Rassegna stampa
30 gen 2012
“Non farlo, Bibi”
di Giulietto Chiesa - da ilfattoquotidiano.it 30/1/2012
Questo il titolo. L’autore era Roger Cohen. Il giorno era il 17 gennaio 2012. Il giornale era International Herald Tribune. Bibi è Benjamin Netanyahu. Cosa non dovrebbe fare Bibi?
Attaccare l’Iran. Ma non per sempre, per carità: non farlo “questa primavera o questa estate”. Cioè non farlo prima che Barack Obama venga rieletto trionfalmente presidente degli Stati Uniti d’America.
Poi l’attacco lo faremo insieme, oppure lo promuoverà direttamente il Premio Nobel per la pace, e Bibi, contento, non avrà che da associarsi all’impresa. Insomma, Bibi, abbi pazienza!
Quando scrissi che l’attacco all’Iran era imminente, si levò un coro di proteste. Del tipo: il solito complottista, il solito antiamericano.
Sabato 28 gennaio International Herald Tribune pubblica una ampio articolo a firma Roney Bergman, con il titolo: “Il tempo della decisione si avvicina per Israele a proposito della minaccia iraniana”. Roney Bergman non teme di essere definito complottista e pubblica, sul quotidiano Yedioth Ahronoth, una meticolosa descrizione di ciò che sta per accadere attraverso le vive emozioni del ministro della Difesa israeliano Ehud Barak.
Non senza avere elencato, altrettanto meticolosamente, tutti i tentativi fatti dal Bibi per evitare che l’Iran si doti dell’arma nucleare. Tra questi tentativi vengono ricordati gli attentato terroristici con cui il Mossad ha ucciso un discreto numero di scienziati atomici e dirigenti politici e militari iraniani, in territorio iraniano. Naturalmente Bergman non dice che è stato il Mossad. Dice che i fanatici ajatollah accusano il Mossad di avere organizzato gli atti terroristici. Ma noi sappiamo che Bruto è un uomo d’onore e mai e poi mai nutriremmo tali sospetti.
L’elenco è questo: Gennaio 2007. Ardeshir Husseinpur, 44 anni, scienziato che lavorava nell’impianto di Isfahan, muore “per una fuga di gas”.
Gennaio 2010. Massoud Alì Mohammadi, fisico delle particelle, salta in aria quando una bici, parcheggiata vicino alla sua auto, esplode.
29 Novembre 2010. Due alti dirigenti del programma nucleare iraniano, Majid Shariarie Fereydoun Abbasi-Davani vengono attaccati da due motociclisti in pieno centro di Teheran. Il secondo e sua moglie si salvano prima dell’esplosione. Abbasi-Davani era vice-presidente dell’Iran e capo del progetto nucleare.
Luglio 2011. Darioush Rezaei Nejad, fisico nucleare che lavorava nell’agenzia atomica iraniana, viene sparato da un altro motociclista mentre guidava l’auto vicino alla sua casa.
Novembre 2011. Una enorme esplosione si verifica a 50 km da Teheran, nella sede delle Guardie Rivoluzionarie. Muore il brigadiere generale Hassan Moghaddam (capo della divisione missilistica) insieme a 16 militari.
11 Gennaio 2012. E’ la volta di Mostafa Ahmadi-Roshan, vice direttore dello stabilimento di arricchimento dell’uranio di Natanz, il quale salta in aria per una mina magnetica attaccata alla carrozzeria della sua auto.
Questo è quanto riferisce Roney Bergman. Il quale assegna il merito di questa serie di eroici atti di difesa della pace a Meir Dagan, capo del Mossad, incaricato a questa bisogna dall’allora premier Ariel Sharon. Dagan, intervistato da Bergman, pare abbia debolmente negato di saperne qualche cosa, non senza avere commentato il suo moderato entusiasmo per il fatto che fossero stati in tal modo “rimossi alcuni importanti cervelli”.
Ma il programma nucleare iraniano non è stato fermato. Peraltro (torno a Roger Cohen, citato all’inizio), non è detto che Bibi abbia molto voglia di vedere confermato alla presidenza Usa il signor Obama. Una bella guerra, in piena campagna elettorale, potrebbe favorire uno dei candidati repubblicani che, tra una tazza di tè e l’altra, sognano la guerra.
Allora che succederà? Affidiamoci, per la risposta, allo stesso giornalista israeliano dello Yedioth Ahronot (così spero che nessuno dei miei lettori possa accusarmi di avere forzato il senso delle cose): “Dopo avere parlato con molti dei più importanti dirigenti e capi dell’esercito e dell’intelligence israeliani, sono giunto a credere che Israele attaccherà davvero l’Iran nel 2012. Forse, nella piccola finestra rimasta, che, peraltro, si sta restringendo, gli Stati Uniti decideranno di intervenire, dopo tutto, ma dal punto di vista di Israele non c’è molta speranza in questa direzione”.
Dunque prepariamoci alla guerra. E, per favore, non illudiamoci che sia breve e che noi ne resteremo fuori.
Tratto da: ilfattoquotidiano.it
29 gen 2012
Hakim, un altro caso Aldrovandi
| 28 Gennaio 2012
Trattamento «inumano»: sette agenti a giudizio per la morte di un giovane tunisino Fermato dai «flic» e messo a faccia sotto, il 22enne è morto per schiacciamento
Hakim come Federico Aldrovandi. Questo viene da pensare ripercorrendo la vicenda che ha portato nel 2008 alla morte violenta di Abdelhakim Ajimi, 22enne di origini tunisine, deceduto a Grasse, in Provenza, Francia sud-orientale. Anche lui morto dopo un fermo di polizia. Anche lui messo faccia a terra da più agenti, uno dei quali gli è salito sul dorso. Anche lui descritto come animato da una rabbia e da una violenza irrefrenabile.
Nei giorni scorsi, dopo quasi quattro anni, è cominciato il processo a sette poliziotti, due dei quali, imputati per omicidio volontario, rischiano una pena massima di due anni con la condizionale. Gli altri devono rispondere di omissione di soccorso: per loro il procuratore ha chiesto tra i sei e gli otto mesi con la condizionale. Il giudizio è atteso per il 24 febbraio.
Ajimi è morto il 9 maggio 2008. Quel giorno era stato in banca, una filiale del Credite Agricole dove si era visto rifiutare la possibilità di prelevare del denaro. Da ciò è scaturito un accesso alterco con il direttore dell’istituto il quale, di fronte all’escandescenza del ragazzo, ha chiamato le forze dell’ordine. Una storia abbastanza ordinaria, che poteva finire lì, con Ajimi che si allontanava dalla banca. E invece no.
Uscito dall’istituto, infatti, Ajimi viene fermato da due agenti della Bac, la Brigata anti-criminalità, reparto della polizia francese impegnato in genere nel contrasto alla microcriminalità. I due agenti vogliono interrogarlo ma il giovane si mostra riluttante e non vuole fornire le generalità. Si passa allora alle maniere forti e nella colluttazione uno degli agenti viene ferito a una spalla. Ajimi viene ammanettato e immobilizzato pancia a terra. L’agente Walter Lebeaupin gli afferra il collo mentre il collega Jean Michel Moinier gli sale a cavalcioni sul dorso. Interviene anche un agente della polizia municipale che gli blocca le caviglie. Arrivano i vigili del fuoco, ma Ajimi non viene soccorso nonostante mostrasse segni evidenti di un possibile soffocamento. Nel corso dell’udienza, alcuni testimoni hanno parlato del colore violaceo del volto (per i poliziotti invece continuava a urlare e a essere rosso di rabbia anche quando hanno lasciato la presa), di come il ragazzo apparisse «molle» e incosciente mentre veniva sollevato da terra, trascinato come un corpo inerte su di una volante della polizia e portato verso il commissariato.
«Abbiamo sentito dei peti e abbiamo pensato che si stesse prendendo gioco di noi. Mi scuso di dirlo qui, ma abbiamo riso», ha dichiarato Mireille Authier-Rey una dei quattro agenti che lo ha accompagnato in auto. Nessuno di loro ha immaginato che quelle flatulenze in realtà fossero causate dal rilasciamento del corpo: Ajimi stava morendo e loro ridevano. Oggi sono ancora tutti in servizio. Sul loro operato si è già pronunciata la Cnds, la Commissione nazionale di Deontologia della Sicurezza, organismo che ha il compito di vigilare sul rispetto delle regole da parte delle forze dell’ordine, definendo «inumano» il trattamento riservato al ragazzo.
Ajimi è morto per una lenta asfissia meccanica. Secondo quanto stabilito dall’autopsia, a causare la morte è stato «un meccanismo di compressione del torace, associato senza dubbio a un’ostruzione delle vie respiratorie superiori (faccia al suolo)». I due agenti si sono difesi affermando di aver applicato soltanto le tecniche apprese durante il periodo di addestramento. Ma sono proprie quelle tecniche ad essere messe sotto accusa, in quanto metterebbero seriamente a repentaglio la vita di chi le subisce, come affermato in un giudizio del 2007 della Corte europea per i diritti umani pronunciatasi sul caso di Mohamed Saud, anch’egli morto per asfissia dopo un «interrogatorio muscolare» nel 1998.
In un recente rapporto, Amnesty International ha denunciato la mancanza di inchieste efficaci per far luce sulle morti avvenute a causa dei metodi violenti della polizia. L’organizzazione per la difesa dei diritti umani ha citato cinque storie controverse, tra le quali quella di Ajimi. Le altre vittime sono: Abou Bakari Tandia, 38 anni, maliano; Lamine Dieng, 25, francese di origini senegalesi; Ali Ziri, 69 anni, algerino; Mohamed Boukrourou, 41 anni, marocchino. A quanto sembra, la polizia transalpina non ama accanirsi sui “francesi doc”
25 gen 2012
FORUM DELL’ACQUA
| 24 Gennaio 2012
In piazza a Roma
Venerdì anche una parte rilevante delle associazioni che danno vita al Forumdell’acqua scenderanno in piazza insieme al sindacalismo di base. Questo il testo della nota: «Il Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua parteciperà allo sciopero generale indetto dai sindacati di base (Usb, Orsa, SlaiCobas, Cib-Unicobas, Snater, SiCobas, Usi) contro il governo Monti e le sue politiche di liberalizzazione a tutela del grande capitale bancario, finanziario ed economico. Inoltre l’esplicito richiamo alla difesa dei beni comuni, dell’acqua e dell’esito referendario costituiscono elementi fondamentali della scelta del Forum a partecipare alla manifestazioni di piazza che sono state indette. Dunque, saremo mobilitati, come nell’ultima settimana per esigere che il Governo rispetti la volontà popolare ed accetti l’indicazione ricevuta per un nuovo modello basato sulla partecipazione, la tutela dei beni comuni e l’alternativa alla ricetta del mercato ad ogni costo. Perché si scrive acqua ma si legge democrazia».
Opg ancora invivibili: verso il sequestro? Chiesta proroga alla Commissione sanità
| 24 Gennaio 2012
Gli ospedali psichiatrici giudiziari di Montelupo e Barcellona Pozzo di Gotto non si sono adeguati ancora agli standard prescritti dalla Commissione Sanità. L’ultimatum scade il 27 gennaio e le strutture rischiano i sigilli
FIRENZE – Gli ospedali psichiatrici giudiziari di Montelupo e Barcellona Pozzo di Gotto non si sono adeguati ancora agli standard prescritti dalla Commissione Sanità e per questo rischiano il sequestro. L’Opg di Montelupo non ha ripristinato le condizioni minime di vivibilità, così come aveva richiesto, sei mesi fa, la Commissione parlamentare d’inchiesta sulla sanità presieduta dal senatore Ignazio Marino dopo un sopralluogo a sorpresa nella struttura. L’ultimatum di Marino scade fra tre giorni, il 27 gennaio, giorno in cui, secondo quanto prescritto sei mesi fa, l’ospedale dovrebbe essere messo interamente sotto sequestro in caso di mancato adeguamento agli standard ordinati. Dalla direzione dell’ospedale psichiatrico giudiziario fanno sapere che “non siamo nelle condizioni di dar seguito alle prescrizioni della Commissione”. Ecco perché la direzione dell’Opg ha formulato una richiesta di proroga per l’adeguamento delle condizioni.
Nei giorni scorsi i Nas e la Commissione d’inchiesta sulla sanità hanno effettuato alcuni sopralluoghi nella struttura, verificando che nulla di sostanziale è cambiato rispetto a sei mesi fa, quando vennero messi i sigilli a una parte della sezione Ambrogiana, giudicata fatiscente sotto il profilo igenico-sanitario. A questo punto, potrebbero scattare i sigilli a tutto l’Opg, come previsto dalle prescrizioni della Commissione, ma è probabile che, visto l’emendamento del ministro Severino sulla chiusura di tutti gli ospedali psichiatrici giudiziari entro il 31 marzo 2013, si possa lasciare tutto invariato per un anno. Con buona pace degli internati.
“Non riusciamo ad assicurare il rispetto degli standard minimi – spiega la direttrice dell’Opg Antonella Tuoni – perché la struttura è ancora sovraffollata e perché i nuovi spazi che prevedevamo di rendere utilizzabili, sono ancora inagibili in quanto non sono stati completati i collaudi e deve essere adeguato l’impianto di riscaldamento”. Per quanto riguarda le sezioni più vecchie, “sono stati ripristinati i presidi antincendio ed è stato predisposto l’impianto di areazione, ma sono interventi di natura impiantistica” che non rispondono complessivamente alle richieste della Commissione. Secondo la dottoressa Tuoni, oltre alla carenza di fondi, “il problema principale rimane la carenza di personale sanitario”. “Anche se riuscissimo ad adeguare tutti gli spazi – spiega – verrebbe comunque a mancare l’assistenza sanitaria ai pazienti”. Per fronteggiare tutti questi problemi, la direttrice Tuoni ha “richiesto alla direzione sanitaria di avanzare una proposta di riorganizzazione per aumentare il personale sanitario” e, contestualmente, ha chiesto “la costituzione di tavolo tecnico che coinvolga tutte le istituzioni per arrivare ad una soluzione organizzativa e gestionale sostenibile e in linea con le prescrizioni”. Anche l’ospedale psichiatrico giudiziario di Barcellona Pozzo di Gotto (Messina) ha richiesto alla Commissione Marino di posticipare l’ultimatum per ripristinare le condizioni minime di vivibilità (vedi lancio successivo) (js)
Interrogazioni parlamentari su servizio civile, stranieri e blocco avvii
dA ESSECIBLOG 24/1/12
L’on. Livia Turco, presidente del Forum Immigrazione del Partito Democratico, ha presentato ieri un’interrogazione parlamentare (5-05983) al Ministro per la cooperazione internazionale e l’integrazione, Andrea Riccardi, sulla vicenda della sentenza del Tribunale di Milano che apre il servizio civile agli stranieri dopo il ricorso del giovane Syed Shahzad, ma che sta anche bloccando gli avvii dei giovani selezionati.
«Si tratta di una prima azione, quella promossa dal giovane pakistano - scrive l’on. Turco -, che, alla luce della recente sentenza, si spera aprirà la strada a tante altre seconde generazioni». Anche per questo l’esponente democratica chiede di sapere da Riccardi «quali iniziative urgenti il Ministro intenda assumere affinché, per quanto di competenza, da una parte, sia rispettata la decisione del tribunale di Milano e anche gli stranieri legalmente soggiornati in Italia possano svolgere il servizio civili e, dall’altra, siano rispettate le partenze già previste per l’anno 2012». Un’analoga interrogazione è stata annunciata dal presidente vicario dei deputati dell’Idv, on. Fabio Evangelisti. «Senza nulla togliere alla validità e alla correttezza del provvedimento - ha dichiarato l’on. Evangelisti -, visto che il requisito della cittadinanza italiana è indubbiamente discriminatorio, presenteremo un’interrogazione al ministro dell’Integrazione Andrea Riccardi per sapere quali provvedimenti intende adottare per tutelare le speranze (e i piccoli rimborsi economici) dei vincitori del bando del 2011 e per garantire lo svolgimento di un servizio essenziale per la società».
Giustizia: il ministro Severino dice “sì” all’amnistia… se la vuole il Parlamento
Il Fatto Quotidiano, 24 gennaio 2012
“Il punto di partenza risiede in un accordo tra le forze parlamentari che riesca a raggiungere una maggioranza qualificata”, ha detto dopo la visita al carcere di Sollicciano. E sui diritti dei detenuti ha sottolineato: “Si deve pensare subito a misure alternative”.
Il ministro della Giustizia Paola Severino torna a parlare di amnistia. E come quando a metà dicembre presentò il decreto svuota carceri dicendo che non avrebbe contrastato un’eventuale indicazione proveniente dal Parlamento, anche oggi, parlando con i giornalisti al termine della visita al carcere di Sollicciano, la titolare del dicastero di via Arenula ha ribadito la necessità di “una maggioranza parlamentare estremamente qualificata”: “se questa maggioranza parlamentare si verificherà, si cimenterà - ha spiegato la Severino - certamente sarà possibile anche realizzare l’amnistia”. “Il punto di partenza - ha specificato il ministro - non è in questo caso un progetto, ma un accordo tra le forze parlamentari che riesca a raggiungere una maggioranza qualificata”.
Nella struttura fiorentina il ministro ha incontrato operatori e detenuti, ascoltando e confrontandosi sulle varie questioni aperte. “Il carcere è, sì, un luogo di espiazione, ma non deve perdere di vista i diritti dell’uomo, ha detto la Severino sottolineando che “l’uomo in carcere è un uomo sofferente, che deve essere rispettato” e questo oggi non accade visto che “attualmente il carcere è una tortura più di quanto non sia la detenzione che deve portare invece alla rieducazione”.
“Con i detenuti - ha proseguito Severino - abbiamo anche pensato al cammino che si sta percorrendo, che vorrebbe mettere insieme un insieme di piccole misure. Che, però tutte riunite potrebbero dare un sollievo alla situazione carceraria. Quello che si deve fare in una proiezione futura - ha proseguito il ministro - è mettere insieme una serie di forme alternative alla detenzione. Che rendano effettivo il principio per cui la detenzione deve essere veramente l’ultima spiaggia, da attivare quando le altre strade non si possono più percorrere”. Si tratta di “un rovesciamento di proporzioni” in cui diventa “normale” la misura alternativa ed “eccezionale”, quindi “espressamente motivata”, quella “carceraria”.
Severino si concentra anche sulla situazione delle madri detenute che si trovano in carcere con i propri bambini: “Gli ultimi dieci minuti della mia visita li ho passati nel nido - ha detto il ministro - Credetemi, è straziante vedere dei bambini che con le loro madri in carcere. Anche lì la soluzione non è facile - ha aggiunto - Ma le case famiglia, l’attivazione di sistemi alternativi al carcere credo che siano la vera soluzione praticabile”.
Perché “non si può pensare che al compimento dei tre anni venga strappato dall’unico luogo che ha conosciuto e dalla madre, con la quale ha vissuto i primi tre anni della sua vita, e portato via”. Oggi - ha concluso il ministro - si cerca di alleviare con gli asili nido. Ho incontrato operatori straordinariamente bravi, che aiutano le mamme. Ma non è quella la strada principale”.
Ma nello stesso giorno in cui il ministro apre a una politica conciliante nei confronti dei detenuti, a Bolzano si registra una rivolta che ha coinvolto una cinquantina di carcerati. La situazione è tornata sotto controllo, ma nel pomeriggio i detenuti erano riusciti a prendere il controllo di un intero piano della casa circondariale di via Dante. A seguito della protesta 20 dei 60 detenuti della II sezione saranno trasferiti in altre case circondariali, come riferito dalla direttrice del carcere Anna Rita Nuzzaci, che ha confermato: “Non ci sono feriti”.
La protesta - ha precisato - è iniziata alle ore 15 e consisteva nell’appiccare piccoli focolai e fare rumore con pentolini alle grate delle finestre. Dopo un primo intervento gli agenti penitenziari e l’invito di redigere un promemoria la situazione sembrava già sotto controllo ma poco dopo la situazione è degenerata. “A questo punto - ha riferito la direttrice - abbiamo dato l’allarme e chiesto l’intervento delle forze dell’ordine”. Sul posto sono intervenuti polizia, carabinieri, guardia di finanza e polizia penitenziaria, in tutto una settantina di persone. “La situazione - ha detto il questore Dario Rotondi - è velocemente tornata sotto controllo”.
24 gen 2012
Ecco i Paesi in guerra con le pistole che parlano italiano
| 23 Gennaio 2012
Le nostre esportazioni di armi leggere in Stati soggetti a embargo internazionale o teatro di conflitti sono cresciute del 10%. Un affare di oltre 1 miliardo l’anno tra Congo, Iran, Afghanistan, Yemen e altri. Il rapporto 2011 dell’Archivio disarmo
Commerciare armi non è di per sé un reato né un peccato. Ma la questione si fa politica, oltre che etica, quando questo commercio s’indirizza verso Paesi sottoposti a embarghi internazionali sulle forniture di armi e verso Paesi in cui ci sono conflitti o documentate violazioni dei diritti umani. È quanto emerge dal nuovo Rapporto 2011 dell’Istituto di Ricerche Archivio Disarmo che, facendo seguito ai precedenti rapporti sulle esportazioni di armi leggere italiane leggere ad uso civile, segnala un forte incremento sulle vendite. Nel biennio 2009-2010 l’Italia ha esportato complessivamente oltre un miliardo di euro (1.024.275.398) in armi leggere ad uso civile, precisamente 471.368.727 nel 2009 e 552.906.626 nel 2010 con un aumento di circa il 10% rispetto al biennio precedente. In particolare tra il 2009 e il 2010 la crescita si attesta a circa il 17%.
La ricerca dell’Archivio Disarmo su fonte Istat evidenzia che le esportazioni sono per la maggior parte dirette verso Usa e Paesi dell’Ue. Ma l’aumento più significativo per valore è sicuramente rappresentato dall’Asia passata dall’importazione di circa 28 milioni di euro nel biennio 2007 2008 ad oltre 142 milioni. L’Italia ha esportato armi comuni da sparo anche nel continente africano e nel Medio Oriente dove la situazione di molti Paesi, già critica negli anni passati, nel periodo recente è esplosa con l’ondata rivoluzionaria che ha portato al capovolgimento dei sistemi politici e centinaia di morti e feriti.Emerge l’esportazione verso Paesi sottoposti a embarghi internazionali sulle forniture di armi (Cina, Libano, Congo, Iran, Armenia e Azerbaijan) e verso Paesi in cui sono in atto conflitti e in cui si riscontrano gravi violazioni dei diritti umani (la Federazione Russa, la Thailandia, le Filippine, il Pakistan, l’India, l’Afghanistan, la Colombia, Israele, Congo, Kenya, Filippine ecc.). In particolare dalla ricerca emergono alcuni casi di esportazioni a Paesi in conflitto e dove avvengono gravi e sistematiche violazioni dei diritti umani.
L’Italia ha esportato armi da fuoco in tutta i Paesi nordafricani interessati quest’anno dalla Primavera araba: l’Egitto, la Tunisia e in particolare la Libia che ha ricevuto oltre 8,4 milioni di euro, totalmente rappresentate da pistole e carabine Beretta e fucili Benelli finite nelle mani del settore di Pubblica Sicurezza del Comitato Popolare Generale (l’istituzione di governo libica), col rischio che possano essere state utilizzate per la repressione in atto negli ultimi mesi. Sono state fornite armi, proiettili ed equipaggiamento militare e di polizia usati per uccidere, ferire e imprigionare arbitrariamente migliaia di manifestanti pacifici in Paesi come la Libia, la Tunisia e l’Egitto e tuttora utilizzati dalle forze di sicurezza in Yemen.
Lo Yemen ha importato dall’Italia una cifra pari a 487.119 euro di armi e oggi versa in una situazione di conflitto che ha provocato centinaia di morti; la dura repressione del governo, nei confronti delle manifestazioni popolari verificatesi a sud del Paese, ha causato molte vittime tra manifestanti e civili. Destano gravi dubbi, per la possibilità che siano usate per compiere violazioni del diritto umanitario internazionale e dei diritti umani, le esportazioni di armi nell’Africa Sub-Sahariana in: Congo (Brazaville), Kenya e verso la Repubblica Democratica del Congo verso cui sono state esportate munizioni per un valore di 81.152 euro malgrado l’embargo di Ue e Onu in vigore dal 1993; nel conflitto tra le vittime si annoverano numerosi civili e gli attacchi indiscriminati da parte di tutte le forze in campo, anche verso la popolazione civile, stanno creando un popolo di sfollati e rifugiati.
La Cina, tra il 2009 e il 2010 ha acquistato dall’Italia armi civili, munizioni ed esplosivi per un valore di oltre 3 milioni, in violazione dell’embargo, imposto dal Consiglio europeo nel 1989 in seguito ai fatti di Piazza Tienanmen, che mira proprio a tutelare i diritti umani. L’Honduras è stato teatro di un conflitto interno durante il 2009 e nella regione dell’Agùan è stato imposto uno schieramento militare permanente a causa delle manifestazioni dei contadini contro aziende agricole private che spesso sono sfociate in episodi di violenza. L’Italia ha esportato verso il Paese più di 600 mila euro di materiali rappresentati da pistole, fucili e loro parti ed accessori.
Dallo studio emergono le contraddizioni derivanti dal fatto che le procedure e i divieti previsti per le armi comuni da sparo (previste dalla legge 110/75) sono diverse dal quelle previste dalla legge 185/90 che si occupa dei trasferimenti di armi ad uso militare, una tra le discipline più avanzate a livello internazionale. Spesso attraverso vendite legali si passa poi a successive forniture a soggetti che di questi strumenti fanno un uso non consentito, finendo per armare anche la delinquenza organizzata, formazioni terroristiche, bande paramilitari ecc.
Come avviene già a livello europeo, ancora una volta appare necessario considerare, per i controlli sulle esportazioni, le armi comuni da sparo alla stregua delle armi leggere ad uso militare alla luce dell’ormai accertata pericolosità della loro presenza soprattutto nei numerosi scenari di conflitto che costellano i cinque continenti; conflitti in cui le armi, dalle più piccole alle più sofisticate, contribuiscono alla radicalizzazione della violenza e delle condizioni post-conflittuali con impatti devastanti sulle popolazioni.
Nota bene: secondo i principi definiti dalla legge 185/90, l’Italia non può trasferire materiali di armamento in Paesi in stato di conflitto armato, in Paesi che conducono una politica estera aggressiva e propensa all’uso della forza, in Paesi sottoposti ad embargo deciso dalle Onu e Ue, in Paesi cui governi sono responsabili di accertate gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani o qualora vi sia in rischio di «triangolazioni». Le autorizzazioni all’esportazione sono coordinate dal ministero degli Esteri e dal ministero della Difesa.
«In queste condizioni il carcere è tortura»
| 24 Gennaio 2012
«Il carcere è, sì, un luogo di espiazione ma non deve perdere di vista i diritti dell’uomo. L’uomo in carcere è un uomo sofferente, che deve essere rispettato. Oggi il carcere è una tortura più di quanto non sia la detenzione, che deve portare invece alla rieducazione». Alla vigilia della ripresa in senato della discussione sul suo decreto, la ministra della Giustizia Paola Severino ha visitato il carcere fiorentino di Sollicciano, dove il 7 gennaio scorso si è ucciso un detenuto. «Quello che si deve fare in una proiezione futura - ha detto il ministro - è mettere insieme una serie di forme alternative alla detenzione. Che rendano effettivo il principio per cui la detenzione deve essere veramente l’ultima spiaggia, da attivare quando le altre strade non si possono più percorrere. Un rovesciamento di proporzioni: è normale la misura alternativa al carcere, il carcere deve rappresentare una misura eccezionale, che come tale deve essere espressamente motivata. Ciò non vuol dire dare la libertà a tutti o negare le esigenze di difesa sociale, ma vuol dire riservare il carcere alle sole situazioni nelle quali le esigenze di difesa sociale prevalgono su quelle di un’alternativa alla carcerazione».
La situazione degli istituti italiani, intanto, è sempre più esplosiva. Ieri pomeriggio una cinquantina di detenuti hanno dato vita a una rivolta nel carcere di Bolzano. I detenuti avevano preso il controllo di un intero piano della casa circondariale di via Dante bruciando 6 celle. La situazione è poi tornata sotto controllo e 20 detenuti saranno presto trasferiti in altri istituti.
Servizio Civile. Turco: intervenga il ministro Riccardi
23 gennaio 2012 Da Vita
La deputata Pd ha presentato un’interrogazione al ministro epr la cooperazione e l’ntegrazione
Livia Turco ha chiesto l’intervento del ministro Andrea Riccardi sul tema servizio civile e immigrati. Lo ha fatto presentando un’interrogazione al ministro per la cooperazione e l’integrazione. «Chiediamo al ministro per la Cooperazione e l’integrazione di permettere agli immigrati di svolgere il servizio civile nel nostro Paese. Un recente pronunciamento del giudice del Lavoro di Milano, in occasione di un ricorso presentato da un giovane ventiseienne di origine pakistana, in Italia da undici anni, ha reputato discriminatorio il fatto che gli stranieri legalmente soggiornanti in Italia non possano svolgere il servizio civile. È dunque necessario intervenire quanto prima», ha detto la deputata del Pd
«Gli immigrati che hanno il permesso di soggiorno fanno parte in maniera stabile e regolare della comunità e quindi anche a loro deve essere riconosciuto il diritto di svolgere il servizio civile» prosegue Livia Turco. «La decisione del Tribunale di Milano conferma che il servizio civile rappresenta una forma di partecipazione alla vita civile e al progresso della collettività, da cui non possono essere esclusi coloro che, indipendentemente dalla loro cittadinanza formale, appartengono stabilmente ad una comunità e ne condividono diritti e doveri. Del resto, se tali giovani non si sentissero parte integrante della comunità, non deciderebbero di dedicarle dieci mesi della loro vita».
Servizio Civile: bloccate le partenze. E’ sciopero per il 1 febbraio
Il Tribunale di Milano ritiene ‘discriminatorio’ il bando
23/01/2012, ore 18:56 -
Il Tribunale di Milano ha accolto il ricorso presentato da un giovane pakistano, da 11 anni in Italia, che si sentiva discriminato dall’impossibilità di partecipare al bando di concorso per il Servizio Civile. L’ordinanza ha scatenato una forte mobilitazione sul web. Su Facebook il gruppo ufficiale del Servizio Civile sta organizzando per il prossimo primo febbraio una manifestazione a Roma contro la sospensione imposta dal Tribunale di Milano. Inoltre, da sabato scorso sono partite le firme online per la petizione “Servizio Civile 2012” (http://www.petizionepubblica.it/PeticaoVer.aspx?pi=P2012N19461.%20Per%20informarsi:%20http://www.serviziocivile.gov.it/), che ha già raccolto 1600 adesioni.
Dal canto suo, il ministro per l’Integrazione e la Cooperazione Andrea Riccardi ha diramato una nota in cui ammette di non essere contrario all’ammissione dei ragazzi stranieri al Servizio Civile. Questo requisito è previsto da un articolo del decreto legislativo 77 del 2002 e per modificarlo serve una nuova legge.





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