Rassegna stampa
1 feb 2012
Disoccupati record giovani al 31%
| 01 Febbraio 2012
A dicembre 2001 il dato dei senza lavoro nell’Eurozona ha raggiunto il massimo dall’introduzione della moneta unica. In Italia è cresciuto all’8,9%
Oltre 2,2 milioni di persone non hanno un impiego. Senza la cassa integrazione sarebbero già 3 milioni. Perdono il posto soprattutto i maschi. I contratti precari hanno peggiorato la situazione tra i 15 e i 24 anniNon va. E andrà peggio. L’occupazione in Europa è inchiodata, e a pagare il prezzo più alto sono soprattutto gli uomini e i giovani. La fotografia rilasciata dall’Eurostat - e dall’Istat per la parte che riguarda il nostro paese - è assolutamente impietosa. E i numeri vanno letti in controluce, per capire la tendenza reale. Partiamo dal quadro europeo. Il tasso di disoccupazione ufficiale, in tutto il 2011, è salito dell’0,4% al livello della zona euro; così come nell’intera Unione a 27 paesi. Ma la distribuzione non è affatto omogenea. In Germania (vedi l’articolo a parte) tutto sembra esser rimasto stabile, con un tasso di disoccupazione di appena il 5,5%. Così come in Francia (9,9). Le cadute più disastrose vengono invece registrate - non a caso - in Grecia (dove si passa dal 13,9 al 19,3% di disoccupati), Cipro (dal 6,1 al 9,3) e Spagna, dove si registra un drammatico 22,9% di senza lavoro.
L’Italia - record di senza lavoro dal 2004 a oggi - è un caso a parte e richiede un briciolo di «analisi». Il dato più eclatante riguarda la fascia d’età dai 15 ai 24 anni (studenti esclusi, ovviamente), dove ben 31 ragazzi su cento risultano disoccupati. Qui ci sarebbe addirittura un lievissimo miglioramento (-0,2), ma sono in aumento gli «scoraggiati», che il lavoro non lo cercano neppure. Secondo le elaborazioni della Cgia di Mestre, comunque, il tasso «reale» (tenendo conto di sfiduciati, ecc) sarebbe del 38,7%.
Tutta la retorica di governo e dei partiti dovrebbe sfasciarsi dalla vergogna, davanti a questi numeri, perché è evidente che più precarietà («meno lacci e lacciuoli») non produce affatto più occupazione, ma solo minori salari e, quindi, meno consumi-crescita-nuova occupazione.
Anche i dati provenienti dalle grandi imprese - come fa notare Fulvio Fammoni, membro della segreteria nazionale Cgil - contribuiscono a smontare falsi ideologici sull’art. 18 e dintorni: qui «i licenziamenti sono cresciuti in 6 anni del 35%». Facile la conclusione: «qualcuno può ancora sostenere che c’è qualche problema di flessibilità in uscita?».
Ma sono i dati assoluti a smontare molti teoremi. Gli occupati, a dicembre, sono rimasti sostanzialmente stabili: 22.900.000, appena 23.000 in meno dell’anno precedente. Ma è il risultato di un movimento niente affatto indolore. I disoccupati sono infatti aumentati di 221mila unità (163mila uomini e 58mila donne), portando la cifra totale e 2.243.000 persone (un milione di donne, il resto maschi); ovvero un aumento del 10,9% nel numero di senza lavoro, che diventa addirittura un +15,1 per la componente maschile. Per le magie della statistica, però, il tasso di disoccupazione complessivo è aumentato «solo» dello 0,8%. Dalla Cgil arriva una prima precisazione: queste cifre sono «al lordo» della cassa integrazione (i lavoratori in cig sono considerati a tutti gli effetti «occupati»), altrimenti saremmo già a 3 milioni.
Ma il dato più contraddittorio è quello relativo agli «inattivi», ovvero alle persone tra i 15 e i 64 anni che non lavorano. Sono quasi 15 milioni, ma risultano diminuiti di 186mila unità. Com’è possibile, se i disoccupati sono aumentati? La spiegazione è nello squilibrio tra popolazione anziana e giovanile: ci sono molti più anziani che escono dal novero di quanti sono considerati «in età da lavoro» che non giovani che vi entrano. La recente riforma delle pensioni costringerà anche l’Istat a cambiare - fin dai prossimi rapporti mensili - i criteri statistici: dovranno infatti esser calcolati come «in età lavorativa» anche gli anziani fino a 66 anni. Un effetto paradossale, ma non troppo, sarà dunque l’aumento vertiginoso della disoccupazione e anche del tasso di «inattivi». Ma non si tratta solo di un brutto scherzo statistico: quelle persone «in più», infatti, saranno senza un lavoro ed anche senza una pensione.
Una preoccupazione in più - se si devono prendere per buone le sue dichiarazioni - per il ministro del welfare, Elsa Fornero. Che ancora ieri, però, ha puntato tutte le sue chance sulla «riforma del mercato del lavoro». Ovvero su una riduzione drastica delle tutele, quindi sull’aumento della ricattabilità individuale dei lavoratori e, in definitiva, dell’intensità della prestazione o del prolungamento dell’orario di lavoro. Come dire: punta sul rafforzamento dei fattori che riducono l’occupazione. Quando usciremo da questa follia sarà sempre troppo tardi.
31 gen 2012
Agenzia per il terzo settore: il governo ci ripensi
Da Arcireport 31/1/2012
Non sappiamo ancora come finirà, ma gli
annunci sulla chiusura dell’Agenzia per il
terzo settore non promettono niente di buono.
In attesa che il governo chiarisca se intende
andare all’azzeramento delle funzioni svolte
dall’agenzia o ricollocarle nell’ambito del ministero
del welfare, le dichiarazioni del ministro
Fornero sono uno schiaffo al non profit e un
grave passo indietro nel rapporto fra istituzioni
e terzo settore. La decisione era nell’aria
visti i tagli già operati nei mesi precedenti, ma
c’era da augurarsi che il governo Monti non
facesse un errore che tradisce sottovalutazione
e scarsa conoscenza dell’universo non
profit.
La scelta è poco comprensibile dal punto di
vista della razionalizzazione della spesa, visto
che il bilancio annuo dell’Agenzia supera
appena il milione di euro; ma è ancor più
insensata se pensiamo al momento difficile
attraversato dal terzo settore, in difficoltà a
causa dei tagli alla spesa sociale e ciononostante
impegnato a garantire ciò che resta dei
servizi di welfare nei territori. È miope non
capire che per risollevarsi dalla crisi il paese
ha bisogno di ritrovare senso di comunità e
coesione sociale, e sottovalutare il contributo
che in questo senso possono dare proprio
associazioni, cooperative sociali e gruppi di
volontariato.
Il terzo settore è motore di partecipazione,
mobilita risorse e competenze, è un argine
alla frammentazione e all’egoismo sociale,
contribuisce a rafforzare e innovare il sistema
di welfare, fa crescere la cultura della responsabilità
civica e la qualità della democrazia, è
volano di nuovo sviluppo economico. Oggi più
che mai andrebbero riconosciuti e sostenuti il
ruolo del privato sociale, la sua rappresentatività
e la sua autonomia, la sua capacità di
avanzare proposte e concorrere alle scelte
per il futuro del paese. Andrebbero finalmente
affrontati nodi da tempo irrisolti che limitano
l’azione dei soggetti sociali: il riordino di un
quadro normativo e legislativo oggi frammentato
e contraddittorio, la revisione delle agevolazioni
fiscali, i criteri della rappresentanza
e dell’accreditamento nei rapporti con la pubblica
amministrazione, la stabilizzazione del 5
per 1000. L’Agenzia, che in questi anni ha
svolto un lavoro utile e apprezzato dalle organizzazioni
di terzo settore, potrebbe dare un
contributo importante. Abolirla o ridimensionarne
la struttura significa fare una scelta di
segno opposto alla valorizzazione del terzo
settore e delle sue potenzialità.
Dieci pensieri su un mondo assurdo
di Ingo Schulze - www.presseurop.eu
Non scrivo un articolo da qualcosa come tre anni, perché non sapevo cosa scrivere. È tutto così palese: la soppressione della democrazia, l’aumento del divario sociale ed economico tra poveri e ricchi, il disfacimento dello stato sociale, la privatizzazione e la conseguente applicazione delle norme del mercato a tutte le sfere della nostra vita, e così via. Quando l’assurdo ci viene propinato ogni giorno come normale, è solo una questione di tempo prima che uno si senta malato o anomalo. Di seguito provo a riassumere alcune idee che ritengo fondamentali.
1. Parlare di assalto alla democrazia è un eufemismo. Una situazione in cui alla minoranza di una minoranza è consentito nuocere al bene di tutti per l’arricchimento di pochi, è postdemocratica. La colpa è della collettività, perché non è stata in grado di eleggere persone che tutelassero i suoi interessi.
2. Ogni giorno sentiamo che i governi dovrebbero “riconquistare la fiducia dei mercati“. Con “mercati” si intendono prima di tutto le borse e i mercati finanziari, ossia quegli attori che speculano per i propri interessi o per conto di altri, con l’obiettivo di ottenere il più alto profitto possibile. Non sono gli stessi che hanno alleggerito la collettività di una quantità inimmaginabile di miliardi? È la loro fiducia che i nostri sommi rappresentanti dovrebbero cercare in ogni modo di ottenere?
3. Ci indignamo, a ragione, per la “democrazia guidata” di Vladimir Putin. Ma perché ad Angela Merkel non è stata chiesto di dimettersi, quando ha parlato di “democrazia conforme al mercato“?
4. Con il crollo del blocco orientale, alcune ideologie hanno raggiunto un’egemonia talmente incontestata da essere percepite come normali. Un esempio di questo potrebbe essere la privatizzazione, vista come qualcosa di completamente positivo. Tutto quello che possedeva la collettività era ritenuto inutile e dannoso per i clienti. Così è emerso un clima che, presto o tardi, avrebbe portato per forza all’esautorazione della collettività.
5. Un’altra ideologia che ha avuto enorme fortuna è quella della crescita: “Senza crescita non c’è nulla“, ha decretato già diversi anni fa la cancelliera tedesca. Senza parlare di queste due concezioni, non si può neanche affrontare un discorso sulla crisi dell’euro.
6. Il linguaggio dei politici non è più in grado di rappresentare la realtà (avevo già vissuto una situazione simile nella Ddr). È un linguaggio che esprime sicurezza di sé, che non si sottopone più alla verifica di un interlocutore. La politica è degenerata fino a diventare uno strumento, un soffietto usato per attizzare la crescita. Il cittadino è ridotto a consumatore. Crescita di per sé non significa nulla. L’ideale della società sarebbe un playboy che nel minor tempo possibile consuma il massimo. In questo senso, una guerra comporterebbe un’impennata vertiginosa della crescita.
7. Domande ovvie come “a chi giova?“, “chi ci guadagna?“, sono diventate sconvenienti. Non siamo tutti sulla stessa barca? Chi dubita di ciò minaccia la pace sociale. La polarizzazione economica della società è avvenuta mentre si predicava a gran voce che abbiamo tutti gli stessi interessi. Basta fare un giro per Berlino. Nei quartieri più belli, i pochi edifici non restaurati di regola sono scuole, asili, case di riposo, piscine o ospedali. Nelle zone cosiddette “problematiche” gli edifici pubblici in rovina si notano di meno. Lì sono le fessure tra i denti che suggeriscono il livello di povertà. Oggi si dice, non senza demagogia: abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità, siamo stati ingordi.
8. I nostri rappresentanti, come in passato, sbattono sistematicamente la collettività contro il muro, derubandola delle sue entrate. Il governo Schröder ha abbassato l’aliquota massima d’imposta dal 53 al 42 per cento, mentre l’aliquota per le imprese tra il 1997 e il 2009 è stata quasi dimezzata, arrivando al 29,4 per cento. Nessuno quindi dovrebbe meravigliarsi se le casse dello stato sono vuote, anche se il nostro pil cresce di anno in anno.
9. Una storia: quello che un tempo spacciavano come contrasto tra Germania dell’est e dell’ovest, oggi ci viene descritto come differenza tra paesi. Nel marzo scorso ero a Porto, in Portogallo, per la presentazione di un mio libro. A un certo punto l’atmosfera, fino a quel momento cordiale e interessata, è stata cambiata da una domanda del pubblico. Così, improvvisamente, non eravamo altro che tedeschi e portoghesi seduti gli uni di fronte agli altri che si guardavano in cagnesco.
La domanda era sgradevole: se noi, e cioè io, un tedesco, non tentassimo ora, con l’euro, quello che non eravamo riusciti a fare un tempo con i nostri panzer. Nessuno tra il pubblico ha protestato. E io ho reagito d’istinto, come era prevedibile, vale a dire da tedesco. Offeso, ho risposto che nessuno è costretto a comprarsi una Mercedes e che loro avrebbero dovuto essere contenti di ottenere prestiti più vantaggiosi di quelli privati. Mentre pronunciavo queste parole, ho colto tra le labbra il fruscio della stampa tedesca.
Nello scalpore che è seguito, sono tornato in me. E visto che avevo il microfono in mano, ho balbettato in un inglese stentato che la mia reazione era stata stupida quanto la loro, che eravamo caduti tutti nella stessa trappola, che da portoghesi e tedeschi ci eravamo schierati impulsivamente con i nostri colori nazionali, come a una partita di calcio. Come se si trattasse di tedeschi e portoghesi e non di chi sta in alto e in basso, insomma, di coloro che in Portogallo come in Germania hanno provocato questa situazione e ne hanno tratto e continuano a trarne profitto.
10. Sarebbe democrazia se la politica intervenisse con tasse, leggi e controlli sulla struttura economica esistente e costringesse gli attori dei mercati a seguire binari compatibili con gli interessi della collettività. Sono domande semplici: a chi giova? chi ci guadagna? è un bene per la collettività? E soprattutto: quale società vogliamo? Questa per me sarebbe democrazia.
Mi fermo qui. Vorrei raccontarvi altro, di un professore che ha detto di esser tornato a vedere il mondo come lo vedeva a quindici anni, o di una ricerca del Politecnico federale di Zurigo, che ha esaminato gli intrecci tra gruppi industriali per individuare a 147 compagnie che si sono spartite il mondo, e le 50 più potenti sono banche e assicurazioni. Mi piacerebbe dirvi anche che tutto dipende dal recupero del buon senso e dal trovare chi ha idee affini alle nostre, perché uno non può parlare una lingua diversa da solo. E vi direi che anch’io ho ritrovato la voglia di aprire bocca.
Traduzione di Anna Franchin.
[Articolo pubblicato dal quotidiano Süddeutsche Zeitung: www.sueddeutsche.de]
L’Italia arma i peggiori. Perche’?
di Umberto de Giovannangeli Commerciare armi non è di per sé un reato né un peccato. Ma la questione si fa politica, oltre che etica, quando questo commercio s’indirizza verso Paesi sottoposti a embarghi internazionali sulle forniture di armi e verso Paesi in cui ci sono conflitti o documentate violazioni dei diritti umani. E’ quanto emerge dal nuovo “Rapporto 2011″ dell’Istituto di Ricerche Archivio Disarmo che, facendo seguito ai precedenti rapporti sulle esportazioni di armi leggere italiane leggere ad uso civile,” segnala un forte incremento sulle vendite. Nel biennio 2009-2010 l’Italia ha esportato complessivamente oltre un miliardo di euro (1.024.275.398) in armi leggere ad uso civile, precisamente 471.368.727 nel 2009 e 552.906.626 nel 2010 con un rilevante aumento di circa il 10% rispetto al biennio precedente. In particolare tra il 2009 e il 2010 la crescita si attesta a circa il 17%.La ricerca dell’Archivio Disarmo su fonte ISTAT evidenzia che le esportazioni sono per la maggior parte dirette verso Stati Uniti e Paesi membri dell’Unione Europea.L’AUMENTO più significativo per valore è sicuramente rappresentato dall’Asia passata dall’importazione di circa 28 milioni di euro nel biennio 2007- 2008 ad oltre 142 milioni nel biennio considerato. L’Italia ha esportato armi comuni da sparo anche nel continente africano e nel Medio Oriente dove la situazione di molti Paesi, già critica negli anni passati, nel periodo recente è esplosa con l’ondata rivoluzionaria che ha portato al capovolgimento dei sistemi politici e centinaia di morti e feriti. Emerge l’esportazione verso Paesi sottoposti a embarghi internazionali sulle forniture di armi (Cina, Libano, Repubblica Democratica del Congo, Iran, Armenia e Azerbaijan) e verso Paesi in cui sono in atto conflitti e in cui si riscontrano gravi violazioni dei diritti umani (la Federazione Russa, la Thailandia, le Filippine, il Pakistan, l’India, l’Afghanistan, la Colombia, Israele, Congo, Kenia, Filippine ecc.). In particolare dalla ricerca emergono alcuni casi di esportazioni a Paesi in conflitto e dove avvengono gravi violazioni dei diritti umani.L’ITALIA ha esportato armi da fuoco in tutta i Paesi nordafricani interessati quest’anno dalla “Primavera araba”: l’Egitto, la Tunisia e in particolare la Libia che ha ricevuto oltre 8,4 milioni di euro, totalmente rappresentate da pistole e carabine Beretta e fucili Benelli finite nelle mani del settore di Pubblica Sicurezza del Comitato Popolare Generale (l’istituzione di Governo Libica), col grave rischio che possano essere state utilizzate per la repressione in atto negli ultimi mesi. Sono state fornite armi, proiettili ed equipaggiamento militare e di polizia usati per uccidere, ferire e imprigionare arbitrariamente migliaia di manifestanti pacifici in Paesi come la Libia, la Tunisia e l’Egitto e tuttora utilizzati dalle forze di sicurezza in Yemen.Lo Yemen ha importato dall’Italia una cifra pari a 487.119 euro di armi e oggi versa in una situazione di conflitto che ha provocato centinaia di morti; la dura repressione del governo, nei confronti delle manifestazioni popolari verificatesi a sud del Paese, ha causato molte vittime tra manifestanti e civili. Destano gravi dubbi, per la possibilità che siano usate per compiere violazioni del diritto umanitario internazionale e dei diritti umani, le esportazioni di armi nell’Africa Sub-Sahariana in: Congo (Brazaville), Kenya e verso la Repubblica Democratica del Congo verso cui sono state esportate munizioni per un valore di 81.152 euro malgrado l’embargo dell’Unione Europea e dell’Onu in vigore dal 1993; nel conflitto tra le vittime si annoverano numerosi civili e gli attacchi indiscriminati da parte di tutte le forze in campo, anche verso la popolazione civile, stanno creando un popolo di sfollati e rifugiati. La Cina, tra il 2009 e il 2010 ha acquistato dall’Italia armi civili, munizioni ed esplosivi per un valore di oltre 3 milioni, in violazione dell’embargo, imposto dal Consiglio Europeo nel 1989 in seguito ai fatti di Piazza Tienanmen, che mira proprio a tutelare i diritti umani. L’Honduras è stato teatro di un conflitto interno durante il 2009 e nella regione dell’Agùan è stato imposto uno schieramento militare permanente a causa delle manifestazioni dei contadini contro aziende agricole private che spesso sono sfociate in episodi di violenza. L’Italia ha esportato verso il Paese più di 600 mila euro di materiali totalmente rappresentati da pistole, fucili e loro parti ed accessori. Dallo studio emergono le contraddizioni derivanti dal fatto che le procedure e i divieti previsti per le armi comuni da sparo (previste dalla legge 110/75) sono diverse dal quelle previste dalla legge 185/90 che si occupa dei trasferimenti di armi ad uso militare, una tra le discipline più avanzate a livello internazionale. E’ opportuno ricordare che, come ha più volte messo in luce l’Onu, spesso attraverso vendite legali si passa poi a successive forniture a soggetti che di questi strumenti fanno un uso non consentito, finendo per armare anche la delinquenza organizzata, formazioni terroristiche, bande paramilitari ecc.COME AVVIENE già a livello europeo, ancora una volta appare necessario considerare, per i controlli sulle esportazioni, le armi comuni da sparo alla stregua delle armi leggere ad uso militare alla luce dell’ormai accertata pericolosità della loro presenza soprattutto nei numerosi scenari di conflitto che costellano i cinque continenti; conflitti in cui le armi, dalle più piccole alle più sofisticate, contribuiscono alla radicalizzazione della violenza e delle difficili condizioni post-conflittuali con impatti devastanti sulle popolazioni. NOTA BENE: Secondo i principi definiti dalla legge 185/90, l’Italia non può trasferire materiali di armamento in Paesi in stato di conflitto armato, in Paesi che conducono una politica estera aggressiva e propensa all’uso della forza, in Paesi sottoposti ad embargo deciso dalle Nazioni Unite e dall’Unione Europea, in Paesi cui governi sono responsabili di accertate gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani o qualora vi sia in rischio di “triangolazioni”. Le autorizzazioni all’esportazione sono coordinate dal Ministero degli Affari Esteri e dal Ministero della Difesa.
30 gen 2012
Povertà, Social card estesa agli stranieri e ai senza dimora
| 30 Gennaio 2012

Ripristinata la sperimentazione della carta acquisti nelle 12 grandi città. Contributo esteso anche agli stranieri comunitari indigenti e ai soggiornanti di lungo periodo. Così il governo risponde alla minaccia di una procedura di infrazione di Bruxelles
ROMA - La social card verrà concessa anche ai senza dimora e agli immigrati indigenti, purché comunitari (area Schengen) o soggiornanti di lungo periodo. E’ la novità che si profila dopo il consiglio dei ministri di oggi, che ha ripristinato nel decreto sulle semplificazioni la sperimentazione della “carta acquisti” nei 12 comuni con oltre 250 mila abitanti, dopo che la stessa non aveva trovato posto nel milleproroghe.
Il testo del decreto, per questa parte, verrà definito solo lunedì prossimo perché il governo sta valutando come rispondere a quello che tecnicamente si chiama “EU pilot”: una sorta di avviso che Bruxelles invia a uno stato membro e che dopo sei mesi, in mancanza di risposta concreta, si trasformerà in procedura di infrazione vera e propria. La procedura sarebbe infatti diventata realtà tra pochi giorni ed è questo il motivo per cui il governo aprirà la sperimentazione anche alle due nuove “categorie” di persone povere che erano state finora escluse dal contributo mensile di 40 euro.
Gli immigrati che ne beneficeranno saranno i comunitari (romeni e bulgari compresi) e i possessori di carta di soggiorno (anche se una minima parte di questi ne avrà bisogno perché per ottenere quel documento occorre dichiarare di avere un reddito sopra la soglia di povertà).
Per la sperimentazione, impostata dallo scorso governo, saranno coinvolti attivamente, si legge nel comunicato del governo, “soggetti pubblici e non-profit”, per “favorire l’inclusione attiva dei beneficiari”. Sparisce però la centralità degli “enti caritativi e assistenziali” presente nella prima versione scritta dal ministro Sacconi. Centrali stavolta diventeranno invece le amministrazioni locali, che si avvarranno del volontariato e del terzo settore sulla base di progetti sviluppati in collaborazione con essi.
Tra i beneficiari saranno inclusi, come si accennava, anche senza dimora - che non fruivano finora della carta perché non potevano presentare i documenti richiesti. Qui il governo non farà altro che recepire quanto concordato con varie associazioni (Acli, Caritas, Fiopsd) al momento della stesura della sperimentazione fatta dal precedente esecutivo.
La sperimentazione si avvarrà di 50 milioni di euro, presi dal fondo generale della Social card ordinaria, che continua ad essere erogata anche se non si sa ancora con quali disponibilità e a quale platea di beneficiari (i dati relativi al 2011 dovrebbero essere pubblicati a breve dal ministero dell’Economia). Le due versioni della social card dovranno dunque coesistere, almeno per il 2012.
Caricata dallo Stato con 40 euro al mese, la card ordinaria può essere usata per la spesa alimentare e per pagare le bollette e, fino a tutto il 2010, era stata distribuita a 734 mila anziani e famiglie con bambini sotto i tre anni. Il totale dei fondi caricati sulle carte acquisti erogate da dicembre 2008 a dicembre 2010 è di circa 500 milioni di euro. (st)
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Figli di stranieri, Cancellieri frena “No alla cittadinanza automatica”
| 30 Gennaio 2012
E sul piano svuota carceri avverte: contraria all´amnistia
ROMA - Chi nasce in Italia è italiano? Sì, ma ad alcune condizioni. Il ministro dell´Interno, Annamaria Cancellieri, frena sullo ius soli puro, che «creerebbe le condizioni per far nascere da noi bambini da tutto il mondo». Via libera invece a uno ius soli temperato: «Se un bambino figlio di immigrati nasce in Italia, i genitori sono stabilmente nel Paese e ha percorso un ciclo di studi, credo che il diritto alla cittadinanza sia giusto».
Il ministro dell´Interno, parlando alla trasmissione “Che tempo che fa”, solleva dubbi sull´ipotesi di garantire automaticamente la cittadinanza ai figli degli immigrati, perché questa dovrebbe derivare non solo dalla nascita in Italia, ma «da un insieme di fattori». Quali? «Fondamentalmente - spiegano al Viminale - la stabilità del nucleo familiare e un minimo di percorso scolastico. Insomma no alla cittadinanza a chi è in Italia solo di transito e fa nascere qui il proprio figlio». Fattori, questi, già parzialmente previsti dalla legge di iniziativa popolare portata avanti dalla campagna “L´Italia sono anch´io”: nascita in Italia da un genitore residente da almeno un anno.
Sul caso le forze politiche si dividono: di un «principio non più rinviabile» parla Ignazio Marino (Pd), che a Palazzo Madama ha depositato un disegno di legge sullo ius soli; Italo Bocchino (Fli) plaude invece all´ipotesi di «uno ius soli temperato»; tre parlamentari Pdl ribadiscono che di «ius soli non si parla». Intanto, in attesa di riforme future, oggi scatta la supertassa sui permessi di soggiorno: dagli 80 ai 200 euro in più per ogni documento da rinnovare.
Non è tutto. Il ministro Cancellieri, nel corso della trasmissione Rai, si è detta «favorevole all´abolizione del valore legale del titolo di studio, a due condizioni: chiedo una valutazione seria delle università e pari opportunità perché tutti abbiano accesso alle università più prestigiose, per esempio con borse di studio». E ancora: sul problema delle carceri, il ministro considera «l´amnistia come un atto di clemenza legato a fatti particolari, se dev´essere uno svuotacarceri come cittadina mi ribello». Sulle proteste che stanno scuotendo l´Italia «non ci sono preoccupazioni rispetto a un´eversione terroristica», ma c´è il «timore che qualche cane sciolto possa inserirsi». Quanto ai No Tav, «nessuno ha criminalizzato il movimento ma non si possono consentire violenze di quel genere» e sul movimento dei Forconi «l´allarme di Ivan Lo Bello (il presidente di Confindustria Sicilia, ndr) è sicuramente fondato e sono in corso indagini della magistratura. In questi fenomeni possono verificarsi infiltrazioni mafiose».
Un ultimo commenta sul fatto che la Digos abbia rimosso un tricolore, per motivi di ordine pubblico, durante l´ultima manifestazione della Lega a Milano: «Non so in che situazione abbia operato la Digos, ma sicuramente è meglio rischiare e difendere la bandiera con il proprio corpo».
L’Italia mette le bombe sui caccia “Potranno colpire obiettivi a terra” E-mail
| 27 Gennaio 2012
Via i “caveat” in Afghanistan. Il Pd: mossa apripista per gli inutili F-35
ROMA - I cacciabombardieri italiani colpiranno obiettivi in Afghanistan: il ministro della Difesa, Giampaolo Di Paola, lo ha comunicato senza mezzi termini in commissione congiunta Camera e Senato. «Intendo usare ogni possibilità degli assetti presenti in teatro, senza limitazione», ha detto l’ammiraglio ai parlamentari. E a chi gli chiedeva se questo volesse dire anche attacco a terra, il ministro ha confermato: «Se sarà necessario». Il “tecnico” Di Paola ha compiuto quello che il politico Ignazio La Russa non aveva portato fino in fondo: ha spazzato via d’autorità ogni discussione sui “caveat”, eliminando le cautele richieste dal Parlamento nella discussione sollecitata dallo stesso La Russa. Allora la decisione era stata quella di inviarei caccia “Tornado” nella sola versione Ecr, quella destinata alle ricognizioni, lasciando a casa la Ids, destinata ai bombardamenti.
Non è un cambiamento di poco conto: in Afghanistan proprio l’abuso di missioni aeronautiche e la percentuale elevata di “danni collaterali”, cioè di civili uccisi durante l’intervento dei caccia aveva costretto il Pentagono a rivedere le modalità dell’intervento e aveva ispirato la cosiddetta “dottrina McChrystal”, più scarponi sul terreno e meno bombe dall’alto. L’uso delle armi di bordo sui caccia lascia molto spazioa errori, dicono i tecnici, e c’è chi sottolinea che per le emergenze nel teatro afgano sono già sufficienti gli elicotteri d’attacco “Mangusta”.
In parole povere, il ministro si è preso sulle spalle una responsabilità pesante, scaricandone una fetta sui piloti degli Amx schierati a Herat. A loro toccherà decidere in frazioni di secondo se la riunione segnalata dall’intelligence come “sospetta” è in effetti un assembramento di Taliban che progettano un attentato, o non è invece un gruppo di famiglia riunito a celebrare un matrimonio. La decisione di Di Paola ha suscitato irritazione in Parlamento, soprattutto fra chi ricorda la vocazione difensiva dell’Italia, sancita dalla Costituzione. Gian Piero Scanu, capogruppo Pd nella commissione Difesa del Senato, contesta la legittimità della scelta: «I caveat c’erano e ci sono ancora. Ogni cambiamento dev’essere deciso in modo formale, davanti alle Camere, e non notificato durante un’audizione». Secondo l’esponente Pd «non è compito del governo imporre un modello di Difesa, tanto più quando sul temaè prevista la istituzione urgente di un commissione bilaterale che darà le sue valutazioni alle Camere in sei mesi». Aggiunge Scanu: «Non vorrei che questa sortita sull’utilizzo degli Amx fosse in qualche modo funzionale alla politica di riarmo indiscriminato che comprende anche l’acquisto degli F35». Del Joint Strike Fighter ha parlato ieri a Roma anche Tom Burbage, responsabile del progetto per la Lockheed-Martin. L’azienda sembra abbastanza sicura del caccia multiruolo, del suo controverso rapporto qualitàprezzo e del fatto che i Paesi membri andranno avanti nel programma. «Se l’Italia vuole conservare il ruolo internazionale che ha, deve andare avanti con l’F-35», ha detto Burbage.
Ma proprio in mattinata il Times di Londra aveva sottolineato i dubbi diffusi ai vertici della Difesa britannica. Secondo il quotidiano, i ritardi dell’F-35 spingono Londra a valutare l’acquisto dei più economici F-18 o persino dei francesi Rafale per la sua portaerei in costruzione. E da Washington Leon Panetta, segretario alla Difesa Usa, ha chiarito che anche il Pentagono deve limare i costi: non cancellerà, ma rallenterà i piani di produzione del caccia più costoso della storia.
747 milioni per la guerra, 35 milioni per la cooperazione economica
| 27 Gennaio 2012
ROMA - Roma, Parigi e Londra. Il presidente afghano Hamid Karzai bussa alle porte degli alleati europei, in cerca di sostegno politico e finanziario. Chiede il riconoscimento del suo governo come il principale protagonista del negoziato con i movimenti antigovernativi, in risposta all’interventismo di Washington, che ha intensificato i colloqui con i Taleban e sostenuto l’apertura di un loro ufficio politico in Qatar. Ma chiede anche garanzie vere, per tradurre le promesse ricevute alla conferenza internazionale di Bonn del 5 dicembre 2011 in accordi bilaterali di partenariato e cooperazione di lungo periodo.
Come quello siglato ieri a Palazzo Chigi nel colloquio avuto con il premier Monti. I dettagli dell’accordo non sono noti, ma due sono le principali questioni sul tavolo: l’addestramento delle forze di sicurezza afghane (polizia ed esercito) e la collaborazione economica.
In Afghanistan, è da poco iniziata la seconda fase del processo di transizione - il trasferimento della sicurezza alle forze locali - e Kabul ha bisogno di un esercito professionale per gestire la situazione quando le truppe Nato si saranno ritirate, nel 2014. Quanto alla collaborazione economica, a Bonn la comunità internazionale ha ribadito l’impegno a sostenere l’Afghanistan anche dopo il 2014, per il decennio della «trasformazione» e del consolidamento del tessuto economico e istituzionale. Ma è chiaro che, via le truppe, si chiuderanno anche i rubinetti degli aiuti.
Nella conferenza stampa che ha seguito la firma dell’accordo di partenariato, Monti ha assicurato che «l’Italia non abbandonerà l’Afghanistan», sottolineando che è «il primo paese occidentale a firmare un accordo simile». E oltre a dirsi grato «al governo afghano per la leadership nel processo di pace e riconciliazione», ha promesso due cose: l’addestramento e la formazione delle truppe afghane e una maggiore «cooperazione economica nei settori che Kabul considera strategici per il decollo dell’economia». Peccato che le uniche due infrastrutture nominate da Monti - l’aeroporto di Herat e il corridoio est-ovest da Herat e Chest-e-Sharif - siano strategiche soprattutto per l’Italia: gli imprenditori italiani non vedono l’ora di garantirsi i lucrosi appalti per l’aeroporto di Herat e il corridoio servirà a trasportare il marmo sottratto dalle imprese italiane alle miniere afghane. Peccato inoltre che l’unico riferimento di Karzai a un progetto concreto realizzato dagli italiani in questi anni riguardi proprio la strada Kabul-Bamiyan: dal 2003 sono stati stanziati più di 110 milioni di euro, ma finora solo un terzo della strada è asfaltato.Quanto alla promessa di Monti di un maggior impegno in ambito civile rispetto al passato, pura retorica: nel decreto legge del 29 dicembre 2011 (n.215) sulla proroga delle missioni internazionali, per il 2012 sono previsti più di 747 milioni di euro per le operazioni militari, e meno di 35 per la Cooperazione allo sviluppo.
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Centri di identificazione ed espulsione ancora interdetti ai cronisti”
| 30 Gennaio 2012
La denuncia della campagna “LasciateCIEentrare”, nonostante il Governo Monti abbia rimosso il divieto di accesso alla stampa. “Si tratta di un muro di gomma. Si cerca di impedire un’informazione accurata mediante ostacoli burocratici”
MILANO - Porte aperte ai giornalisti, si fa per dire. I Centri di identificazione e di espulsione e nei Centri di accoglienza per richiedenti asilo sono di fatto ancora zona interdetta ai cronisti. Nonostante il Governo Monti abbia rimosso il divieto di accesso alla stampa, per i giornalisti è ancora impossibile vedere cosa accade in queste strutture e parlare con chi vi è rinchiuso. È quanto denuncia la campagna LasciteCIEntrare, dopo quel che è successo, giovedì 26 gennaio, alle reporter Ilaria Roberta Sesana di Terre Di Mezzo, street magazine e Milena Boccadoro del Tg3 regionale del Piemonte. Sono in effetti entrate nel Cie di Torino, dopo avere fatto richiesta ufficiale alle autorità competenti, ma non sono riuscite a parlare nemmeno con un uno dei migranti reclusi. La motivazione addotta dai responsabili del centro e dai funzionari di Questura e Prefettura è che si crea tensione davanti alle telecamere. Ma le interviste non sono state possibili neanche senza telecamere. “Davanti alle proteste delle giornaliste - si legge in un comunicato stampa della Campagna-, che volevano raccontare i fatti sentendo non solo le voci ufficiali dell’ente gestore e delle autorità, ma anche parlando direttamente con chi subisce la reclusione nel Cie, i responsabili della struttura hanno chiesto di inoltrare una nuova richiesta perché forse in futuro si potrà entrare nella sezione femminile del Cie. È evidente che si tratta di un muro di gomma, in cui si cerca di impedire un’informazione accurata mediante ostacoli burocratici”.
Dopo avere atteso per giorni l’autorizzazione, Ilaria Sesana e Milena Boccadoro hanno potuto parlare solo con i gestori del Cie al chiuso di una stanza e, al termine del colloquio, dare un’occhiata alle gabbie del Cie dall’alto di un terrazzo interno. Ilaria Sesana ha inoltre atteso invano che la prefettura di Milano rispondesse ai suoi fax per avere accesso al Centro di identificazione e di espulsione lombardo. “La stampa è di fatto ancora imbavagliata su uno dei temi più delicati in ambito di politiche migratorie e diritti umani -si legge nel comunicato stampa-. La campagna LasciateCIEntrare vigila sulla situazione e non smetterà di denunciare ogni tipo di censura sull’argomento”.
Anche per i consiglieri regionali del Piemonte è difficile entrare nel Cie di Torino. “Abbiamo paradossalmente rilevato una complicazione dell’ingresso: per noi adesso è necessaria la delega del presidente del Consiglio regionale, mentre prima non lo era – scrive Monica Cerutti, consigliera di Sel in una nota -. Rispetto alla nostra precedente visita dell’autunno scorso ci è stato comunque segnalato che le condizioni interne sono molto più tese. Per noi questo è motivo di grande preoccupazione”. (dp)
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GOVERNO. Chiudiamo gli opg, ma non riapriamo manicomi
L’appello di Stop OPG per una regolamentazione attenta del passaggio
Tra poco più di un anno, il 1 febbraio 2013, chiuderanno tutti gli ospedali psichiatrici giudiziari d’Italia. Il nuovo termine per il completamento del processo di superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari già previsto dall’allegato C del decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri 1º aprile 2008 è stato fissato con un emendamento al decreto-legge sul sovraffollamento delle carceri approvato ieri dal Senato.
Entro il 31 marzo 2012 dovrà essere emanato un decreto per stabilire gli ulteriori requisiti strutturali, tecnologici e organizzativi, anche con riguardo ai profili di sicurezza, relativi alle strutture destinate ad accogliere le persone cui sono applicate le misure di sicurezza del ricovero in ospedale psichiatrico giudiziario e dell’assegnazione a casa di cura e custodia.
Dal 31 marzo 2013 le misure di sicurezza del ricovero in ospedale psichiatrico giudiziario e dell’assegnazione a casa di cura e custodia sono eseguite esclusivamente all’interno delle strutture sanitarie mentre le persone che hanno cessato di essere socialmente pericolose devono essere senza indugio dimesse e prese in carico, sul territorio, dai Dipartimenti di salute mentale.
Per “Stop OPG” questo voto «è una nuova tappa del faticoso percorso per abolire definitivamente gli OPG, ma il traguardo è ancora lontano».
Ecco la loro riflessione in merito.
«L’attenzione e l’impegno, dai lavori della commissione Marino al voto del Senato di oggi, che continua per risolvere la drammatica situazione di 1.500 nostri concittadini dimenticati e a volte condannati ad un ergastolo bianco” lascia aperta la speranza. Anche se in realtà le norme che stabiliscono il superamento degli OPG esistono già ma non sono ancora state applicate; ora questa nuova legge fissa un nuovo termine perché ciò finalmente accada.
In particolare, vengono previsti impegni per ogni regione, per la creazione di nuove strutture residenziali psichiatriche in cui trasferire gli internati. E’ indispensabile precisare di cosa si tratta, per evitare di aprire, al posto degli attuali OPG, dei nuovi Ospedali Psichiatrici. Abbiamo preoccupazione che le strutture residenziali previste, od agglomerati di queste nello stesso sito, possano riprodurre situazioni simili ai vecchi ospedali psichiatrici. Mentre i manicomi sono stati aboliti proprio in quanto destinati a riprodurre - per la loro natura - disagio, sofferenza e devianza. Sono stati aboliti perché sono una risposta sbagliata in termini di cura. E’ certamente fondamentale garantire subito dei luoghi decorosi, per rispettare la dignità delle persone oggi internate in luoghi indegni. Ma bisogna, ed è possibile, farlo senza riaprire manicomi (piccoli o grandi che siano).
Il vero obiettivo, per ogni internato, è avere un percorso personalizzato di assistenza esterno, finalizzato al reinserimento e al sostegno in ambiti, non solo residenziali, alternativi all’OPG, e certamente non in strutture analoghe allo stesso per logica ed organizzazione.
Per questo stopOPG continua la mobilitazione, verso il Governo e verso Regioni, ASL e Comuni: responsabili di organizzare la presa in carico delle persone internate, per curarle e assisterle nel territorio di residenza, come prevedono le norme e indicano le ripetute sentenze della Corte Costituzionale. Sapendo che serve investire nei servizi socio sanitari nel territorio, a partire dai Dipartimenti di Salute Mentale».
da VITA 26 gennaio 2012





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