Le ruspe e il consenso (ma i fatti?)

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di Massimo Gramellini

 

Corriere della Sera, 1 luglio 2018

 

Arriverà il momento in cui l’appetito di parole di buonsenso sarà stato soddisfatto a sufficienza e anche lui improvvisamente dovrà sottoporsi alla dura verifica dei fatti.

La sera del 3 marzo, una lettrice romana che spasimava per Berlusconi dai tempi dei Puffi confidò ai parenti progressisti: “Ci avete messo vent’anni, ma alla fine mi avete convinto: da domani basta Silvio, voto Matteo…”. Renzi? “Macché, Salviniiii!”.

Oggi, sul pratone di Pontida, si celebra un’impresa politica senza precedenti. Con quella faccia un po’ così, da brontolone della porta accanto, Matteo II ha preso in mano un partito sciupato dagli scandali, che sotto la via Emilia si vergognavano persino a nominare, e nel giro di poche ruspe e tantissime felpe lo ha fatto diventare la prima forza politica dell’intero Paese. (L’ultima tac di Pagnoncelli ha appena certificato che manda in sollucchero un italiano su tre).

Ma la cosa più incredibile è che, nonostante l’aspetto brusco e un linguaggio che ai fottuti buonisti come il sottoscritto suona gratuitamente aggressivo, Salvini ha costruito un colosso sui ruderi del Bossismo riuscendo a non perdere né un pezzo né un alleato. Se il Matteo del Pd ogni volta che apriva bocca provocava una scissione, quello della Lega ha scalzato il Nord dalla ragione sociale della ditta senza che un solo nostalgico della secessione abbandonasse la casa-madre per andare a fondare una lista di disturbo. Non solo: ha scippato a Berlusconi gli elettori, l’alleanza, il ruolo di babau della sinistra ben temperata e persino il colore blu con cui ha sostituito il verde del miraggio padano. Eppure il Cavaliere, che era solito dissolvere nel nulla qualsiasi Fini o Alfano osasse attentare al suo predellino, gli ha concesso libertà di corna e si accontenta ormai di qualche telefonata.

A questo Salvini in estate di grazia persino gli scandali rimbalzano addosso. L’altro giorno ha buttato lì con noncuranza che i rimborsi elettorali sospetti erano già stati spesi dalla Lega. Lo avesse detto Matteo I (ma ormai pure Di Maio), lo avrebbero azzannato. Invece a lui tutto è concesso. Non detta solamente l’agenda di governo: guerra alle Ong, legittima difesa, multe di 7.000 euro a chi compra dagli ambulanti (ma se uno avesse 7.000 euro, comprerebbe dagli ambulanti?).

Impone anche quella della satira, che ha bisogno di stereotipi da ribaltare: “Abolirò i Negrita, i Neri per Caso, i Nomadi e i poveri dei Ricchi e Poveri. Quanto ai Negramaro, si chiameranno Amaro e basta”. I suoi tormentoni hanno fatto irruzione nel linguaggio comune: “lo dico da papà”, “è finita la pacchia”, “chiudiamo i porti”, fino all’irresistibile litania “non sono Superman, non sono Ironman, non sono Batman, non sono un Superpigiamino”. Gli manca ancora il soprannome giusto, ma se “Capitano” riuscirà a sfondare oltre i confini dei militanti, potrebbe diventare un degno successore di Cavaliere: dal Cav al Cap, il passo è breve.

Le ragioni di questo innamoramento istantaneo di massa vanno forse ricercate nello slogan che oggi campeggerà a Pontida: “Il buonsenso al governo”. Tutto ciò che ai detrattori di Salvini appare conservatore, approssimativo e a qualcuno addirittura fascista, ai suoi elettori sembra normalissimo buonsenso. Prima gli italiani: nell’assistenza, negli asili-nido, nell’assegnazione delle case popolari.

Più armi, carceri e poliziotti; meno spacciatori e rompiballe vari per le strade; meno burocrazia, meno tasse, meno lacci imposti dalla convivenza forzata con l’Europa. Soprattutto meno complessità, che genera ansia. I suoi elettori si chiedono: che cosa c’è di male nel volere queste cose? E come mai nessun politico le aveva mai dette prima con altrettanto vigore, disprezzo per le forme e noncuranza per le conseguenze? Perché i “benpensanti” irridono il “buonsenso” e vanno alla ricerca di significati astrusi e soluzioni complicate, dando sempre l’impressione di parlare a qualcun altro che non sono io e facendomi sentire un razzista o uno stupido? Perché i moralisti dicono che il debito pubblico è anche colpa mia, mentre è evidente che io sono l’invaso e non l’evasore?

Il racconto salviniano della realtà è la favola – un po’ rassicurante e un po’ inquietante, come le favole classiche – che il bambino dentro di noi sognava da tutta la vita di sentirsi raccontare prima di addormentarsi. Poi però arriva sempre il momento in cui ci si sveglia e si comincia a vedere. Se le accise sulla benzina sono diminuite oppure no. Se la Flat tax ha spianato la dichiarazione dei redditi oppure no. Se i migranti respinti dai porti sono rientrati dalle finestre.

Se alla legge Fornero è stato fatto il funerale o almeno il solletico. Arriverà il momento in cui l’appetito di parole di buonsenso sarà stato soddisfatto a sufficienza e anche il Cap, persino il Cap, improvvisamente il Cap dovrà sottoporsi alla dura verifica dei fatti, dimostrando ai suoi estimatori di essere diventato Superman o almeno un Superpigiamino.

 

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