Arci Servizio civile
Italia: Aumenta l’export di armi, ma diminuisce la trasparenza
Un preoccupante incremento di autorizzazioni all’esportazione di armamenti verso le zone di maggior tensione del pianeta – dal Nord Africa al Medio Oriente fino al sub-continente indiano, un’inspiegabile sottrazione di informazioni riguardo alla tipologia dei materiali esportati e una serie di cifre che sono smentite dalle stesse tabelle allegate ai documenti ufficiali. E’ quanto denunciano la Rete italiana per il disarmo e la Tavola della pace a commento del “Rapporto del Presidente del Consiglio sui lineamenti di politica del Governo in materia di esportazione, importazione e transito dei materiali d’armamento” per l’anno 2011, pubblicato nei giorni scorsi dall’Ufficio del Consigliere Militare del Governo. Le due reti, che rappresentano oltre un centinaio di associazioni nazionali, chiedono al Governo Monti un “incontro urgente” sulle politiche delle esportazioni militari del nostro paese in ottemperanza all’impegno – ribadito nel Rapporto – di “continuare il dialogo con i rappresentanti delle Organizzazioni Non Governative (ONG) interessate al controllo delle esportazioni e dei trasferimenti dei materiali d’armamento con la finalità di favorire una più puntuale e trasparente informazione nei temi d’interesse” (p.35).
“Un rapporto reso noto con un forte ritardo che si caratterizza per un’ingiustificata mancanza di documentazione rispetto a quella fornita dagli ultimi Governi sulle tipologie di armamenti esportati e per diverse informazioni contraddittorie e inconsistenti” – commenta Francesco Vignarca, coordinatore della Rete Italiana per il Disarmo. “Solo una parte minore delle autorizzazioni all’esportazione per l’anno 2011 è attribuibile al Governo Monti, ma la responsabilità delle mancanze e degli errori nei documenti presentati deve invece essere attribuita all’attuale Presidenza del Consiglio. Dal ‘governo tecnico’ ci aspettavamo maggior trasparenza e informazioni complete e precise in un rapporto di fondamentale importanza per le implicazioni sulla politica estera e di difesa del nostro paese” – conclude Vignarca.
Dal Rapporto – denunciano Rete disarmo e Tavola della pace – è scomparsa la Tabella 15 (si veda un esempio qui) che negli ultimi anni, documentando i valori e le tipologie dei sistemi militari autorizzati verso i singoli paesi, forniva informazioni preziose per il controllo e la trasparenza delle politiche di esportazione militare. Il Rapporto segnala che nel 2011 “si è avuto un incremento, pari a 5,28%, del valore delle autorizzazioni alle esportazioni, al netto delle autorizzazioni per i programmi intergovernativi, e si è riscontrato un significativo aumento delle autorizzazioni per i programmi intergovernativi di cooperazione rispetto all’anno precedente che di fatto ha riportato i valori ai livelli del 2009”. Ma le operazioni più consistenti riguardano principalmente le aree al di fuori delle tradizionali alleanze del nostro paese: solo il 36% delle autorizzazioni all’esportazione è verso i Paesi della Nato/Ue ed europei Osce (per un valore di 1,1 miliardi di euro), mentre oltre il 64% (per un valore di 1,959 miliardi di euro) è diretto verso paesi non inseriti in queste alleanze.
“L’esportazione di armi italiane verso zone cariche di conflitti e di tensioni è inaccettabile, alimenta le guerre, accresce l’instabilità e minaccia la nostra stessa sicurezza. Governo e Parlamento devono intervenire per fermare questa vera e propria follia invertendo la tendenza degli ultimi anni” – sottolinea Flavio Lotti, coordinatore nazionale della Tavola della pace, che aggiunge: “Com’è possibile che il Parlamento non abbia ancora trovato il tempo per esaminare le Relazioni governative sulle esportazioni militari? Parliamo di armi che – come abbiamo visto nel caso della Libia e adesso in Siria (due paesi verso cui l’Italia ha esportato sistemi militari più di ogni altro paese europeo) – vengono poi impiegate dai vari regimi per reprimere le popolazioni! A questa intollerabile “disattenzione“, conclude Lotti, si deve porre rimedio scongiurando innanzitutto che il decreto governativo in discussione proprio in questi giorni alla Camera e al Senato finisca per semplificare ulteriormente i trasferimenti internazionali di materiali militari”.”.
Da una meticolosa ricerca svolta da Giorgio Beretta di prossima pubblicazione per l’annuario dell’Osservatorio sul Commercio delle armi (Os.C.Ar.) di Ires Toscana emerge che, mentre nel triennio 2006-8 (cioè in gran parte durante il Governo Prodi II) oltre il 62% delle autorizzazioni all’esportazione di materiali militari italiani era stata diretta ai paesi alleati della Nato e dell’Unione europea, nell’ultimo triennio (cioè durante il Governo Berlusconi IV) il rapporto si è invertito e, con il 61% del totale, sono stati i paesi al fuori delle alleanze Nato/Ue i principali destinatari di armamenti italiani. Le direttrici delle nostre attuali esportazioni sembrano quindi nuovamente indirizzarsi verso aree e paesi in via di sviluppo, analogamente a quanto avveniva nel corso degli anni ’70 e ’80, durante i quali contribuimmo all’incremento delle tensioni e dei conflitti nel mondo, di fatto bypassando lo spirito della 185 stessa.
“Il rapporto della Presidenza del Consiglio presenta inoltre una serie di imprecisioni che è difficile attribuire a meri errori tecnici” – commenta Giorgio Beretta, analista della Rete Disarmo. “L’elenco dei Paesi principali destinatari delle autorizzazioni alle esportazioni definitive di prodotti per la difesa riporta (p. 27) nell’ordine, l’Algeria (477,5 mln di €), seguita da Singapore (395,28 mln. di €) e Turchia (170,8 mln. di €) mentre la Tabella n. 4 allegata a fine rapporto – tra l’altro incompleta – che visualizza graficamente le medesime autorizzazioni segnala al terzo posto l’India (259,41 mln di €): un paese dove – proprio durante la prigionia dei due marò italiani – il governo Monti ha autorizzato la partecipazione delle aziende di Finmeccanica al salone di prodotti militari Defexpo (New Delhi 29 marzo – 1 aprile). Sempre a p. 27 del Rapporto si legge che “i principali acquirenti dei Paesi UE/NATO sono stati: Francia, Stati Uniti d’America, Germania e Regno Unito”, escludendo la Turchia che è stata il principale acquirente di armamenti italiani tra i paesi Nato. Proprio queste contraddizioni tra i dati rendono ancor più necessaria la pubblicazione di quella tabella di dettaglio, introdotta dal Governo Prodi, per illustrare valori e le tipologie dei sistemi militari di cui era stata rilasciata l’esportazione” – conclude Beretta.
Nel Rapporto, inoltre, manca anche quest’anno la Tabella generale dei valori delle operazioni autorizzate agli Istituti di credito e non vi sono indicazioni che il Governo Monti abbia ripristinato nella più ampia Relazione al Parlamento anche la Tabella di “Riepilogo in dettaglio per Istituti di credito” che per anni ha riportato tutte le singole operazioni autorizzate alle banche: tabella che però è completamente sparita dalle Relazioni governative presentate al Parlamento dall’inizio di questa legislatura. “Sono documenti della massima importanza che hanno caratterizzato la Relazione italiana sulle esportazioni militari come una delle migliori in Europa per il livello di trasparenza” – commenta Chiara Bonaiuti, direttrice dell’Osservatorio sul Commercio delle armi (Os.C.Ar.). In un momento in cui la magistratura indaga su diverse operazioni di compravendita di materiali militari e appaiono notizie di fondi illeciti e tangenti che coinvolgono i vertici delle maggiori aziende italiane, Bonaiuti sottolinea che “trasparenza, tracciabilità e collegialità nei controlli sono strumenti essenziali per prevenire casi di triangolazioni e di corruzione”. Rete Disarmo chiede perciò che il Governo ripristini tutte le informazioni sulle transazioni bancarie che ai sensi della legge 185/1990 devono essere rese pubbliche.
Il Rapporto, infine, non documenta le esportazioni di armi comuni da sparo, di cui l’Italia è uno dei maggiori produttori e esportatori mondiali, che sono vendute per uso “civile, sportivo, per la difesa personale e per corpi di polizia e di sicurezza” cioè non specificamente dirette all’uso delle forze armate di altri paesi. “Una grave mancanza che negli anni scorsi ha favorito l’esportazione di armi italiane finite in Iraq o consegnate alla Pubblica sicurezza del colonnello Gheddafi” – sottolinea Carlo Tombola di OPAL, l’Osservatorio sulle armi leggere di Brescia. “E lo scorso anno, anche nel periodo delle rivolte della cosiddetta ‘Primavera araba’, dalla Provincia di Brescia sono state esportate “armi e munizioni” per un valore complessivo di 6,8 milioni di euro ai paesi del Nord Africa, e oltre 11 milioni di euro ai paesi del Medio Oriente. Il Governo dovrebbe inoltre spiegare chi sia il destinatario di oltre 1 milione di euro di armi esportate da qualche azienda bresciana in Bielorussia tra aprile e giugno 2011, cioè pochi giorni prima che l’Unione Europea decretasse un embargo di armi verso il paese ex-sovietico a causa delle violazioni dei diritti umani e della repressione messa in atto dal regime del presidente Lukashenko” – conclude Tombola.
Rete italiana per il disarmo e la Tavola della pace invieranno perciò oggi al Presidente del Consiglio, Mario Monti, e agli uffici governativi compenti una richiesta formale per un “incontro urgente” sulle politiche delle esportazioni militari del nostro paese. “Riteniamo necessario – concludono Vignarca e Lotti – che il Governo, se davvero intende mantenere l’impegno espresso di favorire una più puntuale e trasparente informazione su questi temi, non deleghi questo compito agli uffici tecnici, ma si assuma la responsabilità politica di un confronto con le associazioni della società civile che rappresentiamo e che fin dagli anni Novanta sono state in primissima fila nel controllare e documentare le esportazioni di armamenti italiani”.
2 maggio 2012 blog Tavola Pace
Il Parlamento frena sugli F-35
Approvata la risoluzione Pezzotta che impegna il Governo a subordinare qualunque decisione circa l’acquisto di nuovi sistemi d’arma al processo al processo di ridefinizione della Difesa.
Articolo di: Alberto Chiara – Famiglia Cristiana
Foto di http://www.paxchristi.it/L’assemblea di Montecitorio ha respinto la mozione dell’Italia dei valori, quella più radicale e vicina al sentire del mondo pacifista, «che diceva no agli F-35 e a tutto il resto, come la pensano molti italiani», chiosa Flavio Lotti, coordinatore nazionale della tavola della pace. Ma è stata approvata la risoluzione Pezzotta, Sarubbi, Giulietti, Lucà, Bobba, Carra e altri che impegna il Governo «a subordinare qualunque decisione relativa all’assunzione di impegni per nuove acquisizioni nel settore dei sistemi d’arma, al processo di ridefinizione degli assetti organici, operativi e organizzativi dello strumento militare italiano».
In ossequio alla stessa risoluzione il Governo dovrà inoltre «assicurare la piena disponibilità ad approfondire il quadro delle scelte sommariamente enunciate dal Ministro della difesa, scelte che riguardano funzioni fondamentali per il nostro Paese, che possono essere formalizzate soltanto con decisioni assunte in Parlamento e non possono essere delegate a sedi di carattere tecnico-amministrativo».
«Un primo risultato è stato raggiunto: la questione degli F-35 è entrata definitivamente nell’agenda della politica», commenta Flavio Lotti, coordinatore nazionale della Tavola della pace. «Chiunque sosterrà i piani di acquisto di questi cacciabombardieri perderà il sostegno di larga parte dell’opinione pubblica. Il Parlamento ne ha dovuto discutere come non aveva mai fatto prima. E dovrà continuare a farlo in modo sempre più aperto e trasparente. Chi pensava di continuare a giocare sottobanco è stato sconfitto».
«Se non fosse stato per il senso di responsabilità e la tenacia di tanti cittadini e organizzazioni della società civile questo dibattito non ci sarebbe stato», prosegue Lotti. «Lo sforzo non è stato inutile. In altri Paesi non sarebbe stato necessario ma questa è la situazione dell’Italia. Oggi la Camera dei deputati ha discusso di spese militari, di armi, forze armate e modello di difesa. Lo ha fatto lesinando le parole di pace con espressioni di segno molto contraddittorio e in larga parte preoccupanti. Alla fine il ministro di Paola ha dovuto fare buon viso a cattivo gioco e ha scelto di accogliere quasi tutte le mozioni. La mozione dell’Italia dei valori contro gli F-35 è stata respinta ma è stata approvata la risoluzione Pezzotta, Sarubbi, Giulietti e altri. Fatto il primo passo, ci prepariamo a fare il secondo con intelligenza, competenza e determinazione. Contro gli F-35 e una spesa militare insostenibile».
«Per chi come noi lavora da anni per chiedere l’uscita dell’Italia dal programma», ragiona Francesco Vignarca coordinatore di Rete Disarmo, «è già un primo successo vedere finalmente ritornare nell’ambito del Parlamento la discussione su un tema delicato come quello degli acquisti di costosissimi sistemi d’arma». «Va ricordato infatti che, nonostante il parere rilasciato dalle competenti Commissioni nel 2009 richiedesse un aggiornamento annuale soprattutto su costi e ritorni industriali, per tre anni il Governo non ha mai relazionato sull’andamento della partecipazione italiana all’F-35 alzando sempre una cortina fumogena (si pensi ad esempio alle “penali inesistenti”) verso qualsiasi richiesta di trasparenza, in particolar modo della campagna “Taglia le ali alle armi”», sostiene la Rete Disarmo inn un comunicato.
Rispetto al merito delle votazioni avvenute, Rete Disarmo esprime parere positivo verso lo spiraglio creato da alcuni voti favorevoli. In particolare riguardo alle mozioni che si esprimono almeno nell’ottica di una riconsiderazione del programma subordinata alle scelte di ristrutturazione della Difesa. «Proprio ciò a cui faceva riferimento la richiesta ai Deputati della nostra campagna, che si rammarica però di non aver visto il Governo disponibile a fermare il programma. La nostra Rete continua comunque ad essere contraria e molto critica sul progetto dei caccia F-35 (www.disarmo.org/nof35), sia per i problemi tecnici (recentemente un velivolo ha preso fuoco in volo e i test sono compiuti solo al 20%) che soprattutto per gli enormi costi di acquisto e mantenimento», sottolinea Massimo Paolicelli, portavoce della Campagna Tagliamo le ali alle armi. «In un momento così drammatico per le famiglie italiane e per i conti pubblici che senso ha spendere miliardi (il costo di un singolo aereo è di oltre 130 milioni di euro) per dei caccia d’attacco?. Secondo i calcoli da sempre diffusi dalla campagna “Taglia le ali alle armi” i soldi ipotizzati per l’acquisto dei caccia potrebbero essere molto più utilmente impiegati per interventi sociali, di welfare, sanitari e di ricostruzione di zone colpite da calamità naturali».
«La versione finale della risoluzione presentata da Savino Pezzotta, da me e da altri deputati, è stata approvata con 373 voti a favore, 6 contrari (quasi tutti Pdl) e 46 astenuti (Lega)», interviene l’onorevole Andrea Sarubbi (Pd). «Siamo riusciti a impegnare il Governo a “subordinare qualunque decisione relativa all’assunzione di impegni per nuove acquisizioni nel settore dei sistemi d’arma al processo di ridefinizione degli assetti organici, operativi e organizzativi dello strumento militare italiano”. Questo significa che gli F35 non si faranno più? Non proprio: significa che prima dovremo fare i conti, e poi – come dice ad esempio la mozione Pd – si valuterà il tutto in maniera trasparente, in Parlamento».
«E quanti se ne faranno?», incalza ancora Andrea Sarubbi: «In teoria, ancora non si sa: dipenderà dal bisogno effettivo, dalle scelte degli alleati e dalla situazione economica dell’Italia. Certamente è difficile capirlo dalle mozioni approvate mercoledì 28 marzo, perché il Governo ha dato parere favorevole a testi anche in contraddizione tra loro: alla fine, dopo un serrato confronto, ha detto sì alla mozione Colomba, la nostra, ma anche a quella a prima firma Misiti (ex Idv, poi sottosegretario di Berlusconi, ora Grande sud), che impegna il Governo a “procedere all’acquisto di 90 F35 in luogo dei 131 inizialmente previsti dal programma”».
Allora non è cambiato nulla? «No, non è vero neanche questo», conclude l’onorevole Sarubbi. «Innanzitutto, perché senza la nostra mozione Colomba depositata due anni fa oggi i bombardieri sarebbero comunque 131 e nessuno lo metterebbe in discussione; inoltre, perché il tempo gioca dalla nostra parte: come dimostra anche l’atteggiamento degli Usa, che hanno deciso di ritardare il programma JSF di 5 anni, anche sulle spese militari è finita l’era delle deleghe in bianco. Insomma, visto il risultato in aula a Montecitorio: un dignitoso pareggio che ha però il sapore della vittoria perché ottenuto in trasferta contro una squadra abituata a vincere».
Fonte: www.famigliacristiana.t
29 Marz0 2012
F35, il Parlamento rialza la testa
di Flavio Lotti* da Art 21 del 29 Marzo 2012
Un primo risultato è stato raggiunto. La questione degli F-35 è entrata definitivamente nell’agenda della politica. Chiunque sosterrà i piani di acquisto di questi cacciabombardieri perderà il sostegno di larga parte dell’opinione pubblica. Il Parlamento ne ha dovuto discutere come non aveva mai fatto prima. E dovrà continuare a farlo in modo sempre più aperto e trasparente. Chi pensava di continuare a giocare sottobanco è stato sconfitto.
Se non fosse stato per il senso di responsabilità e la tenacia di
tanti cittadini e organizzazioni della società civile questo dibattito
non ci sarebbe stato. Un primo risultato è stato dunque raggiunto. Lo
sforzo non è stato inutile. In altri paesi non sarebbe stato
necessario ma questa è la situazione dell’Italia. Oggi la Camera dei
deputati ha discusso di spese militari, di armi, forze armate e
modello di difesa. Lo ha fatto lesinando le parole di pace con
espressioni di segno molto contraddittorio e in larga parte
preoccupanti.
Alla fine il Ministro di Paola ha dovuto fare buon viso a cattivo
gioco e ha scelto di accogliere quasi tutte le mozioni. La mozione
dell’IdV contro gli F-35 è stata respinta ma è stata approvata la
risoluzione Pezzotta, Sarubbi, Giulietti e altri che impegna il
Governo “a subordinare qualunque decisione relativa all’assunzione di
impegni per nuove acquisizioni nel settore dei sistemi d’arma, al
processo di ridefinizione degli assetti organici, operativi e
organizzativi dello strumento militare italiano.” Non è poco. Con la
stessa risoluzione il governo dovrà inoltre “assicurare la piena
disponibilità ad approfondire il quadro delle scelte sommariamente
enunciate dal Ministro della difesa, scelte che riguardano funzioni
fondamentali per il nostro Paese, che possono essere formalizzate
soltanto con decisioni assunte in Parlamento e non possono essere
delegate a sedi di carattere tecnico-amministrativo”.
Questo risultato è stato possibile grazie ad un gruppo di deputati
«Pezzotta, Sarubbi, Marco Carra, Enzo Carra, De Pasquale, Bossa,
Ruvolo, Giovanelli, Castagnetti, Fogliardi, Graziano, Rubinato,
Delfino, Lucà, Marchioni, Bobba, Mattesini, Tassone, Codurelli,
Gasbarra, Giulietti, Nicco» e all’azione lungimirante della Tavola
della pace, Rete Disarmo e Sbilanciamoci.
Fatto il primo passo, ci prepariamo a fare il secondo con
intelligenza, competenza e determinazione. Contro gli F-35 e una spesa
militare insostenibile.
*Coordinatore Nazionale della Tavola della pace
intervento di Licio Palazzini alla tavola rotonda su Riforma Servizio Civile
Licio Palazzini,Presidente Consulta Nazionale Servizio Civile, è intervenuto alla
Tavola Rotonda su “Quale riforma per il Servizio Civile Nazionale: proposte a confronto” tenutasi a Romail 20 marzo 2012. Ecco il suo intervento:
Ringrazio Ministro e UNSC dell’opportunità data alla Consulta nazionale di portare un contributo.
La Consulta prevista per legge dalla legge 230/98 “Nuove norme in materia di obiezione di coscienza al sm
obbligatorio” nasce a seguito della indicazione emersa negli anni della legge 772/72 che per una più
efficace azione di governo delle istituzioni pubbliche era utile avere una sede ove i diversi attori del sistema
(giovani, organizzazioni accreditate e poi Regioni) potessero contribuire all’istruttoria delle decisioni
mettendo a disposizione quelle che oggi chiameremmo valutazioni dell’impatto sul campo delle decisioni
stesse e i contenuti innovativi che l’esperienza stava producendo.
In questi anni ha espresso pareri, suggerito temi, portato all’attenzione dinamiche reali che a volte le
istituzioni gestionali faticano a individuare.
Spiace che questo strumento non si sia diffuso in misura significativa a livello regionale e provinciale.
Fin dalla sua costituzione nel 1999 la Consulta Nazionale ha riflettuto su un scn finalizzato a educare i
giovani alla costruzione della pace (art. 11 della Costituzione) che è il riferimento per la difesa della Patria
(art. 52) e al dovere di solidarietà (art. 2) e sono emerse alcune indicazioni che vengono portate a questo
incontro.
1) Da tempo non si vedeva una presenza mediatica così duratura e plurale del servizio civile.
- Cittadinanza e servizio civile con la sentenza del tribunale del lavoro di Milano, (ricordo che la
Consulta nel parere del 21 Luglio 2009 sulla proposta di riforma del Governo aveva espresso parere
favorevole a condizione che “venisse reinserita la norma che preveda la possibilità di sperimentare progetti
che coinvolgano anche cittadini di altri Paesi e gli apolidi residenti in Italia da almeno 5 anni e in possesso di
regolare permesso di soggiorno” a riprova che esistono diverse matrici culturali e giuridiche a fondamento
di un SCN forma non armata e nonviolenta di difesa della patria);
- Settimanale Vita e servizio civile universale:
- Crisi economica, politiche keynesiane e servizio civile (Piga corsera)
- Disorientamento giovanile e politiche attive dell’educazione (Ceronetti, Prodi)
- Adolescenti e servizio civile (Massimo Ammaniti)
- Spese militari, modello di difesa e servizio civile
Per la massima “L’importante è che se ne parli” tutto bene quindi?
Affatto. Da alcune interviste o proposte sembrerebbe che non si conosca l’esistenza del SCN o se ne dia una
valutazione così critica che è meglio non parlarne. Il settimanale Vita, pur lodandone i risultati, lo dà per
morto e pensa ad altri scenari.
In tutti questi interrogativi emerge un colossale limite di comunicazione istituzionale dell’esperienza, su cui
ritornerò. E la stessa mobilitazione del Terzo Settore, essenziale sia chiaro, in assenza di comunicazione
istituzionale, alimenta l’equivoco che il SCN sia roba del privato sociale (complice la definizione dei giovani
come volontari). E per chi, e sono tanti, non hanno una buona opinione del privato sociale, l’equazione
negativa è presto fatta.
Rimuovendo che ad esempio in alcune Regioni del Nord dagli albi regionali emerge una netta egemonia
degli enti pubblici nei progetti messi a bando.
Resta il nodo. Alle istituzioni sta a cuore il SCN?
Prendendo atto dei tagli economici, sembra che con la stessa fretta con cui fu approvata la legge nel 2001
(fretta allora indispensabile) se ne possa decretare la chiusura, senza nessuna riflessione sui risultati
raggiunti. Eppure 320.000 giovani l’hanno vissuto, più di 900.000 lo hanno richiesto, più di un miliardo e
800 milioni di euro di denaro statale è stato investito dal 2001, con un ritorno almeno tre volte superiore, le
organizzazioni accreditate ci hanno messo alcune centinaia di milioni di euro.
E’ un bene che il Ministro Riccardi voglia invertire questa tendenza liquidatoria.
2) In questo scenario, nelle considerazioni della Consulta il SCN, è un’esperienza educativa e:
- Non si ha educazione senza azioni concrete. Quindi più che mettere in contraddizione politiche
sociali e politiche di pace si tratta di farne emergere le coerenze e i collegamenti;
- non si ha educazione senza la consapevolezza di quello che si sta facendo. La centralità delle azioni
educative rivolte ai giovani partecipanti ai progetti di SCN è il timbro identitario del SCN, che ne fa un
unicum nel panorama degli strumenti legislativi nazionali.
3) Il valore generale generato da queste due consapevolezze è stato anestetizzato e fuorviato dal nodo
della ripartizione delle competenze e delle funzioni fra livello statale e livello regionale‐provinciale, che
nonostante i 10 anni passati dalla legge 64/2001 e dalla riforma del Titolo V della Costituzione non ha
ancora trovato un assetto condiviso, mentre l’assetto definito dal Decreto 77 del 2002 e dall’accordo del
gennaio 2006 mostra i limiti di un’applicazione non in uno scenario di decine di migliaia di giovani in
servizio ma di un numero sempre più ridotto.
4) Quindi la prima indicazione che rinnoviamo al Governo, alle Regioni e PA, al legislatore è di costruire
soluzioni che coinvolgano tutti i livelli della Repubblica Italiana. Che poi le soluzioni siano nella articolazione
di medesime funzioni ai diversi livelli o di specifiche funzioni per ogni livello è una questione certamente
rilevante (ad es. avere tutti a fare accreditamento e progetti lasciando sguarnito il monitoraggio rende le
istituzioni pubbliche cieche sulle tendenze e mute nella loro valorizzazione) ma successiva all’accordo di
fare delle politiche di servizio civile nazionale, della sua identità educativa un impegno comune delle
istituzioni repubblicane.
Non fate però di un mancato accordo un motivo per chiudere il SCN. Meglio avere un solo livello quale che
sia.
5) Impegno comune non necessariamente vuol dire unicità di finalità, accentuazioni, strumenti. Fermandoci
all’Italia esiste una pluralità di esperienze testimoniato dal SCN, da alcuni servizi civili regionali, da iniziative
pilota di enti locali e di organizzazioni non profit. Pluralità ricca di valore, purtroppo azzoppata quando non
coordinata o se vissuta o percepita come alternativa.
6) La promozione della pace ha anche un’altra importante conseguenza. Il progetto pilota “Caschi Bianchi:
oltre le vendette” va velocemente reso archetipo e va anche aperto nel dossier presenza italiana nel mondo
una più stretta integrazione fra SCN e interventi di cooperazione internazionale. La dimensione
internazionale del servizio civile però non può essere solo quella dei progetti. Avevamo il più grande SCN
europeo. Può farsi promotore il Governo Italiano assieme a quello tedesco e francese di una richiesta alla
Commissione di promuovere e coordinare le azioni nazionali di servizio civile? Nella fase in cui si discute del
nuovo budget comunitario? Non costa in soldi e sta dentro quel percorso di rientro in Europa che il
Governo sta perseguendo. Qui abbiamo da dare non da chiedere.
7) Ho offerto queste indicazioni generali a nome della Consulta ma siccome siamo in Italia e una specifica
forma di SCN esiste, non è possibile esimersi da alcune note sul presente. Esattamente un anno fa eravamo
tutti impegnati a chiudere le procedure per il deposito progetti al rispettivo albo di iscrizione.
- Alcuni giorni fa il Ministro Riccardi ha lanciato l’allarme “Con queste risorse non ci saranno avvii nel
2013”
- Ci sono state in queste settimane prese di posizione parlamentari di un aumento dei fondi per il
SCN.
- Se solo fondi per mantenere lo status quo è una visione miope, parlare di riforma senza giovani in
servizio è ancora peggio.
Tre richieste al Governo e al Parlamento:
Riforma legislativa
o Tentare l’avanzamento di un testo unificato in sede parlamentare con al sua approvazione almeno in
un ramo del Parlamento prima della fine della legislatura;
Finanziamento
o Consulta nel citato parere del 21 Luglio 2009 aveva chiesto il reinserimento della norma che fissa il
contingente minimo annuo con finanziamenti pubblici nella misura non inferiore a 40.000 unità. Oggi siamo
in mutate condizioni e a fine legislatura. Al nuovo Governo chiediamo almeno di riportare il fondo nazionale
alla dotazione antecedente il taglio del decreto di Agosto 2011, riportando il contingente annuo a circa
20.000 giovani per il 2013 e il 2014,
Progettazione 2012
o Deposito progetti a breve per il 2013: queste le richieste della Consulta al Governo e al Parlamento.
Ma il SCN cosa dà al Paese?
Il SCN è già oggi un’esperienza che produce risultati su molteplici vettori di sviluppo del nostro Paese:
o Produce capitale umano testimoniato dalle acquisizioni pratiche che ogni giovane riceve durante
l’anno di scn, che già oggi produce non marginali risultati in termini di successiva occupazione (non solo in
termini di quanti occupati da di profili capaci di leadership, di lavoro di gruppo, di lettura di contesto) e che
andrebbe condiviso con il mondo del lavoro e delle imprese, esplorando le possibilità che la legislazione
esistente offre;
o Produce capitale sociale introiettato attraverso la formazione generale e la presa di coscienza delle
connessioni fra locale e globale, fra giustizia e democrazia con una specifica responsabilità delle formazioni
sociali intermedie e fra queste il privato sociale ad offrire percorsi di continuità allo slancio volontario
manifestato da molte delle ragazze e dei ragazzi del SCN;
o Fa avanzare la valorizzazione di genere rappresentata dal dato di fatto che il 70% dei partecipanti ai
progetti sono ragazze, nel momento in cui da più parti si indica nel protagonismo delle donne uno dei
fattori di sviluppo del paese;
o Produce un capitale di coesione che è possibile perseguire con i progetti di SCN e attraverso questa
coesione fare passi concreti di promozione della pace che si manifesta nel nostro paese con il sostegno
fattivo alle politiche di integrazione, di innovazione, di fiducia, come a favore dei popoli del pianeta perché
una nazione operosa e giusta è un antidoto alle guerre come modo per risolvere i conflitti.
9) Certamente in questi dieci anni sono emerse numerose pecche a cui solo in parte si è reagito, ma
l’ammontare delle positività è molto superiore alle criticità.
Un rifinanziamento del Fondo Nazionale da parte dello Stato sarebbe un potente generatore di energie
riformatrici e un catalizzatore di nuove risorse economiche, mi auguro pubbliche, certamente private come
accadde nel periodo 2004‐2007 di ascesa del SCN.
La Consulta nazionale, anche attraverso forme di consultazione allargata, è pronta a portare il suo
contributo.
l servizio civile rischia il congedo definitivo
Il servizio civile rischia il congedo definitivo
di Valentina Melis Il Sole 24ore 19 Marzo 2012
A quarant’anni dalla legge che ha istituito l’obiezione di coscienza (la n.772 del 1972) il servizio civile nazionale rischia di chiudere i battenti per mancanza di fondi. Se non saranno reintegrate, infatti, le risorse disponibili, che la legge di stabilità 2012 (legge 183/2011) ha ridotto dai 113 milioni all’anno per il 2012, il 2013 e il 2014 a 68,8 milioni per il 2012, 76,3 milioni per il 2013 e 83,8 milioni per il 2014, è a rischio la partenza di volontari per il 2013. Per il momento, l’Ufficio nazionale per il servizio civile non ha, infatti, pubblicato alcuna data per il deposito di nuovi progetti, da parte degli oltre 3.500 enti accreditati, per l’anno prossimo.
I finanziamenti disponibili per il servizio civile volontario, la possibilità per i giovani da 18 a 28 anni di dedicare un anno della propria vita a favore di un impegno solidaristico, in Italia o all’estero, con un compenso di 433,80 euro netti al mese, si sono progressivamente ridotti, negli ultimi anni: dai 238 milioni del 2006, ai 68,8 milioni di quest’anno. Il numero dei volontari avviati al servizio è passato così dai 45.890 del 2006 ai 14.144 del 2010 (e circa 19mila nel 2011).
È questo il quadro che farà da sfondo alla tavola rotonda «Quale riforma per il servizio civile nazionale: proposte a confronto», promossa dal ministro per la cooperazione internazionale e l’integrazione con delega al servizio civile, Andrea Riccardi, in programma domani a Roma (ore 15, sala polifunzionale della Presidenza del Consiglio dei ministri, via di Santa Maria in Via, n. 37). Un incontro che metterà a confronto parlamentari e protagonisti degli enti di terzo settore impegnati da anni nei progetti di servizio civile. «Speriamo vivamente – incalza Primo Di Blasio, presidente della Conferenza nazionale degli enti di servizio civile (Cnesc) – che la tavola rotonda non si risolva in una riflessione su come riformare la legge 64 del 2001 sul servizio civile volontario, senza trattare la questione spinosa della carenza dei fondi a disposizione. Oggi riusciamo a far partire meno di 20mila volontari all’anno a fronte di 60mila richieste, e siamo costretti a diluire le partenze da gennaio a settembre. Così – continua Di Blasio – ci sono giovani che hanno già ricevuto l’ok per la partenza a ottobre 2011, ma cominceranno il servizio solo a luglio di quest’anno. Nove mesi di attesa, per un giovane, sono un tempo infinito». Il ministro Andrea Riccardi assicura che si presenterà alla tavola rotonda con un impegno preciso: «Credo che il servizio civile faccia parte integrante del messaggio di speranza sul futuro che il governo Monti vuole dare ai giovani. Mi sono impegnato personalmente a portare questo tema all’ordine del giorno dell’esecutivo, perchè sia possibile trovare le risorse necessarie». Il ministro accenna poi all’importanza del servizio civile come esperienza preparatoria al lavoro: «Sono rimasto colpito – aggiunge Riccardi – dai dati di una ricerca di Confcooperative in base alla quale il 30% dei giovani che ha fatto il servizio civile trova un’occupazione nell’ambito dei servizi alla persona».
In effetti, quasi il 60% dei volontari del servizio civile impegnati in Italia opera nel settore dell’assistenza. Sull’importanza formativa di questa esperienza mette l’accento anche Licio Palazzini, presidente della Consulta nazionale per il servizio civile: «Il decreto legislativo 77 del 2002 prevede già una serie di strumenti per favorire il collocamento nel mercato del lavoro di quanti hanno svolto il servizio civile. Nè i Governi, nè le Regioni, però, si sono mai impegnati per dare
Riccardi: per italiani e stranieri nessun bando di servizio civile nel 2012
Mercoledì scorso sono state presentate due interrogazioni urgenti in Commisione Affari Costituzionali sul servizio civile. Ad esse ha risposto ieri il Ministro con delega, Andrea Riccardi, dichiarando che quest’anno di fatto non ci sarà nessuna progettazione, e che quindi nel 2013 non partiranno nuovi volontari. E sull’apertura del servizio civile ai giovani stranieri, il Ministro ha ricordato come, a normativa vigente, «l’ammissione degli stranieri al servizio civile nazionale avrebbe l’inevitabile conseguenza di stravolgere la finalità di difesa della Patria».
Nello specifico, un’interrogazione (5/06237) veniva dall’on. Pierguido Vanalli (Lega Nord), che ha ricostruito la vicenda del blocco degli avvii del servizio civile e ha chiesto al Governo «quali iniziative organizzative e finanziarie si possano mettere in atto al fine di accelerare la immissione dei volontari in servizio civile». L’altra (5/06238) è stata presentata dagli onorevoli Gianclaudio Bressa e Livia Turco (Partito Democratico), e sempre in riferimento all’apertura del servizio civile ai giovani stranieri, hanno chiesto «quali iniziative urgenti il Ministro intenda assumere affinché, per quanto di competenza, da una parte, sia rispettata la decisione del tribunale di Milano e anche gli stranieri legalmente soggiornati in Italia possano svolgere il servizio civile e, dall’altra, siano rispettate le partenze già previste per l’anno 2012». Sulle partenze dei giovani Riccardi ha dichiarato che «attualmente, nonostante il vivo interesse, non appare possibile adottare alcuna altra misura organizzativa per modificare i tempi di avvio dei volontari». Ha poi ammesso che «a causa della sfavorevole congiuntura economica per il 2012 non sarà possibile garantire la presentazione dei progetti di servizio civile da parte degli Enti e, di conseguenza, non potrà essere avviato alcun volontario nel corso del 2013. In tale situazione – ha concluso – assicuro che il Governo, consapevole della rilevanza del servizio civile in settori di vitale importanza per il Paese, si sta adoperando al fine di reperire le necessarie risorse finanziare». In merito invece all’altra interrogazione e alla possibile apertura del servizio civile ai giovani stranieri, il Ministro per la Cooperazione internazionale e l’integrazione ha osservato che «stante la normativa vigente, l’ammissione degli stranieri al servizio civile nazionale avrebbe l’inevitabile conseguenza di stravolgere la finalità di difesa della Patria, così come enunciato dalla Corte costituzionale nella nota sentenza n. 228 del 2004». Riccardi ha anche ricordato che nell’altro ricorso, presentato a Brescia sullo stesso tema «il Giudice del lavoro di Brescia, lo scorso 31 gennaio, si è dichiarato incompetente, in quanto la struttura del servizio civile prescinde da ogni presupposto di corrispettività e dunque non è riconducibile a forme di collaborazione coordinate e continuative di carattere personale». «Gli interroganti evidenziano, poi, la partecipazione degli stranieri al servizio civile in alcune regioni. Questo «doppio binario» – ha proseguito – è espressione dell’esercizio dell’autonomia regionale, che trova anche conforto nei principi enunciati nella Carta europea delle autonomie locali, non sempre conosciuta ed applicata nel nostro ordinamento (legge 30 dicembre 1989, n. 439)». Per Riccardi infine «la partecipazione al servizio civile regionale da parte degli stranieri trova piuttosto fondamento nell’ambito del principio di solidarietà, sancito dall’articolo 2 della Costituzione».Da esseciblog del 24 febbraio 2012
I giovani chiedono a Riccardi un impegno per salvare il servizio civile
Da Esseciblog 24 febbraio 2012
La necessità di una riforma del servizio civile “rispettosa della sua natura di istituto che concorre alla Difesa della Patria con mezzi non armati e attività nonviolente”, e l’urgenza di un rifinanziamento del fondo nazionale. Sono queste le richieste che i quattro Rappresentanti nazionali dei giovani in servizio civile, Fania Alemanno, Edoardo Buonerba, Corrado Castobello e Silvia Conforti, hanno consegnato al Ministro per la Cooperazione internazionale e l’integrazione, Andrea Riccardi, che li ha incontrati oggi per la prima volta alla vigilia della loro Assemblea straordinaria.
Da Riccardi i Rappresentanti dei giovani si sono fatti «portavoce di un sentimento di delusione, di paura e più di tutto di incertezza per quello che il futuro ci riserva», in particolare in riferimento alla situazione che vive il servizio civile nazionale. Poi hanno ricordato la recente vicenda della sentenza di Milano che chiede di aprire questa esperienza anche agli stranieri, ai quali i Rappresentanti si dicono “vicini” ma che «il loro forte disagio debba essere risolto con il riconoscimento della Cittadinanza italiana, in nome del principio di uguaglianza e di libertà nel poter esprimere e realizzare la propria personalità. Solo così potranno essere davvero tutelati e garantiti loro i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo che nelle formazioni sociali (Cost. Art.2)». «Cambiare l’identità di un istituzione come il servizio civile nazionale – precisano – ridurrebbe a un solo anno la possibilità e l’opportunità che spetta loro di sentirsi Italiani e perfettamente integrati nel Paese. Inoltre, toglierebbe qualcosa a noi cittadini italiani, che nel Servizio Civile vediamo un futuro migliore per il nostro Paese e un momento di crescita importante del senso vero di appartenenza al nostro territorio». Infine le richieste al Governo, a cui hanno chiesto «di dare certezza e definizione, nei suoi aspetti legislativi, ad un sistema che troppo vacilla e che rischia di crollare». Leggi qui tutta la lettera in PDF.
Nuovo modello di difesa: più coraggio ministro Di Paola!
15.02.2012 – News generiche
È tempo di tagli, è tempo di riammodernamento. In ogni settore. Anche in quello della difesa. In consiglio dei ministri viene presentato il nuovo modello di difesa, con cambiamenti giudicati “epocali”, ci fa però dire: “Ministro Di Paola, ci vuole più coraggio!”.
Negli Stati Uniti , dove Obama ha presentato la nuova dottrina strategica, come in Italia. La crisi non risparmia nessuno e questo è sicuramente un bene specie per chi si batte, da tempi non sospetti, per la diminuzione delle spese militari. Certo, le gerarchie delle forze armate addurranno altre ragioni di tipo strategico e geopolitico ma il punto è che finalmente si può parlare anche delle risorse destinate alla difesa, degli sprechi e soprattutto della visione generale che sta alla base di questo tipo di spese. Come immaginiamo l’Italia del futuro? Una potenza dotata di 131 cacciabombardieri di ultima generazione per mostrare la nostra capacità di deterrenza (speriamo non di offesa) ai paesi del Mediterraneo? Oppure vogliamo paragonarci alla Grecia in bancarotta ma che è costretta ad acquistare da aziende francesi e tedesche sottomarini, carri armati e elicotteri per una guerra virtuale persa in partenza?
Nelle settimane scorse Unimondo è stato uno dei capifila della campagna contro l’acquisto degli F35, una commessa costosissima che non trova alcuna giustificazione (né militare né tanto meno economica) specie in un momento di crisi come questo. Abbiamo interloquito a distanza, più volte, con il ministro Giampaolo Di Paola: la nostra richiesta era quella di osare, di dare una svolta più significativa non nella direzione di una smobilitazione delle forze armate quanto in una nuova interpretazione del ruolo del nostro paese che-non possiamo mai dimenticarlo – ripudia la guerra nella sua Costituzione.
In consiglio dei ministri viene presentato il nuovo modello di difesa, con cambiamenti giudicati “epocali”, ci fa però dire: “Ministro Di Paola, ci vuole più coraggio!”
Riportava ieri, martedì 14 febbraio, l’agenzia Ansa: “Nuovo modello di Difesa al via, all’insegna del ‘dimagrimento’ sia per gli uomini che per i programmi di armamenti. I tagli alle risorse (tre miliardi di euro in meno nel triennio 2012-2014) impongono infatti l’eliminazione delle ridondanze e delle inefficienze.
Salvaguardando le missioni all’estero, considerate un fiore all’occhiello. Il ministro Giampaolo Di Paola ha illustrato in Consiglio dei ministri il ‘progetto di revisione dello strumento militare nazionale’. Mercoledì spiegherà la riforma alle commissioni riunite di Camera e Senato. Giovedì scorso Di Paola aveva avuto il via libera dal capo dello Stato, Giorgio Napolitano, nel corso del Consiglio supremo di Difesa.
Si tratta di un cambiamento annunciato come epocale. Va in soffitta il modello a 190mila militari previsto dalla legge 331 del 2000, considerato non più sostenibile. Attualmente si è già scesi a circa 178mila (104mila Esercito, 42mila Aeronautica e 32mila Marina). L’obiettivo è calare ulteriormente fino alla soglia 140-150mila uomini. A farne le spese soprattutto gli ultracinquantenni in divisa: quelli in esubero andrebbero spostati verso altre amministrazioni dello Stato o verso il prepensionamento. Percorso che non si annuncia facile. Uno dei punti critici individuati da Di Paola è infatti la distribuzione della spesa, ora fortemente sbilanciata verso il personale (65%) a scapito di esercizio (10%) ed investimento (24%). E che squilibrio anche tra le gerarchie delle forze armate, con un netto esubero di marescialli (sono circa 55mila rispetto ai 25mila previsti) e sono troppi anche i generali (ben 425)”.
Non è male questo taglio di stellette e una riduzione del numero dei generali, come quella dei parlamentari, servirà per appianare i bilanci e sicuramente non ci farà trovare a corto di condottieri in caso di imprevedibili eventi bellici che, per fortuna, non si stagliano all’orizzonte. Qualcuno però, probabilmente, pensa ad altri scenari. E qui arriviamo alle dolenti note. Gli F35.
L’Ansa preannunciava che saranno rivisti i programmi futuri per le spese militari: “Ci sarà una ‘rimodulazione’ (leggi taglio) di quelli ritenuti non prioritari e sacrificabili. Principale imputato è Joint Strike fighter: 131 caccia F-35 da acquisire fino al 2026 per sostituire gli attuali Tornado, Amx ed Av-8B. I primi sono già stati ordinati dall’Italia alla poco modica cifra di 80 milioni di euro ciascuno. Nel 2011 sono stati spesi 469 milioni per Jsf. I supercaccia stanno a cuore al ministro, che li ha strenuamente difesi, ma potrebbe esserci una riduzione del numero complessivo di velivoli da ordinare. Qualcuno ha ipotizzato 30 in meno. Analoghe ‘rimodulazioni’ potranno riguardare altri programmi: dagli elicotteri Nh-90 (costati 416 milioni nel 2011 per una spesa complessiva di 3,8 miliardi al 2018) ai sommergibili U-212 (168 milioni nel 2011, 1,8 miliardi fino al 2016)”. La notizia viene poi confermata.
30 caccia in meno. Non c’è male, come inizio. Viene da chiedersi che cosa ne facciamo di 100 aerei da guerra. È questo il punto che non è stato ancora spiegato. Si dice che bisogna fare una difesa più integrata con gli altri paesi europei. Siamo d’accordo. Evviva l’esercito unico europeo. Ma per essere rispettati dobbiamo competere con l’orgoglio militare francese o con le nostalgie imperiali britanniche pronte a difendere con le portaerei le isole Falkland?
Probabilmente l’acquisto dei caccia rientra nella nuova politica di difesa della Nato (che verrà ratificata nel prossimo vertice di Chicago), visto che il ministro Di Paola è stato fino a ieri Chairman del Comitato Militare della Nato. Se è così, lo si dica a chiare lettere. Si dica però che quegli aerei non ci servono ma servono per l’alleanza atlantica. Caro ministro, che cosa se ne fa l’Italia di 100 cacciabombardieri? Non riusciamo proprio a capire. Che cosa comporterebbe il nostro mancato acquisto? Pretendiamo questa trasparenza, anche perché, finora, non c’è stata. Nel frattempo la soluzione migliore sarebbe unica, semplice, lineare. Occorre tagliare le spese militari? Cominciamo da questi giocattoli volanti pronti per la guerra. Questa sì che sarebbe una svolta. Coraggio ammiraglio!
Fonte: http://www.unimondo.org/
Rappresentanti dei giovani del servizio civile scrivono a Riccardi
“Rammarico” per la condizione che vivono i giovani e “timore” per il futuro del servizio civile. Li esprimono Fania Alemanno, Edoardo Buonerba, Corrado Castobello e Silvia Conforti, i quattro Rappresentanti nazionali dei giovani in servizio civile in una lettera rivolta al Ministro per la Cooperazione e l’Integrazione con delega al servizio civile, Andrea Riccardi, per invitarlo alla loro XII Assemblea nazionale del 24 e 25 febbraio prossimo a Roma.
«Come ben saprà – scrivono a Riccardi i Rappresentanti dei volontari – migliaia di giovani volontari, con grande impegno quotidiano, espletano la loro esperienza di servizio civile italiano, modello di riferimento per altri paesi, in Europa e nel mondo, di difesa della Patria anche con forme di impegno sociale non armato». Questa possibilità, però – ricordano -, va sfumando: inizialmente i tagli al Fondo Nazionale per il SCN inferti sempre più drammaticamente dal Governo che l’ha preceduta nel corso della sua legislatura; poi la distribuzione delle partenze dei volontari di un solo anno (2012) sul biennio 2012-2013 per “camuffare” la carenza di denaro del Fondo e tenere operativo l’Ufficio Nazionale. In ultimo la Sentenza del Tribunale di Milano che ha accolto il ricorso di un giovane straniero residente in Italia e che apre nuovi scenari legislativi». Dichiarano poi: «Ci rammarica sentir parlare di dar valore ai giovani italiani quando poi i rarissimi strumenti dipartecipazione a loro dedicati diventano passivamente vittima della burocrazia. Sentiamo viva più che mai l’esigenza di riaffermare il valore del Servizio Civile come importante strumento di crescita del senso comune di una società che ci appartiene». «Come giovani – concludono i Rappresentanti nazionali – ci sentiamo in dovere di intervenire per contribuire ad una significativa ripresa sociale attraverso questa forma di difesa della Patria, costituzionalmente riconosciuta, che ad oggi potrebbe venir meno».
Da Esseciblog 14 Febbraio 2012
Interrogazione parlamentare su servizio civile e stranieri
Interrogazione parlamentare su servizio civile e stranieri
Annunciata lo scorso 24 gennaio, è stata presentata martedì scorso dall’on. Fabio Evangelisti, un’interrogazione parlamentare (4-14784) sul recente blocco del servizio civile nazionale dopo la sentenza del Tribunale di Milano che apre questa esperienza ai giovani stranieri. Nel testo l’on. Evangelisti chiede al Ministro Riccardi, destinatario dell’interrogazione, «quali iniziative urgenti intenda assumere affinché, per quanto di competenza, da una parte, sia rispettata la decisione del tribunale di Milano e anche gli stranieri legalmente soggiornati in Italia possano svolgere il servizio civile e, dall’altra, siano rispettate le partenze già previste per l’anno 2012»
Da esseciblog 13 Febbraio 2012






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