Rassegna stampa

17 Mag 2018

Venti di guerra. «Dall’Iran alla Corea del Nord, uno scacchiere unico per Israele»

 

 

L’esperto di intelligence israeliano Ely Karmon spiega strategia e obiettivi di un possibile conflitto armato. E l’Unione europea per salvare gli affari con Teheran è pronta ad attuare una clausola anti-Usa nata per Cuba

L’Ue non vuole perdere miliardi di euro di interscambio con l’Iran per la decisione dell’amministrazione americana di mandare a monte l’accordo sul nucleare. Per questo, è pronta ad attuare lo statuto di blocco che impedisce l’applicazione nell’Unione di sanzioni decise da Paesi terzi. Approvato nel 1996 per contrastare le sanzioni statunitensi contro le aziende europee che volessero fare affari con Cuba, Iran e Libia e finora mai utilizzato, lo statuto prevede risarcimenti per le aziende che dovessero essere colpite dalle misure a stelle e strisce. Della questione i leader europei parleranno oggi in occasione del vertice di Sofia con i capi di Stato e di governo dei Balcani occidentali.

Trump non solo mette in difficoltà l’Europa, ma si fa beffe del diritto internazionale. Non è la prima volta, basti pensare alla strage di civili in Yemen, dove il Pentagono (ma non solo) fornisce aiuto militare e intelligence ai sauditi in una guerra che non ha l’avallo delle Nazioni Unite. Se Trump rischia di mandare in fumo il business europeo con Teheran, è perché vuole smontare l’eredità del suo predecessore Obama e mantenere fede alle promesse fatte agli evangelisti (la sua base elettorale) e alla lobby ebraica (il cui obiettivo è mettere in ginocchio l’economia iraniana).

Dopotutto, «Israele è in guerra con l’Iran dalla rivoluzione nel 1979, è tutta colpa della dottrina khomeinista», commenta lo studioso israeliano Ely Karmon dell’International Institute for Counter-Terrorism di Herzlyia.

La guerra è sempre stata per procura: «Teheran ha usato gli Hezbollah libanesi che, in seguito alla guerra civile siriana, si sono trasformati in un piccolo esercito dotato di carri armati americani (in dotazione all’esercito libanese), droni, artiglieria e 120 mila missili in grado di raggiungere tutto il territorio di Israele».

Nella strategia iraniana, «fino a poco tempo fa Hezbollah rappresentava una forza sul terreno, provvista di missili da utilizzare in caso di attacco israeliano o americano ai siti nucleari». Dopo la vittoria di Assad in Siria grazie all’aiuto di Teheran, delle milizie libanesi e dell’intervento aereo russo, ora «gli ayatollah vogliono trasformare la Siria in una piattaforma strategica (con missili, aerei e forse anche una base navale) per minacciare le Alture del Golan».

Queste ultime, piccolo inciso, sono occupate da Israele dal 1967 e, secondo una risoluzione dell’Onu mai rispettata da Israele e mai fatta rispettare dalla comunità internazionale, dovrebbero tornare sotto la sovranità di Damasco. Per evitare che gli ayatollah mettano in atto il loro piano – continua Karmon – «nel gennaio 2015 Israele aveva bombardato le infrastrutture iraniane e ucciso il generale iraniano e il comandante degli Hezbollah che se ne stavano occupando».

Condividendo un’opinione dell’Idf – l’esercito israeliano – e «tenuto conto del lancio di 20-30 missili iraniani contro Israele», ora Karmon teme possano vendicarsi: «Ci sono diverse possibilità di atti terroristici in Israele e contro obiettivi israeliani nel mondo. Potrebbero essere perpetrati da una cellula iraniana, da Hezbollah o da terze organizzazioni». Detto questo, l’Idf non sembra usare particolari cautele per non irritare l’Iran. Al contrario, «dopo che si è intensificata la presenza iraniana sul confine meridionale siriano, coinvolgendo milizie irachene e sciite, Israele ha deciso di distruggere le forze di Teheran e dei suoi alleati. Anche perché abbiamo capito che non si sarebbero fatti crucci a mettere a rischio la sicurezza del Libano per raggiungere i propri obiettivi. È diventato assolutamente necessario prenderli di mira».

All’orizzonte, solo venti di guerra. Anche perché, conclude Karmon, «se Trump riuscirà a denuclearizzare la Corea del Nord, l’Iran sarà obbligato ad accantonare le mire regionali». Di pari passo, Israele diventa più aggressivo: «Anziché intimidire il Libano, abbiamo deciso di scoraggiare l’Iran minacciando di attaccarlo. Se saremo colpiti, la nostra aviazione bombarderà le città iraniane. Se ci fosse la guerra, l’Arabia Saudita potrebbe lasciarci attraversare il suo spazio aereo. E se l’Iran ci attaccasse, la comunità internazionale non avrebbe nulla da ridire circa il nostro diritto di difenderci».

FONTE: Farian Sabahi, IL MANIFESTO 17/5/2018Internazionale


“Più carcere per tutti”, la giustizia da brividi di Lega e Cinque Stelle

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di Errico Novi

 

Il Dubbio, 17 maggio 2018

 

Addio riforma penitenziaria e riti abbreviati: stretta totale. Nel contratto tra Lega e 5Stelle c’è anche la riapertura dei piccoli tribunali, ma per il resto domina una “furia giustizialista”. Una giustizia tagliata con l’accetta. Sotto la spinta di uno spirito a tratti anche “popolare”, ma il più delle volte sbrigativo e furibondo. È il tratto che si coglie nel capitolo 11 del “contratto” Lega- M5S. Una svolta su tutto, spesso in peggio. Seppur non priva di idee condivisibili, come quella di “rimuovere” il correntismo dal Csm attraverso una “revisione del sistema elettorale”, per i togati ma anche per i laici.

Come la prevista riapertura dei Tribunali soppressi dalla legge Severino riportare la giustizia “vicino ai cittadini”. Ma troppe, davvero, sono le abiure che Salvini e Di Maio pretendono di imporre rispetto a tante scelte doverose della passata legislatura. Innanzitutto con la abrogazione di “tutti quei provvedimenti tesi unicamente a conseguire effetti deflattivi in termini processuali e carcerari”. E ovviamente con la sostanziale cancellazione della riforma dell’ordinamento penitenziario: si prevede di “riscrivere” le nuove norme, e una “rivisitazione sistematica e organica di tutte le misure premiali”: a rischio dunque anche la legge Gozzini.

Qui lo spirito draconiano raggiunge lo zenit, perché si parla di ripristinare la “certezza della pena” e si dà per scontato che le pene alternative siano caramelle di cortesia. Si rinnega tutto, si cancella il lavoro compiuto da magistrati, avvocati e accademici ai tavoli degli “Stati generali” voluti da Andrea Orlando.

Ma forse la cosa più insopportabile nella sua inumanità, è il proposito di rivedere le linee guida di Consolo sul 41bis, quelle che ora consentono, a chi si trova nel “regime speciale”, di poter svolgere i colloqui con i familiari in condizioni più umane, soprattutto di poter toccare, abbracciare, i figli piccoli. Quando si prevede di sopprimere queste aperture in modo “da ottenere u effettivo funzionamento del regime del carcere duro”, così testualmente nominato, si dà sfogo a un mero impulso di violenza politica.

Difficile soffermarsi su tutti i dettagli: il capitolo 11 del “Contratto per il governo del cambiamento” affronta la giustizia con uno spirito draconiano, scrupoloso e implacabile, a volte come detto segnato anche da un’apprezzabile idea di Stato più vicino ai cittadini e di argine alle derive del correntismo in magistratura. Difficile essere definitivi nella filologia del programma: alla versione pubblicata due giorni fa dall’Huffington post ieri è ne è subentrata una nuova, con limature solo lievi in materia di giustizia.

In ogni caso, una veloce carrellata non può trascurare i punti di segno positivo. Si è detto delle “logiche spartitorie e correntizie in seno all’organo di autogoverno” su cui “sarà opportuno operare una revisione”. Giusta l’idea di chiudere in modo definitivo la partita “toghe in politica” con la previsione che il magistrato intenzionato a “intraprendere” una carriera da deputato o ministro debba “essere consapevole del fatto che non potrà tornare a vestire la toga”. Idea condivisa da Anm e Csm. Doppio segnale importante sull’accessibilità della giustizia. Sia in termini di vicinanza fisica, come detto, che di costi.

Prevista la “rivisitazione della geografia giudiziaria – modificando la riforma del 2012”, cioè la Severino “con l’obiettivo di riportare Tribunali, Procure e Uffici del Giudice di pace vicino ai cittadini e alle imprese”. Doverosa e inevitabile la “completa implementazione del processo telematico” e ambiziosa l’idea di ampliare il piano di assunzioni realizzato da Orlando, sia per la “magistratura” che per il “personale amministrativo”. Maggiori incognite sulla “completa modifica della recente riforma” della magistratura onoraria, anche è se il proposito di affrontare “le coperture previdenziali” è sacrosanto. Giusto il progetto di formazione delle forze di polizia sulla “ricezione delle denunce” relative ai reati sessuali, come chiesto di recente dal Csm. Costosa ma inoppugnabile la dichiara volontà di sopprimere l’ultimo aumento del contributo unificato.

C’è dunque una vocazione anche “popolare” nella giustizia di Lega e M5s. Ma è impressionante la venatura davighiana, ipergiustizialista, e appunto iconoclasta sul carcere, che segna tutto il paragrafo sul penale. Detto dell’abominio sul 41 bis e sul divieto di abbracciare i figli piccoli, arriva il temuto de profundis sulla riforma penitenziaria: si scorge l’addio al potenziamento delle misure alternative, e persino l’addio alla “sorveglianza dinamica” nelle carceri, che significa tenere tutti chiusi in cella 22 ore su 24.

Nell’ultima versione è comparso un richiamo al “lavoro in carcere come forma principale di rieducazione e reinserimento sociale”, che è un’implicita chiusura alle pene alternative. Una visione cupa che sconfina nel nonsense, quando si prescrive la “abrogazione” degli “svuota carceri” : non una parola sul fatto che tra gli “sconti” introdotti di recente ci sono anche i rimedi riparatori imposti, di fatto, dalla sentenza Torreggiani.

Se la sezione penitenziaria è distruttiva (tranne che in campo edilizio, considerata la volontà di “costruire nuove carceri”) quella su processi e pene fa tremare le vene ai polsi. Intanto si pensa di buttare a mare quel po’ di depenalizzazione attivata di recente e la stessa norma sulla archiviazione dei reati per tenuità del fatto. Torna il fantasma della “legge Molteni”, proposta dal plenipotenziario di Salvini sulla giustizia, che escluderebbe il rito abbreviato per i reati puniti con l’ergastolo. Ma l’ombra di Davigo si staglia perentoria soprattutto a proposito della “seria riforma della prescrizione”, seppur bilanciata dall’obiettivo di un “processo giusto e tempestivo” che sarebbe realizzabile con le sole nuove assunzioni.

Lo spirito draconiano si materializza appieno al solo evocare della parola “corruzione”: a parte una interessante volontà di “potenziare l’Anac”, che limiterebbe la giurisdizionalizzazione di ogni ipotesi di illecito, nel contratto si assiste alla seguente raffica: divieto di accesso ai riti premiali alternativi per i tutti i reati contro la Pa, aumento delle relative pene, “Daspo” per corrotti e corruttori, fino alla più davighiana delle proposte, la figura dell'”agente provocatore”. Scontato il potenziamento delle intercettazioni, che si tradurrebbe nell’estensione dell’uso dei trojan. Restano sullo sfondo le prevedibili asprezze sulla legittima difesa, terreno scivoloso e poco compatibile con la Costituzione vigente.

Che vacilla in più punti, come sul “vincolo di mandato” spuntato in extremis, strappo uguale e contrario al paradosso segnalato ieri dal segretario di Radicali italiani Riccardo Magi: “Chi giura fedeltà ai Cinque Stelle anziché alla Nazione può fare il ministro?”. Forse no, ma vaglielo a spiegare.

 


Nel “contratto” tra Lega e 5Stelle l’idea di un carcere senza speranza

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di Liana Milella

 

La Repubblica, 17 maggio 2018

 

Sono numerose, nel “contratto”, le misure in tema di giustizia e lotta alla corruzione. Sul primo fronte è prevista la legittima difesa domiciliare, l’inasprimento delle pene per violenza sessuale, furto, scippo, rapina e truffa, nonché “una seria riforma della prescrizione dei reati” senza tuttavia specificare come. Oltre a una stretta sulla imputabilità e gli sconti di pena per i minori.

Contro la corruzione si pensa invece di aumentare tutte le pene per i reati contro la pubblica amministrazione vietando il ricorso a sconti e riti premiali alternativi; di istituire il Daspo a vita per corrotti e corruttori; di introdurre gli “agenti provocatori” sotto copertura per favorire l’emersione dei fenomeni corruttivi.

Sappiamo da dove sono partiti, non può meravigliare dove sono arrivati. Sulla giustizia il libro di M5S e Lega era già scritto, e stupisce lo stupore di noti pasdaran di Berlusconi come Gelmini e Costa. La fotografia era lì, in archivio. Quella delle platee grilline che a Roma e Ivrea applaudono entusiaste Davigo e Di Matteo, due pm da anni in battaglia per una lotta alla corruzione seria, leggi severe su chi evade, pene più alte per tenere in carcere i colpevoli (adesso ce ne sono meno di dieci).

Idem per le platee leghiste che hanno sottoscritto la candidatura di Giulia Bongiorno, l’avvocato di cui si ricorda lo scontro con Berlusconi sulle intercettazioni. Lui voleva cancellarle, lei rafforzarle. E certo, proprio sul programma della giustizia, si celebra il funerale del rapporto Salvini-Berlusconi.

Quest’ultimo, fresco di riabilitazione, non potrà benedire la prescrizione bloccata, gli agenti sotto copertura o infiltrati contro i corrotti, il Daspo per l’imprenditore che corrompe, né tantomeno la cancellazione tout court di qualsiasi sconto o indulto (proprio lui che ne ha goduto).

Ma è sulla galera cieca e senza speranza che M5S sbaglia facendosi trascinare dai furori leghisti, come quelli sulla legittima difesa sempre e comunque che, nella versione salviniana, contiene in sé lo scenario del Far West. D’un colpo via tutte le leggi che hanno sì alleggerito le carceri, ma anche dato speranza a chi si ravvede. Costruiamo più celle e sbattiamo tutti dentro. Né Davigo, né Di Matteo, né tantomeno la Bongiorno l’hanno mai chiesto.

 

Testo tratto dal contratto tra Lega e 5Stelle, Area ordinamento penitenziario

 

Per far fronte al ricorrente fenomeno del sovraffollamento degli istituti penitenziari e garantire condizioni di dignità per le persone detenute, è indispensabile dare attuazione ad un piano per l’edilizia penitenziaria che preveda la realizzazione di nuove strutture e l’ampliamento ed ammodernamento delle attuali.

Bisogna provvedere alla preoccupante carenza di personale di Polizia Penitenziaria con un piano straordinario di assunzioni, nonché intervenendo risolutivamente sulla qualità della vita lavorativa degli agenti in termini di tutele e di strutture.

Occorre realizzare condizioni di sicurezza nelle carceri, rivedendo e modificando il protocollo della c.d. “sorveglianza dinamica” e del regime penitenziario “aperto”, mettendo in piena efficienza i sistemi di sorveglianza.

È opportuno consentire al maggior numero possibile di detenuti stranieri presenti nelle carceri italiane, di scontare la propria condanna nel Paese d’origine attraverso l’attivazione di accordi bilaterali di cooperazione giudiziaria con gli Stati di provenienza.

È infine necessario riscrivere la c.d. “riforma dell’ordinamento penitenziario” al fine di garantire la certezza della pena per chi delinque, la maggior tutela della sicurezza dei cittadini, valorizzando altresì il lavoro in carcere come forma principale di rieducazione e reinserimento sociale della persona condannata. Si prevede altresì una rivisitazione sistematica e organica di tutte le misure premiali. Occorre rivedere altresì le nuove linee guida sul cd. 41bis, così da ottenere un effettivo rigore nel funzionamento del regime del “carcere duro”.

 


4 Mag 2018

Perché dopo anni di lavoro la riforma delle carceri è a rischio

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di Giovanni Bianconi

 

Corriere della Sera, 4 maggio 2018

 

Se la riforma dell’ordinamento penitenziario è fortemente a rischio, la responsabilità è del governo di centrosinistra (formalmente ancora in carica “per gli affari correnti”) che non ha avuto la volontà e la determinazione di portare a compimento ciò che aveva costruito e approvato in un lungo percorso durato quasi tre anni.

I decreti che estendono la possibilità di godere di alcuni benefici e misure alternative a un maggior numero di detenuti (ma non a mafiosi e terroristi, senza automatismi e sempre sotto il controllo della magistratura) sono stati infatti approvati solo il 16 marzo scorso, cioè dopo le elezioni che hanno sancito la sconfitta della maggioranza che sosteneva l’esecutivo guidato da Paolo Gentiloni, nonostante ci fosse ancora bisogno di un ultimo passaggio parlamentare.

Il motivo fu il timore che l’approvazione di un simile provvedimento prima del voto potesse far perdere consensi al Partito democratico e ai suoi alleati; con il risultato che il Pd è uscito ugualmente sconfitto dalle urne, e ora in Parlamento non c’è più la maggioranza favorevole alla riforma. Anzi, i due vincitori, centro-destra e Cinque stelle, sono dichiaratamente contrari, seppure con motivazioni parzialmente diverse. Ma questo conterebbe poco, giacché trascorsi dieci giorni dalla trasmissione dei decreti, il governo potrebbe comunque approvarli definitivamente e mandarli al Quirinale per la firma che li renderebbe esecutivi.

Il quesito tecnico da risolvere è da quando decorrono i dieci giorni: l’esecutivo, spinto dal ministro della Giustizia Orlando ha sollecitato le nuove Camere a mettere i decreti all’ordine del giorno della cosiddetta commissione speciale, ma la decisione spetta alla conferenza dei capigruppo di Montecitorio; se ciò non avvenisse a breve, si potrebbe ugualmente considerare trascorso il periodo previsto dalla legge e procedere con l’emanazione definitiva?

È un problema di diritto parlamentare, al quale se ne aggiunge uno di tipo politico forse più rilevante: può un governo senza maggioranza procedere comunque su un tema che difficilmente si può considerare di ordinaria amministrazione? Gli avvocati hanno fatto due giorni di sciopero per ottenere questo risultato, e ieri in un convegno organizzato dall’Unione camere penali (al quale hanno partecipato fra gli altri l’ex presidente della Consulta Giovanni Maria Flick, il vicepresidente del Csm Giovanni Legnini, la leader radicale Rita Bernardini che da anni si batte per i diritti dei detenuti e il Garante nazionale Mauro Palma) hanno sollecitato governo e Parlamento ad accelerare i tempi e dare corso a una riforma che “non è uno svuota carceri, ma incide positivamente sulla sicurezza per i cittadini”, come spiega il presidente, dei penalisti Beniamino Migliucci.

È infatti statisticamente provato, insistono gli avvocati, che una detenzione più aperta a benefici e misure alternative diminuisce la tendenza dei reclusi a tornare a delinquere. “E del resto chiediamo al governo di avere semplicemente il coraggio di dare seguito a ciò che ha già deliberato”, invoca il presidente della Camera penale di Roma Cesare Placanica. Ma il tempo stringe, e forse non è più solo una questione di coraggio. Che serviva prima delle elezioni.


Erri De Luca. “Una mia previsione? Spero che le carceri diventino musei”

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Il Dubbio, 4 maggio 2018

 

“La Costituzione è un pezzo di Carta molto nobile, ma solo a tratti, in alcuni Istituti, in alcune esperienze penitenziarie, si riesce a far sentire una responsabilità di lavoro, d’impegno, ai detenuti”.

 

Erri De Luca, scrittura e libertà: un binomio efficace dentro le carceri?

In principio direi “lettura e libertà”. Una persona che sta in prigione quando si mette un libro sotto il naso sta cancellando le sbarre e tutta la cella intorno, si sta facendo portare da un’altra parte. La lettura in carcere è un potentissimo strumento di sospensione della pena. A lungo andare si trasforma anche in una fornitura di vocabolario preciso che può raccontare l’esperienza di una vita, dei torti commessi o subiti, con delle parole più precise di quelle di cui si disponeva prima di cominciare la lettura.

 

E sulla scrittura cosa può dirci?

Quando le persone in carcere scrivono, scrivono di loro, della loro esperienza, di quel che hanno conosciuto. Per questo hanno una presa diretta sul lettore che è molto più forte, almeno per me lettore, di quella di chi sta inventando storie, elaborando personaggi e trame.

 

Nell’ambito del Premio Goliarda Sapienza, lei ha tenuto una delle lezioni come tutor?

“Lezioni” è una parola esagerata, per lo meno nel mio caso. Ho tenuto compagnia per un paio d’ore a delle persone. Sono loro che impostano il dialogo con l’invitato, sono loro che dirigono l’incontro, dando la linea, la marcia, che definiscono gli argomenti che li interessano.

 

Lei è uno scrittore per cui l’impegno è molto importante. Ha avuto altre occasioni di entrare in contatto con l’universo carcerario?

Sì, sono da molto tempo un frequentatore, invitato. Da cittadino prendo degli impegni che riguardano argomenti e temi della società in cui vivo. Come scrittore semplicemente sono uno che racconta storie. Non sono uno scrittore impegnato, ma un cittadino che ogni tanto prende degli impegni.

 

Uno dei fini del carcere dovrebbe essere quello rieducativo. Lei pensa che riesca davvero ad adempiere questo compito così nobile?

Non è nobile, è costituzionale. Ciò detto, la Costituzione è un pezzo di carta molto nobile. Solo a tratti, in alcuni istituti, in alcune esperienze penitenziali si riesce a far sentire una responsabilità di lavoro, d’impegno, ai detenuti. Le condizioni di oggi sono comunque meno diseducative di come lo erano prima. Lo si vede sulla base della recidiva. Le carceri che funzionano meglio dal punto di vista del coinvolgimento del detenuto in attività, in studi, in laboratori, hanno un indice di recidiva basso.

 

C’è stato un fiorire importante d’iniziative culturali per le carceri, attività che hanno goduto anche di una buona visibilità. Non pensa che a volte questo possa far sì che si mitizzi il mondo del carcere e si nasconda “la polvere sotto il tappeto”?

Il carcere è una segregazione. Solo che a lungo è stata una segregazione da tutto il resto della società. Queste attività, per esempio il Premio Goliarda Sapienza, voluto da Antonella Ferrera da molto tempo, hanno reso più porose le mura del carcere, più permeabili a quello che succede fuori, e hanno fatto sì che si conosca meglio quello che succede dentro. Queste iniziative fanno circolare ossigeno dentro quelle mura e lo trasmettono anche al resto della società esterna. Convincono persone come me, come altri, a occuparsene.

 

Leggendo le sinossi dei racconti che saranno pubblicati dalla Giulio Perrone Editore, ci si rende conto che spesso siamo di fronte a storie di vita. Alcuni testi però vanno al di là dell’esperienza vissuta, del carcere. Cosa significa secondo lei?

Questo dimostra il passaggio dall’autobiografia al racconto vero e proprio. C’è un tentativo di scrittura, di porsi come narratore e non semplicemente come relatore e redattore della propria esperienza. Comunque fa bene alla salute scrivere in prigione. Di solito l’attività che si fa più spesso consiste nello scrivere lettere. Il carcere è l’ultimo posto della nostra società in cui le comunicazioni avvengono ancora via lettera.

 

In attesa della premiazione del 10 maggio al Salone del Libro di Torino, qual è l’augurio che vuole dare alle persone che partecipano al concorso Goliarda Sapienza?

Ho inventato una formuletta. Di solito si dice: “Sono finito in carcere”. Attraverso questa scrittura si può rovesciare la frase e affermare: “Sono cominciato in carcere”. C’è un errore di grammatica, ma la formula vuole dire che quell’esperienza non è un tempo perso della propria vita, bensì un tempo di rimpasto e di riavvio della propria esistenza.

 

Sul futuro della politica carceraria che idea ha?

Alla lunga le carceri saranno abbandonate. Diventeranno dei musei.

 

È una speranza?

È una mia previsione.

 


3 Mag 2018

Armi, crescono le spese militari: Usa, Cina e Arabia Saudita maglia nera

I dati diffusi dall’Istituto internazionale di ricerca per la Pace di Stoccolma. Il totale delle spese militari è di 1.739 miliardi di dollari nel 2017. In testa gli Stati Uniti, con 610 miliardi di dollari (oltre un terzo del totale). L’Italia aumenta la spesa ma perde posizione: resta comunque tra i primi 15 paesi

 

Armi, spesa 2017

ROMA – Il totale delle spese militari mondiali e’ tornato ad aumentare lo scorso anno, dopo una fase in cui era rimasto sostanzialmente invariato. Lo indicano i dati diffusi oggi dal Sipri, l’Istituto internazionale di ricerca per la Pace di Stoccolma.
“Dopo 13 anni consecutivi di aumento dal 1999 al 2013 e spese rimaste relativamente invariate nella fase successiva – si legge in un comunicato dell’organizzazione basata in Svezia – il totale delle spese militari ha raggiunto i 1.739 miliardi di dollari nel 2017.

Un aumento marginale dell’1,1% in termini reali rispetto al 2016″. In testa alla graduatoria dei Paesi che spendono di piu’ per gli armamenti si trovano gli Stati Uniti, con 610 miliardi di dollari, ovvero oltre un terzo del totale mondiale. Washington ha posto cosi’ fine a un periodo, iniziato nel 2010, di diminuzione delle spese militari. Al secondo posto si trova la Cina, con una spesa in aumento da 29 anni e che per l’anno scorso era stimata 228 miliardi, il 5,6% in piu’ rispetto al 2016. Segue l’Arabia Saudita, che nel 2017 ha incrementato il budget per la guerra del 9,2% rispetto all’anno precedente, portandolo a 69 miliardi e innescando un aumento degli armamenti in tutto il Medio Oriente, in particolare in Iran(19%) e Iraq (22%). Con 66,3 miliardi di dollari, le risorse che la Russia impiega per le armi sono invece in calo del 20% rispetto all’anno scorso: e’ la prima riduzione dal 1998 registrata dal Sipri.

Nel 2017, le spese militari hanno rappresentato il 2,2% del Pil mondiale, ovvero 230 dollari per persona.EUROPA. In Europa centrale e occidentale le spese militari sono aumentate rispettivamente del 12 e dell’1,7%: i dati, riferiti allo scorso anno e rapportati al 2016, provengono da uno studio diffuso oggi dall’Istituto internazionale di ricerche per la pace di Stoccolma (Sipri). Tra le cause individuate dai relatori della ricerca per la crescita delle risorse destinate agli armamenti dall’Europa centro-occidentale, l’accordo in questo senso tra i membri della Nato e la percezione di una minaccia crescente da parte della Russia. Quest’ultima, tuttavia, ha sensibilmente diminuito le spese militari, con un calo del 20%: e’ il primo dal 1998. Con 29,2 miliardi di dollari spesi nel 2017 contro i 27,9 del 2016, l’Italia aumenta la spesa militare in termini assoluti, ma passa dall’11esima alla 12esimaposizione nella classifica degli stati che spendono di piu’ per le armi. Il nostro Paese si conferma cosi’ tra i primi 15, insieme ad altri tre Stati dell’Europa occidentale: la Francia e’ al sesto posto con 57,8 miliardi di dollari, il Regno Unito al settimo, con 47,2 la Germania al nono, con 44,3.

AFRICA. In Africa le spese militari nel 2017 sono diminuite dello 0,5% rispetto all’anno precedente. Il dato emerge da uno studio diffuso oggi dall’Istituto internazionale per le ricerche sulla pace di Stoccolma (Sipri): si tratta del terzo calo consecutivo dopo il picco del 2014. Con 42,6 miliardi, la spesa militare africana rappresenta il 2,5% di quella mondiale. Il rapporto sottolinea che l’Algeria, il maggior Paese del continente per gli investimenti in armi, ha diminuito le spese nel settore, per la prima volta dal 2003 (-5,2%). Il fenomeno, stimano gli esperti di Stoccolma, potrebbe essere dovuto alla diminuzione dei proventi derivanti da gas e petrolio. Tagli significativi alle spese militari sono stati registrati anche in Angola (-16%), Nigeria (-4,2%), Sud Sudan (-56%), Ciad (-33%), Mozambico (-21%) e Costa d’Avorio (-19%). In Sudan, invece, il governo ha aumentato la spesa del 35%, portandola a 4,4 miliardi di dollari, con l’obiettivo dichiarato di contrastare le milizie ribelli attive nel Paese.

STATI UNITI. L’America meridionale ha speso l’anno scorso il 4,4% in piu’ per le armi rispetto al 2017, in conseuenza soprattutto dell’aumento di risorse destinato al settore da Argentina (+15%) e Brasile (6,3%). I dati emergono da una ricerca annuale pubblicata oggi dal Sipri, l’Istituto di ricerche per la pace di Stoccolma. Una tendenza inversa si e’ registrata in America Centrale e nei Caraibi, dove in generale le spese militari sono diminuite. Il dato generale e’ influenzato soprattutto dal Messico, dove, con un calo dell’8,1%, le spese militari si sono ridotte per il secondo anno consecutivo. (DIRE)

Tratto da  Redattore Sociale del  02 maggio 2018


Migranti. Più fondi a chi accoglie ma niente sanzioni ai Paesi che respingono

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di Carlo Lania

 

Il Manifesto, 3 maggio 2018

 

Tramonta la speranza di una maggiore solidarietà tra Stati membri. Alla fine a prevalere sembra essere stata la linea suggerita da Emmanuel Macron quando, intervenendo poche settimane fa a Strasburgo, il presidente francese ha proposto di finanziare maggiormente le comunità disposte ad accogliere i rifugiati piuttosto che continuare a litigare in Europa cercando di imporre quote obbligatorie di richiedenti asilo a quei Paesi che fino a oggi si sono dimostrati recalcitranti all’accoglienza.

A leggere la proposta di nuovo bilancio europeo presentato ieri dalla Commissione Ue la volontà (o meglio, la necessità) di evitare una rottura su un tema delicato come l’immigrazione ha prevalso sull’esigenza di una maggiore solidarietà tra gli Stati membri nel far fronte a nuovi possibili arrivi. Il risultato è che la voce dedicata alle spese per l’immigrazione è sì tra le poche a beneficiare di un cospicuo aumento, 2,6 volte in più rispetto ai fondi attuali, ma i migranti continueranno a essere un problema del Paesi che si affacciano sul Mediterraneo, primi fra tutti Italia e Grecia.

Va detto che complessivamente è tutto il pacchetto legato alla gestione dei migranti che vede aumentare le proprie risorse. La Commissione ha proposto di destinare una quota del Fondo sociale europeo (Fse), parte dei fondi strutturali (circa 100 miliardi per il budget 2014-2020), all’integrazione dei migranti. Ulteriori finanziamenti sono inoltre destinati ai controlli delle frontiere esterne della Ue che complessivamente passano dai 13 miliardi di euro di oggi a 33. Soldi con i quali sarà possibile dotare Frontex, l’Agenzia europea per il controllo dei confini, di 10 mila guardie di frontiera.

L’intenzione più volte annunciata dalla cancelliera Angela Merkel di condizionare i fondi europei all’accoglienza dei richiedenti asilo sembra quindi definitivamente tramontata, sostituita dalla scelta di aiutare economicamente i Paesi mediterranei maggiormente sottoposti alla spinta migratoria. Questo significa che Italia e Grecia riceveranno probabilmente in futuro dalla Ue più soldi, ma continueranno ad avere l’intera responsabilità di quanti sbarcheranno sulle loro coste, dall’accoglienza all’eventuale rimpatrio.

Una convinzione che rischia di essere rafforzata dalla discussione sulla riforma del regolamento di Dublino che per cominciare e Bruxelles. ieri gli ambasciatori Ue hanno ricevuto la bozza messa a punto dalla presidenza di turno bulgara che non contempla alcun sistema obbligatorio e automatico di quote come più volte richiesto da Italia, Spagna, Grecia, Malta e Cipro, ma duramente osteggiato dai quattro Paesi del blocco Visegrad (Ungheria, Repubblica Ceca, Polonia e Slovacchia). Viceversa sono previsti interventi diversi a seconda degli scenari di crisi che si potrebbero verificare. La bozza sarà oggetto del prossimo consiglio Affari interni, ma bisognerà aspettare il consiglio europeo di giugno – al quale spetta l’ultima parola – per capire quale dei due schieramenti l’avrà spuntata.

 


26 Apr 2018

Il bullismo rileva un fallimento educativo, culturale e politico

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Giancarlo Visitilli*

 

Il Manifesto, 26 aprile 2018

Da Lucca a Velletri. I bulli sono lo specchio di un’educazione che evidentemente genera solo frustrazioni e disistima, che hanno sfogo nella violenza. È in atto una crisi culturale, un problema non solo italiano ma che riguarda la specie. È in corso, da decenni, una crisi pedagogica, di grande consistenza, che genera, ormai quotidianamente, atti di bullismo, da Lucca, Milano a Bari, passando per Velletri. Si tratta di una toponomastica che rileva un fallimento educativo, culturale, politico. Abbiamo fallito tutti, perché ognuno, in qualche misura è educatore. E se fallisce la famiglia, avviene quel processo, quasi naturale, dello scarica barile, che si ripercuote sulla scuola. Questa, che dovrebbe essere l’agenzia principe in cui imparare, piuttosto che “cose” (competenze) comportamenti, sapere e processi che derivano dalla poesia, dalla letteratura, dalla storia, dalle leggi fisiche e matematiche, quelle che ancora reggono in un loro sistema, invece, è stata depauperata e resa sterile.

Tutto sembra essere regolato dalle stesse leggi che Marchionne insegue per incrementare i suoi profitti. Siamo in un sistema scolastico funzionale, in cui anche io, docente, non sono altro che un perno che regge un sistema rotatorio con una sua funzione, utile a riprodurre un tot numero di diplomati, prodotti in serie. La scuola ha una sua funzione e di essa ci si serve sempre più per far funzionare il sistema, specie quando l’immissione in ruolo di migliaia di insegnanti ci si illude che possa servire ad oliare la macchina. Come fosse la mancanza di insegnanti il vero problema della scuola italiana.

Nella scuola pubblica non crede più nessuno, tantomeno chi sale sullo scranno e, a seconda del titolo di studio, posseduto o meno, si inventa delle (non) riforme, utili a rendere la scuola industria con padroni, controllori e controllati, numeri, che a loro volta devono rispondere a test cifrati. E se prima, almeno, la scuola era il luogo della conoscenza (gli ultimi dati rilevano una consistente ignoranza degli studenti italiani in diverse discipline, dal Nord al Sud), figurarsi se si può parlare ancora della scuola come il luogo dell’educazione alla sapienza, quella per cui avvertire quel senso di stupore e di meraviglia, che solo a scuola si può insegnare. E i bambini non spalancano più le loro bocche, perché non gli si insegna più storie utili a provocargli quel senso di bellezza e meraviglia. Gli adolescenti si annoiano e gli universitari abbandonano.

La vera riforma dovrebbe attuarsi cambiando i programmi, i contenuti, ponendo al centro dell’interesse più che come insegno, cosa offro. E non sono le Lim, le tante innovazioni tecnologiche, che hanno generato solo la “scuola dei senza…”, a garantire il buon rendimento della scuola, altrimenti non avremmo un atto di bullismo ogni quattro giorni. Se tornassimo ad insegnare ai nostri figli, sin dall’età più piccola, lo stupore, eviteremmo di insegnare anche a loro, dalla scuola elementare, a rispondere a dei test con le crocette, deprivati di colore, privi di qualsiasi forma e di immaginazione. Numeri. E così fino all’Università, dove si devono superare test, piuttosto che esami in cui confrontarsi con altre teste. Tutto questo genera un clima di ostilità, di diffidenza e di sfiducia, sia in chi avrebbe la pretesa di educare, ma soprattutto nei bambini, nelle bambine e negli adolescenti.

I bulli sono lo specchio di un’educazione che evidentemente genera solo frustrazioni e disistima, che hanno sfogo nella violenza. se si lascia erodere la scuola, discreditandola, sia quando i nostri figli sono a casa ma soprattutto dando il cattivo esempio che proviene da qualsiasi politica in atto nel nostro paese, perché meravigliarsi del bullo di Lucca che minaccia il suo professore, intimandogli di mettere un sei sul registro? Dove sta l’arcano se un padre, in una scuola di Bari, prende a pugni l’insegnante di sua figlia per averle detto di rimanere al suo posto? Tutto ciò è normalità. fa parte dei comportamenti che i nostri figli guardano in tv, e non solo quando si tratta di uomini e donne fatti accomodare su troni per gente adirata, “per amore”.

Si litiga a casa, si fa a botte in strada e ci si ammazza per niente. La somma di questi comportamenti avviene con consuetudine anche nel nostro parlamento. Il nostro paese è diventato bullo. E se mancano le regole a casa, se si è impossibilitati ad insegnarle a scuola, non si usano più nella prassi politica di un Paese, dove andare a recuperare il senso di un vivere civile e democratico se non a scuola (starei per coniare un hashtag, #senonascuoladove)? Affrontare in tal modo la questione è come “quando cerchiamo di arrivare a discutere delle questioni fondamentali, prima o poi ci ritroviamo seduti intorno al letticciuolo di Socrate, nella prigione di Atene”, come sosteneva un uomo, maestro, che nella scuola pubblica italiana ci credeva, Tullio De Mauro.

*Presidente e fondatore Coop. soc. “i bambini di Truffaut”

 


25 Apr 2018

25 aprile. Il razzismo promuove e legittima il fascismo, di cui è parente stretto

Liberazione. La propaganda contro gli immigrati alimenta politiche sovraniste e xenofobe, che spesso guadagnano il governo dei paesi europei. L’Italia è sul piano inclinat

Il 25 aprile e il rapporto tra fascismo e razzismo. Non sono la stessa cosa, ma sono parenti stretti. Il razzismo era in auge anche prima dell’avvento del nazifascismo: il colonialismo veniva legittimato con la pretesa superiorità dell’«uomo bianco».

Ma è stato il nazismo, prima, e il fascismo, dopo, indipendentemente uno dall’altro, a fare della “difesa della razza”, poi dell’assoggettamento e infine dello sterminio delle “razze inferiori” le loro bandiere.

OGGI PERÒ QUEL RAPPORTO SI È invertito. Non è il fascismo a promuovere il razzismo. E’ un razzismo ormai diffuso in tutta Europa, e particolarmente virulento in Italia, che coincide con il rigetto e la fobia nei confronti dell’immigrato, del profugo, dello straniero, a dar fiato alla nostalgia di fascismo e nazismo. Per le destre sovraniste e nazionaliste si è rivelato una “gallina dalle uova d’oro”, grazie anche al sostegno di quasi tutti i mass media; per la maggioranza di coloro che lo condividono, anche se non lo praticano, è uno stato d’animo, una risposta “facile” e immediata che “spiega” il peggioramento e la precarietà della propria condizione.

L’establishment è riuscito a scaricare sul capro espiratorio la “colpa” dei danni che l’alta finanza sta inferendo a tutto il resto della popolazione con una crisi che viene presentata ormai come un dato naturale. Ma è sbagliato sostenere, come fanno alcuni, che fascismo e antifascismo sono solo fattori di distrazione di massa, perché il vero fascismo è quello delle politiche imposte dalla finanza globale, per lo più indicate con il termine, del tutto inappropriato, di neoliberismo. Perché, in caso di necessità – per loro – quelle politiche non sono incompatibili con qualche forma di fascismo. Ma è altrettanto sbagliato invocare un fronte comune (o “un governo di salute pubblica”) che faccia argine a fascismo e nazionalismo, senza vedere che a promuoverli è proprio quel razzismo, negato a parole, che ispira le politiche di respingimento, disumanizzazione e sopraffazione di profughi e migranti, condivise dalla maggior parte dei governi e dei partiti.

Luigi Manconi mette in guardia dal chiamare razzista chi nel razzismo sente di star precipitando perché non ha argomenti da contrapporgli, ma vorrebbe evitarlo. Gli argomenti oggi correnti, spesso basati su falsi infami, o nascondendo la realtà, sono solo quelli che promuovono il razzismo: quelli diffusi tutti i giorni capaci di spalancare le porte all’onnipresenza di Salvini e alle ragioni del “così non si può andare avanti”. Mentre a chi, giorno dopo giorno, affronta. in condizioni sempre più precarie, un’ostilità diffusa verso profughi e migranti non viene prestata alcuna attenzione. Non hanno voce nei partiti, dove si assiste a una corsa alla criminalizzazione sia dei profughi che di chi esprime o pratica la solidarietà nei loro confronti.

PER ALCUNI IL RAZZISMO apertamente professato è un modo per recuperare una propria identità, distrutta dalla precarietà, dalla mancanza di prospettive e dall’ignoranza; facile che in queste condizioni si approdi al fascismo. Ma per i più è solo un modo per “sfogare” il proprio malessere; però è un piano inclinato, lungo cui è facile scivolare, ma è sempre più difficile tornare indietro.

In parte lo abbiamo già visto con le politiche messe in atto da Minniti: più morti in mare grazie alla criminalizzazione e all’allontanamento delle navi della solidarietà; più respingimenti – effettuati e rivendicati dalla “guardia costiera” libica con i mezzi forniti dal governo italiano – per riportare i profughi “salvati” in mare alle stesse violenze, torture, ricatti, schiavitù da cui cercavano di fuggire; qualche rimpatrio forzato (altro che 600mila!), fatto a scopo mediatico, perché farli tutti costa troppo e richiederebbe accordi con i paesi di destinazione, anche “oliando” i regimi corrotti da cui quei profughi sono fuggiti.

Respingere non significa solo restituire dei fuggiaschi disperati alle vecchie schiavitù, ma anche esporli al reclutamento delle bande che hanno reso invivibili i loro paesi: così tra pochi anni l’Europa sarà circondata da guerre e bande armate da est a sud. E dopo il Niger forse andremo, non invitati, e in puro stile coloniale, a fare la guerra ai migranti in altri paesi; per ridurre anche loro come sono stati ridotti Libia, Siria, Iraq e Afghanistan, dove una volta messo il piede è sempre più difficile andarsene. Moltiplicando così il flusso di chi fugge. Ma anche gli “stranieri” e i profughi che sono già arrivati negli anni, e che continueranno ad arrivare anche più numerosi in futuro, condannati per legge a essere “clandestini”, o trattati come intrusi anche dove si erano inseriti, o avrebbero potuto inserirsi, costituiranno sempre di più un “problema” per tutti.

Un alibi per imporre a tutti restrizioni e dispotismo: sul lavoro, a scuola, nella spesa pubblica, nella vita quotidiana, sulla possibilità di associarsi e di lottare: ecco da dove nascerà il nuovo fascismo.

AUTORITÀ E GOVERNI DELL’UNIONE europea sono ben contenti che l’Italia adotti politiche più feroci verso i migranti: gli risolve un problema che non sanno e non vogliono affrontare. Ma in questo modo trasformano l’Italia (e la Grecia, quando Erdogan riaprirà le dighe che ha eretto, a pagamento) in quello che è oggi per noi la Libia: un campo di concentramento in cui bloccare – e massacrare – quelli che da Ventimiglia, Como e al Brennero non devono più passare.

Esistono le alternative, ma solo se si guarda lontano, verso tutti i paesi che circondano il Mediterraneo, dal Medio oriente al Sahel. Perché quel flusso oggi inarrestabile si potrà invertire solo se quei profughi verranno accolti, inseriti nel lavoro e in una comunità, messi in condizione di contribuire non solo al Pil e alle casse dello Stato, ma anche alla nostra cultura, alla nostra vita quotidiana, al risanamento ambientale del nostro territorio, al contenimento della catastrofe climatica che li ha costretti a fuggire dal loro. Essere poi messi in condizione di far ritorno, se lo desiderano, nelle loro terre di origine. Se ci adopereremo per liberarle dalle armi che vendiamo, dalla guerra e dalle dittature che sosteniamo, dallo sfruttamento delle loro risorse che arricchiscono solo chi è già molto ricco, dal degrado del loro ambiente di cui siamo in gran parte la causa.

FONTE: Guido Viale, IL MANIFESTO


25 aprile. La Liberazione incompiuta che ancora interroga il presente

Raccontava Umberto Eco a un pubblico americano: «In Italia vi sono oggi alcuni che si domandano se la Resistenza abbia avuto un reale impatto militare sul corso della guerra. Per la mia generazione la questione è irrilevante: comprendemmo immediatamente il significato morale e psicologico della Resistenza».

Forse sono queste le parole che più e meglio raccolgono il senso dell’unicità di quella esperienza, per molti aspetti irriducibile alle sole categorie di comprensione, rielaborazione e valutazione che ci sono invece imposte dal presente. Anche per questa ragione, però, rischiano di rivelarsi come il più sincero epitaffio di una parabola esistenziale, prima ancora che politica, dove al senso di un inedito protagonismo, quello di coloro che fino ad allora erano rimasti ai margini, si coniugava la gioia della liberazione soprattutto dalla necessità di avere paura.

Poiché la dimensione generazionale ha avuto una grande importanza in ciò che leggiamo e interpretiamo come «lotta di Liberazione», tanto più se la riconduciamo alle sue letture nell’oggi. E questo non perché fosse un’impresa dei giovani contro gli «anziani» ma per il suo costituire un moto di profonda frattura rispetto all’ordine preesistente delle cose. Non solo, quindi, nei riguardi del fascismo ma anche rispetto al passato liberale.

La cesura era duplice: da una parte la necessità di una partecipazione attiva che univa classi subalterne a esponenti dei ceti abbienti, rimescolando le carte di una società altrimenti cristallizzata; dall’altra, la repentina necessità di dovere esercitare una scelta, organizzandosi da sé e in assenza di punti di riferimento, dopo vent’anni di profonda e drammatica spoliticizzazione. Non è un caso, infatti, se nelle memorie partigiane a svolgere una parte importante è il racconto del rapporto con i luoghi, con il territorio, quasi a volere dire che la libertà perdeva quel carattere di astrazione per incontrarsi con la dura fisicità dell’ambiente naturale e sociale, riconquistato con il «dover reagire». Di contro, invece, all’artificiosità del fascismo, al suo rivelarsi, oltre che come tragedia nazionale, anche in quanto messinscena farsesca. La Resistenza si manifestava quindi soprattutto nei suoi caratteri aspri e imprevedibili, tanto incerti quanto coinvolgenti.

La storiografia ha recepito e sancito definitivamente la rilevanza di quell’esperienza, per molti aspetti corale, collettiva, senz’altro libertaria e quindi rifondativa. Pertanto identitaria, in quanto trasfusa come ossatura degli ordinamenti collettivi successivi, a partire dalla Repubblica e dalla Costituzione, soprattutto con la partecipazione della collettività popolare al processo politico. Non di meno, proprio in ragione di ciò, intimamente divisiva e conflittuale, poiché il nesso tra Resistenza e conflitto rimane a tutt’oggi insopprimibile.

L’azione politica, ribadiva l’antifascismo organizzato, o è gestione «partigiana» del conflitto oppure si riduce a rappresentazione farsesca di una fittizia unitarietà. I valori, quindi, si formano nel confronto che una nuova coalizione sociale oppone ai vecchi ordinamenti.
Due nomi tra i diversi che possono essere fatti, vanno ancora una volta richiamati: quello di Claudio Pavone, che nel 1991 ha celebrato i fondamenti morali del percorso antifascista e resistenziale così come quello di Santo Peli, che è riuscito a consegnarci una storia composita, della quale ci è restituita la trama della pluralità e della discontinuità delle appartenenze, delle motivazioni, delle partecipazioni così come della ricomposizione degli esiti.

Anche per questo, la lotta di Liberazione non fu rivolta solo contro l’occupante e i suoi tristi e cupi scherani neofascisti. Si trattava semmai di liberare forze fino ad allora rimaste compresse e devitalizzate poiché neutralizzate anticipatamente. Forze poste ai margini della storia del nostro Paese e dell’Europa.

La letteratura, da Calvino a Meneghello, da Pavese a Fenoglio ha immediatamente suggellato, con le parole che le sono proprie, questo processo di emancipazione, focalizzandosi sullo sconcertante sparigliamento di molte identità precostituite, da quelle private e individuali a quelle pubbliche.
Fu quindi una profonda fenditura quella che andò consumandosi, poiché chiamava in causa non il manifesto ma il celato, non l’evidente ma l’implicito, non il calcolato ma l’imponderabile. Fu soprattutto un disincanto collettivo, che obbligò intere collettività a pronunciarsi, fosse anche solo con la colpevole omissione. Si doveva stare da una qualche parte, quindi per qualcosa e con qualcuno. Il carattere sociale e per più aspetti rivoluzionario di questo ribaltamento di ruoli, di questa clamorosa rivendicazione di potere, di un tale bisogno di emanciparsi, lo si misurava tanto più dal momento che ad essere interpellate non furono solo figure d’avanguardia e consapevoli ma, soprattutto, molti dei «retrocessi» da sempre.

Il bisturi incise a forza anche in quella che poi sarebbe stata conosciuta prima come «maggioranza silenziosa» e poi come «zona grigia». Non è un caso, infatti, se oggi a rispondere livorosamente a quella storia si sia incaricato perlopiù chi, recuperando la memorialistica neofascista, celebra il richiamo alla nobilitazione del qualunquismo. La scrittura di Giampaolo Pansa, fenomeno pubblicistico ad ampio raggio, vellica quello che è il bisogno di cancellare qualsiasi ragionamento politico attraverso l’esaltazione dell’indifferenza, i ripetuti sarcasmi sull’impegno, la refrattarietà verso la partecipazione e la presa di posizione, il tutto vissuto altrimenti come la perdita di un confortevole orizzonte d’indistinzione nel quale riconoscersi e paludarsi.

Dopo di che, ciò che l’oggi ci consegna è comunque la dura pietra di una riflessione impietosa. Non sul passato bensì sul presente. C’è infatti un punto critico ineludibile. Se antifascismo e Resistenza sono alla radice dell’identità costituzionale e repubblicana, la loro crisi segna irreversibilmente il tramonto del fondamento sociale della cittadinanza. Si tratta di un fenomeno non nuovo ma che adesso pare essere giunto ad un punto di non ritorno.

Non è la dicotomia fascismo e antifascismo ad essere messa in discussione, pur nella sua evidente storicità, e neanche quella tra destra e sinistra, quest’ultima destinata comunque a ridefinirsi in base al mutamento sociale. Semmai è la dialettica tra inclusione ed esclusione, laddove la ristrutturazione profonda delle società a sviluppo avanzato ha rilanciato la diseguaglianza come condizione immodificabile e, per più aspetti, «naturale». La lunga crisi dell’antifascismo, allora non risponde tanto al cambio di passo intergenerazionale – venendo definitivamente meno coloro che si erano formati negli anni del fascismo, della Resistenza e della Liberazione – bensì al declino di quelle culture politiche e delle prassi istituzionali che dal rifiuto del Ventennio mussoliniano sono concretamente derivate.

Per certi aspetti è la stessa crisi dell’antifascismo a costituire l’indice di questo transito definitivo dalla politica al populismo, quest’ultimo segnato dalla democrazia senza la Costituzione, dalla vuota prassi in assenza di concreti diritti. Se la Resistenza ci aveva consegnato il bisogno del pluralismo, l’età che stiamo vivendo ci riconsegna all’ansia dell’uniformità, senza la quale molti si sentono perduti, messi ai margini dalle trasformazioni governate dall’ipertrofia dei mercati. La questione dei diritti sociali, fortemente ancorata alle politiche redistributive della ricchezza sociale, è divenuta impronunciabile perché cancellando le seconde si fa evanescente la prima. Oggi a essere messo in discussione è il diritto all’eguaglianza, non quello alla differenza. Anche per questo la società si affanna e ripiega su di sé, cercando nel bisogno di identico, di «sempre uguale», la compensazione per la perdita della speranza in un mutamento partecipato.

Un dispositivo, quest’ultimo, che alimenta razzismi, sovranismi e suprematismi. Alla grande espropriazione stanno non a caso rispondendo quelle destre europee post-costituzionali, che hanno trovato uno spazio di rivalsa proprio all’interno di tali dinamiche, rivestendo di «sociale» il loro richiamo a un’identità collettiva che torna ad essere vissuta come mitografia. In ciò sta la reviviscenza del neofascismo, anche quando si presenta sotto spoglie edulcorate e compiacenti, falsamente rassicuranti. Riflettere sul 25 aprile non implica l’esercitarsi su un presunto «tradimento dei valori» ma su quanto la loro mancata realizzazione nel passato si stia rivelando un costo insostenibile in questo presente, dove tutto quello che è solido svanisce nell’aria.

FONTE: Claudio Vercelli, IL MANIFESTO


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