Rassegna stampa

9 apr 2012

UNA DELEGA DI GUERRA

Fonte: GIULIO MARCON – il Manifesto | 07 Aprile 2012

La legge delega varata ieri dal Consiglio dei ministri per la riforma delle forze armate conferma le anticipazioni delle scorse settimane fatte dal ministro-ammiraglio Di Paola alle Commissioni Difesa di Camera e Senato e dal Consiglio Supremo della Difesa: tagli in 10 anni al personale militare e civile della difesa (33mila addetti in meno) per avere più risorse da destinare alle armi e alle operazioni militari all’estero.
Infatti non si parla complessivamente di tagli alla spesa ma – dice Di Paola – di «bilanciare la spesa militare in senso virtuoso» (cioè meno soldi per gli stipendi e più risorse per le armi) per una riforma da fare, bontà sua, «senza richiedere risorse aggiuntive». E Di Paola ha aggiunto che non si tratta di un intervento «lacrime e sangue»: quelle infatti le versano già operai e pensionati, mentre i generali possono sorridere ancora una volta. I tagli al personale delle Forze Armate sono buona cosa, ma se ne possono fare tranquillamente il doppio e non è necessario aspettare 10 anni per farlo, mentre un operaio a Pomigliano o a Termini Imerese il posto di lavoro lo perde in un giorno.
Mentre si tagliano, massacrandole, le spese agli enti locali, al welfare, al lavoro, alle pensioni dovremmo pure ringraziare il ministro della difesa perchè propugna una riforma «senza chiedere risorse aggiuntive». Ci mancherebbe pure che ne volesse altre di risorse oltre ai 25 miliardi che la Difesa spende ogni anno per le forze armate e ai 10miliardi che si sperpereranno nei prossimi anni per i 90 cacciabombardieri F-35. E mentre su un altro tavolo, quello della Fornero, è l’articolo 18 (quello dello Statuto dei lavoratori) ad essere sotto attacco, sul tavolo del ministro Di Paolo è l’articolo 11 della Costituzione che va a farsi benedire. Cosa hanno a che fare con quegli articoli della Costituzione che dicono che «l’Italia ripudia la guerra come mezzo per dirimere le controversie internazionali» (art. 11) e che compito delle forze armate è la «difesa della patria» (art. 52), i 90 cacciabombardieri d’attacco F35 (arma del primo colpo, il famigerato first strike, capaci inoltre di trasportare ordigni nucleari), fiore all’occhiello del nuovo modello di difesa proposto dal ministro della difesa?
Il bilanciamento della «spesa militare in senso virtuoso» significherà sostanzialmente un aumento della spesa per i sistemi d’arma (come appunto i cacciabombardieri F35, ma anche le fregate Fremm e Orizzonte, i sommerbili U-212) e per le missioni militari all’estero dentro un modello interventista delle forze armate italiane che segue fedelmente la logica e la strategia della Nato. Queste altro non sono che una sorta di «mobilitazione permanente» contro i «nuovi nemici»: Islam, nuove potenze globali (Cina, Russia, India, ecc.), terrorismo internazionale, detentori (da cui dipendiamo) delle materie prime, come il petrolio e il gas. Invece di investire nella prevenzione dei conflitti, nella cooperazione internazionale e nella sicurezza comune, continuiamo ad armarci fino ai denti, per la felicità di Finmeccanica e di tutta l’industria militare italiana.
Più che una riforma, questa è una controriforma. Altro che «grossa innovazione» come l’ha definita il Ministro-Ammiraglio, che più tecnico non si può. È una controriforma perché spenderemo tanti soldi in più per le armi, perchè le nostre forze armate avranno sempre di più un ruolo interventista, perchè saremo a ricasco della Nato e perchè in questo modo l’articolo 11 della Costituzione sarà svuotato di senso, nella forma e nella sostanza. Di Paola e i generali saranno soddisfatti, ma c’è poco da cantar vittoria. Sicuramente non lo fa il paese e non lo fanno le tante persone (operai, pensionati, giovani) che non sanno come far fronte a questa crisi così drammatica. L’unico modo per affrontare «la spesa militare in senso virtuoso» è ridurla, destinando i risparmi al lavoro, al welfare e ai giovani. Il premier Monti, così attento al rigore e alla lotta alle corporazioni, di fronte agli interessi della «casta delle stellette» ha alzato arrendevolmente bandiera bianca. E questo non è un bene per il paese.


Carcere, psicofarmaci e morte

Fonte: Eleonora Martini – il manifesto | 08 Aprile 2012

Settimana di passione per il carcere. Negli ultimi due giorni, tre detenuti morti «per cause naturali» a Bergamo, a Genova Marassi e a Perugia, e un agente penitenziario suicida a Rossano. Continua così lo stillicidio di morte nelle celle italiane. Colpisce il caso dell’assistente capo di polizia penitenziaria che a 46 anni si è tolto la vita negli alloggi collettivi del carcere di Rossano, in provincia di Cosenza. Dalle notizie diramate dalla Uilpa penitenziari, l’uomo sarebbe stato gravemente malato e con forti problemi familiari, «circostanze che però non avevano impedito all’amministrazione penitenziaria di respingerne l’istanza che aveva avanzato per ottenere la proroga del distacco presso il penitenziario rossanese». Il carcere uccide anche così. Detenzione chimica Ma colpisce altrettanto la tragedia consumatasi nel carcere di Capanne, a Perugia, lo stesso dove è morto Aldo Bianzino: il corpo senza vita di A. B., 43 anni, è stato trovato dall’agente di turno ieri mattina alle 8,10 disteso sul letto della cella singola dove era stato rinchiuso nella sezione d’accoglienza. A. B., che era in cura presso il centro d’igiene mentale, era stato arrestato il giorno prima (il 6 aprile) alle 14 per l’omicidio del fratello cinquantenne avvenuto a Citerna di Città di Castello. In preda a un raptus, dopo un diverbio, lo avrebbe colpito con un coltello alla schiena, sotto gli occhi della madre ora ricoverata in stato di choc. Per gli inquirenti si tratta di una morte «naturale»: sul corpo non sono stati trovati segni di violenza e si esclude il suicidio. Dalle prime indiscrezioni riportate dai media locali, l’uomo avrebbe assunto – «prima dell’arresto» – un cocktail di psicofarmaci e alcol che si sarebbe poi rivelato evidentemente letale (anche se con molte ore di ritardo, almeno una decina dopo l’arresto). Ne sapremo di più nei prossimi giorni, ma intanto vale la pena riportare la recente denuncia del segretario generale dell’Osapp (sindacato di polizia penitenziari), Leo Beneduci, secondo il quale «nelle carceri italiane ci sono almeno 16 mila detenuti in “contenimento chimico” a causa del “massiccio uso” di psicofarmaci. Si tratta di oltre il 40% dei detenuti in attesa di giudizio, pari ad oltre 12 mila individui, e di oltre il 10% di detenuti condannati nelle case di reclusione, pari ad ulteriori 3.500/4.000 detenuti».


7 apr 2012

Dalle imprese gestite da stranieri il 5,5% del valore aggiunto nazionale

 

Fonte: Redattore Sociale | 06 Aprile 2012

 

Ricerca della Fondazione Moressa: le 454mila aziende producono un valore aggiunto di quasi 76 miliardi di euro. In Toscana e nel settore delle costruzioni l’incidenza maggiore

VENEZIA – Il 5,5% della ricchezza del paese è garantito dalle 454mila imprese gestite da stranieri, che producono un valore aggiunto di quasi 76 miliardi di euro. Lo rende noto la Fondazione Leone Moressa di Mestre, che segnala come la Toscana sia la regione in cui il contributo degli stranieri alla produzione di ricchezza è maggiore (7,7%). Seguono l’Emilia Romagna (6,7%) e il Friuli Venezia Giulia (6,4%). In generale, il quadro nazionale presenta una spaccatura tra Nord e Sud: a eccezione dell’Abruzzo (quarto in classifica), il contributo degli immigrati è più forte al Centro e al Nord, mentre al Sud l’incidenza si ferma al 2,5% in regioni come la Campania e la Basilicata. Il valore maggiore in termini assoluti, invece, si ritrova in Lombardia, dove gli immigrati producono un valore aggiunto di 18,277 miliardi di euro. Seguono il Lazio (con 9,075 miliardi), il Veneto (8,182) e l’Emilia Romagna (8,108).

La maggior parte del valore aggiunto si deve al settore dell’edilizia (13,8%) e al commercio (10,1%). Meno incisivo il con tributo del manifatturiero (6,6%) e dei servizi alle persone (6,3%). Ma sono le aziende attive nei servizi alle imprese che nel complesso concorrono alla creazione della maggiore ricchezza in termini assoluti, con 21 miliardi di euro (il 27,6% del totale). A un’analisi più approfondita si nota che le regioni con il maggior contributo straniero alla creazione di valore aggiunto nell’edilizia sono la Liguria (21,5%), la Toscana (21,3%) e l’Emilia Romagna (21,1%). Nel comparto del commercio prevale invece la Calabria (13,5%), seguita dalla Sardegna (12,5%). La Toscana spicca invece nel comparto della manifattura (15,2%), mentre la Lombardia per i servizi alle imprese (5,9%) e alle persone (9,3%).

“Le imprese gestite da stranieri assumono personale, pagano le imposte, contribuiscono alla crescita complessiva del sistema nazionale, anche in periodo di crisi – sottolineano i ricercatori della Fondazione Moressa -. La loro sempre maggiore vivacità fa riflettere sul grado di integrazione nel tessuto economico e sociale, ma deve nel contempo porre l’attenzione sulla necessità di governare adeguatamente il fenomeno: non solo consentendo agli immigrati i medesimi strumenti offerti agli italiani, ma garantendo una concorrenza realmente reale tra tutti i soggetto che operano nel mercato nazionale”.

 


5 apr 2012

A tre anni dal terremoto l’Aquila è una città sospesa tra dramma e speranza

Da Arcireport

di Ciro Cannavacciuolo, Presidente del circolo Arci Querencia dell’Aquila

 

Sono passati ottocentoquarantanove giorni dal terremoto, quando Va­lentino Mas­tella e Monique D’A­les­sandro iniziano a L’Aquila le riprese dell’omonimo documentario presentato in anteprima domenica sera nella Casa del Teatro.

La Casa del Teatro è un’altra struttura Arci, oltre il nostro circolo, nate in Piazza d’Arti. La realizzazione di questo spazio è stata sicuramente l’impresa più grande che abbiamo compiuto grazie a tutti voi e alla determinazione di altre 17 associazioni che sono rinate da qui. Oggi in questo luogo, certo precario ma vivo e sicuro, sono ripartite le nostre vecchie e nuove sfide. Oltre al Querencia, anche la Bibliocasa che ci affianca, il Teatro, il Museo di Arte Sperimentale, ogni giorno di più, propongono, a tutta la città, ma specialmente ai giovani, momenti di confronto e di riflessione. Ma la sfida più grande, come Arci, è stata quella dello Sprar, perché, oltre alla volontà di dare supporto ai rifugiati e richiedenti asilo, indica i nuovi valori su cui desideriamo si costruisca il futuro di questa città. Ma diciamo chiaramente che questi, purtroppo, sono solo piccoli, impercettibili segni di vita di fronte all’irritante immobilismo della politica. Si ha la sensazione di vivere intorno ad uno stagno, dove ogni giorno l’odore si fa più insopportabile. Bisogna denunciare ancora una volta e con la morte nel cuore che, oggi dopo tre anni, tra silenzi colpevoli e liti burocratiche-partitiche, la nostra città lentamente muore, sola e abbandonata con le sue ferite che, in questo tempo, si sono solo moltiplicate ed incancrenite. Ma i dati drammatici riguardano tutta l’economia della città. Le imprese sono in crescente difficoltà e rischiano di seguire il destino di quelle che non hanno mai più ripreso, il ricorso alla cassa integrazione è enorme e la disoccupazione a livelli impensabili. Gli studenti che sono stati la vera spina dorsale per l’economia e la cultura della città, oggi sono diventati pendolari e forse accettano questa dura realtà solo perché non si pagano le tasse.

Gli anniversari, se servono ad accendere luci e facili pietismi per un giorno, non ci piacciono ma siamo consapevoli di non potere, una volta di più, negarci e negare la possibilità di rompere questo omertoso, pilotato silenzio ed allora rieccoci, in questi giorni, di nuovo di fronte a microfoni, computer, facce vecchie e nuove a riflettere ed infervorarci delle paure di quella notte e di… bertolasoberlusconitendecasezonarossamapmuspgrandirischirisatedinottetassemutuisoldimortiimusilenziscuolepassatofuturolaquila.

Per chi di voi avesse, ancora oggi, voglia di sapere di noi e della nostra città, vi segnaliamo tutte le possibilità di contattare gli autori di Ottocentoquarantanove (la locandina è in allegato).


Quei settanta bambini rinchiusi nelle carceri italiane

La legge consente alle madri di tenerli in prigione fino all’età di tre anni. Ma le condizioni per loro sono aberranti tra inferriate, giochi posticci e bagni puzzolenti. – di Antonio Crispino

ROMA – Che ci fa un bambino di due anni a giocare con una bacinella nel bagno di una prigione? Che ci fa, un altro poco più grande di lui, aggrappato alla sbarre mentre aspetta qualcuno che apra la «gabbia»? E tutti quelli sdraiati sui sedili di un furgoncino? Ci dicono che sono in attesa di essere trasferiti in infermeria perché nelle celle con la mamma non c’è posto per la notte.

Ne vediamo tanti, nei vari carceri che visitiamo. E ogni volta è uno strazio. Lamenti, pianti, risa, giochi, nenie che siamo abituati a sentire nelle stanze colorate dei figli o dei nipoti stridono con il grigiore delle carceri, con la muffa che scende a frotte dalle pareti, con i bagni puzzolenti delle stanze, con giochi messi posticci per camuffare la tetra presenza delle inferriate ovunque. Le mamme hanno scelto per loro. La legge le consente di tenerli in carcere fino all’età di tre anni. Ma quale mamma si staccherebbe dal figlio, pur sapendo di portarlo in un posto del genere?

Nelle carceri italiane ci sono circa 70 bambini reclusi. Il numero è  costante negli anni. «Lo so, è brutto, ma lontani non possiamo stare, né io né lui» dice una detenuta del carcere Gazzi di Messina. Lo stesso ministro della Giustizia Paola Severino ha ammesso di recente che «il carcere anche nelle situazioni migliori, è un luogo incompatibile con le esigenze di socializzazione e di corretto sviluppo psico- fisico del bambino». Si cercano sistemi alternativi. Rende pessimisti il fatto che da anni si tenti di dotare il sistema di uno specifico ordinamento penitenziario pensato per i minorenni. In Italia non ce n’è uno. Ma una serie di proposte sono all’esame del Parlamento dal 2008.

In altri casi la legge n. 40 del 2001 (che offre alternative alla detenzione proprio a tutela del rapporto tra detenute e figli minori), si trasforma in una serie di paletti insormontabili per le detenute straniere, soprattutto se nomadi. E così, dietro le sbarre ci restano soprattutto loro, senza alternativa. Impedimenti che conosce bene anche Serenella Pesarin, che è a capo della Direzione generale per l’attuazione del provvedimenti giudiziari del Dipartimento Giustizia Minorile: «Se non trovano un lavoro, se sono discriminati, se non possono avere i documenti, se passano una vita per avere un rinnovo, se vengono guardati come nemici, cosa gli resta? Se non gli diamo un’identità, non li strappiamo alle organizzazioni criminali che li stanno sfruttando».

In una stradina al centro della capitale incontriamo l’associazione «a Roma insieme» fondata dall’ex onorevole Leda Colombini. Da anni si occupano di ordinarie storie di emarginazione in carcere e ogni giorno fanno i conti con le storture del sistema. Ci mostrano le foto scattate da Giuseppe Aliprandi, ne hanno fatte una pubblicazione (sono le stesse che usiamo anche in questo servizio video senza pixelare i volti dei bambini perché autorizzati dai genitori). Sono istantanee di una attesa e poi di una gioia settimanale: il sabato. Li chiamano «Sabati di libertà». E’ l’unico giorno, infatti, in cui l’associazione può prelevarli e farli uscire dalla segregazione. Per il resto della settimana c’è il carcere con le sue dure regole. Anche quando un bambino si ammala, anche quando deve andare in ospedale o deve subire un’operazione grave. La mamma non può seguirlo, non è autorizzata. Può solo chiedere informazioni agli assistenti penitenziari. E’ quello che è successo anche a Grcjela, una rom che un’alternativa l’ha trovata. Grazie al volontariato si è ribellata al campo e ha trovato il coraggio di allontanare chi la costringeva a rubare. Ma invece del suo coraggio preferisce raccontarci dell’allontanamento dalla figlia malata, la tortura di sette giorni passati senza poterla vedere, senza poter parlare con i medici, senza sapere se era viva o morta.

  da Corriere della Sera  5 Aprile 2012


3 apr 2012

l solare verso il primato produce quanto le dighe

Fonte: il Manifesto | 03 Aprile 2012

Il settore delle rinnovabili non conosce crisi, anzi. Nel 2011 ha raggiunto il 24% della produzione totale di energia. Il solare, in particolare, è passato dai 432 MW di potenza nel 2008 ai 12.750 MW del 2011 (fonte Gse). Per la prima volta il solare tallona da vicino le rinnovabili da fonte idraulica (dighe, etc.) che sono da sempre stazionarie attorno ai 17.900 MW complessivi. Secondo l’Irex Annual Report, nel 2011 il settore ha visto investimenti per 7,8 miliardi di euro di investimenti (pari allo 0,5% del Pil). Secondo il rapporto, le energie verdi hanno portato tagli alla bolletta per 400 milioni. Mentre i benefìci totali per il paese sono stimati tra 22 a 38 miliardi fino al 2030 (la misura varia a seconda degli incentivi ipotizzati). La prima regione italiana per produzione di energia solare è la Puglia (quanto Piemonte e Lombardia messi insieme). La prima regione per produzione da eolico invece è la Sicilia. I benefìci principali evidenziati in tutti gli studi sono: gli effetti positivi sull’occupazione, la riduzione delle emissioni di Co2 (fino a 83 milioni di tonnellate al 2030), l’indotto e la riduzione del «fuel risk». Per la prima volta però nel 2011 si notano anche i primi effetti sull’export: i progetti all’estero delle imprese italiane hanno superato quelli in patria (circa 56% a 44%).


29 mar 2012

Consiglio d’Europa, accuse all’Italia: “Responsabile per la morte di 63 migranti”

29 marzo 2012 da Eilmensile

Il Consiglio d’Europa punta il dito contro l’Italia per la morte di 63 immigrati nel Mediterraneo a marzo del 2011. “L’Italia – si legge nel rapporto – come primo Stato ad aver ricevuto la chiamata di aiuto e sapendo che la Libia non poteva ottemperare ai propri obblighi, avrebbe dovuto assumere la responsabilità del coordinamento delle operazioni di soccorso”.

Il report, intitolato “Vite perdute nel Mediterraneo: chi è responsabile?”, denuncia anche che sono 1.500 le persone morte in mare cercando di raggiungere l’Europa dall’Africa. Un numero particolarmente alto che si spiega, principalmente, con i forti flussi migratori che si sono registrati in concomitanza con le ‘primavere arabe’ e le conseguenti violenze.


Il Parlamento frena sugli F-35

Approvata la risoluzione Pezzotta che impegna il Governo a subordinare qualunque decisione circa l’acquisto di nuovi sistemi d’arma al processo al processo di ridefinizione della Difesa.

Articolo di: Alberto Chiara – Famiglia Cristiana

Foto di http://www.paxchristi.it/
La Camera dei deputati frena sull’acquisto dei cacciabombardieri F-35 prodotti dalla Lockheed Martin, chiede di vederci chiaro nelle politiche di indirizzo e nei conti, rivendica il diritto-dovere dei politici ad avere l’ultima parola in tema di difesa. Lo fa nel tardo pomeriggio di mercoledì 28 marzo, non senza qualche contraddizione.

L’assemblea di Montecitorio ha respinto la mozione dell’Italia dei valori, quella più radicale e vicina al sentire del mondo pacifista, «che diceva no agli F-35 e a tutto il resto, come la pensano molti italiani», chiosa Flavio Lotti, coordinatore nazionale della tavola della pace. Ma è stata approvata la risoluzione Pezzotta, Sarubbi, Giulietti, Lucà, Bobba, Carra  e altri che impegna il Governo «a subordinare qualunque decisione relativa all’assunzione di impegni per nuove acquisizioni nel settore dei sistemi d’arma, al processo di ridefinizione degli assetti organici, operativi e organizzativi dello strumento militare italiano».

In ossequio alla stessa risoluzione il Governo dovrà inoltre «assicurare la piena disponibilità ad approfondire il quadro delle scelte sommariamente enunciate dal Ministro della difesa, scelte che riguardano funzioni fondamentali per il nostro Paese, che possono essere formalizzate soltanto con decisioni assunte in Parlamento e non possono essere delegate a sedi di carattere tecnico-amministrativo».

«Un primo risultato è stato raggiunto: la questione degli F-35 è entrata definitivamente nell’agenda della politica», commenta Flavio Lotti, coordinatore nazionale della Tavola della pace. «Chiunque sosterrà i piani di acquisto di questi cacciabombardieri perderà il sostegno di larga parte dell’opinione pubblica. Il Parlamento ne ha dovuto discutere come non aveva mai fatto prima. E dovrà continuare a farlo in modo sempre più aperto e trasparente. Chi pensava di continuare a giocare sottobanco è stato sconfitto».

«Se non fosse stato per il senso di responsabilità e la tenacia di tanti cittadini e organizzazioni della società civile questo dibattito non ci sarebbe stato», prosegue Lotti. «Lo sforzo non è stato inutile. In altri Paesi non sarebbe stato necessario ma questa è la situazione dell’Italia. Oggi la Camera dei deputati ha discusso di spese militari, di armi, forze armate e modello di difesa. Lo ha fatto lesinando le parole di pace con espressioni di segno molto contraddittorio e in larga parte preoccupanti.  Alla fine il ministro di Paola ha dovuto fare buon viso a cattivo gioco e ha scelto di accogliere quasi tutte le mozioni. La mozione dell’Italia dei valori contro gli F-35 è stata respinta ma è stata approvata la risoluzione Pezzotta, Sarubbi, Giulietti e altri. Fatto il primo passo, ci prepariamo a fare il secondo con intelligenza, competenza e determinazione. Contro gli F-35 e una spesa militare insostenibile».

«Per chi come noi lavora da anni per chiedere l’uscita dell’Italia dal programma», ragiona Francesco Vignarca coordinatore di Rete Disarmo, «è già un primo successo vedere finalmente ritornare nell’ambito del Parlamento la discussione su un tema delicato come quello degli acquisti di costosissimi sistemi d’arma». «Va ricordato infatti che, nonostante il parere rilasciato dalle competenti Commissioni nel 2009 richiedesse un aggiornamento annuale soprattutto su costi e ritorni industriali, per tre anni il Governo non ha mai relazionato sull’andamento della partecipazione italiana all’F-35 alzando sempre una cortina fumogena (si pensi ad esempio alle “penali inesistenti”) verso qualsiasi richiesta di trasparenza, in particolar modo della campagna “Taglia le ali alle armi”», sostiene la Rete Disarmo inn un comunicato.

Rispetto al merito delle votazioni avvenute, Rete Disarmo esprime parere positivo verso lo spiraglio creato da alcuni voti favorevoli. In particolare riguardo alle mozioni che si esprimono almeno nell’ottica di una riconsiderazione del programma subordinata alle scelte di ristrutturazione della Difesa. «Proprio ciò a cui faceva riferimento la richiesta ai Deputati della nostra campagna, che si rammarica però di non aver visto il Governo disponibile a fermare il programma. La nostra Rete continua comunque ad essere contraria e molto critica sul progetto dei caccia F-35 (www.disarmo.org/nof35), sia per i problemi tecnici (recentemente un velivolo ha preso fuoco in volo e i test sono compiuti solo al 20%) che soprattutto per gli enormi costi di acquisto e mantenimento», sottolinea Massimo Paolicelli, portavoce della Campagna Tagliamo le ali alle armi. «In un momento così drammatico per le famiglie italiane e per i conti pubblici che senso ha spendere miliardi (il costo di un singolo aereo è di oltre 130 milioni di euro) per dei caccia d’attacco?. Secondo i calcoli da sempre diffusi dalla campagna “Taglia le ali alle armi” i soldi ipotizzati per l’acquisto dei caccia potrebbero essere molto più utilmente impiegati per interventi sociali, di welfare, sanitari e di ricostruzione di zone colpite da calamità naturali».

«La versione finale della risoluzione presentata da Savino Pezzotta, da me e da altri deputati, è stata approvata con 373 voti a favore, 6 contrari (quasi tutti Pdl) e 46 astenuti (Lega)», interviene l’onorevole Andrea Sarubbi (Pd). «Siamo riusciti a impegnare il Governo a “subordinare qualunque decisione relativa all’assunzione di impegni per nuove acquisizioni nel settore dei sistemi d’arma al processo di ridefinizione degli assetti organici, operativi e organizzativi dello strumento militare italiano”. Questo significa che gli F35 non si faranno più? Non proprio: significa che prima dovremo fare i conti, e poi – come dice ad esempio la mozione Pd – si valuterà il tutto in maniera trasparente, in Parlamento».

«E quanti se ne faranno?», incalza ancora Andrea Sarubbi: «In teoria, ancora non si sa: dipenderà dal bisogno effettivo, dalle scelte degli alleati e dalla situazione economica dell’Italia. Certamente è difficile capirlo dalle mozioni approvate mercoledì 28 marzo, perché il Governo ha dato parere favorevole a testi anche in contraddizione tra loro: alla fine, dopo un serrato confronto, ha detto sì alla mozione Colomba, la nostra, ma anche a quella a prima firma Misiti (ex Idv, poi sottosegretario di Berlusconi, ora Grande sud), che impegna il Governo a “procedere all’acquisto di 90 F35 in luogo dei 131 inizialmente previsti dal programma”».

Allora non è cambiato nulla? «No, non è vero neanche questo», conclude l’onorevole Sarubbi. «Innanzitutto, perché senza la nostra mozione Colomba depositata due anni fa oggi i bombardieri sarebbero comunque 131 e nessuno lo metterebbe in discussione; inoltre, perché il tempo gioca dalla nostra parte: come dimostra anche l’atteggiamento degli Usa, che hanno deciso di ritardare il programma JSF di 5 anni, anche sulle spese militari è finita l’era delle deleghe in bianco. Insomma, visto il risultato in aula a Montecitorio: un dignitoso pareggio che ha però il sapore della vittoria perché ottenuto in trasferta contro una squadra abituata a vincere».

Fonte: www.famigliacristiana.t
29 Marz0 2012


F35, il Parlamento rialza la testa

di Flavio Lotti* da Art 21 del 29 Marzo 2012

Un primo risultato è stato raggiunto. La questione degli F-35 è entrata definitivamente nell’agenda della politica. Chiunque sosterrà i piani di acquisto di questi cacciabombardieri perderà il sostegno di larga parte dell’opinione pubblica. Il Parlamento ne ha dovuto discutere come non aveva mai fatto prima. E dovrà continuare a farlo in modo sempre più aperto e trasparente. Chi pensava di continuare a giocare sottobanco è stato sconfitto.

Se non fosse stato per il senso di responsabilità e la tenacia di
tanti cittadini e organizzazioni della società civile questo dibattito
non ci sarebbe stato. Un primo risultato è stato dunque raggiunto. Lo
sforzo non è stato inutile. In altri paesi non sarebbe stato
necessario ma questa è la situazione dell’Italia. Oggi la Camera dei
deputati ha discusso di spese militari, di armi, forze armate e
modello di difesa. Lo ha fatto lesinando le parole di pace con
espressioni di segno molto contraddittorio e in larga parte
preoccupanti.

Alla fine il Ministro di Paola ha dovuto fare buon viso a cattivo
gioco e ha scelto di accogliere quasi tutte le mozioni. La mozione
dell’IdV contro gli F-35 è stata respinta ma è stata approvata la
risoluzione Pezzotta, Sarubbi, Giulietti e altri che impegna il
Governo “a subordinare qualunque decisione relativa all’assunzione di
impegni per nuove acquisizioni nel settore dei sistemi d’arma, al
processo di ridefinizione degli assetti organici, operativi e
organizzativi dello strumento militare italiano.” Non è poco. Con la
stessa risoluzione il governo dovrà inoltre “assicurare la piena
disponibilità ad approfondire il quadro delle scelte sommariamente
enunciate dal Ministro della difesa, scelte che riguardano funzioni
fondamentali per il nostro Paese, che possono essere formalizzate
soltanto con decisioni assunte in Parlamento e non possono essere
delegate a sedi di carattere tecnico-amministrativo”.

Questo risultato è stato possibile grazie ad un gruppo di deputati
«Pezzotta, Sarubbi, Marco Carra, Enzo Carra, De Pasquale, Bossa,
Ruvolo, Giovanelli, Castagnetti, Fogliardi, Graziano, Rubinato,
Delfino, Lucà, Marchioni, Bobba, Mattesini, Tassone, Codurelli,
Gasbarra, Giulietti, Nicco» e all’azione lungimirante della Tavola
della pace, Rete Disarmo e Sbilanciamoci.

Fatto il primo passo, ci prepariamo a fare il secondo con
intelligenza, competenza e determinazione. Contro gli F-35 e una spesa
militare insostenibile.

*Coordinatore Nazionale della Tavola della pace


25 mar 2012

Giustizia: 2.121 condanne all’Italia per violazione dei diritti umani, fa peggio solo la Turchia

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di Rita Bernardini (Deputato Pd-Radicali)

 

Social News, 25 marzo 2012

 

Non scriverò di carceri italiane. L’orrore di quei luoghi, nei quali vengono costantemente violati diritti umani fondamentali universalmente acquisiti, è, infatti, il risultato di una “Giustizia” ridotta alla bancarotta, di una “Democrazia” che non può più definirsi tale.

Esagero? Esagerano Marco Pannella e i radicali? Propongono un’amnistia propedeutica ad una riforma strutturale della giustizia per far rientrare – subito! – il nostro Paese nella legalità costituzionale italiana, europea, onusiana. Questo obiettivo è rimandabile o è, invece, improcrastinabile ed obbligato?
Stiamo ai fatti. Dal 1959 al 2010, la Corte Europea dei Diritti Umani (Cedu) ha condannato l’Italia 2.121 volte per violazione della Convenzione. Il nostro Paese si è così classificato al secondo posto, dietro solo alla Turchia (2.573 violazioni) e prima di Russia (1.079) e Polonia (874). Secondo, dunque, su 47 Stati membri del Consiglio d’Europa.
Se, però, consideriamo i giudizi per l’irragionevole durata dei processi, ecco che l’Italia balza al primo posto, con 1.139 violazioni. Seguono Turchia, con 440 condanne, Polonia, 397 e Grecia, 353.
Questi “record”, queste “medaglie” tutte italiane, annientano la nostra credibilità in Europa e nel mondo, riducendo il nostro Paese ad un osservato speciale il quale, nel corso dei decenni, non ha dimostrato il minimo segnale di ravvedimento o di impercettibile miglioramento, di controtendenza. Siamo recidivi, delinquenti abituali, come vengono definiti nel nostro diritto penale coloro i quali sono abitualmente dediti al delitto.
Fin dall’inizio degli anni ‘80, il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa ha constatato numerose violazioni dell’articolo 6 della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo, a causa dell’eccessiva durata delle procedure giudiziarie. Negli anni 90, lo stesso Comitato dei Ministri rilevava come le decisioni della Cedu evidenziassero “seri problemi strutturali nel funzionamento del sistema giudiziario italiano” ritenendo le autorità nazionali “interamente e direttamente responsabili” per “le violazioni della Convenzione risultanti da ritardi eccessivi nell’amministrazione della giustizia”. Nel 1997, l’Italia ha ricevuto un pesante ammonimento perché “i ritardi eccessivi nell’amministrazione della giustizia costituiscono un importante pericolo, in particolare per il rispetto dello Stato di diritto”. Neanche questo avvertimento ha sortito cambiamenti significativi, tanto che, dal 2000, il Comitato dei Ministri ha richiesto alle autorità italiane, “vista la gravità e la persistenza di questo problema”, di imprimere “alta priorità alla riforma del sistema giudiziario italiano”.
Saltando i successivi, costanti, richiami dell’arbitro “Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa”, arriviamo al 2009, anno in cui il Comitato, ravvisando ancora una volta un arretrato considerevole nei processi civili e penali, arriva ad affermare che “una soluzione definitiva al problema strutturale della durata delle procedure deve essere trovata”. Sottolineo quel “deve”: a tutt’oggi, non viene minimamente preso in considerazione dalle istituzioni italiane. Da squalifica, infine, il suono del fischietto arbitrale nel 2010, quando il Comitato definisce “grave il pericolo per lo Stato di diritto” che si materializza nella “negazione dei diritti sanciti dalla Convenzione”.
Mentre commentatori, editorialisti e partitocrati si accapigliano e gridano allo scandalo per la prescrizione del processo Mills, nel quale era imputato l’ex Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, nessuno-ma-proprio-nessuno di lor signori si è mai scandalizzato per le sopracitate squalifiche in campo europeo del nostro Paese. Nessuno-ma-proprio-nessuno di lor signori ha mai levato una voce sull’amnistia strisciante e perniciosa delle oltre 150.000 prescrizioni annuali di procedimenti penali, oltre due milioni dal 1996 al 2008! Nessuno-ma-proprio-nessuno di lor signori ha mai rinfacciato ai Berlusconi ed ai D’Alema di non aver mai mosso un dito per riformare la giustizia a favore dei cittadini e far rientrare il nostro Paese nella legalità.
Tutti-ma-proprio-tutti lor signori si adoperano, invece, a bollare costantemente l’amnistia prevista dall’articolo 79 della Costituzione come una resa dello Stato. Lor signori sono i puri, quelli che – se non sono in malafede – dimostrano tutta la loro incapacità di governare una situazione che fa pagare un prezzo altissimo ai cittadini, vittime di una demagogia che ha il suo miglior alleato nella negazione totale del diritto civile alla conoscenza, all’informazione, al contraddittorio fra opinioni diverse.
Isolato e bandito, Marco Pannella continua ad affermare da una vita che, dove c’è strage di legalità, prima o poi c’è strage di popoli. È inutile fare gli scongiuri di fronte a questo ammonimento se la banalità del male è già dentro di noi e devasta i nostri cuori e le nostre menti, rendendoci incapaci di comprendere, e quindi di cambiare, ciò che accade o rischia di accadere.