Illegittimi limiti troppo rigidi di accesso degli extracomunitari ai servizi sociali

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di Giovanni Negri

 

Il Sole 24 Ore, 25 maggio 2018

 

Corte costituzionale, sentenza 24 maggio 2018, n. 106. Suona un po’ come un monito, in giorni in cui molto si discute sulle condizioni di accesso ai servizi sociali previste dal contratto di governo Lega-5Stelle, la sentenza della Corte costituzionale di ieri che ha bocciato la legge della Regione Liguria sulle condizioni di accesso agli alloggi di edilizia popolare. La legge, la n. 13 del 2017, aveva infatti modificato il requisito previsto per i cittadini di Paesi extracomunitari: prima era richiesta la titolarità della carta o del permesso di soggiorno almeno biennale abbinato all’attività lavorativa, dopo, per effetto della legge dell’anno scorso, veniva invece richiesta la regolare residenza da almeno 10 anni consecutivi in Italia.

Nell’affrontare la questione, sollevata dalla Presidenza del Consiglio, la Corte costituzionale, con la sentenza n. 106, depositata ieri, sottolinea come la direttiva 2003/109/CE riconosce lo status di soggiornante di lungo periodo ai cittadini di paesi terzi che risiedono regolarmente in uno Stato membro da almeno 5 anni; prevede poi che i soggiornanti di lungo periodo sono equiparati ai cittadini dello Stato membro in cui si trovano per il godimento dei servizi e prestazioni sociali, tra i quali rientra l’assegnazione di alloggi di edilizia residenziale pubblica.

La direttiva, ricorda la Corte, è stata recepita nel 2007: così, anche nell’ordinamento italiano, il cittadino di Paese terzo, che sulla base di un valido permesso di soggiorno risiede nello Stato per almeno 5 anni, può acquistare lo status di soggiornante di lungo periodo, ed acquista, così, anche il diritto all’assegnazione degli alloggi di edilizia popolare pubblica in condizioni di parità con i cittadini.

Richiamando una precedente sentenza del 2014, la n. 168, che già aveva bocciato la Val d’Aosta, la quale prevedeva allora un minimo di 8 anni di residenza nella Regione, la Consulta adesso osserva che la valutazione di irragionevolezza e di mancanza di proporzionalità (che si risolve poi in una forma dissimulata di discriminazione nei confronti degli extracomunitari) è tanto più riferibile alla legge della Liguria che “ai fini del diritto sociale all’abitazione che è diritto attinente alla dignità e alla vita di ogni persona e, quindi, anche dello straniero presente nel territorio dello Stato” richiede un periodo di residenza ancor più elevato (10 anni consecutivi).

“E ciò (diversamente dalla legge valdostana) – conclude la pronuncia -, senza neppure prevedere che tale decennale residenza sia trascorsa nel territorio della Regione Liguria, facendo non coerentemente riferimento alla residenza nell’intero territorio nazionale, ancorché sia poi la stessa legge impugnata, per quanto riguarda la prova del “radicamento” con il bacino di utenza a cui appartiene il Comune che emana il bando, a fissare un requisito di residenza di “almeno cinque anni”.

 

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