È possibile dal carcere far prevenzione in modo efficace?

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Ristretti Orizzonti, 1 luglio 2018

È possibile dal carcere fare prevenzione in modo efficace? A Ristretti Orizzonti pensiamo di sì, e lo facciamo con il progetto di confronto tra le scuole e il carcere con il supporto del Comune di Padova. Ora però c’è il rischio che il numero di incontri nella Casa di Reclusione diminuisca drasticamente.

Quelle che seguono sono le lettere inviate da alcuni insegnanti, sull’importanza del progetto di confronto tra le scuole e il carcere, che l’associazione Granello di Senape, con la redazione di Ristretti Orizzonti e grazie al supporto convinto del Comune di Padova, porta avanti da ben quindici anni, con risultati straordinari. E che però rischia un ridimensionamento pesante, da due incontri a settimana a uno al mese.

E poi pubblichiamo le lettere delle persone detenute agli insegnanti, coinvolti nel progetto, che dovevano partecipare a un incontro nella redazione di Ristretti Orizzonti, come avveniva ogni anno, per fare un bilancio del progetto nell’anno scolastico 2017-2018 e parlare della sua prosecuzione, ma non sono stati autorizzati a entrare in carcere.

Nell’incontro con Insegnanti e dirigenti scolastici, convocato dal Direttore il 28 giugno, è stato affermato con forza il valore di questo progetto, che sta soprattutto nelle testimonianze delle persone detenute. Un progetto definito dalla magistrata di Sorveglianza presente, Lara Fortuna, “eccellente e innovativo a livello nazionale”. La speranza è che non ci sia nessun ridimensionamento, e che il carcere faccia uno sforzo per accogliere anche quest’anno migliaia di studenti, e per consentirci di promuovere una autentica azione di prevenzione. E di restituzione alla società, da parte dei detenuti, di un po’ di bene, dopo tanto male.

 


 

Lettere aperte al Direttore della Casa di reclusione di Padova da parte di alcuni insegnanti che partecipano al progetto di confronto tra scuole e carcere

 

Di questo progetto i ragazzi si sentono parte attiva, protagonisti in prima persona

 

Sono una docente del Liceo Marchesi, da 12 anni partecipo con più di una classe del quarto anno al Progetto “A scuola di libertà” con convinzione ed entusiasmo.

Questo progetto è unico nel suo genere ed è, a detta di tutti gli studenti che hanno partecipato, l’esperienza più importante che nei cinque anni di scuola gli sia capitato di vivere. Pur avendo ogni progetto formativo che noi proponiamo agli studenti una sua valenza educativa, questo rimane in assoluto il più significativo, il più ricordato anche negli anni successivi al periodo della scuola, come mi è stato più volte raccontato da ex studenti.

I punti di forza di questo progetto sono molteplici. Proverò ad esplicitarne alcuni.

Prima di tutto è un progetto di tipo esperienziale. Non è un approfondimento teorico, non è un film, non è un dibattito, non assomiglia alle tante ore di lezione che i ragazzi già vivono a scuola, ma è un incontro di vita.

Se c’è una cosa che “funziona” molto bene con i ragazzi e che li coinvolge efficacemente, catturando pienamente il loro interesse, è proprio l’incontro con dei testimoni, con il racconto del loro vissuto.

Quando gli studenti incontrano i detenuti vi è un ascolto attentissimo, nessuno deve essere richiamato al silenzio ed il tempo a disposizione è, a detta dei ragazzi, sempre troppo breve! Perché l’interesse è altissimo e le domande che i ragazzi vorrebbero rivolgere ai detenuti sempre sovrabbondanti rispetto al tempo a disposizione per rispondervi.

Un secondo aspetto straordinario è che rappresenta una piccola rivoluzione copernicana, cioè gli studenti assaporano “la scoperta”, il prima e il dopo, dal “non conoscere” al “conoscere”!

Assaporano che la conoscenza porta al cambiamento e ad una visione più critica della realtà. Si rendono conto dei forti pregiudizi che condizionavano i loro punti di vista sul carcere, sulle persone detenute (che non sono i mostri che si immaginavano), sulle diverse motivazioni che possono indurre al crimine. Una conoscenza che li rende orgogliosi e li fa quasi sentire un passo più avanti dei loro coetanei, a cui raccontano ciò che hanno scoperto con grande entusiasmo (alle volte con l’amarezza di non venire compresi).

Un terzo aspetto è quello relativo all’educazione alla legalità, alla prevenzione del reato.

Ascoltando le vite dei detenuti, di alcuni di loro il racconto della loro infanzia o adolescenza, di come spesso siano arrivati a delinquere iniziando dalle piccole trasgressioni, le stesse che magari anche gli studenti stanno sperimentando, colgono che nessuno è esente dalla caduta, che anche a loro potrebbe capitare di incamminarsi inconsapevolmente per una via senza ritorno, trasgressione dopo trasgressione. Comprendono che spesso dietro a certe scelte sbagliate vi è stato prima l’abbandono della scuola e dello studio. Questo li aiuta, più di tante raccomandazioni, a capire l’importanza del loro percorso scolastico e dell’osservanza delle regole e delle leggi.

Un quarto aspetto, non meno significativo dei precedenti, è che di questo progetto si sentono parte attiva, protagonisti in prima persona e non solo fruitori.

Spesso i progetti che possono essere offerti a scuola relegano i ragazzi al solo ruolo di “destinatari” del progetto stesso, destinatari di un incontro, di un film, di una rappresentazione o di un concerto. Raramente si riesce a farli sentire protagonisti in prima persona. Ebbene, nel rapporto con i detenuti invece gli studenti percepiscono di essere protagonisti importanti, anzi insostituibili e preziosi, del progetto. Sentono di essere parte attiva, con la loro presenza, le loro domande dirette, il loro ascolto rispettoso e attento, del cammino di recupero delle persone detenute. Sentono i detenuti raccontare quale importanza rivesta per loro questo progetto che li mette a confronto con gli studenti. I ragazzi capiscono che non sono entrati in carcere solo per ricevere ed imparare, ma anche per dare e insegnare. Questa reciprocità è un’esperienza molto formativa e molto gratificante per gli studenti, che non sperimentano spesso situazioni dove siano degli adulti a dire di aver imparato da loro e li ringrazino per questo.

Infine una notazione del tutto personale, ma che so condivisa da tanti colleghi con cui mi sono confrontata. Questo progetto fa crescere in umanità anche noi docenti più di mille corsi di aggiornamento!

 

Angiola Gui

docente del Liceo Marchesi

 

La forza del progetto credo stia soprattutto nell’efficacia della testimonianza

 

Ormai da più di un decennio, in qualità di docente responsabile del progetto Educazione alla Legalità presso la mia scuola, il Severi di Padova, conosco Ornella Favero e la redazione di Ristretti Orizzonti. Posso con tutta franchezza affermare che le ricadute, in fatto di discussioni e riflessioni degli allievi, una volta tornati a scuola dopo gli incontri in carcere o dopo gli incontri con i detenuti presso il nostro Istituto, sono state di gran lunga le più profonde, sincere e comunque le più interessanti. La forza del progetto credo stia soprattutto nell’efficacia della testimonianza, non il racconto di un professionista, che per quanto preparato e sincero non appare, agli occhi dei ragazzi, vero quanto può esserlo invece chi racconta di sé e del “peggio” della sua vita.

La generosità dimostrata da alcuni detenuti, attraverso i loro racconti, ad ogni incontro è riuscita a scalfire alcune pericolose certezze, come ad esempio il fatto che un delinquente nasce tale e che il carcere è un destino per pochi. Al contrario, incontro dopo incontro, è apparso sempre più chiaro come sia possibile un lento scivolamento verso stili di vita che conducono inesorabilmente a devastare la vita degli altri e la propria. Sento profonda gratitudine per Ornella Favero e per la redazione di Ristretti, caso più unico che raro di intelligente uso delle istituzioni per permettere ai nostri giovani di esperire testimonianze così forti e vere.

 

Alberto Cardin

docente dell’Istituto Severi, Padova

 

Creare occasioni per far riflettere sulla propria vita

 

Sto dalla parte di chi, con grandissimo impegno e intelligenza non comune, ha saputo dimostrare che nessuna vita é ormai già “scritta”, che capire di avere ancora “qualcosa da perdere” può ribaltare un destino apparentemente già segnato, e che, a dispetto di quanto può sembrarci ineluttabile, creare occasioni per far riflettere sulla propria vita, sui propri e altrui errori e sul dolore ricevuto ma soprattutto provocato, può rivelarsi cura miracolosa. Tutto ciò, persino per quegli uomini che, per primi, non scommetterebbero più sul loro cambiamento, rassegnati a diventare, incarnandola, la colpa commessa. Conosco bene il lavoro di Ornella Favero, fin dai primi incontri tra detenuti e allievi, a scuola e in carcere. Grande stima quindi per lei e chi, assieme a lei, ha saputo regalare il proprio tempo e il peggio del proprio passato, per stimolare nei ragazzi e nei docenti riflessioni altrimenti impossibili, dandoci modo di emanciparci dalle ignoranti scorciatoie che spesso anche famiglia, informazione e purtroppo a volte istituzioni, suggeriscono.

Grande Lavoro quindi quello di Ristretti Orizzonti, senza alcun dubbio. Onorato di esservi Amico.

 

Stefano Cappuccio

docente di Tecnologia presso Istituto U. Ruzza, Padova

 

È a partire dall’emozione che si attiva negli adolescenti la riflessione

 

Il Liceo Selvatico aderisce al Progetto Carcere da molti anni, almeno una decina, coinvolgendo un numero elevato di classi. Quest’anno ad esempio hanno partecipato tutte le quarte del Liceo, per un coinvolgimento totale di circa 150 studenti.

L’adesione a tale progetto si inserisce nel percorso più ampio di “Educazione alla legalità” che coinvolge tutti gli studenti dalla prima alla quinta e in cui vengono affrontati vari temi: il concetto di diritto/dovere per ogni cittadino, lo studio della Costituzione, l’uso consapevole e responsabile dei social, l’educazione stradale, la prevenzione dei comportamenti a rischio e delle dipendenze.

Il Progetto Carcere è dunque situato all’interno di questo percorso di formazione già strutturato nella scuola, e dà agli studenti una possibilità straordinaria.

La conoscenza diretta di persone che hanno commesso reati, il racconto della loro esperienza umana e carceraria, e soprattutto la loro capacità di raccontarla attraverso le parole, e in qualche modo di “ripensarla”, producono sempre un forte impatto emotivo. Ed è a partire dall’emozione che si attiva negli adolescenti la riflessione, il bisogno di confrontarsi e di capire.

Il valore del progetto è duplice. È esperienza, nel contatto diretto tra studenti e carcerati, ed è riflessione, nella preparazione che precede la visita, ma soprattutto nella fase successiva, quando si ritorna in classe. Allora gli studenti fanno altre domande, cercano risposte, leggono articoli, discutono del passato e del presente, ragionano sulle leggi, sulle trasgressioni e sulle punizioni, sul bene e sul male, aprono confronti inediti anche accesi.

Questa seconda parte è forse, per noi insegnanti, la più preziosa, quella che meglio restituisce il senso formativo e culturale di tutto il progetto.

Ci auguriamo di poter continuare ad offrire ai nostri studenti la possibilità di aderire a questo progetto anche nel prossimo anno scolastico, senza modificare sostanzialmente la modalità con cui viene effettuato.

 

Donatella Galante

docente del Liceo Selvatico, Padova

 

La particolare efficacia del progetto si fonda nel confronto diretto con i detenuti

 

In aggiunta a quanto già espresso da Donatella Galante del Liceo Selvatico, mi sento di ribadire almeno un aspetto a mio parere fondamentale del progetto.

È proprio il confronto mediato, ma sincero ed evidentemente privo di secondi fini, con persone che hanno sbagliato e si offrono senza sconti al severo giudizio dei giovani che permette ai ragazzi di lasciarsi coinvolgere e riflettere. Non si sentono più assolutamente estranei, cominciano a vedere la devianza come qualcosa che, in modi e contesti diversi, può raggiungere tutti e per questo tutti devono fare particolare attenzione a non sottovalutare comportamenti a rischio. Una lezione “istituzionale” sul funzionamento del Carcere, proposta dall’alto, in modalità formale e “frontale” non avrebbe lo stesso impatto e lo stesso feedback sui ragazzi. La particolare efficacia del progetto si fonda sostanzialmente nel confronto diretto con detenuti (o ex detenuti) che attraverso testimonianze emotivamente significative fanno ripensare sotto vari aspetti al concetto di “responsabilità”, così importante per le giovani generazioni.

Cordiali saluti, nella speranza di poter proseguire l’adesione al progetto come l’abbiamo conosciuto, secondo i presupposti che ne hanno determinato successo ed efficacia, a fronte del lungo lavoro di preparazione e adattamento da parte della redazione di “Ristretti Orizzonti” cui va il mio più sentito ringraziamento.

 

Giovanna Giacometti

docente del LAS Selvatico, Padova

 

La forza del progetto è quella di dare la possibilità a studenti e detenuti di confrontarsi

 

Distinto Direttore, negli scorsi giorni ci è giunta notizia della sua intenzione di portare cambiamenti strutturali significativi al progetto “Il carcere entra a scuola, le scuole entrano in carcere”.

Esprimiamo innanzitutto il nostro dissenso rispetto alla scelta di escludere dal progetto le scuole fuori dal territorio padovano.

Da ormai dieci anni il Liceo Corradini di Thiene (Vicenza) partecipa con centinaia di studenti al progetto, che è entrato a pieno titolo nel percorso di formazione culturale e di cittadinanza attiva della scuola.

L’incontro diretto con i detenuti e l’incontro in carcere, la possibilità di rielaborare quanto ascoltato e vissuto in forma scritta o altro, sono aspetti e momenti fondamentali ed imprescindibili. Il racconto delle storie di vita e la possibilità del confronto diretto con la realtà del carcere sono elementi essenziali alla buona riuscita del progetto e all’interesse degli studenti. Se venissero meno queste possibilità di incontro e confronto, il progetto perderebbe molto della sua efficacia e utilità. Ci sono già nella scuola momenti di conoscenza teorica e formale su temi quali la legalità, il valore delle regole, la giustizia ed altro. La forza di tale progetto è stato finora quella di dare la possibilità a studenti e detenuti di incontrarsi e confrontarsi direttamente, nel rispetto delle sensibilità e della storia di ciascuno.

 

Remigio Cocco

referente del progetto carcere del Liceo Corradini di Thiene

 


 

Lettere aperte agli insegnanti che non abbiamo potuto incontrare da parte dei detenuti della redazione di Ristretti Orizzonti

 

Partecipare a questo progetto mi ha cambiato la vita

 

Sono Tommaso Romeo, da cinque anni partecipo al progetto scuola/carcere, oggi scrivo a voi insegnanti in quanto quest’anno, a differenza degli anni passati, non è stata firmata l’autorizzazione per farvi partecipare all’incontro di fine anno scolastico con noi della redazione in carcere.

Io, a differenza di molti altri detenuti, sono entrato in carcere che avevo un titolo di studio, un diploma, in questi anni di progetto ogni volta che mi trovo davanti ai vostri alunni la mia mente va ai miei anni più belli, quando ero anche io uno studente. Oggi, conoscendo l’importanza di questo progetto, quando incrocio gli occhi dei ragazzi mi ripeto più volte che se avessi avuto l’opportunità di partecipare ad un progetto del genere forse non sarei finito in carcere con una condanna all’ergastolo, sentire dalla viva voce di un ergastolano cosa significa passare tutta la vita in carcere mi avrebbe fatto riflettere molto su certe mie scelte.

Devo ringraziarvi per il vostro buon lavoro fatto con i vostri studenti perché sono arrivati agli incontri molto preparati con domande e riflessioni intelligenti, ci tengo a ripetere quello che dico ai ragazzi alla fine della mia storia, che il partecipare a questo progetto mi ha cambiato la vita, perché questo progetto fa bene a tutte le parti che vi partecipano e non solo agli studenti.

Penso che è un dovere di tutti salvaguardare un progetto del genere, in primis delle istituzioni, in voi ho visto la credibilità delle istituzioni, ma anche la grande umanità nel trattarci da uomini normali, grazie.

 

Tommaso Romeo

 

Solo noi, che siamo stati gli artefici di tanto male, possiamo spiegarlo

 

Gentilissimi professori, sono Giovanni Zito, uno dei redattori di Ristretti Orizzonti, scrivo questa lettera aperta per farvi capire quanto sia importante per me il progetto con le scuole. Sento il dovere di difendere questo impegno con gli studenti in quanto mi ha dato la capacità di uscire da una subcultura che occupava la mia mente, e solo le loro domande possono avere una forza cosi dirompente.

Per la prima volta nella mia vita lotto per qualcosa a cui tengo fortemente, qualcosa di coinvolgente, il mio recupero sociale. Solo il confronto supera le mura della prigione. Quando vedo gli studenti che entrano in carcere ad ascoltare le testimonianze di noi detenuti, rimango senza fiato perché provo tante emozioni, di gioia e tristezza. Difendere questo progetto è compito di tutti noi, il dentro cosi come il fuori devono darsi una mano salda e forte in queste iniziative, perché solo cosi possiamo smuovere quelle resistenze che purtroppo oggi ci ostacolano.

La redazione è da sempre che si distingue dagli interventi “tradizionali” di prevenzione della devianza che hanno una efficacia limitata negli studenti e suscitano scarsa attenzione, perché i ragazzi non vogliono ascoltare un’altra lezione, ma scoprire dove e come nasce il male, da che parte arriva il pericolo, e solo noi che siamo stati gli artefici di tanto male possiamo spiegarlo.

Se scrivo queste parole è perché ritengo il nostro un progetto unico, dove anno dopo anno riscontriamo molta attenzione da parte dei nostri stessi interlocutori, perché nel momento dell’incontro siamo tutti studenti, cadono le differenze e assumono importanza verità e sincerità, e noi siamo anche altro, non più solo il reato da ascoltare e condannare.

Io dico grazie a voi professori che operate per il bene dei giovani studenti, e ai familiari dei ragazzi che affidano un compito cosi difficile da trattare, come quello della prevenzione, a voi e a noi. Abbiamo tutti il dovere di proteggere le generazioni future con qualunque mezzo che possa risultare efficace, e il progetto di confronto fra le scuole e il carcere ci pare che lo sia. Questo investimento sul futuro dei giovani che noi tutti facciamo con impegno costante ci rende liberi, responsabili e concreti, è questo il modo in cui i “cattivi per sempre” cercano il riscatto pagando anche cosi il debito che hanno con i cittadini. Cerchiamo di proteggere il patrimonio di studio, cultura, confronto, ascolto rappresentato da questo progetto, che viene gestito da volontari, detenuti e Istituzioni con coraggio e umiltà da ben 15 anni. Grazie a tutti coloro che saranno partecipi di questo mio pensiero.

 

Giovanni Zito

 

Non sono in grado di dare consigli neanche a me stesso

 

Ho passato l’intero anno scolastico aspettando l’incontro con le scuole, un appuntamento importante con quella parte di società più giovane, con quelle persone curiose della vita.

Pensavo che non sarei mai stato in grado di confrontarmi con dei ragazzi, non avrei avuto il coraggio di mettermi in gioco, di rispondere alle loro domande, di dover anche criticare me stesso, il mio stile di vita, le mie scelte, eppure, mi sono ritrovato a rincorrere il tempo per arrivare a quell’appuntamento di lunedì e martedì mattina.

Non so bene cosa suscitano in me quei ragazzi pieni di vita, forse nei loro occhi, negli sguardi, nei loro comportamenti, intravedo la figura di un familiare, di un mio figlio, di un nipote o semplicemente la figura di un ragazzo che sta cominciando ad affrontare la vita, con le sue insidie, con la sua complessità in un’età in cui si è più vulnerabili, dove si cade facilmente in comportamenti rischiosi. Allora verrebbe spontaneo voler dare dei consigli. Ahimè, non sono in grado di dare consigli neanche a me stesso, se fossi stato in grado di consigliare non mi troverei in questi luoghi di desolazione, sì, il carcere è desolazione, pieno di persone che hanno fatto scelte di vita sbagliate, persone frustrate, persone sole.

Non sono la persona in grado di dare consigli, cerco di dare il mio umile apporto evidenziando il mio percorso di vita per non vedere buttare via la vita altrui, la vita di quei ragazzi, quelle persone che io raffiguro in mio figlio, in mio nipote, in ogni caso, persone per le quali nutro affetto.

Non sono più giovane, mi commuovo facilmente, non pensavo di nutrire questi sentimenti; da persona spigolosa, irruente, e per certi versi rude, ho lasciato spazio alle emozioni, a volte penso che il progetto di confronto tra le scuole e il carcere è stato un percorso di vita inverso, sono stati i ragazzi che hanno fatto breccia irruentemente nel mio cuore, suscitando in me tante emozioni.

Non sono bravo con le parole, forse mi esprimo meglio quando scrivo, amo la solitudine, e nella mia solitudine rifletto. Purtroppo oggi non ci è stata data la possibilità di incontrare voi insegnanti, io ho aspettato questo incontro, come ogni anno, e quello che avrei voluto chiedervi, la mia curiosità era: avete riscontrato, in almeno un vostro studente, delle riflessioni forti, da far intuire nel suo stile di vita un minimo cambiamento, o comunque, riflessioni che possano essergli rimaste utili per il percorso della vita? In quest’anno scolastico avete riscontrato delle tematiche da approfondire, in cui possiamo essere più incisivi con le nostre storie per mettere in discussione le certezze degli studenti? Ci sono stati degli argomenti su cui siamo stati poco chiari e che richiedevano un approfondimento maggiore per suscitare nei ragazzi delle curiosità, delle riflessioni fuori dagli schemi?

Io personalmente nei vostri studenti ho notato raramente posizioni rigide e un rifiuto del confronto, e mi chiedevo: solitamente in quell’età i ragazzi nutrono dubbi, incertezze, contestano per mettersi in evidenza, sono molto duri, anche perché le loro fonti primarie di informazione sono i social, dove imparano in fretta a “spararla più grossa”. Mi chiedevo allora: sono intimiditi dal contesto in cui si trovano e magari in classe poi sono più duri, oppure riusciamo a sensibilizzarli così profondamente?

 

Agostino Lentini

 

Cerchiamo di far riflettere tanti ragazzi, cosi da evitargli alcune scelte di vita devastanti

 

Da anni la redazione di Ristretti Orizzonti organizza incontri con gli studenti delle scuole esterne di ogni grado, ed è noto a tutti che questi incontri hanno aiutato tanti detenuti e tanti studenti a crescere, a scuotere le coscienze e a riflettere su temi scottanti come quello del carcere e del senso della pena.

Molto probabilmente, prossimamente, verrà ridimenzionato il numero degli incontri con gli studenti che attraverso il progetto: “Il carcere entra a scuola, le scuole entrano in carcere”, promosso dalla redazione di “Ristretti Orizzonti”, vede entrare centinaia di studenti provenienti da tutto il Triveneto in questo carcere, gruppi che fanno ingresso un paio di volte alla settimana per ascoltare le storie di diversi detenuti e con loro confrontarsi su molte questioni che riguardano anche la prevenzione. Pare che questo progetto, dove si raccontano in prima persona storie di vissuti difficili, verrà limitato ad un incontro mensile, e questa notizia ha portato tristezza negli animi di molti detenuti.

Se questa decisione ufficiosa diventasse ufficiale, vedremmo vanificare 20 anni di duro lavoro fatto di impegno, sacrificio e costanza, dove molte persone detenute hanno avuto l’opportunità di crescere sotto molti aspetti, di riflettere, di confrontarsi e attraverso i loro racconti di esperienze complicate e pesantemente negative hanno fatto riflettere tanti ragazzi, cosi da evitargli alcune scelte di vita devastanti.

Molti detenuti, grazie a questo progetto, sono riusciti a comprendere a fondo anche la differenza tra il bene e il male, acquisendo un grande senso civico. Molti studenti hanno compreso che nella vita veramente nessuno può definirsi immune dal commettere errori. Questo progetto ha emozionato tutti, ha fatto commuovere giovani studenti, ha fatto riflettere altri, una sua limitazione andrebbe a limitare l’interazione, lo scambio, il confronto tra il di qua e il di là del muro, tra i “buoni” e i “cattivi”

Questo progetto è molto apprezzato da studenti, insegnanti, personalità istituzionali e dai magistrati i quali in diverse occasioni hanno avuto la possibilità di attestare un serio percorso di reinserimento dei detenuti, che si impegnano nel confronto con le scuole.

Oggi pare che questo utile strumento di crescita e di prevenzione sia ridimensionato, cosi mettendo in discussione il percorso di tutte quelle persone che in questi anni con passione e costanza si sono confrontate con tantissimi studenti ed insegnanti.

Noi vogliamo sperare, credere e ci crediamo che la redazione rimarrà quella che è sempre stata, una fonte di cultura, di crescita e di cambiamento, una affermazione della migliore civiltà penitenziaria, e rimarrà anche un fiore all’occhiello di questo carcere di cui andare fieri.

Sono fiducioso che le attività che si svolgono all’interno rimarranno senza sconvolgimenti, ma al contrario, saranno sempre sostenute cosi per come meritano.

 

Gaetano Fiandaca

 

Un giorno triste per noi detenuti della redazione di Ristretti Orizzonti

 

Quest’anno non è stato autorizzato l’incontro con i professori delle scuole esterne del progetto “Il carcere entra a scuola, le scuole entrano in carcere”, che puntualmente si svolge ogni anno alla chiusura dell’anno scolastico. Io mi chiamo Kleant Sula e personalmente sono molto amareggiato e preoccupato per questo fatto, è da moltissimi anni che questo progetto va avanti senza problemi e non mi capacito del perché quest’anno non si possa fare.

È da sette anni che partecipo a questi incontri, che per me sono stati degli incontri molto fruttuosi perché vedevo in voi professori l’apprezzamento per tutto il nostro impegno verso i vostri alunni, non mi scorderò mai della professoressa Francesca, che ha invitato tutti i detenuti della redazione che potevano uscire in permesso a una cena a casa propria insieme alla sua famiglia al completo, quante altre persone avrebbero fatto una cosa del genere, ospitare dei detenuti a casa?

Tutto questo lo scrivo per farvi capire il legame che si è creato tra di noi, tra la redazione e le vostre scuole.

Cari professori, vi chiedo scusa e mi dispiace tantissimo che quest’anno non possiate entrare per l’incontro tanto atteso per poter condividere tutte quelle cose che abbiamo fatto insieme. Sono sicuro che i vostri alunni vi chiederebbero com’è andato l’incontro in carcere con ì detenuti della redazione, io al posto vostro non saprei dare una risposta ma faccio affidamento in voi, che siete molto più bravi di me, che con la vostra semplicità e sincerità fate stemperare tutti i sentimenti di rabbia, non è altrettanto facile per noi in questi momenti capire perché questo incontro non sia stato autorizzato, ma fatichiamo a trovare delle ragioni, visto che non vi era nulla di male ma solo un reciproco insegnamento. Chiediamo un piccolo aiuto a tutti voi, di far capire che gli incontri con ì vostri alunni sono per loro un momento fondamentale di confronto e di crescita. E lo sono anche per noi. Un caro saluto a tutti voi.

 

Kleant Sula

 

Avevo bisogno di essere ascoltato

 

Cari professori, inizio questo mio breve scritto con molto rammarico per il semplice fatto che avrei voluto esprimere la mia riconoscenza e gratitudine a tutti voi personalmente, in primis per averci donato alcune ore con i vostri studenti, che mi sono state d’aiuto per affrontare tematiche che non avrei mai pensato di affrontare, ma soprattutto che non credevo di poter affrontare, invece con tutti voi è stato stranamente facile, forse perché avevo bisogno di essere ascoltato, e in tutti questi anni di carcerazione mi sono sentito ascoltato soprattutto in quelle occasioni avute con tutti voi e vi sarò eternamente grato per questo.

Da come potrete notare con le mancate autorizzazioni per questo incontro, che doveva tenersi in redazione, è successo qualcosa che non riusciamo proprio a comprendere, oggi però sono riuscito a capire una cosa che fino a poco tempo fa sentivo soltanto in tv, cioè: “In Italia quando qualcosa funziona bene si tende sempre a distruggerla”. Il perché a noi è ignoto, ma sta di fatto che non sarà più come prima, non avremo più l’opportunità di crescere cosi come l’abbiamo avuta fino ad oggi con voi, insieme a voi e ai vostri studenti.

È difficile trovare delle argomentazioni da proporvi, delle domande da rivolgervi perché l’incertezza è tanta e la delusione ancor di più, per aver subìto la privazione di un qualcosa per me fondamentale, che è la parola.

Concludo questo mio breve scritto ringraziandovi di cuore per avermi dato la possibilità di crescere e il coraggio per esprimermi liberamente, e spero che il mio contributo al progetto vi sia stato d’aiuto per comprendere come sia facile cadere in percorsi disastrosi.

Mi auguro che questo messaggio sia arrivato anche a tutti i vostri studenti, che colgo l’occasione di salutare tramite voi.

In fine saluto tutti voi con la speranza di potervi incontrare di nuovo il prossimo anno insieme ai vostri studenti, nonostante le speranze siano poche. Con stima.

 

Giuliano Napoli

 

P.S. Ho appena finito di vedere un film che s’intitola “Ti va di ballare?” ispirato alla vita di Pierre Dulaine, che introdusse nelle scuole degli Stati Uniti un programma di recupero di ragazzi difficili attraverso il ballo. All’inizio qualcuno lo screditò, ma dopo con la forza dei ragazzi che si sono appassionati al ballo e dei professori che hanno appoggiato quel lavoro, il progetto è diventato enorme coinvolgendo 12.000 studenti all’anno e circa 2.000 insegnanti di ballo. Il nostro progetto in 15 anni ha sicuramente fatto progressi, ma non mi spiego come non sia ancora stato esportato in tutti gli altri istituti.

 

Essere espulso per me era raggiungere l’obiettivo di passare il tempo con i miei amici

 

Mi dispiace di non aver avuto la possibilità di confrontarmi con voi qui in redazione per come è andato quest’anno il nostro progetto. Perché per noi questo confronto serve per capire quanto il nostro lavoro è stato importante per i vostri studenti, anche se le loro lettere e riflessioni parlano chiaro e sono rimasto stupito che tanti lo ritenevano una delle esperienze più significative della loro vita. Queste affermazioni da parte loro mi hanno fatto sentire orgoglioso del nostro progetto, e mi hanno dato la forza di andare avanti anche se ultimamente stiamo avendo dei problemi, compreso questo ostacolo al dialogo con voi qui in redazione. Non capisco perché deve essere messo in discussione questo progetto di prevenzione, e ridimensionato, in quanto tutti gli studenti sono soddisfatti, e mi pare anche i professori. Una esperienza che va avanti da quindici anni, che ha avuto molti successi e che è riuscita a cambiare la nostra visione della vita, che è riuscita a cambiare i pregiudizi degli studenti e fargli capire che il carcere è una parte della società e che non ci sono persone immuni dal rischio di finirci dentro, perché hanno visto dalle nostre testimonianze persone che non immaginavano mai di finire qui dentro.

Per me poi è importante confrontarmi con voi professori per approfondire alcuni temi che abbiamo toccato durante l’anno, come il valore della scuola, ma soprattutto per ragionare sul fatto che per quei ragazzi che trovano difficoltà a scuola e che sono problematici, tante volte si sceglie la via dell’espulsione. Anche a me da ragazzino non piaceva andare a scuola e quando andavo facevo tante di quelle che ora chiamo stupidaggini, come conflitti con i professori e i compagni. E sono stato espulso tante volte per questi miei comportamenti, essere espulso per me era raggiungere l’obiettivo di non andare a scuola e di passare il tempo con i miei amici, che normalmente non erano quei ragazzi che si comportavano bene a scuola, ma erano quelli come me che non rispettavano le regole. E in questo modo avevamo creato la nostra compagnia e dal non rispettare le regole a scuola, abbiamo iniziato a fare i piccoli reati e con il tempo cose più gravi, finché siamo arrivati in carcere. Da quei ragazzini che eravamo siamo finiti quasi tutti in carcere con una condanna più o meno pesante.

Lo so che non è facile gestire alunni problematici, perché anche i miei professori cercavano di tenermi buono ma non ci sono riusciti. A volte invece di parlare di espulsione i professori cercavano dopo la scuola di tenerci in classe a fare i compiti o come punizione di pulire la classe, la loro era una specie di mediazione, e devo dire che per me questi erano sistemi più efficaci. Ecco credo che si debba lavorare di più sulla mediazione, sul fare un percorso con questi ragazzi e capire le loro difficoltà a rispettare le regole, cosa che non è facile, quando questo ti viene spiegato dalle persone che tu da studente vedi come autorità lontane ed estranee alla tua vita. Forse il nostro progetto aiuta un po’ in questo, perché dà possibilità a loro in prima persona di confrontarsi con noi e di vedere le conseguenze delle nostre azioni. Grazie per l’attenzione.

 

Armend Haziraj

 

Il progetto scuola/carcere è stato per me un salvavita

 

Sono Roverto Cobertera, uomo di colore, che ritiene di essere stato massacrato dalla giustizia di questo paese per un omicidio non commesso, e non perché lo dico io, ma perché si è assunta la responsabilità di quel reato un’altra persona, e io sto facendo di tutto perché il mio processo sia rivisto. Sono da circa sei anni un redattore della redazione di Ristretti Orizzonti, che insieme a me ha sopportato il mio dolore, la forza della mia rabbia e il senso di desolazione che porto con me anche per una storia di affetti che in carcere sono davvero negati, io le mie figlie infatti le sento pochissimo, troppo poco per riuscire a conservare il loro affetto.

La redazione mi ha accolto come un amico, il progetto scuola/carcere è stato per me un salvavita, è stato una realtà rivoluzionaria perché mi ha fatto mettere in discussione con me stesso e con la vita di tutti i giorni, facendomi capire tante cose, in special modo aiutandomi a recuperare l’uso della parola e dandomi gli attrezzi per tentare di andare avanti e lottare in maniera diversa, sopportando questa impotenza che sento nel non avere gli strumenti per difendermi e accettando una realtà che si mostra indifferente e superficiale nei miei confronti. Il progetto scuola/carcere non è solo un progetto di prevenzione per i ragazzi, un modo per insegnargli come allenarsi prima per non arrivare a commettere un reato, è anche una scuola dove vieni ascoltato e impari a prenderti le responsabilità delle tue azioni, avere pazienza nei confronti di una giustizia che a volte è poco umana. Penso che se non esistesse questa redazione la vita di molti detenuti non avrebbe nessun senso, iniziando da me. Queste sono le mie riflessioni.

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