Rassegna stampa

24 gen 2012

Servizio civile, su internet monta la protesta per il blocco delle partenze

23 gennaio 2012versione stampabile

Tratto da Il Redattore sociale

Dopo lo sconcerto e la rabbia, su Internet e soprattutto su Facebook è partita la mobilitazione per opporsi al blocco della partenza dei 18mila giovani che dovrebbero svolgere il servizio civile nel 2012. La sentenza del Tribunale di Milano, che ha annullato il bando di reclutamento del settembre scorso perché non ammetteva anche gli stranieri, potrebbe far saltare tutto.

Da sabato è possibile firmare on line la petizione “Servizio civile 2012″ (www.petizionepubblica.it) che nel giro di tre giorni ha raccolto oltre 1.600 adesioni. Su Facebook è invece iniziata l’organizzazione di una manifestazione a Roma per il primo di febbraio, dalle ore 10 alle 17. Non è ancora stato deciso il luogo della manifestazione. Per alcuni giovani, il blocco delle partenze rischia di diventare un dramma. Basta dare un’occhiata ai commenti lasciati da chi ha firmato la petizione. Cosima Zingariello scrive: “Mi sono licenziata dai lavori che stavo facendo e ho disdetto l’affitto di casa…mi chiedo cosa fare? È l’ennesima conferma, noi giovani dobbiamo andarcene dall’Italia, non si può avere fiducia in nessuno, men che meno nelle Istituzioni, a giorni dalla sentenza, il ministro Riccardi non si è ancora pronunciato”.

E sul web molti si chiedono come mai il ministro Andrea Riccardi non si pronunci. Per Mina è “assurdo che il ministro, che ha tempo per smentire il fatto che si candiderà nel 2013, non riesce a pronunciarsi in nessun modo sulla questione”. E c’è chi sta meditando di rivolgersi ad un avvocato. “Noi ragazzi di Prato andiamo sabato mattina per una consulenza legale gratuita” annuncia Martina sulla pagina di Facebook “Viva il servizio civile”. (dp)


Ecco i Paesi in guerra con le pistole che parlano italiano

Fonte: Umberto De Giovannangeli - l’Unità | 23 Gennaio 2012

Le nostre esportazioni di armi leggere in Stati soggetti a embargo internazionale o teatro di conflitti sono cresciute del 10%. Un affare di oltre 1 miliardo l’anno tra Congo, Iran, Afghanistan, Yemen e altri. Il rapporto 2011 dell’Archivio disarmo


Commerciare armi non è di per sé un reato né un peccato. Ma la questione si fa politica, oltre che etica, quando questo commercio s’indirizza verso Paesi sottoposti a embarghi internazionali sulle forniture di armi e verso Paesi in cui ci sono conflitti o documentate violazioni dei diritti umani. È quanto emerge dal nuovo Rapporto 2011 dell’Istituto di Ricerche Archivio Disarmo che, facendo seguito ai precedenti rapporti sulle esportazioni di armi leggere italiane leggere ad uso civile, segnala un forte incremento sulle vendite. Nel biennio 2009-2010 l’Italia ha esportato complessivamente oltre un miliardo di euro (1.024.275.398) in armi leggere ad uso civile, precisamente 471.368.727 nel 2009 e 552.906.626 nel 2010 con un aumento di circa il 10% rispetto al biennio precedente. In particolare tra il 2009 e il 2010 la crescita si attesta a circa il 17%.
La ricerca dell’Archivio Disarmo su fonte Istat evidenzia che le esportazioni sono per la maggior parte dirette verso Usa e Paesi dell’Ue. Ma l’aumento più significativo per valore è sicuramente rappresentato dall’Asia passata dall’importazione di circa 28 milioni di euro nel biennio 2007 2008 ad oltre 142 milioni. L’Italia ha esportato armi comuni da sparo anche nel continente africano e nel Medio Oriente dove la situazione di molti Paesi, già critica negli anni passati, nel periodo recente è esplosa con l’ondata rivoluzionaria che ha portato al capovolgimento dei sistemi politici e centinaia di morti e feriti.Emerge l’esportazione verso Paesi sottoposti a embarghi internazionali sulle forniture di armi (Cina, Libano, Congo, Iran, Armenia e Azerbaijan) e verso Paesi in cui sono in atto conflitti e in cui si riscontrano gravi violazioni dei diritti umani (la Federazione Russa, la Thailandia, le Filippine, il Pakistan, l’India, l’Afghanistan, la Colombia, Israele, Congo, Kenya, Filippine ecc.). In particolare dalla ricerca emergono alcuni casi di esportazioni a Paesi in conflitto e dove avvengono gravi e sistematiche violazioni dei diritti umani.
L’Italia ha esportato armi da fuoco in tutta i Paesi nordafricani interessati quest’anno dalla Primavera araba: l’Egitto, la Tunisia e in particolare la Libia che ha ricevuto oltre 8,4 milioni di euro, totalmente rappresentate da pistole e carabine Beretta e fucili Benelli finite nelle mani del settore di Pubblica Sicurezza del Comitato Popolare Generale (l’istituzione di governo libica), col rischio che possano essere state utilizzate per la repressione in atto negli ultimi mesi. Sono state fornite armi, proiettili ed equipaggiamento militare e di polizia usati per uccidere, ferire e imprigionare arbitrariamente migliaia di manifestanti pacifici in Paesi come la Libia, la Tunisia e l’Egitto e tuttora utilizzati dalle forze di sicurezza in Yemen.
Lo Yemen ha importato dall’Italia una cifra pari a 487.119 euro di armi e oggi versa in una situazione di conflitto che ha provocato centinaia di morti; la dura repressione del governo, nei confronti delle manifestazioni popolari verificatesi a sud del Paese, ha causato molte vittime tra manifestanti e civili. Destano gravi dubbi, per la possibilità che siano usate per compiere violazioni del diritto umanitario internazionale e dei diritti umani, le esportazioni di armi nell’Africa Sub-Sahariana in: Congo (Brazaville), Kenya e verso la Repubblica Democratica del Congo verso cui sono state esportate munizioni per un valore di 81.152 euro malgrado l’embargo di Ue e Onu in vigore dal 1993; nel conflitto tra le vittime si annoverano numerosi civili e gli attacchi indiscriminati da parte di tutte le forze in campo, anche verso la popolazione civile, stanno creando un popolo di sfollati e rifugiati.
La Cina, tra il 2009 e il 2010 ha acquistato dall’Italia armi civili, munizioni ed esplosivi per un valore di oltre 3 milioni, in violazione dell’embargo, imposto dal Consiglio europeo nel 1989 in seguito ai fatti di Piazza Tienanmen, che mira proprio a tutelare i diritti umani. L’Honduras è stato teatro di un conflitto interno durante il 2009 e nella regione dell’Agùan è stato imposto uno schieramento militare permanente a causa delle manifestazioni dei contadini contro aziende agricole private che spesso sono sfociate in episodi di violenza. L’Italia ha esportato verso il Paese più di 600 mila euro di materiali rappresentati da pistole, fucili e loro parti ed accessori.
Dallo studio emergono le contraddizioni derivanti dal fatto che le procedure e i divieti previsti per le armi comuni da sparo (previste dalla legge 110/75) sono diverse dal quelle previste dalla legge 185/90 che si occupa dei trasferimenti di armi ad uso militare, una tra le discipline più avanzate a livello internazionale. Spesso attraverso vendite legali si passa poi a successive forniture a soggetti che di questi strumenti fanno un uso non consentito, finendo per armare anche la delinquenza organizzata, formazioni terroristiche, bande paramilitari ecc.
Come avviene già a livello europeo, ancora una volta appare necessario considerare, per i controlli sulle esportazioni, le armi comuni da sparo alla stregua delle armi leggere ad uso militare alla luce dell’ormai accertata pericolosità della loro presenza soprattutto nei numerosi scenari di conflitto che costellano i cinque continenti; conflitti in cui le armi, dalle più piccole alle più sofisticate, contribuiscono alla radicalizzazione della violenza e delle condizioni post-conflittuali con impatti devastanti sulle popolazioni.
Nota bene: secondo i principi definiti dalla legge 185/90, l’Italia non può trasferire materiali di armamento in Paesi in stato di conflitto armato, in Paesi che conducono una politica estera aggressiva e propensa all’uso della forza, in Paesi sottoposti ad embargo deciso dalle Onu e Ue, in Paesi cui governi sono responsabili di accertate gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani o qualora vi sia in rischio di «triangolazioni». Le autorizzazioni all’esportazione sono coordinate dal ministero degli Esteri e dal ministero della Difesa.


22 gen 2012

Una piazza dedicata al volontariato

enova - I giardini nello spazio antistante alla Fiumara hanno finalmente un nome: d’ora in avanti si chiameranno “Giardini del volontariato“, per «una piazza dedicata al volontariato nel suo insieme», spiega Stefano Tabò, presidente del coordinamento nazionale dei Centri di servizio per il volontariato.

«Genova coglie in un colpo solo le diverse espressioni del volontariato, una delle realtà significative del nostro paese», continua Tabò, che ha avuto l’onore di scoprire la targa “Giardini del volontariato”.

Ad accompagnare le associazioni di volontariato l’assessore Paolo Veardo, il presidente di Celivo, Luca Cosso e il sindaco di Genova Marta Vincenzi: «La Fiumara è un luogo dove passano centinaia di persone con storie e culture diverse: era giusto dedicare questi giardini anche a tutte le nuove frontiere della solidarietà, per il riconoscimento di una presenza dell’asse fondamentale della costruzione del nostro paese.

Da secolo xix (on line) 21/1/01


21 gen 2012

Quel bene comune chiamato sole

L’”imperativo energetico” dello studioso tedesco Hermann Scheer è un formidabile documento su un modello di produzione energetica alternativa al petrolio, al carbone e all’atomo. E che prevede una sua gestione decentrata e autorganizzata, dai singoli e dalle popolazioni locali.

Il vantaggio competitivo tedesco nei confronti dell’economia italiana – qualcuno lo chiama familiarmente spread – risiede in misura preponderante nel formidabile attivo della Germania negli scambi internazionali di merci e servizi, a differenza del passivo che caratterizza l’Italia. È questa la spiegazione sulla quale insistono i più rinomati tra gli economisti, (talvolta anche di sinistra); e in molti suggeriscono di risalire la china, riconvertendo il sistema economico e sociale del paese per disporre di merci esportabili, contenenti più innovazione di prodotto, oppure di produrne attraverso processi più efficienti (leggi: con licenziamenti di massa).
Sommessamente suggeriamo un’altra via. Quella di imitare sul serio i tedeschi, ma nella loro transizione alle energie rinnovabili e al contemporaneo abbandono delle energie fossili, nucleare compreso. Questo percorso è quello che un autore, un vero e proprio scienziato-politico, Hermann Scheer, sociologo, ha descritto per intero nel suo ultimo libro, Imperativo energetico pubblicato alla fine del 2011 nei Kyoto Books delle Edizioni Ambiente (pp. 269, euro 25). Il tema è riassunto nelle frasi che completano il titolo originale: «100% rinnovabile ora! Come realizzare la completa riconversione del nostro sistema energetico».

L’avvocato del verde
Scheer, salutato come «avvocato del sole», «eroe verde», se ne è andato nell’ottobre del 2010. Il suo ruolo non è stato soltanto quello di pensare il futuro «rinnovabile» e di scrivere libri per spiegarlo e renderlo familiare ai tedeschi e agli altri, in Europa e nel mondo, ma anche quello di costruire una straordinaria opera di convinzione, attraverso associazioni come Eurosolar. Scheer ha reso davvero il «suo» futuro più vicino e abbordabile, nell’azione di ogni giorno, scrivendo libri, partecipando a convegni, tenendo conferenze. Ma ha fatto ben di più, operando senza tregua nella sfera politica, utilizzando in parlamento, nel suo partito, l’Spd e anche nelle amministrazioni delle città e dei Länder, ogni spazio consentito. Alla ricerca continua di scelte concrete, di leggi per rendere il mondo «rinnovabile» pratico, vantaggioso e convincente. L’imperativo energetico è tra i lavori del suo ultimo tempo ed è insieme scienza, informazione, politica. Di certo va letto come un programma molto concreto per coloro che continueranno la sua opera e si dedicheranno alla riconversione energetica della società, o meglio alla rivoluzione sociale praticata attraverso il cambio di paradigma energetico.
L’energia di origine solare deve sostituire del tutto e al più presto quella oggi utilizzata che è quasi interamente di origine fossile. Per Scheer non vi sono mediazioni possibili, le lungaggini risultano intollerabili; non si possono accettare compromessi, soluzioni pasticciate. Le grandi imprese tradizionali: del gas, del petrolio, elettriche, atomo compreso, mostrano ormai per lo più un atteggiamento tollerante nei confronti delle energie rinnovabili. È falso. Fingere di fare spazio alle novità è una mossa che consente di mostrarsi alla moda, serve per dare una patina di eleganza a un mondo energetico ancora e sempre dominato dalle energie fossili. Scheer rifiuta questo atteggiamento compiacente. Il modello rinnovabile non deve e non può essere solo una variante, un riempitivo; e neppure l’offerta di un’area di sosta gratuita e a tempo indeterminato per svolgere in tutta calma sperimentazioni, in attesa che le energie fossili si esauriscano.
Al contrario, Scheer è mosso dall’urgenza. Non è solo convinto che le energie fossili siano in esaurimento accelerato, molto più vicino di quanto non si pensi, e che perciò si dovrà comunque farne a meno quanto prima. Esse sono da eliminare oggi, in quanto dannose per l’inquinamento che determinano, per i disastri naturali crescenti e il riscaldamento globale che provocano. Quindi – ne è sicuro – prima ce ne liberiamo, meglio è; anzi è l’unica via per consentire un futuro all’umanità, è un imperativo categorico se si vuole non solo sopravvivere, ma restare umani. In questo senso va messo al bando ogni compromesso. Il solare non può coesistere con il fossile, con le sue reti estese per ogni dove.

Una rete piccola e flessibile
Il solare e il fossile sono modelli del tutto alternativi, anche da un punto di vista economico. Non ci sono capitali sufficienti per entrambi, una vera politica di sviluppo per le rinnovabili implica che i fondi disponibili per l’energia siano tutti messi a disposizione di quel progetto, escludendo ogni scelta diversa. Non un altro soldo, non un altro metro quadro di territorio all’espansione dell’energia da petrolio, carbone, gas, nucleare. Le loro reti, i loro giganteschi impianti sono arrivati alla fine. Non si deve rivitalizzarli con nuovi capitali, con altro spazio, con riedizioni di concessioni amministrative. Al contrario: occorre finalmente calcolare in verità l’economia dell’energia fossile, non trascurando i costi addossati nascostamente alle comunità. Solo così il confronto economico diventerà accettabile, e si potrà giudicare se i costi effettivi dell’energia tradizionale siano o meno più alti degli incentivi al solare. Attualmente i media proclamano che questi ultimi hanno costi esorbitanti sulle bollette, ma il più delle volte i conti provengono direttamente dagli uffici studi delle società elettriche e simili e quindi sono poco attendibili. Gli interessi vitali delle compagnie energetiche sono difesi senza equivoci.
Scheer non ha avuto modo di conoscere la scelta del governo tedesco di chiudere interamente il capitolo del nucleare, entro il 2022. Egli ne avrebbe di certo apprezzato l’indirizzo generale, pur criticando qualche compromesso di troppo. Il suo atteggiamento – come illustra nel libro – era sempre pragmatico sulle forme e le tattiche, una volta stabiliti i termini generali della questione, la certezza etica di non barattare mai i fini con i mezzi; e purché infine rimanesse sempre ben fisso l’obiettivo finale, il sole, da non mettere mai in discussione e da raggiungere in fretta.
Quello che unisce tra loro le energie fossili, comprendendovi anche la variante dei reattori nucleari è la necessità di disporre di reti estese al massimo. L’obiettivo cui le compagnie fossili tendono è Supergrid, la rete di tutte le reti, come dire il monopolio di tutti i monopoli energetici. Essa contrasta in massimo grado con Smartgrid, la rete intelligente, la rete democratica che Scheer indica come modello e come obiettivo da raggiungere. L’energia deve essere, per così dire, fatta in casa, per evitare di dipendere dai produttori fossili, padroni dei loro carboni e dai padroni delle reti, quelli cui i governi di tutto il mondo si inchinano quasi fossero davvero i re dei territori attraversati. L’energia che serve nasce da un mix di tutto quello che c’è, a partire dalla cultura, dalla conoscenza della storia e di chimica e fisica, e poi il sole, il vento, le scorie agricole, l’acqua; il risparmio ottenuto con i materiali progettati per i nuovi edifici e le nuove macchine, fatte in modo da consumare il meno possibile. Tutto questo e il denaro necessario per mandare avanti la ricerca di macchine, sistemi, materiali sempre più adatti a catturare la forza del sole saranno presto sufficienti a coprire tutte le esigenze energetiche dei viventi in una zona determinata.
Scheer d’altra parte non mostra alcuna intenzione di eliminare l’automobile privata. Certo non sarà per sempre il mezzo di trasporto più intelligente e libero. Il futuro saprà fare di meglio. Anche le automobili, tutte le automobili, dovranno avere però una molto prossima transizione all’elettricità. I lunghi tragitti saranno possibili con batterie capaci, ormai disponibili industrialmente, e con stazioni di ricarica, alimentate da reti intelligenti ai bordi delle strade e delle autostrade. Sarà una serie di reti locali, capaci di interagire in caso di necessità, ma tutte con una forte impronta comunale e locale. In generale i comuni dovranno rientrare in possesso delle proprie reti e gestire direttamente con le proprie forze e sotto l’impulso dei cittadini, acqua, rifiuti, energia, trasporti. Si renderà così necessario un percorso inverso alla linea attuale, percepibile anche in Germania, di privatizzazioni con passaggio a grandi gruppi azionari dei servizi pubblici locali.
Conta di più la rete locale o l’eliminazione immediata delle energie fossili?

Rinnovabile e a corto raggio
L’imperativo energetico non sfugge a questo dilemma, anzi lo affronta con foga nel caso di Desertec. È questo un programma di sfruttamento di impianti solari termodinamici ed eolici, nei deserti i primi e lungo le coste atlantiche dell’Africa i secondi, per produrre energia elettrica da convogliare verso l’Europa in modo da coprire, in un anno ancora imprecisato, una frazione importante del fabbisogno energetico europeo. Un programma intrigante, capace di convincere, oltre che le compagnie finanziarie e i giganti energetici di Germania e di mezza Europa, anche una parte degli ambientalisti. Non però Scheer. E l’opposizione a Desertec è tra i passaggi più significativi del libro. Desertec è molto costoso, migliaia di miliardi di euro. Non si può fare di meglio, utilizzando quel capitale, con le rinnovabili a corto raggio, tanto in Europa che in Africa? Da un punto di vista tecnico scientifico Scheer indica le perdite di potenza in un sistema di trasmissione tanto lungo; mostra poi il pericolo politico oltre che economico che un sistema tipo Desertec può generare e la sua affinità a quei sistemi elettrici fossili tradizionali, che vorrebbe sostituire: rigidità estrema, fragilità, problemi di sicurezza. Per cui Desertec finirebbe per capovolgere l’intenzione di liberare le popolazioni dai vincoli energetici fossili, sostituendolo con altri vincoli non meno gravosi. E allontanandosi da ogni prospettiva democratica, essenziale nella ricerca di Scheer.
Si apre il confronto fondamentale: c’è un’energia rinnovabile, solare, che è anche locale, cittadina, cresce sui tetti e lungo i muri, è controllabile da vicino, è sempre sostituibile, si può ripararla, è facile da cambiare e da migliorare, senza interrompere il servizio; non costa troppo, anzi diventa concorrenziale se la si lascia vivere e al tempo stesso non si facilita l’ipotesi energetica contraria: un bene comune, insomma, per il quale si devono costruire, giorno per giorno le condizioni. Un modello di società in cui tutte le persone sono «costrette» a discutere, a scegliere un modello di vita, a elaborare un progetto comune per raggiungerlo: a fare, un giorno dopo l’altro, la democrazia. Dall’altra parte c’è un’energia potente, ad ampio raggio, governata da lontano, irraggiungibile dagli utenti che sembra (è sembrata) rispondere alle esigenze degli ingegneri, ma in realtà risponde da sempre alle esigenze della finanza e dei poteri più forti. «Io la risposta ce l’ho», diceva Hermann Scheer. «Ora tocca a voi».

La riproduzione di quest’articolo è autorizzata a condizione che sia citata la fonte: www.sbilanciamoci.info


19 gen 2012

Rimesse, in Italia ogni straniero manda a casa 1.500 euro all’anno

Fonte: Redattore Sociale | 18 Gennaio 2012

Dossier Caritas/Migrantes. Verso l’Asia 440 miliardi di dollari da tutto il mondo, in crescita nonostante la crisi. Dal nostro paese rimesse in calo, ma la colpa è dei costi delle transazioni: verso la Cina il costo medio è del 18%

ROMA – L’ammontare delle rimesse dei lavoratori migranti superano gli aiuti ufficiali allo sviluppo elargiti dalle istituzioni internazionali e nell’ambito dei programmi di cooperazione: in questo contesto l’Asia è il continente nel quale si indirizza la maggior parte dei flussi mondiali. A metterlo in evidenza è il Dossier Caritas/Migrantes nel corso del convegno organizzato a Manila in occasione dell’annuale viaggio di studio intercontinentale cui partecipano i redattori centrali e regionali. Nelle aree in via di sviluppo – scrive Alberto Colaiacomo nella sua relazione riprendendo dati della World Bank – nelle aree in via di sviluppo nel corso del 2010 sono arrivati 325 miliardi di dollari inviati da cittadini espatriati, ammontare pari a una cifra che raggiunge il 10% del Pil. I trasferimenti internazionali di denaro sono tornati a crescere dopo una flessione del 2009, confermando come essi tendano “a rafforzarsi nelle fasi di recessione rappresentando per le economie dei paesi in via di sviluppo un flusso più stabile rispetto ad altre forme di mutualità internazionale”.

L’Asia è il continente ove si indirizza la maggior parte dei flussi mondiali (440 miliardi di dollari) e che vede l’India e la Cina, con circa 50 miliardi di dollari ognuna, come paesi che beneficiano dei maggiori introiti. Nelle Filippine (quarto posto assoluto) arrivano 21,3 miliardi di dollari. Particolare rilevanza, se raffrontati con i rispettivi Pil, i flussi monetari che giungono in Tajikistan (35,1% del Pil), Nepal (22,9%) e Libano (22,4 %). Come avviene negli altri paesi dell’Ue, le rimesse inviate dall’Italia sono in calo: nel 2010 è stata pari a 6,6 miliardi di euro, con una flessione del 5,4% rispetto all’anno precedente: un aspetto – viene spiegato – dovuto, più che alle dinamiche legate alla congiuntura economica, alla normativa che tra il 2009 ed il 2010 si è più volte modificata abbassando il limite di invio fino ai 2mila euro.

Nel corso dell’ultimo anno, l’Asia è il continente che più ha beneficiato delle rimesse originate dall’Italia (con 3 miliardi di euro, 47,4% di tutti i flussi), seguono i paesi europei (27,4%), l’Africa (12,5%) e le Americhe (11,6%). Tra tutti i paesi, la Cina è quello a cui viene inviato il maggior volume di rimesse con 1,7 miliardi di euro, seguito da Romania (800 milioni di euro), Filippine (712 milioni di euro) e Marocco (251 milioni di euro). Di rilievo anche i flussi inviati in Bangladesh (193 milioni), India (132 milioni), Sri Lanka e Pakistan (75 milioni cadauna). Le principali nazioni di destinazione mostrano, anche in questo caso, una riduzione annuale: per la Cina la variazione si attesta a -10,2%, per le Filippine a -11,1% e per la Romania a -3%. Mediamente, nel corso del 2010, ogni straniero presente in Italia ha inviato nel proprio paese 1.500 euro annui. Il livello procapite sale molto nel caso dei cinesi che inviano in patria poco più di 9mila euro a testa, dei filippini con 7.760 euro e dei senegalesi e bengalesi (rispettivamente 3.100 e 2.600 euro).

Il Dossier Caritas/Migrantes segnala anche il fattore cruciale dei costi delle transazioni: a livello mondiale c’è stata negli ultimi due anni una diminuzione del costo medio di rimessa attraverso il settore bancario dal 9,8% all’8,7%. In particolare, a livello italiano c’è il problema dello sbilanciamento verso gli operatori di Money transfer che – viene spiegato - pur offrendo servizi veloci, capillari e disponibili in fasce orarie più ampie, praticano prezzi superiori rispetto al sistema bancario. In questo contesto, i paesi asiatici, pur rappresentando i “corridoi” più utilizzati, continuano a ricevere le condizioni meno favorevoli con il costo medio delle rimesse che ammonta al 18% per la Cina, il 14% per il subcontinente indiano e il 12,5% delle Filippine. (ska)

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18 gen 2012

Voto in Senato, manicomi criminali verso la chiusura

Fonte: Margherita De Bac - Corriere della Sera | 18 Gennaio 2012

Nuove strutture nelle regioni

ROMA — Una rivoluzione attesa da almeno dieci anni. La più grande dopo la legge Basaglia, la famosa Centottanta, che abolì i manicomi nel 1978. Entro il 31 marzo 2013 gli ospedali psichiatrici giudiziari dovranno chiudere. E i 1.500 internati che li abitano saranno trasferiti in strutture regionali dove la priorità non è la detenzione ma la terapia. Dove prima che al criminale si pensa al malato.
Così il futuro tratteggiato dall’emendamento alla legge sulle carceri che dovrebbe essere votata tra oggi e domani al Senato. Un cambiamento di mentalità e non solo strutturale accompagna questo risultato inseguito con particolare ostinazione da Ignazio Marino, senatore pd e presidente della Commissione di inchiesta sul servizio sanitario. I filmati e la documentazione raccolta in due anni di lavoro sono stati mostrati anche al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che ha denunciato «l’estremo orrore inconcepibile in qualsiasi Paese appena appena civile». Il testo presentato da Marino assieme al relatore Alberto Maritati è stato approvato la scorsa settimana dalla commissione Giustizia.
A partire dalla data di «cessazione» degli ospedali giudiziari i vecchi e i nuovi detenuti saranno trasferiti in strutture residenziali con adeguati sistemi di sorveglianza e sicurezza. Stanziati rispettivamente 7 e 4 milioni per il biennio 2012-2013. «Un atto di civiltà e di scienza, finalmente una legge che parla di uomini e non di economia», esprime il suo entusiasmo Vittorino Andreoli, lo psichiatra che agli inizi del 2000 ha compiuto la ricognizione all’interno delle «discariche umane», dove chi non è folle lo diventa. Andreoli esulta soprattutto per una ragione: «Non è una chiusura ideologica, come quella decretata dalla Basaglia. Questo è un progetto realistico, che offre alternative concrete. La gente non deve avere paura».
Lo scempio di questi luoghi è documentato nell’indagine della Commissione Marino. Dimessi solo una parte dei 389 pazienti rinchiusi nei 6 manicomi carcerari (Aversa, Barcellona Pozzo di Gotto, Castiglione delle Stiviere, Montelupo Fiorentino, Reggio Emilia, Napoli-Secondigliano), tra il 1° luglio e il 14 novembre del 2011 dichiarati non socialmente pericolosi. La percentuale dei dimessi oscilla tra il 20 e il 50% e il numero delle proroghe è quasi sempre superiore. Persone costrette dunque a vivere in condizioni che impediscono e rendono meno accessibile un percorso di riabilitazione psicofisica. Un esempio. Ad Aversa, uno dei luoghi più disastrati, gli psichiatri prestano la loro consulenza due volte a settimana. E gli internati sono 250. I metodi coercitivi (legacci al letto) non sono scomparsi ovunque. Nella sua relazione alla Camera il ministro della Giustizia Paola Severino ha espresso la necessità di «agire in via prioritaria e senza tentennamenti». Affermazione ritenuta non abbastanza decisa dall’Associazione Luca Coscioni.


Donne discriminate, governo assente

Fonte: Luisa Betti - il Manifesto | 18 Gennaio 2012

Il rapporto del Comitato Onu contro le discriminazioni di genere

«Le donne non sono il problema ma la soluzione». E’ con questa battuta che Violeta Neubauer, membro del Comitato Onu per l’eliminazione delle discriminazione nei confronti delle donne (Cedaw), ha corretto alcuni interventi istituzionali durante la presentazione del Rapporto ombra sui diritti delle italiane, che ieri si è svolta alla sala Mappamondo di Montecitorio.
La Cedaw, principale strumento internazionale di riconoscimento e difesa dei diritti delle donne, è «l’unica convenzione che parla delle donne e non delle pari oppotunità - dice Neubauer - e una volta ratificata è vincolante per gli stati anche a livello giuridico». E il suo Rapporto ombra, redatto dalla Piattaforma Cedaw, lavori in corsa che raggruppa diverse ong (Actionaid, Arci, Pangea, Differenza donna, Be free, Casa internazionale delle donne, Fratelli dell’uomo, Giuristi democratici e Le9) è stato presentato dalla società civile in luglio alle Nazioni unite a New York, per mettere sul piatto lo stato attuale della donna nel nostro paese in materia di lavoro, welfare, tratta, prostituzione, stereotipi, politica, violenza, diritti sessuali. Un quadro allarmante per il Cedaw che ha interpellato il governo italiano prendendo in seria considerazione la situazione.
Simona Lanzoni di Pangea, che con Claudia Ferraro e Barbara Spinelli (Giuriste democratiche) è andata a New York per presentare il Rapporto Ombra, racconta che «i membri del Comitato ci hanno preso seriamente, si sono studiati il rapporto e hanno chiesto chiarimenti al governo italiano. A rispondere si sono presentati 20 rappresentanti del governo e altri 25 erano in collegamento, per una interrogazione che è durata ore e dove alla fine il Cedaw, giudicando lacunose e incomplete le risposte, ha chiesto un rapporto scritto con risposte più precise. Rapporto scritto che non è mai arrivato».
L’impressione, a New York, è che l’Italia non solo sia rimasta indietro in materia di diritti delle donne ma anche che il governo e le istituzioni abbiano delle grandi responsabilità: «Dall’Onu ci hanno manifestato il timore di un forte scollamento tra società civile e istituzioni, come se vivessero in due paesi diversi, e la paura che l’Italia, che si trova oggi al limite di un baratro, possa cadere e portarsi dietro tutta l’Europa con un effetto-domino devastante». La stessa Neubauer ha insistito sul fatto che il problema di base sono gli stereotipi: «Se non risolvete il problema culturale non sarà possibile risolvere il resto», ha detto più volte.
In Italia le raccomandazioni del Cedaw sono ancora sulla carta, e se le ong che lavorano con le donne si sono appellate alla Convenzione internazionale, non è detto che le istituzioni italiane accolgano questo richiamo.
«Questo in Italia non è solo un problema di genere - ha detto Neubauer - ma di violazioni dei diritti umani, e non ve ne rendete conto. L’Italia è l’unico paese il cui governo non ha risposto al questionario del Cedaw. Un paese che ha applicato regole sociali che alimentano le diseguaglianze tra uomini e donne nella distribuzione delle risorse e del potere, con stereotipi di genere che hanno dilagato nella politica pubblica, nelle istituzioni, nella cultura. Quando è stato interpellato, il vostro governo ha risposto in maniera generica e pedissequa, e malgrado l’esecutivo si fosse impegnato a pubblicare e divulgare la traduzione del rapporto e le raccomandazioni del Cedaw, non l’ha fatto. Non ce n’è traccia in nessun sito istituzionale, neanche in quello delle Pari opportunità. Ho sempre lavorato su questi temi con forza e passione, senza tregua - conclude Neubauer - ed è così che bisogna fare. Come dite voi in Italia? La lotta continua».


17 gen 2012

Giustizia: il ministro Paola Severino “è inaccettabile la condizione di custodia dei detenuti”

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Redattore Sociale, 17 gennaio 2012

“L’attuale stato delle carceri e le problematiche condizioni dei 66.897 detenuti, salvo poche virtuose eccezioni, soffrono modalità di custodia francamente inaccettabili per un paese come l’Italia”. Lo dice il ministro della Giustizia, Paola Severino, nella relazione alla Camera sullo stato della Giustizia.

Il ministro si dice “personalmente angosciata” per lo stato delle carceri italiane e degli ospedali psichiatrici. Nella relazione sullo stato della giustizia, il Guardasigilli non accenna però a misure di clemenza come l’amnistia, richiesta esplicitamente dai Radicali.
“Sento fortissima - dice il ministro- insieme a tutto il governo, la necessità di agire in via prioritaria e senza tentennamenti per garantire un concreto miglioramento delle condizioni dei detenuti (ma anche degli agenti della polizia penitenziaria che negli stessi luoghi ne condividono la realtà e, spesso, le sofferenze)”.
Il ministro spiega che al di là dei dati, “siamo di fronte a un’emergenza che rischia di travolgere il senso stesso della nostra civiltà giuridica, poiché il detenuto è privato delle libertà soltanto per scontare la sua pena e non può essergli negata la sua dignità di persona umana”.
Il Guardasigilli aggiunge: “Lo dico da ministro, ma anche e soprattutto da cittadino: questa situazione va migliorata subito, pur nella piena consapevolezza che non esista alcuna formula magica per risolvere questo annoso e doloroso problema. Solo un equilibrato insieme di misure, idonee a coniugare sicurezza sociale e trattamento unitariamente adeguato del custodito o del condannato, potrà fornire un serio contributo alla soluzione del problema”.
Non meno rilevanti risultano le conseguenze dell’eccessiva durata del processo penale. “E non inganni la circostanza che la durata media del processo penale è inferiore rispetto a quella del processo civile (4.9 anni rispetto agli oltre 7 del civile) poiché occorre tener conto che essa incide in modo sensibile anche sulla sorte degli oltre 28.000 detenuti in attesa di giudizio, che rappresentano il 42% dell’intera popolazione carceraria (altra anomalia tutta italiana)”.
“E se è vero che la libertà personale può e deve essere limitata per tutelare la collettività - aggiunge - è parimenti incontestabile che una dilatazione eccessiva della durata del processo a carico di imputati o indagati detenuti pregiudica questo delicato equilibrio tra valori di rango costituzionale ed aumenta, talvolta in modo intollerabile, la sofferenza di chi, ad onta della presunzione di innocenza, è costretto ad attendere, da recluso, una sentenza che ne accerti le responsabilità. Con la possibilità, non del tutto remota, che alla carcerazione preventiva segua una sentenza assolutoria. Sulla necessità che la delicata e complessa valutazione delle esigenze cautelari sia improntata a criteri di estrema prudenza condivido le preoccupazioni pubblicamente manifestate dal primo presidente della Corte di Cassazione”.

Con la detenzione domiciliare risparmiati 375 mila euro al giorno

L’innalzamento da 12 a 18 mesi della soglia della pena detentiva residua per l’accesso alla detenzione domiciliare porterà quasi a raddoppiare il numero dei detenuti che potranno essere ammessi alla detenzione domiciliare. Lo dice il ministro della giustizia Paola Severino, nella relazione sullo stato della giustizia alla Camera. Severino si sofferma sulle misure previste dal decreto legge (n. 211, del 22 dicembre 2011) per contrastare il sovraffollamento delle carceri e spiega che la norma sulla detenzione domiciliare consentirà di aggiungere “agli oltre 3.800 detenuti sino ad oggi effettivamente scarcerati, altri 3.327, con un risparmio di spesa pari a 375.318 euro ogni giorno”.


Giustizia: sporche, fredde, sovraffollate e invivibili; inconcepibile orrore nelle carceri italiane

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di Alberto Custodero

La Repubblica, 17 gennaio 2012

Sessantottomila detenuti intrappolati in un sistema fatto per poco più di 45 mila. Strutture vecchie, condizioni igieniche disperate, cibo degno di canili, salute a rischio anche per le guardie, tasso di suicidi altissimo. È la foto impietosa del nostro sistema penitenziario. Riuscirà il governo a porvi rimedio?

Una situazione ormai insostenibile, stigmatizzata anche da Napolitano: oltre 68mila detenuti rinchiusi in edifici destinati a non più di 45.654 persone. Una qualità della vita indegna di un paese civile. Il ministro della Giustizia, Severino ne riferisce oggi alla Camera: “Le difficoltà non possono essere un alibi”. E promette interventi per cominciare a svuotarle almeno parzialmente.
A San Vittore, carcere milanese, in celle di sette metri quadrati respirano a fatica sei detenuti per 20 ore al giorno. Nel partenopeo Poggioreale per ogni gabbia ne ammassano anche una dozzina: a Natale mancava il riscaldamento e “centinaia di persone - racconta il deputato Pd Guglielmo Vaccaro - stavano accalcate attorno a stufe di fortuna”.
Nell’anconetano Montacuto, teatro di una recente rivolta, alcuni reclusi sono costretti a orinare in appositi “pappagalli”. I bagni sono sufficienti per 178 ospiti, non per i 448 che ci sono. A Monza (900 detenuti per 400 posti) la prigione si allaga quando piove ed è in atto un piano di parziale evacuazione. Nel supercarcere Torinese delle Vallette a giugno venti detenuti hanno dormito in palestra, su materassi buttati a terra. Nel carcere di massima sicurezza di Paliano, nel Frusinate, che ospita un quarto dei pentiti d’Italia, la direttrice fa la guardia in portineria: manca il personale. Ma “l’estremo orrore inconcepibile in un Paese civile”, per usare le parole del presidente della Repubblica Napolitano, i Nas lo hanno trovato in 21 celle dell’ospedale psichiatrico giudiziario di Montelupo Fiorentino, in Toscana. E in altre 28 in Sicilia a Barcellona Pozzo di Gotto: in quei luoghi di detenzione per condannati definitivi malati di mente, i bagni a disposizione per pazienti con la diarrea erano senz’acqua. Alcune persone erano legate al letto nude, altri malati privi di farmaci. Il presidente del Dap, Franco Ionta, non ha esitato a definire “un’emergenza nell’emergenza carceri” il problema dell’Opg siciliano, dove 200 detenuti potrebbero uscire, ma restano reclusi perché nessuno sa dove piazzarli.
Le 206 carceri italiane stanno scoppiando, riempite come sono all’inverosimile: in 45mila e 654 posti, sono stipati più di 68 mila detenuti, il 30 per cento stranieri (e di questo, un terzo di origine balcanica). La qualità della vita s’è abbassata anche perché - lo denuncia il Gruppo Abele - dal 2007 al 2010 è stata ridotta la spesa annua, passata da 13.170 euro pro-capite a 6.275.
“Ventottomila detenuti - dichiara il ministro della Giustizia Paola Severino nella sua relazione sullo stato della giustizia che presenta oggi alla Camera - sono in attesa di giudizio, il 42% dell’intera popolazione carceraria (anomalia tutta italiana)”. Ventitremila sono comunque di troppo e creano la cosiddetta emergenza sovraffollamento. “Che emergenza non è - osserva la deputata radicale Rita Bernardini - perché è una situazione diventata cronica”.
“Siamo di fronte ad una emergenza che rischia di travolgere il senso stesso della nostra civiltà giuridica - ammonisce il ministro - poiché il detenuto è privato delle libertà soltanto per scontare la sua pena e non può essergli negata la sua dignità di persona umana”.
Tre anni fa l’allora ministro della Giustiza Alfano aveva annunciato e promesso un faraonico piano-carceri triennale: 1800 assunzioni di agenti. E 670 milioni stanziati per costruire, entro il 2012, undici nuovi istituti e venti padiglioni in strutture già esistenti, per un totale di 9150 posti.
Cosa sia stato realizzato di quel piano è mistero. La realtà è sotto gli occhi di tutti. Compresi quelli del Papa che il 18 dicembre, durante la visita nel carcere romano di Rebibbia, ha detto che “il sovraffollamento e il degrado possono trasformare il carcere in una doppia pena”.
Anziché, come previsto dall’articolo 27 della Costituzione, in un luogo di detenzione “finalizzato alla rieducazione”. Se per l’ex ministro dell’Interno Giuliano Amato “il carcere è lo specchio della civiltà di un Paese”, i 66 suicidi di detenuti del 2011 riflettono la gravità dello stato di salute del “pianeta carceri”. “Le condizioni in cui si trovano i detenuti nelle celle italiane - aggiunge Amato - gli animalisti le ritengono intollerabili per i polli in batteria”. Il presidente del consiglio regionale pugliese parla di “un’autentica emergenza sociale e umanitaria”. Le Asl lanciano l’allarme sanitario, con il rischio (è il caso del carcere “le Sughere” di Livorno) di epidemie di Tbc e di diffusione di scabbia.
Ma è davvero costituzionalmente rieducativo un mondo carcerario nel quale il rischio suicidio è venti volte superiore a quello della popolazione “libera”? Dove l’indice di sovraffollamento medio è del 149 per cento contro il 99 per cento europeo? Dove fino a qualche mese fa c’erano 57 bambini sotto i 3 anni in prigione con le mamme-detenute?
La realtà è nell’ammissione della stessa Severino: “Le innegabili difficoltà - dice a Montecitorio - non possono costituire un alibi né per il Ministro della Giustizia né per tutte le altre istituzioni interessate”. La drammatica realtà è pure nella denuncia del garante dei detenuti del Lazio, Angiolo Marroni, che chiede lo stop dei nuovi ingressi a Regina Coeli “perché si rischia la catastrofe umanitaria”. Nelle ordinanze dei giudici di Sorveglianza che scrivono che nel carcere romano “ci sono condizioni di criticità”.
Nelle parole del commissario del piano carceri e presidente del Dap, Ionta, secondo cui “con l’ingresso di mille unità al mese e 68 mila detenuti il sistema penitenziario vive le difficoltà maggiori dal Dopoguerra ad oggi”. Nell’annuncio della Comitato per la prevenzione della tortura di Strasburgo che ha annunciato per il 2012 una ispezione nelle carceri italiane dopo la condanna del nostro Paese della Commissione europea dei diritti dell’uomo perché un detenuto bosniaco viveva in condizioni disumane di sovraffollamento. Nella proposta di legge del deputato pdl Rocco Girlanda che - unico ad accorgersene - chiede di vietare l’uso di bombolette del gas per cucina da cella in quanto alcuni detenuti le usano per suicidarsi. Altri, tossicomani, per sballarsi inalando il gas.
Il carcere è un mondo nel quale “guardie e ladri”, detenuti e agenti, sono accomunati da un’unica tragica disperazione. Ai 66 suicidi dei carcerati (si impiccano coi lacci delle scarpe, inalando gas, tagliandosi i polsi, ingoiando lamette), si contrappongono quelli dei poliziotti, diciotto negli ultimi 5 anni. Troppi, tanto che lo stesso Ionta ad ottobre ha deciso di istituire una Commissione ad hoc per “indagare” sul fenomeno dei suicidi fra agenti della polizia penitenziaria.
A questo proposito, però, il sindacato Sappe ha denunciato che i punti di ascolto psicologico per il personale vittima di disagio istituiti dal Dap nel 2008 sono rimasti un progetto non realizzato per mancanza di fondi. “I 50 psicologi che avevano vinto il concorso - sostengono i sindacati - non sono mai stati assunti”. Alle rivolte dei detenuti (Ancona, Parma, Bologna, Cagliari, Prato), si contrappongono le manifestazioni dei poliziotti che, per protesta, si mettono in “autoconsegna”.
Una recente denuncia della Uil svela la crisi che attraversa lo stesso dipartimento dell’amministrazione penitenziaria: “Il Dap - dicono i sindacati - è sull’orlo del fallimento con un debito di 150 milioni che mette a rischio l’acquisto del vitto per i detenuti. E che costringe direttori e provveditori a mediare con i creditori per garantire l’erogazione di acqua, luce e riscaldamento”.
Ora il governo Monti annuncia le sue contromisure per svuotare le carceri. “Edificazione di nuove carceri”, annuncia il ministro Severino che però non dice con quali risorse. “Manutenzione di quelle esistenti”. “Ma anche lavoro per i detenuti. E deflazione giudiziaria attraverso la depenalizzazione di reati bagatellari. Sono stati dimezzati i tempi massimi per la convalida dell’arresto (48 ore anziché 96), lasciando 21mila detenuti nelle camere di sicurezza delle forze dell’ordine o agli arresti domiciliari. Inoltre s’è innalzato da 12 a 18 mesi la soglia della pena detentiva residua per l’accesso alla detenzione domiciliare.
Con questa norma agli oltre 3800 detenuti fino a oggi scarcerati se ne aggiungeranno altri 3327 con un risparmio di spesa di 375mila euro ogni giorno. In questo mondo di drammi e sofferenza non può mancare anche una storia al contrario. Come quella del cinquantunesimo detenuto suicidatosi nel 2011: l’uomo s’è tolto la vita a tre giorni dalla fine pena. Per dirla con Erich Fromm, “aveva paura della libertà”.


16 gen 2012

Giustizia: “l’orrore medievale” degli Opg italiani, vi sono internate circa 1.400 persone

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Il Manifesto, 14 gennaio 2012

Nei sei Opg italiani sono internate circa 1.400 persone. Il 40%, non socialmente pericoloso, è detenuto illegalmente e potrebbe essere preso in cura dai servizi sociosanitari territoriali L’annuncio è di quelli che fanno ben sperare. Gli ospedali psichiatrici giudiziari potrebbero chiudere entro il 31 marzo 2013.

Questo stabilisce un emendamento, approvato all’unanimità in Commissione Giustizia al Senato, al disegno di legge del governo sulle carceri. Potrebbe divenire più concreta, quindi, se in aula si confermerà il testo, la possibilità di chiudere e superare quelli che una volta si chiamavano manicomi giudiziari.

Ad oggi nei sei Opg (Aversa, Barcellona P.G., Castiglione delle Stiviere, Montelupo Fiorentino, Napoli, Reggio Emilia) sono presenti circa 1.400 internati. Sofferenti psichici, autori di un reato, sottoposti ad una misura di sicurezza detentiva che può essere prorogata. Il meccanismo della proroga fa sì che centinaia di persone, per le quali non vi è più alcuna condizione di pericolosità sociale, siano ancora internate. Secondo i dati della Commissione Marino almeno il 40% degli internati potrebbe trovare la libertà se fosse preso in carico dai servizi sociosanitari. Una condizione che va sommata allo stato di estremo degrado e abbandono di queste strutture, gironi danteschi di un inferno a lungo dimenticato (ma non da il manifesto).

È stato indispensabile che fosse reso pubblico, nel 2010, il rapporto del Comitato europeo per la prevenzione della Tortura sulla visita all’Opg di Aversa. Il rapporto denunciava le condizioni inumane e degradanti degli internati, in completo abbandono medico e sociale, l’uso della contenzione fisica, una lunga serie di morti. Ciò ha consentito si mettesse in moto il processo che ora sembra riuscire a portare alla chiusura di questi luoghi. La Commissione parlamentare di inchiesta sull’efficienza del sistema sanitario, presieduta da Ignazio Marino, ha ispezionato, a seguito del rapporto, (in compagnia dei carabinieri dei Nas), tutti gli Opg e ha riscontrato quasi ovunque condizioni vergognose e insufficienti a garantire cura e assistenza.

Addirittura alcuni reparti di Barcellona e Montelupo sono stati posti sotto sequestro, per via delle loro stato di fatiscenza. La Commissione ha realizzato un filmato delle visite effettuate che non lascia spazio a dubbi sulla inumanità di queste ultime istituzioni totali. Lo stesso presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, prendendo atto di questo lavoro, li ha definiti “un orrore medioevale”.

Bisogna ora dare concretezza alla prospettiva di chiusura. Non è semplice. Innanzitutto, perché è probabile che il governo chieda tempi più lunghi. Poi si pone il quesito di come sostituirli. Perché è alto, fanno notare da più parti, il rischio di riprodurre manicomi civili, magari in piccolo, o di prendere come modello per il futuro l’Opg di Castiglione. Inoltre, non sono previste modifiche al codice penale e al sistema di proroga delle misure di sicurezza.

Ignazio Marino è più ottimista. Le strutture sanitarie sostitutive, assicura, saranno conformi agli standard per le strutture residenziali di tipo psichiatrico e parla di “piccoli nuclei assistenziali (massimo 20 posti), ubicati all’interno della regione di appartenenza del malato” con il compito di garantire il reinserimento sociale una volta finita la pericolosità sociale. Certo è difficile garantire standard uniformi, se la materia sanitaria è di competenza delle Regioni e se l’intero sistema di tutela della salute mentale funziona a macchia di leopardo. Ma certo ben venga un termine, anche se non risolutivo di per sé. Perché bisogna non solo chiudere gli Opg, ma anche riuscire a scardinare il dispositivo di internamento psichiatrico. Non è facile, ma almeno oggi non sembra più impossibile.

Il modello da evitare: Castiglione delle Stiviere

L’Opg di Castiglione delle Stiviere (Mn) ha da sempre rappresentato una “eccezione” nel sistema dei manicomi giudiziari. Dal 1939, in virtù di una convenzione, stipulata dal Ministero della Giustizia, è gestito direttamente dall’Azienda sanitaria di Mantova. La riforma del 2008, che ha sancito il trasferimento delle funzioni della sanità penitenziaria alle Regioni, non ha inciso quindi sugli assetti di questo istituto, che aveva già una unica direzione sanitaria. Nell’istituto non vi sono agenti di polizia penitenziaria, ma solo personale medico. Sono presenti circa 240 internati.

Qui vi è l’unica sezione femminile d’Italia, dove sono ristrette circa 90 donne. Le risorse economiche destinate a Castiglione sono state circa il triplo di quelle impegnate per il funzionamento di un Opg “normale”. La gestione dell’istituto costa circa 13 milioni di euro. Questo ha determinato la disponibilità di un numero molto più alto di personale medico e infermieristico rispetto alle altre strutture.

Se a Reggio Emilia ad esempio erano presenti 14 unità di personale medico di ruolo, a Castiglione il numero di unità era oltre 170. Ciò nonostante in questa struttura si fa ugualmente ricorso alla contenzione fisica (un internato su cinque in base agli ultimi dati disponibili), non si realizza un numero di dimissioni particolarmente significativo, e anche qui si sono verificati episodi di suicidi e di autolesionismo. Nell’aprile del 2011 qui si è tolta la vita Adriana Ambrosini, appena 24 anni, e con ancora un anno da scontare. Perché sempre di manicomio si tratta e, come ricorda Luigi Benevelli (Stop Opg) il fatto che non ci siano agenti “vuol solo dire che le funzioni di custodia sono svolte dal personale sanitario”. Come nei manicomi civili prima della legge Basaglia.