Arci Immigrazione

Consiglio d’Europa, accuse all’Italia: “Responsabile per la morte di 63 migranti”

29 marzo 2012 da Eilmensile

Il Consiglio d’Europa punta il dito contro l’Italia per la morte di 63 immigrati nel Mediterraneo a marzo del 2011. “L’Italia – si legge nel rapporto – come primo Stato ad aver ricevuto la chiamata di aiuto e sapendo che la Libia non poteva ottemperare ai propri obblighi, avrebbe dovuto assumere la responsabilità del coordinamento delle operazioni di soccorso”.

Il report, intitolato “Vite perdute nel Mediterraneo: chi è responsabile?”, denuncia anche che sono 1.500 le persone morte in mare cercando di raggiungere l’Europa dall’Africa. Un numero particolarmente alto che si spiega, principalmente, con i forti flussi migratori che si sono registrati in concomitanza con le ‘primavere arabe’ e le conseguenti violenze.

Unar: crescono le discriminazioni, mille casi nel 2011. “Colpevoli” media e social network

Fonte: Redattore Sociale | 08 Marzo 2012

 

Relazione annuale al Parlamento da parte dell’Ufficio antidiscriminazioni razziali che dal 2010 monitora anche le discriminazioni su disabilità, lgbt, sesso e religione. 799 i casi che si sono rivelati effettivamente discriminazioni

Roma – Aumentano i casi di discriminazione segnalati dall’Unar, l’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali, che ha reso pubblica la relazione annuale inviata al Parlamento. Le istruttorie aperte dall’Unar sono salite a 1000 nel corso del 2011. Erano 766 nel 2010. Dei mille casi presi in esame, quelli ‘pertinenti’, cioè che si sono rivelati effettive discriminazioni, sono stati 799, 259 in più rispetto al 2010.  Per il secondo anno consecutivo sono i media (compresi i social network) sono l’ambito più frequente di discriminazione, con il 22,6% del totale dei casi pertinenti. Segue l’ambito del lavoro che ha ottenuto il 19,6% delle denunce, percentuale di oltre otto punti superiore a quella del 2010 (11,3%). Più o meno stabile si mantiene il dato rispetto ai casi registrati nell’ambito della vita pubblica (16,7%); mentre sono in flessione (10,9%) i casi relativi all’erogazione di servizi da parte di enti pubblici. Ma la relazione evidenzia che in settori come il lavoro il fenomeno è sottorappresentato perché i livelli di discriminazione sono più elevati di quanto emerso.

Nel 2011 la regione con più discriminazioni si conferma la Lombardia, dove è avvenuto un caso su cinque  (21%), il dato appare stabile rispetto ai due anni precedenti. Un altro quinto proviene dal Lazio (19,0%), dove però gli episodi sono in calo. Seguono Veneto, Emilia Romagna e Toscana con il 12,2%, il 10,4% e il 10,8% delle segnalazioni pertinenti. Ma per le ultime due regioni il risultato dipende da un monitoraggio più costante effettuato dalla Rete di Antenne Territoriali, promossa dall’Unar assieme agli enti locali. “Sono dunque i grandi poli urbani (le province di Milano e Roma soprattutto) a veicolare il maggior numero di istruttorie pertinenti” si legge nel documento.

Circa il 12% del totale dei casi si riferisce ad altre discriminazioni, diverse da quelle etniche e razziali. Di questo sottogruppo, la maggioranza riguarda l’orientamento sessuale e l’identità di genere con circa il 37%, i  casi che hanno riguardato la disabilità sono il 31,5%. Le discriminazioni di genere sono invece il 16,9%, mentre per le convinzioni personali e religiose e l’età i valori sono rispettivamente 7% e 7,8%.

A partire dal 2010, l’Unar ha cambiato strategia, attuando un monitoraggio sulle discriminazioni e prendendo l’iniziativa nel segnalarle alle autorità competenti. Ogni cinque istruttorie valide più di due sono il risultato dell’attività realizzata dall’Unar. Nel complesso negli ultimi ventiquattro mesi i casi presi in carico in modo autonomo, per iniziativa dell’ufficio e senza segnalazioni esterne, sono stati oltre cinquecento. Al 31 dicembre del 2011 risultava chiuso con conciliazione il 46,2% delle istruttorie mentre il 31,4% era stato trasmesso al secondo livello dell’ufficio per la risoluzione e chiusura del caso. (rc)

 

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Profughi dal nord Africa, dall’Italia più dinieghi che protezione

Fonte: Redattore Sociale | 15 Febbraio 2012

Nel 2011 le richieste d’asilo sono state 33.576. Delle 24.233 esaminate, 10.520 hanno avuto esito negativo. Asilo politico concesso solo a 1.959 profughi

Milano – Come previsto, alla maggior parte dei profughi dal nord Africa, l’Italia non sta riconoscendo alcuna forma di protezione giuridica internazionale. Nel 2011 le richieste d’asilo sono state 33.576. Delle 24.233 esaminate, 10.520 hanno avuto esito negativo. L’asilo politico è stato invece concesso solo a 1.959 profughi, la protezione sussidiaria a 2.460 migranti e a poco più di 5 mila quella umanitaria. I dati sono stati resi noti dal prefetto Angela Pria, capo dipartimento per le libertà civili e immigrazione del ministero dell’Interno, intervenuta al convegno “Libia: i migranti a un anno dalla crisi” organizzato a Milano da Ispi e Cesvi. Il ministero dell’Interno ha intenzione di raddoppiare i posti del sistema Sprar, per l’accoglienza dei rifugiati, fino a circa 10 mila. “Occorrono però 120 milioni di euro, che in tempi di tagli non è semplice trovare”, ha affermato il prefetto.

Sono circa 1.500 i profughi partiti nel 2011 dalla Libia e scomparsi nel Mediterraneo, ricorda Laura Boldrini, portavoce di Unhcr Italia, intervenuta al convegno. Anche se Tv e giornali italiani erano concentrati su Lampedusa, il flusso di persone che fuggivano dalla Libia è stato verso i Paesi confinanti. ”Dalla Libia sono fuggiti 1,3 milioni di persone, soprattutto somali ed eritrei, e sono andati in Egitto e Tunisia per tornare nei loro Paesi -afferma Laura Boldrini-. Sono stati invece 28 mila quelli che hanno cercato di raggiungere l’Italia”. L’Italia non sta riconoscendo la protezione umanitaria alla maggioranza dei profughi. “Rimane una grande incertezza sul loro destino – aggiunge la portavoce dell’Unhcr -. Chi ha ricevuto il diniego sta facendo ricorso ma certo dobbiamo chiederci come risolvere il problema di chi resterà senza alcun tipo di permesso di soggiorno”. (Dp)

Governo. Monti: Legge cittadinanza non tocca a noi

02 febbraio 2012 Vita

«Questo governo ha compiti limitati e difficilissimi: rendere l’Italia migliore e più attraente a tutti», ha detto ieri Mario Monti, rispondendo a una domanda sulla questione della cittadinanza. «Svolgiamo questi compiti osservando una distanza di rispetto dai partiti perche’ ci sono temi importanti che non sono il cuore del mandato ricevuto».

«Io ho opinioni personali – ha aggiunto Monti – ma non le considero parti della missione di governo. La cittadinanza, la bioetica, la legge elettorale, i regolamenti parlamentari, sono questioni che devono essere sciolte e dipanate dalle forze politiche».

Secondo il presidente del Consiglio, «se, per soddisfare le coscienze dei membri del governo, entrassimo nell’agone del dibattito renderemmo più difficile l’appoggio di larga parte del Parlamento ai nostri sforzi».

In sintesi: non sarà il governo dei Professori a scrivere la riforma della cittadinanza, su questo tema deve muoversi il Parlamento.

Povertà, Social card estesa agli stranieri e ai senza dimora

Ripristinata la sperimentazione della carta acquisti nelle 12 grandi città. Contributo esteso anche agli stranieri comunitari indigenti e ai soggiornanti di lungo periodo. Così il governo risponde alla minaccia di una procedura di infrazione di Bruxelles

ROMA – La social card verrà concessa anche ai senza dimora e agli immigrati indigenti, purché comunitari (area Schengen) o soggiornanti di lungo periodo. E’ la novità che si profila dopo il consiglio dei ministri di oggi, che ha ripristinato nel decreto sulle semplificazioni la sperimentazione della “carta acquisti” nei 12 comuni con oltre 250 mila abitanti, dopo che la stessa non aveva trovato posto nel milleproroghe.
Il testo del decreto, per questa parte, verrà definito solo lunedì prossimo perché il governo sta valutando come rispondere a quello che tecnicamente si chiama “EU pilot”: una sorta di avviso che Bruxelles invia a uno stato membro e che dopo sei mesi, in mancanza di risposta concreta, si trasformerà in procedura di infrazione vera e propria. La procedura sarebbe infatti diventata realtà tra pochi giorni ed è questo il motivo per cui il governo aprirà la sperimentazione anche alle due nuove “categorie” di persone povere che erano state finora escluse dal contributo mensile di 40 euro.
Gli immigrati che ne beneficeranno saranno i comunitari (romeni e bulgari compresi) e i possessori di carta di soggiorno (anche se una minima parte di questi ne avrà bisogno perché per ottenere quel documento occorre dichiarare di avere un reddito sopra la soglia di povertà).

Per la sperimentazione, impostata dallo scorso governo, saranno coinvolti attivamente, si legge nel comunicato del governo, “soggetti pubblici e non-profit”, per “favorire l’inclusione attiva dei beneficiari”. Sparisce però la centralità degli “enti caritativi e assistenziali” presente nella prima versione scritta dal ministro Sacconi. Centrali stavolta diventeranno invece le amministrazioni locali, che si avvarranno del volontariato e del terzo settore sulla base di progetti sviluppati in collaborazione con essi.
Tra i beneficiari saranno inclusi, come si accennava, anche senza dimora – che non fruivano finora della carta perché non potevano presentare i documenti richiesti. Qui il governo non farà altro che recepire quanto concordato con varie associazioni (Acli, Caritas, Fiopsd) al momento della stesura della sperimentazione fatta dal precedente esecutivo.

La sperimentazione si avvarrà di 50 milioni di euro, presi dal fondo generale della Social card ordinaria, che continua ad essere erogata anche se non si sa ancora con quali disponibilità e a quale platea di beneficiari (i dati relativi al 2011 dovrebbero essere pubblicati a breve dal ministero dell’Economia). Le due versioni della social card dovranno dunque coesistere, almeno per il 2012.
Caricata dallo Stato con 40 euro al mese, la card ordinaria può essere usata per la spesa alimentare e per pagare le bollette e, fino a tutto il 2010, era stata distribuita a 734 mila anziani e famiglie con bambini sotto i tre anni. Il totale dei fondi caricati sulle carte acquisti erogate da dicembre 2008 a dicembre 2010 è di circa 500 milioni di euro. (st)
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Figli di stranieri, Cancellieri frena “No alla cittadinanza automatica”

E sul piano svuota carceri avverte: contraria all´amnistia

ROMA – Chi nasce in Italia è italiano? Sì, ma ad alcune condizioni. Il ministro dell´Interno, Annamaria Cancellieri, frena sullo ius soli puro, che «creerebbe le condizioni per far nascere da noi bambini da tutto il mondo». Via libera invece a uno ius soli temperato: «Se un bambino figlio di immigrati nasce in Italia, i genitori sono stabilmente nel Paese e ha percorso un ciclo di studi, credo che il diritto alla cittadinanza sia giusto».

Il ministro dell´Interno, parlando alla trasmissione “Che tempo che fa”, solleva dubbi sull´ipotesi di garantire automaticamente la cittadinanza ai figli degli immigrati, perché questa dovrebbe derivare non solo dalla nascita in Italia, ma «da un insieme di fattori». Quali? «Fondamentalmente – spiegano al Viminale – la stabilità del nucleo familiare e un minimo di percorso scolastico. Insomma no alla cittadinanza a chi è in Italia solo di transito e fa nascere qui il proprio figlio». Fattori, questi, già parzialmente previsti dalla legge di iniziativa popolare portata avanti dalla campagna “L´Italia sono anch´io”: nascita in Italia da un genitore residente da almeno un anno.
Sul caso le forze politiche si dividono: di un «principio non più rinviabile» parla Ignazio Marino (Pd), che a Palazzo Madama ha depositato un disegno di legge sullo ius soli; Italo Bocchino (Fli) plaude invece all´ipotesi di «uno ius soli temperato»; tre parlamentari Pdl ribadiscono che di «ius soli non si parla». Intanto, in attesa di riforme future, oggi scatta la supertassa sui permessi di soggiorno: dagli 80 ai 200 euro in più per ogni documento da rinnovare.
Non è tutto. Il ministro Cancellieri, nel corso della trasmissione Rai, si è detta «favorevole all´abolizione del valore legale del titolo di studio, a due condizioni: chiedo una valutazione seria delle università e pari opportunità perché tutti abbiano accesso alle università più prestigiose, per esempio con borse di studio». E ancora: sul problema delle carceri, il ministro considera «l´amnistia come un atto di clemenza legato a fatti particolari, se dev´essere uno svuotacarceri come cittadina mi ribello». Sulle proteste che stanno scuotendo l´Italia «non ci sono preoccupazioni rispetto a un´eversione terroristica», ma c´è il «timore che qualche cane sciolto possa inserirsi». Quanto ai No Tav, «nessuno ha criminalizzato il movimento ma non si possono consentire violenze di quel genere» e sul movimento dei Forconi «l´allarme di Ivan Lo Bello (il presidente di Confindustria Sicilia, ndr) è sicuramente fondato e sono in corso indagini della magistratura. In questi fenomeni possono verificarsi infiltrazioni mafiose».
Un ultimo commenta sul fatto che la Digos abbia rimosso un tricolore, per motivi di ordine pubblico, durante l´ultima manifestazione della Lega a Milano: «Non so in che situazione abbia operato la Digos, ma sicuramente è meglio rischiare e difendere la bandiera con il proprio corpo».

Rimesse, in Italia ogni straniero manda a casa 1.500 euro all’anno

Fonte: Redattore Sociale | 18 Gennaio 2012

Dossier Caritas/Migrantes. Verso l’Asia 440 miliardi di dollari da tutto il mondo, in crescita nonostante la crisi. Dal nostro paese rimesse in calo, ma la colpa è dei costi delle transazioni: verso la Cina il costo medio è del 18%

ROMA – L’ammontare delle rimesse dei lavoratori migranti superano gli aiuti ufficiali allo sviluppo elargiti dalle istituzioni internazionali e nell’ambito dei programmi di cooperazione: in questo contesto l’Asia è il continente nel quale si indirizza la maggior parte dei flussi mondiali. A metterlo in evidenza è il Dossier Caritas/Migrantes nel corso del convegno organizzato a Manila in occasione dell’annuale viaggio di studio intercontinentale cui partecipano i redattori centrali e regionali. Nelle aree in via di sviluppo – scrive Alberto Colaiacomo nella sua relazione riprendendo dati della World Bank – nelle aree in via di sviluppo nel corso del 2010 sono arrivati 325 miliardi di dollari inviati da cittadini espatriati, ammontare pari a una cifra che raggiunge il 10% del Pil. I trasferimenti internazionali di denaro sono tornati a crescere dopo una flessione del 2009, confermando come essi tendano “a rafforzarsi nelle fasi di recessione rappresentando per le economie dei paesi in via di sviluppo un flusso più stabile rispetto ad altre forme di mutualità internazionale”.

L’Asia è il continente ove si indirizza la maggior parte dei flussi mondiali (440 miliardi di dollari) e che vede l’India e la Cina, con circa 50 miliardi di dollari ognuna, come paesi che beneficiano dei maggiori introiti. Nelle Filippine (quarto posto assoluto) arrivano 21,3 miliardi di dollari. Particolare rilevanza, se raffrontati con i rispettivi Pil, i flussi monetari che giungono in Tajikistan (35,1% del Pil), Nepal (22,9%) e Libano (22,4 %). Come avviene negli altri paesi dell’Ue, le rimesse inviate dall’Italia sono in calo: nel 2010 è stata pari a 6,6 miliardi di euro, con una flessione del 5,4% rispetto all’anno precedente: un aspetto – viene spiegato – dovuto, più che alle dinamiche legate alla congiuntura economica, alla normativa che tra il 2009 ed il 2010 si è più volte modificata abbassando il limite di invio fino ai 2mila euro.

Nel corso dell’ultimo anno, l’Asia è il continente che più ha beneficiato delle rimesse originate dall’Italia (con 3 miliardi di euro, 47,4% di tutti i flussi), seguono i paesi europei (27,4%), l’Africa (12,5%) e le Americhe (11,6%). Tra tutti i paesi, la Cina è quello a cui viene inviato il maggior volume di rimesse con 1,7 miliardi di euro, seguito da Romania (800 milioni di euro), Filippine (712 milioni di euro) e Marocco (251 milioni di euro). Di rilievo anche i flussi inviati in Bangladesh (193 milioni), India (132 milioni), Sri Lanka e Pakistan (75 milioni cadauna). Le principali nazioni di destinazione mostrano, anche in questo caso, una riduzione annuale: per la Cina la variazione si attesta a -10,2%, per le Filippine a -11,1% e per la Romania a -3%. Mediamente, nel corso del 2010, ogni straniero presente in Italia ha inviato nel proprio paese 1.500 euro annui. Il livello procapite sale molto nel caso dei cinesi che inviano in patria poco più di 9mila euro a testa, dei filippini con 7.760 euro e dei senegalesi e bengalesi (rispettivamente 3.100 e 2.600 euro).

Il Dossier Caritas/Migrantes segnala anche il fattore cruciale dei costi delle transazioni: a livello mondiale c’è stata negli ultimi due anni una diminuzione del costo medio di rimessa attraverso il settore bancario dal 9,8% all’8,7%. In particolare, a livello italiano c’è il problema dello sbilanciamento verso gli operatori di Money transfer che – viene spiegato – pur offrendo servizi veloci, capillari e disponibili in fasce orarie più ampie, praticano prezzi superiori rispetto al sistema bancario. In questo contesto, i paesi asiatici, pur rappresentando i “corridoi” più utilizzati, continuano a ricevere le condizioni meno favorevoli con il costo medio delle rimesse che ammonta al 18% per la Cina, il 14% per il subcontinente indiano e il 12,5% delle Filippine. (ska)

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Rosarno, non è finita

Vengono soprattutto dal Nord Italia. Avevano case, documenti e lavoro, hanno perso tutto con la crisi e grazie alla legge Bossi-Fini, ora sono costretti alla clandestinità. Sono i duemila lavoratori africani (e altrettanti dell’Est Europa) impegnati a giornata nella raccolta delle arance

La domanda è: che ci fanno qui? Li chiamano clandestini e loro vogliono regole; sanno fare di tutto e sono costretti a raccogliere mandarini; leggono Tahar Ben Jelloun e ricevono lettere offensive. Quest’anno i contrasti sono più evidenti del solito, perché ci sono soprattutto quelli del Nord. Sono gli espulsi dalla crisi delle fabbriche, vittime della legge Bossi-Fini che ha collegato posto fisso e permesso di soggiorno. Sono africani che parlano con accenti “padani”. Sono quello che saremmo noi senza i residui di welfare e senza l’aiuto delle famiglie.
Prendete Ahmed. Lavorava a Cuneo. Oggi si trova sballottato in un pezzo di Calabria che non gli sembra neppure Italia. È esterrefatto, lui che viene da Casablanca, dall’assenza di regole. Era abituato a salari da 60 euro al giorno, contributi pagati, affitti in regola. Oggi, dopo una giornata a raccogliere le arance, gli danno una banconota da 20. E però gli chiedono 500 euro per una stanza: la cifra che paga uno studente a Roma. Ma l’affitto è un “privilegio” riservato ai regolari. Nessun proprietario rischia il carcere o il sequestro dell’immobile. Un appartamento “in centro” costa fino a 1400 euro al mese. Tanti soldi, troppi. Con un euro a cassetta (il compenso per il cottimo) non si possono pagare le spese e mandare soldi a casa, dal Western Union sempre affollato che si trova sulla “Nazionale”. Le soluzioni sono tre. Dividere un appartamento in tanti, con cento euro a testa te la cavi ma lo “spazio vitale” è ridottissimo. Oppure provare a ottenere un letto sul centinaio di posti disponibili al campo container fuori dal paese (sono già tutti esauriti da tempo). Infine, dormire nei casolari e sperare che il freddo non ti uccida. E che alla polizia non venga voglia di fare uno sgombero a campione, come avveniva l’anno scorso.
Il lavoro “rosarnizzato”
Salari bassi e alto costo della vita, ecco le cause della povertà estrema che colpisce tanto i giornalisti che arrivano qui e visitano i casolari come la Pomona o la Fabiana. Nessuno lo dice ma tanti lo pensano: sono poveri perché africani. Al loro paese stavano così. Aiutiamoli, come aiuteremmo i poveri del continente nero. E invece disoccupazione e leggi ingiuste sono gli stessi problemi che colpiscono i lavoratori italiani, che però non sono perseguitati da una legge che nega i documenti se non hai un contratto di lavoro. E possono contare ancora su un “paracadute”.
«Se non avessimo il sistema di protezione delle famiglie, anche noi dormiremmo sotto gli alberi», spiega Salvatore Lo Balbo, per anni nella segreteria nazionale della Flai Cgil. Mentre tutti continuano a chiedersi se Rosarno è cambiata (il titolo “Nulla è cambiato” è stato ossessivamente pubblicato in occasione del secondo anniversario della rivolta), si è “rosarnizzato” il lavoro italiano: paghe sempre più basse, condizioni sempre più precarie e l’abitudine di scaricare il disagio della crisi sul livello più basso delle varie filiere.
Tutto tranne l’essenziale
F. è una prova vivente dei deliri della burocrazia italiana. Ha in tasca il “libretto di lavoro per extracomunitari” della direzione del lavoro di Foggia, il libretto di idoneità sanitaria della Ausl foggiana di San Severo, la carta di identità e il codice fiscale. Gli manca il documento più importante: il permesso di soggiorno. Anni fa a Manfredonia fecero un controllo mentre lavorava, non era in regola e gli consegnarono un foglio di via. Da allora e per sempre è “clandestino”. Eppure ci dice: «Vogliamo pagare le tasse come gli italiani, invece siamo costretti a vivere in una casa abbandonata. Senza acqua, senza luce».
Lavoravano nelle fabbriche di Treviso o nelle aziende agricole della Puglia, sanno stare alla catena di montaggio o guidare un trattore, cucinano piatti da ristorante parigino (il thieb yappe, riso con carne, di Boubakar è degno dell’alta cucina internazionale), parlano nella peggiore delle ipotesi tre lingue e sono da anni in Europa. Sembra uno scherzo del destino quello che li ha portati qui. Accanto a loro ci sono «quelli della Libia». Spaesati, confusi. Lavoravano anche loro, spesso con buone posizioni, nel paese arabo. Poi la guerra li ha spazzati via, stretti tra i fedeli di Gheddafi e i ribelli. Una barca direzione Lampedusa era l’unica via di fuga. Quando la salvezza sembrava raggiunta hanno conosciuto il sistema italiano di gestione di rifugiati. Tempi lunghi e tanti dinieghi. Avvocati che promettono ricorsi. Soldi da spendere, attese e alla fine una sola prospettiva di lavoro: la campagna. Rosarno è una parola che gira spesso tra migranti, d’inverno. «C’è lavoro quest’anno?», ci avevano chiesto due settimane fa tre africani ospitati a Caulonia, nei pressi di Riace. Vengono dal Ghana, dalla Somalia e dalla Liberia e attendono la risposta alla loro richiesta d’asilo. Come tanti, non vogliono stare senza fare niente. E prendono il treno che porta a Rosarno.
Festassemblea
Due anni fa i “fatti”, la rivolta dei neri, la reazione della popolazione locale, la fuga e la cacciata di un migliaio di uomini di colori in poche ore. Oggi nello spiazzo della “seconda area industriale” (ovviamente una distesa di capannoni abbandonati) si tiene una “festassemblea”, organizzata dall’associazione Equosud. In queste campagne stanno per arrivare 100mila metri cubi di calcestruzzo per un rigassificatore. Gli africani e i portuali in cassa integrazione, i giovani di “San Ferdinando in movimento” che si oppongono all’impianto inquinante e i piccoli produttori collegati ai gruppi di acquisto in tutta Italia hanno occupato simbolicamente per un giorno il terreno.
Le politiche nazionali «ricacciano tutti nelle campagne più interne, nei casolari dove si sta ancora peggio di prima, col terrore accresciuto d’incorrere per un controllo nei rigori della Bossi-Fini», spiega Equosud. «Rosarno è un’onta per tutta l’umanità, per l’Italia, per questo posto», dice Ibrahim in assemblea. Alla fine della giornata i manifestanti piantano simbolicamente alcuni alberi di arance. Interviene la polizia, manca l’autorizzazione. Siamo al confine tra il regno mafioso dei Piromalli e quello dei Pesce-Bellocco. A poca distanza dagli alberelli fuorilegge una colata di cemento è diventata una piccola pista abusiva per aeromodellismo. Un po’ più in là un paio di discariche di piccoli cubetti di cemento. A due chilometri di distanza, sulle banchine del porto, le ‘ndrine fanno arrivare dall’America Latina le tonnellate di coca che invaderà l’Europa, nascoste nei container, nei blocchi di marmo, nelle confezioni di frutta. Alla fine gli alberi saranno piantati, mentre due consiglieri comunali ci raccontano dell’ennesima minaccia contro l’assessore ai lavori pubblici, Teodoro De Maria. Nuovamente tagliate le piante di kiwi nei terreni di famiglia. La notizia è stata comunicata dall’amministrazione comunale in conferenza stampa. «Continueremo il lavoro avviato senza farci intimidire», ha detto il sindaco Elisabetta Tripodi.
Il pacchetto sicurezza
Paradossalmente, oggi quelli più sicuri sono gli africani. Nessuno li toccherebbe mai, dopo tutto quello che è successo. Saliamo a piedi dalla stazione a piazza Valarioti. Solo stranieri ai bordi delle strade: fanno la spesa, ricaricano i cellulari, chiacchierano tra loro. Fino a due anni fa era un incubo. Balordi col motorino e le mazze potevano colpirti per gioco, solo gli stranieri camminano a piedi. Oggi vediamo ragazzi col casco e la raccolta differenziata porta a porta. Una donna sindaco, una nuova amministrazione. Chi comanda oggi a Rosarno? «Noi», mi rispondono due consiglieri della maggioranza democraticamente eletta dopo due scioglimenti consecutivi per mafia, record italiano. Non sono tutti d’accordo. Dopo le retate contro i Pesce e i Bellocco potrebbe ridisegnarsi la geografia mafiosa. Stanno per arrivare imponenti fondi pubblici, dai milioni per i centri immigrati ai Pisu. Ma fossero anche pochi euro per un’aiuola, quello che conta sono i simboli. Chi imporrà il suo volere allo Stato potrà incoronarsi nuovo re di Rosarno.
«Conosci Bel Jelloun?», mi chiede Ahmed. Molti suoi compagni parlano francese, inglese, arabo. E’ strano sentirsi ignorante nelle campagne del sud dove tutti vedono degrado e miseria, ma è quello che succede confrontandosi con queste persone colte e intelligenti. E generose: K. è stato assunto in regola nell’ambito dei progetti di Equosud, ma non è contento: «I miei fratelli vengono sfruttati e lavorano in nero». È rimasta strana, Rosarno. Un gruppo di cittadini – rigorosamente anonimi – ha scritto alle autorità lamentando che i neri «si riversano nelle strade della città, molte volte senza meta. E urinano di fronte alle bambine». È strano questo luogo dove la generosità senza limiti del gruppo di Africalabria – da anni avanti e indietro nei ghetti a rispondere a tutti i bisogni – convive con deliri senza fondamento. E negozi di lusso accanto a baracchette, luci vicino al buio, palazzottotti autocostruiti e non finiti e locali di lusso, da grande città. La ricchezza è distribuita in maniera ineguale, come accade in genere al denaro sporco. E sarebbe rimasta così, ingiusta e ineguale, senza l’iniezione di lavoratori africani che ha avviato un percorso di speranza.

* www.terrelibere.org

Presentazione del libro

“Fra-Intendimenti”, di Kaha Mohamed Aden

Mercoledì 23 febbraio ore 17.00 Via San Luca, 58 R, in collaborazione con ASSOLIBRO

“Fra-Intendimenti”, diKaha Mohamed Aden (ed. Nottetempo), sarà presente l’autrice

Nel 1986 quando il padre – uno dei maggiori uomini politici della Somalia contemporanea – era in carcere già da quattro anni, Kaha Aden ha abbandonato il suo paese salvandosi dai venti di guerra che avrebbero sconvolto Mogadiscio e tutta la nazione. In Fra-intendimenti l’autrice ci racconta gli spari che annunciano la guerra civile, le riunioni dei saggi sotto le querce, il profumo di zenzero e cardamomo in una tazza di tè, i soldati bambini in pantaloni kaki, armati per uccidere e razziare.

buone feste a tutti!

Sportelli per Migranti: orario di apertura nel periodo festivo

I nostri Sportelli per Migranti chiuderanno al pubblico dal 24 dicembre 2010 e riapriranno il 10 gennaio 2011.