Quando il decoro uccide

 

 

Ci sono vittime del gelo ma prima di tutto di scelte politiche. Con i decreti sicurezza e le ordinanze locali, la povertà è stata trasformata in un crimine. Alcuni amministratori locali festeggiano l’allontanamento di senza dimora, altri sono pronti a sottoporre quelli recalcitranti al Trattamento Sanitario Obbligatorio. «I poveri sono brutti, sporchi e talvolta anche cattivi – scrive Sergio Segio,  Coordinatore del Rapporto sui diritti globali – Ma le regole dovrebbero essere fatte per l’uomo e non viceversa. E l’uomo, per fortuna, non è riducibile a una tipologia, che più piace alle istituzioni, quella del “povero meritevole”, quella su cui, non a caso, è modellato il recente provvedimento del Reddito di inclusione. Se la soglia di accesso ai servizi è troppo alta per alcuni, la risposta è di abbassarla, differenziando le strutture in base alle diverse necessità e problematiche, potenziando le unità mobili e le risposte individualizzate. Proprio come provano a fare, quasi sempre con scarso sostegno istituzionale e con croniche carenze di risorse, le migliori realtà associative…»

 

di Sergio Segio*

Lo chiamano “decoro urbano”, con l’ormai consueta torsione di significati che una politica cinica ha da tempo imparato a utilizzare per legittimare provvedimenti dei cui reali obiettivi evidentemente (non sempre, come vedremo più avanti), e a ragione, ci si vergogna.

Scopi e risultati dei molteplici decreti e “pacchetti” sicurezza succedutisi negli anni (ultimo quello Minniti dell’aprile 2017) sono invece quelli di soppiantare lo Stato sociale con lo Stato penale. Non si tratta di uno slogan, bensì della concretissima erosione, e infine sostituzione, di quell’insieme di politiche, di misure e di servizi atti a realizzare inclusione sociale e a sostenere i cittadini più vulnerabili con politiche e misure che mirano a nascondere, contenere, penalizzare e segregare tutti quei soggetti considerati, appunto, di disturbo al “decoro urbano”. Un concetto usato per estendere a dismisura e alla bisogna quello di sicurezza (a sua volta da tempo rovesciato del senso originario) e per criminalizzare i poveri.

Come si traducano quei concetti e quelle norme nel concreto ce lo evidenziano, da ultimo, le cronache di questi giorni di freddo e neve.

Nella notte di lunedì 26 febbraio vicino alla Stazione centrale di Milano è morto un uomo nell’angolo di strada che era diventata la sua casa. Aveva quarantasette anni, si chiamava Massimiliano, “Max lo chef” per chi lo conosceva, a ricordare e forse mitizzare un lontano passato di “normalità”. Un «irriducibile della strada», secondo la definizione ormai invalsa non solo in un giornalismo facile allo stigma ma anche tra “addetti ai lavori”; laddove il lavoro sarebbe appunto anche quello di prevenire, per quanto possibile, eventi tragici e ricorrenti come questo. Una definizione che, al di là di ogni intenzione ed eventuale buona fede, sposta la responsabilità sulla vittima. Nella cultura corrente segnata dal darwinismo sociale, difatti, essere poveri è di per sé divenuta una colpa, non più una condizione imposta e provocata dalle ingiustizie sociali; essere poveri “irriducibili”, che rifiutano la mano che le istituzioni tendono loro, diventa addirittura una perseveranza nel crimine. Tanto che in alcune città gli amministratori pubblici stanno ragionando sulla possibilità di sottoporre i recalcitranti a Trattamento Sanitario Obbligatorio. Lo ha dichiarato esplicitamente a Genova il consigliere delegato alla Protezione Civile Sergio Gambino, ma l’opportunità stata valutata anche dal sindaco di Milano, salvo in questo caso concludere, dopo il parere della propria avvocatura, che in questi casi il TSO non è giuridicamente applicabile.

Chissà che un prossimo decreto sulla sicurezza e sul “decoro” non arrivi ad equiparare il povero senza tetto allo psicotico, superando così il problema dell’internamento forzoso.

Baobab, Roma, campo base. Ph Andrea Costa

L’assessore milanese al Welfare Pierfrancesco Majorino, nell’occasione, ha ricordato che in città nei dormitori vi sono 2.700 posti letto, di cui trecento liberi.

Soluzioni semplici sicuramente non esistono, ma di fronte al rifiuto di accedere alle strutture predisposte – senza però dimenticare che in altre tempi e in altre città, invece, i posti letto disponibili erano e sono inferiori alle necessità – la prima cosa per chi ha responsabilità politiche è farsi domande e provare a costruire risposte, necessariamente diverse dalla coazione ma anche da logiche sottese sui “poveri meritevoli”, da aiutare, e “irriducibili”, da abbandonare al proprio destino. I poveri sono brutti, sporchi e talvolta anche cattivi. Ma le regole dovrebbero essere fatte per l’uomo e non viceversa. E l’uomo, per fortuna, non è riducibile a una tipologia, che più piace alle istituzioni, quella del “povero meritevole”, quella su cui, non a caso, è modellato il recente provvedimento del Reddito di inclusione (leggi anche 10 punti per un vero reddito minimo garantito).

Se la soglia di accesso ai servizi è troppo alta per alcuni, la risposta è di abbassarla, differenziando le strutture in base alle diverse necessità e problematiche, potenziando le unità mobili e le risposte individualizzate. Proprio come provano a fare, quasi sempre con scarso sostegno istituzionale e con croniche carenze di risorse, le migliori realtà associative, come ad esempio SOS Stazione centrale, che da quasi quarant’anni opera sul campo a Milano con una logica di bassa soglia.

Quando, ad esempio, si blindano notte tempo le stazioni, come anche di recente quella del capoluogo lombardo, creando così disagi ai pochi viaggiatori e ai tanti senza tetto, occorre sapere che quel “decoro” ha costi umani. E dunque si tratta di scelte politiche, non di inevitabilità.

Farsi domande. E magari provare anche a dare ascolto, e a raccoglierne i suggerimenti, non solo alle associazioni con maggiore e diretta esperienza, ma anche ai diretti interessati. Come Aldo, ex manager finito sulla strada, ora attivo presso un rifugio della Caritas, sentito dal Corriere della Sera, che ha ricordato la sua vita randagia: «Io ci andavo nei dormitori. Esiste tra noi una classificazione in base alla qualità: canile 1, canile 2, canile 3»

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Quando i dormitori (tutti, non solo i migliori) verranno invece visti da chi ne ha bisogno come ostelli accoglienti e rispettosi sicuramente il numero degli “irriducibili” e delle morti sarà minore. Sapendo che vanno affrontate anche problematiche diverse e associate alla povertà e all’assenza di un tetto, dalle dipendenze alle patologie psichiatriche, ognuna delle quali necessita di un approccio e di risposte appropriate e mirate.

Per il momento, gli “irriducibili” continuano a morire anche nelle città dove le politiche sociali obiettivamente sono meglio gestite com’è Milano.

Alle cui porte, invece, a Sesto San Giovanni, proprio quello stesso lunedì in cui Massimiliano moriva di freddo si era tenuta in mattinata una conferenza stampa convocata dal locale e leghista assessore alla Sicurezza. Il quale ha rivendicato i numeri della propria indefessa opera di “decoro urbano”, addirittura presentandosi con una bella torta al cioccolato e pistacchio con sopra impresse le cifre della pulizia sociale effettuata: «Ho voluto portare la torta, perché dobbiamo festeggiare per i nostri cittadini. Abbiamo liberato le strade da duecento persone che facevano cose non belle sul nostro territorio, molte delle quali erano vere bombe a orologeria con diversi reati alle spalle», ha detto. I giornalisti intervenuti ai festeggiamenti e al taglio della torta hanno potuto così apprendere che gli allontanamenti effettuati dalla polizia locale dal luglio scorso sono stati 208, di cui 99 per mendicità e 71 per bivacco.

Autore Mauro Biani (fonte: il manifesto)

Insomma, poveri e senza dimora, altro che criminali. Che fine abbiano fatto queste “bombe a orologeria” non è al momento dato sapere. Quel che è certo è che le loro povere cose, comprese le coperte che meritevoli associazioni e cittadini pietosi avevano fornito per mitigare freddo e sofferenze sono finite nell’immondezzaio, lasciandoli così ancora più esposti e bisognosi. La stessa cosa era peraltro successa a Massimiliano, cui qualche giorno prima di morire l’Amsa aveva buttato via le coperte, secondo quanto ha raccontato a Radio Popolare di Milano Wainer Molteni di “Clochard alla riscossa”, che ha commentato così sui social la morte di Max: «Burian fa la prima vittima a Milano, zona stazione centrale… tanta tristezza, voglia di spaccare il mondo… ma quelli da salvare sono tanti e manca il tempo per potersi incazzare!».

Vittime del gelo, ma prima ancora delle leggi che hanno trasformato la povertà in un crimine.

Fonte: Sergio Segio, Comune-info

 

 

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