Perché nel contratto M5S-Lega si sta più ore chiusi in carcere

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di Samuele Cafasso

 

lettera43.it, 25 maggio 2018

 

Previsto un giro di vite su sorveglianza dinamica e regime penitenziario aperto. Che cancella la svolta introdotta nel 2011. Il sindacato di polizia Sappe applaude. Riforma Orlando demolita. Con il nuovo governo di Lega e Movimento 5 stelle i detenuti potrebbero tornare a passare la maggior parte del loro tempo chiusi dentro le celle, senza più la possibilità di uscire lungo i corridoi e incontrarsi con gli altri ospiti. L’annuncio di volersi muovere in questo senso è a pagina 25 del contratto giallo-verde, laddove si dice che “occorre realizzare condizioni di sicurezza nelle carceri, rivedendo e modificando il protocollo della cosiddetta “sorveglianza dinamica” e del regime penitenziario “aperto”, mettendo in piena efficienza i sistemi di sorveglianza”.

E il sovraffollamento? L’apertura delle celle fu adottata nel 2011 dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) per rendere le carceri un luogo più rispettoso dei diritti umani in un momento di grave sovraffollamento che, due anni dopo, costò al nostro Paese una condanna da parte della Corte europea dei diritti umani (la sentenza Torreggiani). La circolare del Dap, tuttavia, è stata molto criticata nel corso degli anni soprattutto dal Sappe, il sindacato della polizia penitenziaria secondo cui l’apertura delle celle è un rischio troppo grande per le guardie, troppo spesso vittime di aggressioni.

Promesse assunzioni. In questo senso, le indicazioni contenute nel programma di governo vengono incontro alle richieste del sindacato che, d’altra parte, “incassa” anche la promessa di un piano straordinario di nuove assunzioni. Questo nonostante, come avevamo spiegato in questo pezzo, l’Italia sia tra i Paesi europei con il rapporto più basso tra numero di detenuti e addetti di polizia penitenziaria.

Quando si parla di modelli di detenzione bisogna però distinguere tra sorveglianza dinamica e regime penitenziario aperto. Con questo secondo termine si indica, generalmente, la svolta del 2011 quando, anche per allentare il problema del sovraffollamento, si aprirono le celle per un numero limitato di ore, cioè tra le otto e le 14. Spiega il rapporto dell’associazione Antigone: “All’apertura (molto parziale) delle celle non corrisposero però formazione, lavoro, attività nei cortili ed esercizio del diritto alla libertà di culto negli altri spazi detentivi”.

Diversa concezione di spazi. E ancora: “Si aprirono semplicemente le celle, permettendo ai detenuti di passare qualche ora in più nei corridoi e nelle celle degli altri, per una partita a carte o anche solo per farsi compagnia. Questa novità, sebbene di portata inferiore rispetto alle aspettative, cambiò il rapporto tra detenuto e spazio detentivo, che fu improntato a una maggiore libertà e personalizzazione, elementi propri del “diritto all’abitare”. A oggi, tuttavia, secondo una stima di Antigone circa il 40% delle case di detenzione non permettono di passare un minimo di otto ore fuori dalle celle.

Diversa è la sorveglianza dinamica, un regime di controllo che, nei piani del Dap, dovrebbe riguardare sempre più detenuti, ma che attualmente è invece applicato a un numero esiguo. Nei reparti a sorveglianza dinamica la sicurezza è garantita da pattuglie mobili e videocamere, e i detenuti si muovono liberamente in sezione per molte ore al giorno.

Autonomia per i non pericolosi. Si sottostà a questo regime detentivo quando l’amministrazione giudica basso il livello di pericolosità della persona, consentendole una maggiore autonomia nella gestione di tempi e spazi. Secondo l’associazione Antigone, che riporta il giudizio di detenuti e di diverse amministrazioni, la sorveglianza dinamica riduce le tensioni tra polizia penitenziaria e detenuti, che così non devono dipendere dai primi per ogni loro richiesta. Ma diversa è l’opinione del Sappe.

In una nota del 19 maggio 2018, a seguito di un’aggressione ai danni di un agente di polizia penitenziaria nel carcere di Mantova, il segretario del Sappe Donato Capece ha spiegato: “Quel che denuncia il Sappe da tempo si sta clamorosamente confermando ogni giorno, ossia che la sicurezza interna delle carceri è stata annientata da provvedimenti scellerati come la vigilanza dinamica e il regime aperto, l’aver tolto le sentinelle della polizia penitenziaria di sorveglianza dalle mura di cinta delle carceri”.

“Servono altri 8 mila agenti”. Nel mirino sono finiti anche “la mancanza di personale – servono almeno 8 mila nuovi agenti rispetto al previsto – il mancato finanziamento per i servizi anti intrusione e anti scavalcamento. Pensare che la soluzione ai problemi delle carceri sia l’ipotizzata riforma penitenziaria è un bluff. Avere carceri meno affollate e più moderne non vuol certo dire aprire le porte delle celle”.

Dietrofront sulla riforma. La riforma penitenziaria a cui si riferisce Capece è quella licenziata (in parte) dal governo a cavallo tra la vecchia e la nuova legislatura, senza però ottenere il definitivo via libera dal parlamento. Nella riforma uno dei punti qualificanti era l’apertura delle carceri verso l’esterno e il potenziamento delle pene alternative. Una strada che adesso il nuovo governo ha annunciato di voler percorrere in direzione contraria rispetto all’esecutivo Gentiloni.

 

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