I torti e le origini del rancore

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di Mariangela Mianiti

 

Tratto da Il Manifesto, 30 ottobre 2018

 

Pochi mesi fa da questa rubrica ho parlato dei venditori di odio e di come sia più facile e produttivo smerciare schifezze piuttosto che promuovere analisi e ragionamenti che aiutino a capire la complessità delle cose. Pochi mesi fa da questa rubrica ho parlato dei venditori di odio e di come sia più facile e produttivo smerciare schifezze piuttosto che promuovere analisi e ragionamenti che aiutino a capire la complessità delle cose. In questo arco di tempo i suddetti falsari hanno lavorato così bene che si sta espandendo come un’infezione il prodotto di quel lavorìo, ovvero il rancore.

Dice il Devoto Oli alla voce Rancore: “Sostantivo maschile che indica risentimento, avversione profonda, tenacemente covata nell’animo in seguito a un’offesa o a un torto subito. Dal latino rancor rancoris che a sua volta deriva da rancidus, rancido, inacidito, guasto, andato a male”. Amo i vocabolari che in tre righe dicono il significato profondo di una parola e la sua origine. Amo pure il latino, la nostra lingua madre, che in un solo vocabolo ti rimanda alla radice di un termine, e capire le radici, a volte, serve molto più di tante analisi o discorsi.

Dunque, stiamo precipitando nel rancidume del rancore, una melma marciscente che altera lo stato d’origine di un tessuto per trasformalo in cibo per vermi, muffa, coltura per batteri. Non è una morte definitiva, ma una mutazione, un cambio di condizione, un disgregamento di qualcosa che diventa qualcos’altro. Chiunque, di fronte a un cibo andato a male prova ribrezzo e si allontana d’istinto perché non vuole avere a che fare con qualcosa di infetto e immangiabile. Il cattivo odore manda un campanello d’allarme al nostro corpo, gli dice che quella roba lì è pericolosa perché rischia di avvelenarlo e farlo ammalare. Tuttavia, ciò che funziona perfettamente per le cellule del nostro corpo biologico non avviene in modo altrettanto automatico per i ragionamenti e i comportamenti del corpo sociale.

Torniamo al Devoto Oli e alla definizione di rancore laddove dice che è un risentimento tenacemente covato per un’offesa o un torto subito. La risposta sana, e risolutiva, a un’ingiustizia sarebbe la ribellione, sputare fuori dal corpo e prima possibile la rabbia, il dissenso, il Io non ci sto. Per riuscirci servono consapevolezza, autodeterminazione, possibilità di alternative, non sentirsi soli nella battaglia. Se questo non avviene, o viene frustrato, si finisce col soffrire in silenzio ed è lì che cominciano a maturare nel profondo insofferenza, odio, rancore appunto.

L’effetto si vede bene in certe famiglie dove le risposte taglienti, il guardarsi in cagnesco, il sarcasmo sono una modalità di relazione che rende la convivenza un inferno. Se ciò si trasporta in quel complesso di elementi che compongono la vita e la cosa comune (casa, lavoro, istruzione, cure, diritti, salari) allora è il corpo sociale ad ammalarsi di rancore.

Chi prova rabbia e frustrazione dovrebbe prima di tutto farsi una domanda. Quali sono le vere cause del disagio e dei problemi? Davvero c’è qualcuno disposto a credere che la mancanza di lavoro, i salari bassi, la precarietà, la crescente disuguaglianza fra l’1% più ricco che detiene il 42% delle ricchezze e il 99% che deve accontentarsi del resto sia colpa degli immigrati, come qualcuno vorrebbe farci credere? E come la mettiamo con le malattie ataviche di questo paese che sono corruzione, mafie, assenza di meritocrazia, ipocrisia, menefreghismo, disprezzo del bene comune? Davvero c’è qualcuno che ha il coraggio di dire che anche tutto ciò è colpa di chi viene da fuori?

Il rancoroso ha sempre torto e per due ragioni. Non è stato capace di ribellarsi. Non è capace di fare autocritica perché trova più comodo dare la colpa delle sue disgrazie a qualcun altro. E intanto non si accorge che sta marcendo.

 

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