggio importante per la democrazia del nostro Paese. Cadono in una fase delicatissima in cui le ferite della crisi economica e sociale continuano a far sentire il loro peso ei timidi segnali di ripresa dell’economia non sono tali da fermare la crescita delle disuguaglianze cui abbiamo assistito in questi anni.

La sofferenza, l’incertezza, le paure, l’assenza di speranza sono sentimenti diffusi che, se non troveranno risposte, si tradurranno in ulteriore distacco e sfiducia nei confronti delle istituzioni e della politica, nonché in fenomeni di frammentazione e degenerazione della coesione sociale.

Ed e’ nelle periferie, nelle aree interne, nelle frazioni che il disagio sociale e materiale si fa tangibile e non trova risposte di prospettiva. In questo contesto il risentimento, l’intolleranza, la disgregazione sociale si incontrano con proposte riduttive e spesso distruttive.

Servono luoghi aperti, d’incontro, di primo “orientamento” che possano raccogliere la sfida della convivenza civile. Sempre di più anche nei piccoli centri, si registra una sorta di periferizzazione, uno svuotamento di servizi e presidi nati sul territorio che lo rendevano vivo e partecipato.

La vita di comunità è sempre più ristretta:  i componenti di una comunità si conoscono meno, cresce il senso di spaesamento e insicurezza.

Risvolti negativi e terribili già si manifestano in modo sempre più eclatante e preoccupante. Quasi come una sorta di scherzo del destino, nell’80° anniversario delle leggi razziali, trovano sempre più spazio e consenso forze politiche, idee, discorsi, azioni di carattere xenofobo e dichiaratamente neofascista.

La questione sociale rischia dunque di rendere ancora più acuta la questione democratica già grave a causa della difficoltà dei partiti e dei movimenti politici di riconnettere rappresentanza e istituzioni e da un modello economico che ha preteso di creare benessere togliendo diritti.

È necessario agire prima che sia troppo tardi.

Siamo una rete autonoma e attiva su tutto il territorio nazionale, con quasi 5.000 associazioni ed un milione di socie e soci, che lavora da sempre per promuovere conoscenza e cultura, contrastare la solitudine e le diseguaglianze, offrire spazi per esprimersi e luoghi di confronto per la costruzione di una vera democrazia partecipata. È necessario redistribuire la ricchezza, ridurre le disuguaglianze, investire sull’istruzione, la ricerca e la sanità pubbliche. Riportare nell’agenda politica nazionale il tema del Sud, del Mezzogiorno d’Italia, analizzando con attenzione i fenomeni che hanno determinato lo sviluppo diseguale. Senza tralasciare la crisi economica che, a partire dal 2008, ha accentuato il divario tra Nord e Sud del Paese, che va accorciato ricostruendo un percorso di crescita armonico.

Bisogna combattere fermamente contro il razzismo, migliorare i sistemi di accoglienza, smetterla di affrontare i fenomeni migratori come emergenza e come questione di ordine pubblico.

Ricostruire il nostro Paese significa per noi affrontare i temi dell’accesso alla cultura, della giustizia sociale, di quella climatica, della riconversione ecologica, della difesa del territorio, dei diritti civili, della pace, delle politiche di cooperazione, della legalità democratica e l’antimafia sociale, l’educazione permanente, la solidarietà.

Significa anche che è necessario compiere ogni sforzo perché la partecipazione alle prossime elezioni sia la più ampia possibile. Noi non faremo mancare il nostro impegno affinché, a cominciare dalle generazioni più giovani, cittadine e cittadini non rinuncino all’esercizio del proprio diritto di voto. Per questo L’ARCI auspica un cambiamento di rotta. Per rilanciare la partecipazione e arginare l’astensionismo, serve mettere al centro del dibattito la questione sociale, economica e culturale. L’esercizio del diritto di voto, pur non essendo l’unico momento in cui si esaurisce la partecipazione, è una delle chiavi imprescindibili per tenere vive la nostra democrazia e la rappresentanza.

A nostro parere, le coalizioni in campo riconducibili al fronte della sinistra e del centro sinistra devono proporre programmi politici che riguardino queste tematiche effettivamente aderenti ai bisogni delle comunità e operare un profondo cambiamento nella relazione con i cittadini, attraverso una maggiore attenzione verso ciò che si muove a sinistra, dentro e FUORI dai partiti politici. Appare necessaria una maggiore apertura alla società civile anche in ragione del fatto che alcune operazioni sono state percepite come tutte interne al sistema dei partiti, con il rischio di generare incomprensione, frustrazione e astensionismo.

L’attuale fase politico-istituzionale e la nuova legge elettorale non contribuiscono alla creazione di un clima favorevole al coinvolgimento di tutti coloro che da sempre si riconoscono nei valori e nei principi della sinistra. Per questo diventa fondamentale il contributo di tutti per una riforma profonda della democrazia del nostro paese: occorre ricostruire la dimensione della partecipazione popolare nella sfera istituzionale e fare in modo che l’area politica della sinistra possa nuovamente guidare la rinascita sociale, culturale ed economica del nostro Paese, rafforzata da un ritrovato legame con le nostre comunità.

Alcune questioni assumono il carattere della priorità e richiedono un impegno politico chiaro e definito: la dimensione culturale, i centri e le periferie, l’accoglienza e la convivenza con i migranti, il contrasto alla povertà, l’attenzione all’ambiente, al territorio ed ai beni comuni, la pace ed i diritti umani, la cooperazione internazionale, la riforma del terzo settore.

+ CULTURA – PAURA

In questi anni, l’offerta culturale si è ampliata.

Nei territori si sono sviluppate organizzazioni formali e informali di cittadini che danno un contributo interessante sul piano culturale, ricreativo e sociale alle comunità di appartenenza. Molti sono i cittadini, in particolar modo giovani, che si cimentano in attività culturali amatoriali, per una crescita ed un benessere personale e collettivo.

La fruizione culturale favorisce la socializzazione fra i cittadini di una stessa comunità, nonpermette che l’esperienza culturale diventi terreno di relazione, di scambio, di comune modo di interpretare il mondo.

Dovrebbe dunque essere un obiettivo prioritario adoperarsi per diffondere una mentalità e un modo di agire che vedano l’approfondimento culturale come mezzo per migliorare la qualità della vita delle persone e creare le condizioni per condividere esperienze, tessere relazioni, aumentare conoscenza e partecipazione.

Essenziale in questo processo è riattivare spazi: per incoraggiarne l’utilizzo per eventi culturali, per farli diventare o potenziarli come punti di riferimento accoglienti per i giovani.

Noi sappiamo bene questo: siamo l’Arci, con quasi 5.000 associazioni ed un milione di socie e soci, disseminate su tutto il territorio italiano: nelle metropoli, come nelle frazioni, nelle città, come nelle aree interne.

Siamo la grande rete associativa nazionale che nel proprio acronimo presenta la “R” di Ricreazione e la “C” di Cultura: due oggetti di senso che oggi non sembrano trovare spazio nell’asfittico dibattito elettorale. Due oggetti di programma che sono considerati, ormai storicamente in Italia, accessori, facoltà secondarie a cui dedicare solo attenzioni di seconda mano.

Siamo invece convinti che è in questi ambiti che si possa coltivare, individualmente e collettivamente, una sana curiosità, antidoto alle semplificazioni, a volte barbare e prevaricanti. Siamo convinti che in questi ambiti si possa mettere a frutto una relativizzazione delle posizioni che non punti alla sopraffazione, ma sia ispiratrice di una positiva convivenza civile.

Siamo consapevoli che il potenziale d’accesso illimitato cui oggi i media ci stanno abituando, non si traduce automaticamente in forme reali di impiego diffuso e uguale. L’era dell’accesso richiede guide e cambiamenti di rotta. La curiosità deve trovare il modo di non essere semplicemente sopraffatta dall’ampiezza della scelta.

Riteniamo dunque che innanzitutto occorra prevedere un incremento delle risorse economiche da destinarsi alla cultura e alla formazione, scolastica e non solo.

Il rapporto di Federculture 2017 sui “consumi culturali” evidenzia come il tema della diseguaglianza si rifletta anche in ambito culturale.

A un effettivo aumento dei valori economici delle attività culturali da parte del pubblico (musei, cinema, spettacolo, etc.…) non corrisponde l’allargamento della platea delle persone che ne “fanno uso”. L’accesso alla cultura sembra sempre più riservato a una cerchia “specializzata”, anziché universale.

PROPOSTA POLITICO-NORMATIVA

Sottoscrizione della Convenzione di Faro.

La Convenzione invita lo Stato a promuovere un processo di valorizzazione partecipativo, fondato sulla sinergia fra pubbliche istituzioni, cittadini privati, associazioni, che la Convenzione definisce come “comunità di eredità”, costituite da “insiemi di persone che attribuiscono valore a degli aspetti specifici dell’eredità culturale, che desiderano, nell’ambito di un’azione pubblica, sostenere e trasmettere alle generazioni future”.

Agevolazioni fiscali per la formazione musicale, teatrale, di danza, di cinema

Introdurre forme di agevolazione fiscale per la formazione musicale, teatrale, di danza, di cinema rappresenta – alla stregua di quanto già avviene per l’ambito sportivo –  un’occasione per moltiplicare le possibilità di crescita personale e collettiva e un ampliamento delle possibilità di accesso alla cultura.

Un supporto e rilancio alle Biblioteche, soprattutto quelle comunali e diffuse:

L’accesso al prestito e alla consultazione in forma gratuita di testi, giornali, fumetti è da considerarsi la porta principale da cui far entrare vecchi e nuovi lettori. È la via d’accesso primaria all’integrazione tra culture e condizioni sociali differenti, è democratica, è orizzontale, è insomma davvero per tutti

Semplificazione legislativa nel settore delle attività culturali di base

Procedere alla decretazione attuativa del “Codice dello spettacolo” per esempio depenalizzando per le attività spettacolari il cosiddetto “disturbo della quiete pubblica”, oppure rimodulando i dispositivi Minniti-Gabrielli sulla sicurezza per i luoghi di spettacolo.

 La nuova Legge sul Cinema

La sproporzione dei contributi automatici rispetto a quelli selettivi favorisce l’industria dei contenuti seriali rispetto a quelli propriamente cinematografici; la scarsità di risorse per i film “difficili” penalizza le imprese più piccole che hanno una maggior propensione alla ricerca e all’innovazione, a vantaggio di quelle più strutturate che realizzano film di intrattenimento. Invece di difendere la specificità del cinema, la normativa equipara cinema e audiovisivo, perseguendo l’idea che il futuro sia nella serialità televisiva e di fatto indirizzando le imprese verso la produzione seriale con sbocchi commerciali più estesi, svincolati dalle dinamiche dell’esercizio.

Risulta allora incomprensibile l’investimento risibile sulla promozione della cultura cinematografica e, per quanto ci concerne direttamente, la parificazione di Sale di Comunità e Associazioni: entrambe svolgono attività encomiabili, ma hanno un ruolo culturale completamente diverso.

RILANCIARE LE POLITICHE SOCIALI, VOLANO DI BENESSERE E FELICITA’

Pensiamo che l’idea residuale delle politiche sociali, ultimo soccorso a “chi non ce la fa” sia fallimentare e fuori dalla storia delle grandi democrazie europee. Sicurezza e uguaglianza,  esigibilità di una base essenziale di diritti civili e sociali (istruzione, sanità, previdenza ecc.), operano a favore di uno sviluppo economico stabile ed equilibrato. Il welfare è il vero antitodo alla vulnerabilità di persone, famiglie, gruppi. Ma la vulterabilità non è una condizione individuale, bensì collettiva: sono i sistemi sociali ad essere vulnerabili, prima ancora degli individui. Per questo dobbiamo rafforzare i contesti sociali, che rendono possibile o meno l’esercizio delle capacità degli individui.

Il welfare che vogliamo sostiene con servizi le persone e le famiglie nelle responsabilità di cura,  rende possibile l’accesso all’ occupazione, in primo luogo femminile, anima i quartieri urbani ed i piccoli paesi con spazi socialI e culturali. E’ un welfare per tutti, universale. Genera legami sociali ed inclusione, cioè coesione e capitale sociale. Per questo è pubblico, finanziato e regolato dalle istituzioni. E’ un bene comune, e per questo è comunitario, e vede il  Terzo Settore tra i  soggetti protagonisti dell’ individuazione dei bisogni, della proposta di soluzioni, della coprogrammazione insieme alle istituzioni. Infine, produce valore economico e occupazione. Partecipazione, integrazione sociale, equità ed empowerment sono le leve di uno sviluppo alternativo, comunitario, integrato, che richiede la promozione di forme di gestione partecipativa, in cui anche i gruppi più deboli della popolazione abbiano voce.

 

PROPOSTA POLITICO -NORMATIVA

Maggiori investimenti nel welfare e nel sistema di protezione sociale, potenziamento del  Fondo Nazionale delle Politiche Sociali, che resta il principale strumento di finanziamento dei diritti soggettivi e delle politiche sociali nelle Regioni e nei Comuni;

Riequilibrio dei Livelli Essenziali delle Prestazioni sociali, anche come strumento di contrasto alla povertà, alle disuguaglianze agli squilibri territoriali, , per il superamento delle profonde differenze esistenti tra il Nord ed il Sud del paese.

 

DALLA POVERTA’ ALL’EMANCIPAZIONE

Ogni semestre i dati statistici confermano la progressiva crescita di disuguaglianze e povertà in fasce sempre più larghe della popolazione. I dati dell’aumento crescente dello stato di indigenza dimostrano che è fallace l’idea per cui il liberismo amplia il benessere e di conseguenza il perimetro delle garanzie sociali, è invece vero il contrario, e si fa palese che le enunciazione della difesa di diritti sociali senza un adeguato finanziamento pubblico rischiano di rimanere vuote espressioni di principio. L’aumento della miseria e l’indebolimento progressivo del welfare degli stati, spesso attribuita strumentalmente ora alle istituzioni europee ora al cambio di moneta ma in realtà conseguenza dell’affermarsi di una idea di globalizzazione selvaggia che si è imposta nell’ultimo trentennio, ha messo in crisi l’ideale di Europa.

PROPOSTA POLITICO-NORMATIVA

Assicurare un finanziamento del REI adeguato a superare la categorialità dei beneficiari, portare le soglie almeno a livelli europei e assicurare retribuzioni decenti per gli operatori sociali, oggi penalizzati dalla forte discrepanza fra valore del lavoro prodotto e remunerazione.

Alleggerire i compiti del REI attraverso un rilancio dell’universalismo. Date le difficoltà dei trasferimenti selettivi, il REI dovrebbe rappresentare il tassello finale a integrazione di politiche il più possibile universali. In questa prospettiva, diventa centrale la realizzazione di una misura universale (quasi-universale) di sostegno al costo dei figli, che oltre a poggiare su molte altre ragioni, ridurrebbe la povertà e, con essa, i compiti del REI e di un’organizzazione dei servizi universali essa stessa più attenta all’uguaglianza di opportunità di tutti, compresi i più svantaggiati. L’attenzione agli svantaggiati deve essa stessa essere perseguita all’interno dei servizi universali.

IL MEZZOGIORNO AL CENTRO DELLE POLITICHE NAZIONALI

Il Mezzogiorno, più di ogni altra area geografica italiana, soffre di profonde disuguaglianze. Dei quattro milioni e mezzo di poveri presenti in Italia oltre due milioni vivono nel mezzogiorno. Dieci anni fa erano la metà. In questa situazione gli investimenti pubblici al sud hanno toccato nel 2016 il punto più basso (appena lo 0,8% del PIL)..

C’è poi il grande tema giovanile. Il Sud è l’area demograficamente più giovane del Paese, e in quelle regioni, che invece sono già  fortemente spopolate, il processo di desertificazione continua ad crescere. L’emigrazione giovanile è infatti in fortissimo aumento. La connessione studio-formazione-lavoro porta verso paesi dove è possibile scommettere sul futuro.

I diritti sono di tutti: donne, ammalati, bambini, studenti, pendolari , e i loro fabbisogni non possono diminuire secondo il luogo di residenza o il reddito. Per l’assistenza alle famiglie, si spende quasi 400 euro pro capite a Trieste, meno di 10 a Vibo Valentia.

E all’abbandono da parte dello Stato, come è noto, seguono analoghi comportamenti da parte dei privati e delle imprese, disincentivate ad investire e scommettere quando manca l’impegno pubblico e la capacità di offrire un’idea credibile di futuro.

Una dinamica che coinvolge anche il mondo dell’altruismo e della cultura. Un esempio è l’Art Bonus, che non decolla nel Mezzogiorno. Sui 200 milioni di euro raccolti finora, i monumenti di cui è ricco il Sud hanno ricevuto appena 3,8 milioni. Meno del 2%. Le risposte sul perché di questo fenomeno sono molte: minore cultura della donazione, scarsa fiducia nell’amministrazione pubblica, ma anche minore presenza di soggetti economicamente forti visto  che i grandi donatori in Italia sono le fondazioni bancarie e i gruppi industriali, che hanno sede nel Nord e che dimostrano di avere una visione dei beni culturali molto ristretta, come se i loro utili non si generassero nell’intera penisola.

Esiste quindi il rischio che anche il Social Bonus introdotto nella riforma del Terzo Settore per il recupero dei beni confiscati alle mafie e di quelli inutilizzati abbia il medesimo impatto criminalità Sarà utile promuovere  campagne di promozione, ma le differenze di reddito dei mecenati sono un fatto oggettivo, strutturale.

Il divario economico, culturale e di diritti è quindi conseguenza di un’idea di crescita sbagliata e di  politiche distorte dello Stato. Vanno  quindi cambiate le priorità, investendo realmente in una fertilizzazione del territorio che punti su formazione, benessere e qualità  della vita al Sud.

 

PROPOSTA POLITICO-NORMATIVA

Maggiori investimenti nell’istruzione: dal riequilibrio dei criteri per la gestione delle università, oggi legati alla ricchezza del territorio, dunque penalizzanti per quelle meridionali, alla spesa per gli asili, che non è calibrata sul numero di bambini che ne hanno bisogno.

Promuovere le politiche sociali: adottare criteri e regole eque su tutto il territorio nazionale per l’investimento del credito di imposta concesso alle Fondazioni bancarie per il welfare comunitario


PER UN “NUOVO” STILE DI VITA: AMBIENTE, TERRITORIO E BENI COMUNI

Nell’attuale scenario politico-istituzionale appare fondamentale sviluppare un’azione complessiva su temi ambientali particolarmente attuali ed estremamente rilevanti, con l’ambizione di leggere ed ordinare politicamente la frantumazione sociale che è seguita all’avvento del neoliberismo.

Basti pensare alla centralità del tema dei cambiamenti climatici, priorità nell’agenda politica di tutti i Governi del mondo, piuttosto che la questione del Mediterraneo, passando per la difesa dei territori e per la promozione di nuovi stili di vita. Tutti argomenti che vanno trattati nell’ambito di un quadro di riferimento più ampio che riguarda la partecipazione democratica, lo sviluppo sostenibile, le relazioni comunitarie.

Le soluzioni alla crisi ecologica ed economica non possono essere lasciate al “mercato” o essere pensate all’interno del sistema che le ha generate: bisogna cambiare sistema.

A poco più di due anni di distanza dall’Accordo di Parigi  diventa quindi, necessario, proseguire la lotta per la giustizia climatica, intesa come transizione a un modello di sviluppo alternativo e sostenibile: de-carbonizzazione, sicurezza alimentare, accesso all’acqua e all’energia per tutti, diritto alla terra, tutela dei beni comuni, equa ripartizione delle risorse del pianeta, il diritto alla salute. È imprescindibile lavorare inoltre per ridurre la nostra Impronta Ecologica sul Pianeta in merito al consumo di risorse naturali. A livello Nazionale l’Italia può e deve fare molto. È necessario un impegno concreto in relazione al tema della difesa del territorio, abbandonando la politica delle “grandi opere” per concentrare gli sforzi e le risorse verso obiettivi raggiungibili e con importanti ricadute anche in termini di sicurezza e di benessere delle comunità come, ad esempio, la legge per il “consumo suolo zero” ed interventi per la messa in sicurezza e la manutenzione del territorio dal rischio idrogeologico.

È necessario prevedere specifici interventi finalizzati alla valorizzazione ed utilizzo dei beni comuni per finalità collettive messi in campo dai cittadini, soprattutto dai più giovani, per lo sviluppo sociale, culturale, economico delle nostre comunità.

È necessario programmare adeguati provvedimenti per affermare un modello economico sostenibile che metta al centro ricerca e sviluppo, settori necessari alla realizzazione di infrastrutture per le energie rinnovabili, al raggiungimento dell’efficienza energetica, alla progettazione di città sostenibili con piani di mobilità eco-compatibili, alla definizione di piani di adattamento al cambiamento climatico.

E’ necessario bloccare definitivamente in Italia la ratifica del CETA, l’accordo commerciale Unione Europea – Canada che punta a liberalizzare il commercio a scapito dei diritti, in Italia e in Europa.

È necessario promuovere l’attuazione del “principio di precauzione” attraverso l’applicazione di misure volte alla riconversione ecologica e/ la dismissione di industrie ed impianti produttivi altamente inquinanti.

PROPOSTA POLITICO-NORMATIVA

Pacchetto normativo sul contrasto all’inquinamento olfattivo, Waste Tax e l’eliminazione degli incentivi all’incenerimento dei rifiuti (

Per migliorare la qualità della vita di tutti i cittadini promuovendo il riciclo ed il riuso e contrastando tutti i fenomeni negativi connessi all’inquinamento, in particolare quello olfattivo.

Riforma fiscale ambientale

Che, in conformità con l’art. 15 della L. 23/2014, orienti il mercato verso produzioni e consumi sostenibili, che contenga il riordino degli incentivi, una green tax o carbon tax, l’eliminazione dei sussidi alle fonti fossili (ben 16 miliardi annui), la revisione dell’utilizzo dei proventi delle aste del sistema ETS di scambio delle quote di carbonio, la finalizzazione della tassa sulle transizioni finanziarie, il taglio delle spese militari, il recupero delle esternalità negative derivanti dagli impatti negativi sulla salute.

LA PACE È IN OGNI PASSO

È sempre più necessario che nell’interrelazione globale il nostro Paese giochi un ruolo per contribuire a un deciso cambio di rotta nelle relazioni internazionali, oggi dominate dall’ostentazione muscolare della propria potenza militare ed economica. Anche l’Italia può contribuire a un’azione di pace concretizzata da un’inversione di tendenza rispetto alla corsa al riarmo, a una coerente aderenza rispetto alle proprie leggi nell’export delle armi, al rispetto del Diritto internazionale e alla Dichiarazione universale dei diritti umani, agli aiuti di cooperazione e solidarietà internazionale verso i Paesi più poveri del mondo.

È necessario rimodulare la spesa militare nel nostro Paese, abbandonando l’idea di porsi come “gendarmi nel mondo” con l’incremento dei nostri arsenali o con missioni all’estero che sottraggono preziose risorse al welfare, alla sanità, all’istruzione, ai processi di impoverimento ormai diffusi. Dobbiamo cambiare pagina nella cooperazione militare con Paesi che non garantiscono i diritti fondamentali così come alleggerire il peso delle servitù militari e dei poligoni bonificando i territori e restituendoli ad attività di economia civile per uno sviluppo rispettoso dell’uomo e dell’ambiente.

È necessario che lo Stato in primis rispetti le leggi che si è dato, in particolare in materia di export di armi con la legge 185/90, non consentendo la vendita di armi a Paesi in guerra, inadempienti rispetto al Diritto internazionale, con regimi non democratici, come nel caso di Arabia Saudita e Kuwait.

È necessario chiedere ai Paesi con i quali intratteniamo rapporti di collaborazione economica o di altra natura di essere altrettanto collaborativi nella ricerca della verità e nel compimento della giustizia, come nel caso dell’Egitto con Giulio Regeni.

È necessario che nel nostro Bilancio la cooperazione internazionale e decentrata divenga un’azione distintiva di politica estera del nostro Paese, con una dotazione economica adeguata e destinata interamente agli aiuti umanitari, allo sviluppo autonomo e alla crescita civile dei Paesi più poveri, alla creazione di legami tra la società civile del nord e sud del mondo, motore di una vera e propria “diplomazia dal basso”, rifuggendo da tentazioni di utilizzo delle medesime risorse ai fini di politiche di internazionalizzazione delle imprese, di controllo dei flussi migratori, di neocolonizzazione economica o commerciale, di spoliazione delle risorse prime o energetiche.

PROPOSTA POLITICO-NORMATIVA

Ratifica della Convenzione internazionale delle Nazioni Unite per la non proliferazione degli ordigni nucleari, così come fatto dalla maggioranza degli Stati nell’Assemblea dell’Onu.

Difesa civile non armata e nonviolenta.

A seguito della campagna “Un’altra difesa è possibile” e il deposito delle firme presso gli Uffici del Parlamento, la proposta di legge di iniziativa popolare è stata fatta propria da diversi parlamentari e sostanziata con un Disegno di legge che, a causa della fine della legislatura, non ha potuto esperire il proprio iter. Chiediamo che anche il nostro Paese si doti di una legge che, recependo il combinato disposto degli artt. 11 e 52 della Costituzione, riconosca le forme di difesa civile non armata e nonviolenta con la creazione di un Dipartimento ad hoc.

LA RIFORMA DEL TERZO SETTORE

La passata legislatura ha visto il parziale compiersi della Riforma del Terzo Settore, un passaggio importante per le centinaia di migliaia di organizzazioni che operano nel non profit.

Il percorso non è ancora del tutto compiuto e mancano ad oggi numerosi provvedimenti attuativi che ne consolidino la portata.

Le interlocuzioni che abbiamo svolto come Arci e attraverso il Forum del Terzo Settore nazionale sono state positive e hanno determinato nei vari passaggi governativi e parlamentari una serie di aggiustamenti che fossero in grado di tener conto delle realtà associative come la nostra, fatta di moltissimo volontariato e radicata sul territorio. Argine alla desertificazione sociale delle varie comunità: dalle metropoli alle frazioni, dalle montagne alle periferie.

Questo percorso deve essere compiuto e deve mettere nelle condizioni il terzo settore tutto di continuare a crescere e non implodere sotto il rischio di appesantimento burocratico. Il riconoscimento dello status legislativo del terzo settore, e dell’associazionismo di promozione sociale in particolare, ci fa uscire da una definizione sociologica e ci proietta in una dimensione di legittimità finora mai riconosciuta.

Questo importante passaggio non può essere vanificato né con un impianto attuativo che punti solo a dare agibilità alla sussidiarietà del welfare classicamente inteso, e quindi assuma la forma di una riforma del welfare mascherata privilegiando solo gli ambiti “gestionali” e non partecipativi.

L’impegno dei volontari e delle associazioni in cui essi decidono di prestare le proprie energie e intelligenze, non si esaurisce nel socio-sanitario, anzi come da rilevazione ISTAT recentemente pubblicata, oltre il 70% dei soggetti di terzo settore opera nell’animazione culturale, sportiva e ricreativa, mantenendo così alta la coesione sociale nei territori.

 

ACCOGLIENZA VUOL DIRE COSTRUIRE DEI PONTI E NON DEI MURI

La risposta dei governi degli ultimi decenni, sia sul piano concreto, con politiche e leggi, che su quello della comunicazione, è servita soltanto ad alimentare la sfiducia e i fenomeni di razzismo: costruire un capro espiatorio, limitare le libertà degli stranieri e sottoporli a crescenti discriminazioni ha fornito argomenti alle destre e alla xenofobia, soffiando sul fuoco della violenza e del malcontento.

Ma un paese in difficoltà, che costruisce la propria identità e il proprio futuro contro qualcuno e non per qualcosa, è destinato prima o  poi, all’autodistruzione.

Per questo bisogna riportare nel dibattito pubblico elementi di realtà e chiedere che per lo meno questi abbiano uno spazio pari a quello che viene destinato ai predicatori d’odio, ai produttori di fake news, a coloro che costruiscono la loro fortuna elettorale contro i rifugiati e i migranti: è un obiettivo che deve vedere unite tutte le forze sociali, politiche e democratiche, a partire dalla sinistra, per quella che è una battaglia di civiltà.

Gli stranieri presenti in Italia, regolari e irregolari, secondo le stime dell’ultimo rapporto Ismu, sono circa 6 milioni (5.958.000 al 1 gennaio 2017), l’8,8% della popolazione totale. L’8,2% di questi (circa 491mila persone), si tratta sempre di una stima, sono irregolari. Rispetto agli anni precedenti la crescita del numero di stranieri in Italia è stata pressoché stabile (intorno al 1,5%), salendo al 5% se includiamo nel calcolo anche coloro che hanno ottenuto da poco la cittadinanza italiana (il 40% dei quali sono minori diventati cittadini “per trasmissione dai genitori, oppure, se nati in Italia e residenti continuativamente, per opzione una volta divenuti maggiorenni” ).

Nessuna invasione quindi, ma lenta crescita favorita da processi di integrazione.

Al contrario, i dati dimostrano che l’integrazione sociale e l’inclusione sono l’unica strada per contrastare la discriminazione e l’illegalità. L’irregolarità, le leggi e i provvedimenti discriminatori, per chiari fini elettorali, forniscono leve alla criminalità organizzata, alla delinquenza, al caporalato, ponendo le persone ai margini della società: ed è proprio questa marginalità che va contrastata, tanto per gli italiani che per gli stranieri.

PROPOSTA POLITICO-NORMATIVA

Previsione dell’obbligo del controllo parlamentare sugli accordi internazionali relativi al controllo dei flussi migratori e alla gestione delle frontiere,; edl’esclusione di ogni legame tra aiuti allo sviluppo e controllo dei flussi migratori

Approvazione di  una legge organica sul diritto d’asilo , in attuazione dell’art.10 Cost, e per definire  procedure chiare, standard d’accoglienza e status giuridici omogenei. (modello diffuso nel territorio, per piccoli gruppi, Commissioni per il riconoscimento dello status composte da persone competenti, istituzione di un registro nazionale delle  organizzazioni che svolgono attività nell’ambito del diritto d’asilo, per garantire competenza ed esperienza ed evitare sprechi e corruzione).

 Approvazione della la riforma del testo unico sull’immigrazione introducendo un titolo di soggiorno per ricerca di lavoro,  la figura dello sponsor come garante dello straniero immigrato, l’obbligatorietà del decreto flussi annuale,l a convertibilità dei permessi di soggiorno di breve durata o per motivi diversi (compresa la richiesta di protezione internazionale) in permessi per lavoro, la possibilità di regolarizzazione ad personamper ragioni di lavoro o per altro titolo .

Previsione della centralizzazione delle domande di visto (ricorrendo al formato elettronico e a una piattaforma unica nazionale, senza passaggi dalle rappresentanze consolari), e ampliamento dei Paesi non UE dai quali è possibile entrare in Italia senza visto.

 Abrogazione di ogni forma di detenzione amministrativa, ricorrendo preferibilmente, nei casi nei quali è impossibile procedere a regolarizzazione, ai rimpatri volontari assistiti.

Trasferimento  dal Ministero dell’interno (e dalle questure) agli Enti Locali delle competenze per il rilascio e il rinnovo dei titoli di soggiorno , ridefinendo  così il rapporto tra i migranti e la pubblica amministrazione e superando la stagione dell’emergenza e della centralità della questione sicurezza.

 Previsione di  programmi straordinari per favorire i processi d’inclusione e di coesione sociale da implementare in tutto il territorio nazionale :la conoscenza della lingua italiana, formazione al lavoro e l’istruzione pubblica non devono essere considerati elementi discriminatori per l’accesso ai diritti di cittadinanza, ma opportunità fornite agli stranieri per favorirne il processo di inclusione), prevedere il   riconoscimento dei titoli di studio acquisiti nei Paesi d’origine, l’ eliminazione di ogni discriminazione su base nazionale per l’accesso al pubblico impiego.

ALCUNE LEGGI DI CIVILTA’ DA APPROVARE NELLA PROSSIMA LEGISLATURA

Ius soli e ius culturae

Riteniamo non più rimandabile l’approvazione di una legge che riconosca il diritto di cittadinanza per i minori stranieri nati in Italia. Lo abbiamo richiesto attraverso la raccolta di firme nella campagna L’Italia sono anch’io e ci siamo battuti per tutta questa legislatura perché questo avvenisse.

Richiediamo inoltre (secondo la proposta di legge d’iniziativa popolare della campagna “L’Italia sono anch’io) il  riconoscimento del diritto di voto alle elezioni amministrative e regionali per gli stranieri regolarmente residenti.

 Legalizzazione della cannabis, depenalizzazione del consumo di sostanze stupefacenti previsione di misure alternative alla detenzione e di programmi di riduzione del danno(modifiche al Decreto 309,)

Il totale fallimento delle politiche repressive e proibizioniste in tema di sostanze stupefacenti, in particolar modo riguardo alla cannabis, richiede la necessità di una profonda riforma legislativa a riguardo.

E’ necessario depenalizzare il possesso e la cessione gratuita di modiche quantità di sostanze, dato  che la mancanza di questa norma è anche uno dei principali motivi del sovraffollamento carcerario.

Serve un sistema normativo che consenta la coltivazione domestica di piante di cannabis che preveda  la possibilità di associarsi tra consumatori. Inoltre è importante rendere la cannabis terapeutica veramente accessibile ai pazienti che ne dovessero avere bisogno.

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