Migranti. Stretta sulla protezione umanitaria, il 30% rischia il diniego

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di Alessandra Ziniti

 

Tratto da La Repubblica, 26 settembre 2018

 

L’allarme delle organizzazioni umanitarie. Msf: la fragilità delle persone non sempre ha tratti evidenti. Il Viminale stima l’impatto dei criteri più rigidi, che escludono l’inserimento in percorsi di integrazione. Susan è nigeriana. Quando è sbarcata a Catania pesava 40 chili. La malnutrizione patita in Libia l’ha ridotta sulla sedia a rotelle. Polineuropatia, la diagnosi dei medici di Msf che l’hanno avuta in cura per un anno e che l’hanno rimessa in piedi.

Susan ha avuto la protezione umanitaria, ma il motivo di salute per il quale le è stato concesso può ora essere considerato di “eccezionale gravità”, come prevede il decreto Salvini? O la stretta impressa alla più diffusa delle protezioni potrebbe mettere a rischio la sua permanenza in Italia? Motivi di salute di eccezionale gravità, calamità naturali (eccezionali anche queste), grave sfruttamento lavorativo, violenza domestica e atti di particolare valore civile: sono queste le uniche cinque “tipizzazioni” che d’ora in avanti consentiranno di attribuire i permessi temporanei, da sei mesi a due anni, che sostituiranno la protezione umanitaria che il decreto Salvini abroga.

Di fatto togliendo alle commissioni per il diritto d’asilo prima e ai questori poi la discrezionalità nella “valutazione residuale” che ha consentito di includere in questo tipo di permesso generiche condizioni di vulnerabilità dei migranti, ma anche povertà, instabilità politica, non rispetto dei diritti umani nei paesi d’origine.

Difficile valutare realisticamente l’impatto di questa abrogazione che Salvini ha fortemente voluto per incidere sulla forma di protezione che negli ultimi anni ha consentito mediamente a più di un richiedente asilo su quattro di rimanere in Italia: 60.000 circa dal 2015 ad oggi, con una percentuale che ha sfiorato il 30 per cento di tutti i permessi di soggiorno concessi nel 2018 prima dell’insediamento di Salvini al Viminale.

Un trend che, a luglio, dopo la direttiva con la quale il ministro ha sollecitato le commissioni a restringere i criteri, è sceso di sette punti percentuali ma che è risalito ad agosto. Un trend che, incrociato con il calo delle richieste di asilo, fa indicare a fonti del Viminale l’obiettivo minimo previsto in un taglio del 30 per cento. Complessivamente dall’inizio dell’anno ad oggi sono stati 16.755 i migranti che hanno beneficiato della protezione umanitaria con i vecchi criteri. Cosa succederà adesso? A quanti non sarà rinnovata?

E a quanti non verrà mai concessa? Realisticamente la forbice oscillerà tra il 10 e il 30 per cento in meno. Certamente resteranno fuori tutti coloro che, in assenza di altri requisiti, si sono visti concedere la protezione umanitaria in virtù del percorso di formazione e integrazione già avviato o coloro che, torturati in Libia, sono arrivati in condizioni di vulnerabilità fisica e mentale o chi ha un tragico vissuto personale o semplicemente coloro che provengono da paesi in cui i diritti umani non sono garantiti né “l’effettivo esercizio delle libertà democratiche” come recita la Costituzione italiana.

Un ventaglio molto ampio di cui terranno conto le osservazioni tecniche che l’Unhcr, come annunciato dall’Alto commissario Filippo Grandi, invierà nei prossimi giorni al governo. “Qualsiasi disposizione di legge adottata da un paese firmatario della Convenzione di Ginevra del 1951 deve essere conforme agli obblighi e ai principi in essa contenuti, in primo luogo il principio di non respingimento”.

Le organizzazioni umanitarie esprimono perplessità: “Attendiamo di conoscere i criteri di assegnazione del nuovo permesso di soggiorno per cure mediche – dice Anne Garella, capomissione dei progetti Msf in Italia. Il rischio è che siano escluse e lasciate in condizioni di marginalità persone che soffrono di problemi di salute con sintomi non facilmente riconoscibili”.

 

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