Celle chiuse Vs celle aperte. Il fallimento plastico dei responsabili

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di Cesare Burdese

 

Ristretti Orizzonti, 15 aprile 2018

 

La richiesta del responsabile Giustizia di Fratelli di Italia, ancorché Questore della Camera dei Deputati, Edmondo Cirelli, di procedere alla cancellazione del regime delle celle aperte (voluto dal PD e dal ministro della Giustizia Andrea Orlando), come unica soluzione per scongiurare ulteriori episodi di violenza che si consumano nelle carceri italiane ai danni della polizia penitenziaria, contiene in se tutti gli elementi che compongono il quadro contraddittorio e devastato dell’esecuzione penale del nostro paese.

Da tempo quanti ne hanno in carico la gestione e la conduzione – governanti e burocrati – continuano a fallire gli obiettivi costituzionali e ordinamentali e a trascurare i principi internazionalmente condivisi in materia. La pena giusta, utile e improntata al senso di umanità, continua ad essere una chimera per una società che, pur dotata di strumenti giuridici fondati sull’elaborazione di un pensiero di elevata civiltà, non ottiene risultati concreti dall’operato di quanti, su suo mandato, ne hanno la responsabilità.

I politici eletti, per un tornaconto elettorale, strumentalizzano la vicenda ignorandone per lo più la complessità, i burocrati operano nei limiti di un mandato che non esige riscontri e rendicontazioni, la cultura cavalca libera nelle praterie sconfinate dell’accademia e dell’utopia, i rappresentanti delle categorie professionali coinvolte si limitano a “portare acqua al proprio mulino”. Stando a quanto ho potuto indagare e vedere di persona accadere negli ultimi trent’anni, non ho timore ad affermare quanto manchi ovunque una civile e spassionata preoccupazione di risolvere i problemi strutturali di un sistema ormai incancrenito.

Tutto ciò, sinonimo di tradimento delle più civili e legittime aspettative della società, si traduce in una quotidianità detentiva indistintamente disumana e degradante per quanti a vario titolo trascorrono – tutta o in parte – la loro esistenza nelle nostre prigioni. Ritengo di poter avvalorare la fondatezza di queste affermazioni facendo riferimento alla richiesta del Questore Edmondo Cirielli.

Dando per scontato come a tutti possano risultare chiare le vere motivazioni di una simile richiesta, credo utile sintetizzare, per comprendere la dimensione reale delle criticità in atto, le vicende e le ragioni che hanno portato da quasi cinque anni ad introdurre negli Istituti di detenzione del nostro paese il regime cosiddetto “delle celle aperte”.

Nel 2010, come è noto, la Corte europea dei diritti umani con la sentenza Torreggiani ha condannato l’Italia per la violazione dell’art. 3 della Convenzione Europea dei diritti umani (Cedu) – non era la prima volta che succedeva; il caso riguardava trattamenti inumani o degradanti subiti dai ricorrenti, sette persone detenute per molti mesi nelle carceri di Busto Arsizio e di Piacenza, in celle triple e con meno di quattro metri quadrati a testa a disposizione, con la mancanza di acqua calda per lunghi periodi, nonché l’illuminazione e la ventilazione insufficienti nelle celle.

La pronuncia della Corte di Strasburgo nel caso Torreggiani – definita dagli stessi giudici come “sentenza pilota” ha affrontato il problema strutturale del disfunzionamento del sistema penitenziario italiano, sintetizzato nel sovraffollamento delle strutture, anche determinato da un eccessivo ricorso al carcere a scapito delle misure alternative alla detenzione, alla mancanza di una offerta trattamentale adeguata, all’ozio forzato per le persone detenute.

Nella sentenza tra il resto si chiedeva di porre rimedio alle criticità in atto entro un anno dal pronunciamento della sentenza di condanna. Conseguentemente il Ministro della Giustizia di allora Annamaria Cancellieri decretò la composizione di due commissioni per ricercare soluzioni adeguate a brevissimo, medio e lungo termine. La commissione presieduta dal Prof. Glauco Giostra (nel testo da adesso Commissione Giostra), elaborò tra il resto soluzioni di natura legislativa deflattiva; quella presieduta dal Prof. Mauro Palma (nel testo da adesso Commissione Palma) elaborò soluzioni riguardanti le questioni propriamente penitenziarie.

È in queste ultime soluzioni che ritroviamo quella di aprire negli istituti detentivi in funzione “sin da subito” le celle per almeno otto ore al giorno, in maniera tale da consentire alle persone ristrette di potersi muovere o permanere in spazi più ampi (corridoi di sezione e dove esistenti altri locali di soggiorno) anziché rimanere per 22 ore nell’ozio forzato in celle concepite per lo più per una persona, in più persone, in molti casi stesi su di un letto a castello a 50 cm dal soffitto.

Certamente soluzione tampone questa che prevedeva, come peraltro indicato dalla commissione, “subito dopo” di reperire e strutturare locali soggiorno/attività occupazionali adeguati per la permanenza giornaliera delle persone detenute. Si evidenziò inoltre non solo la necessità di fornire locali adeguati ma anche, come nello spirito delle prescrizioni della sentenza Torreggiani, attività occupazionali.

Ritengo però di fondamentale importanza sottolineare come a fondamento e giustificazione della scelta di fornire più spazio vitale, vi fosse la cognizione, da parte dei proponenti, dei termini generali delle problematiche che investono le dinamiche della condizione detentiva ed in particolare di quelle comportamentali che si ingenerano tra personale di custodia e persone detenute.

L’ampia letteratura anglosassone e le soluzioni architettoniche adottate, sulla base dei frutti della ricerca sperimentale condotta a quelle latitudini a partire almeno dalla fine degli anni 70 dello scorso secolo, hanno ampiamente confermato e certificato come tensioni ed aggressioni sono superabili con una adeguata configurazione degli spazi detentivi e con modalità relazionali tra gli attori della scena detentiva, non coercitive e incapacitanti.

Secondo le indicazioni fornite dalla Commissione Palma, il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (Dap) si attivò fornendo alle direzioni degli Istituti in funzione l’ordine di immediata apertura delle celle per otto ore al giorno. Il risultato ottenuto, secondo i dati forniti dal Dap, è quello che in questo momento solamente nel 50% degli Istituti si pratica il regime delle celle aperte; in particolare è al nord che lo si realizza di più (in Lombardia, sino al 95%, mentre in Campania al 5%).

Nelle carceri italiane dopo quarant’anni dalla riforma dell’Ordinamento penitenziario tutt’ora in vigore, la pena detentiva resta ozio, abbandono e inattività in strutture detentive architettonicamente inadeguate. Il carcere continua a negare la pena riformata, fatta anche di una quotidianità detentiva articolata nel tempo e nello spazio, fatta di lavoro, formazione, cura per tutte le persone detenute, di attenzione ai loro diritti e doveri, ma anche di attenzione al rispetto ed alla dignità degli operatori penitenziari.

Solo il 4% delle persone detenute in carcere è occupato, le restanti oziano; la recidiva in queste condizioni di inattività si colloca al 73%, scende al 3% se durante la detenzione si è potuto in qualche modo lavorare veramente.

Concludo chiedendo con il doveroso rispetto al responsabile Giustizia di Fratelli di Italia, ancorché Questore della Camera dei Deputati, Edmondo Cirielli che si attivi, nell’interesse dei suoi elettori ed in generale dei contribuenti italiani, per ricercare con chi di dovere soluzioni ai nodi irrisolti del nostro sistema penitenziario, ma solamente a patto che si fondino su argomentazioni credibili, solide e provate.

 

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