La deriva islamofobica del “contratto di governo”

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di Francesco Chiodelli*

 

Il Manifesto, 26 maggio 2018

 

In questi giorni si è parlato molto del “Contratto di governo”; tuttavia nessuno si è soffermato sul passaggio dedicato alle moschee. Nel contratto di governo si legge che: “occorre disporre di strumenti adeguati per consentire il controllo e la chiusura immediata di tutte le associazioni islamiche radicali nonché di moschee e di luoghi di culto, comunque denominati, che risultino irregolari”. Queste tre semplici righe rischiano di avere conseguenze nefaste profonde per i musulmani in Italia.

Nel nostro paese vivono oggi più di 1,5 milioni di musulmani. Non si tratta di “clandestini” o “profughi”, ma di stranieri regolari, che in molti casi risiedono da svariati anni in Italia. A questo dato vanno poi aggiunte alcune decine di migliaia di cittadini italiani convertiti all’islam. A fronte di queste cifre, però, in Italia esistono meno di dieci moschee ad hoc, ossia edifici costruiti appositamente per funzionare come luoghi di culto islamici. Alla carenza di moschee formali ha fatto da contraltare la moltiplicazione delle sale di preghiera informali (circa 800-1000), ossia spazi destinati originariamente ad altro uso, ma utilizzati, spesso in modo occasionale, come luoghi di preghiera islamica. Sono capannoni, negozi, abitazioni private, sedi di associazioni culturali.

Sono queste le “moschee irregolari” a cui il contratto di governo fa riferimento. Le sale di preghiera informali, infatti, sono spesso tecnicamente “irregolari”, perché violano regolamenti edilizi e norme urbanistiche comunali – per esempio, poiché utilizzano come luogo di culto uno spazio che ha una destinazione urbanistica differente, come un magazzino. La loro proliferazione è però solo la conseguenza del fatto che la maggior parte delle amministrazioni comunali impedisce (in modo diretto o indiretto, legittimo o illegittimo) ai gruppi musulmani di costruire moschee legali. Si noti che tutto ciò avviene nonostante la Costituzione italiana non solo garantisca a chiunque la libertà di professare la propria fede religiosa (qualunque essa sia), ma anche il diritto correlato di realizzare luoghi di culto per tutte le minoranze religiose. A ciò si aggiunga che la legislazione urbanistica identifica tutti i luoghi di culto come “opere di urbanizzazione secondaria” – al pari, per esempio, di parchi, scuole e impianti sportivi. In quanto tali, dovrebbero essere realizzati dai comuni in risposta ai bisogni della popolazione insediata nel proprio territorio – dovere però sistematicamente disatteso.

È a fronte di ciò che quando scritto nel contratto di governo – versione solo più edulcorata di provvedimenti urbanistici già testati recentemente in Lombardia e Veneto – ha un sapore islamofobo. Se si chiude la maggior parte delle sale di preghiera islamica informali (e, plausibilmente, non si permette la costruzione di nuove moschee ad hoc), dove dovrebbero pregare 1,5 milioni di musulmani in Italia?

Se davvero si crede che tutte le moschee in Italia siano fucina di terroristi, non sarebbe forse più sensato fare emergere dall’informalità questi luoghi e legalizzarli, in modo che sia più facile tenerli sotto controllo? Perché si dovrebbero chiudere solo le associazioni radicali islamiche – e non anche la associazioni radicali cristiane o i gruppi politici radicali? Se il problema è l’essere “radicali” (che non significa automaticamente predicare o praticare la violenza), non si capisce perché si debba fare differenza tra musulmani integralisti, cattolici lefevriani o neofascisti di Casa Pound. La verità pare essere che per la Lega – e ora anche per il Movimento 5 Stelle – il problema è, semplicemente, essere musulmani.

 

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