Rassegna stampa

30 Ott 2018

Le foto dei medici possono far emergere altri casi Cucchi. Che senso ha togliere quelle parole?

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di Susanna Marietti*

 

Il Fatto Quotidiano, 30 ottobre 2018

 

Un medico che lavora in un carcere e che, visitando un detenuto, si accorge di segni sul suo corpo che lasciano presagire abbia subito violenze, deve o no fotografare le ferite o che per loro? O deve limitarsi a refertare per iscritto? Seppur fosse il medico più scrupoloso e onesto al mondo, la descrizione scritta è sempre frutto della sua singola interpretazione.

Inoltre, rende senz’altro un’idea meno chiara di quanto non facciano descrizione e immagini insieme. Infine, se il medico dovesse essere meno scrupoloso o meno onesto, potrebbe documentare in maniera parziale i segni rinvenuti. Sembrerebbe banale. Stefano Cucchi sarebbe rimasto una delle tante vittime sconosciute e prive di giustizia senza quelle fotografie che scossero l’Italia. Eppure…

Sono usciti in Gazzetta Ufficiale i tre decreti governativi di riforma dell’ordinamento penitenziario. Il lavoro di riflessione su norme più moderne che potessero sostituire quelle nel 1975 e portare l’esecuzione della pena al passo di un mondo oramai cambiato era cominciato diversi anni fa, all’indomani di quella cosiddetta sentenza Torreggiani con cui la Corte di Strasburgo aveva condannato l’Italia per il trattamento inumano e degradante ricevuto dalle persone detenute nel nostro Paese.

Si è capito con il passare del tempo che mancavano il coraggio e la volontà per portare avanti un ripensamento profondo di un’idea di pena che, a giudicare dalle statistiche sui tassi di recidiva, non sta funzionando molto bene. È mancato il coraggio al vecchio governo che, giunto troppo in prossimità delle elezioni politiche, ha mandato al macero un anno e mezzo di lavoro dei tantissimi esperti chiamati a raccolta nella grande consultazione che va sotto il nome di Stati Generali dell’esecuzione penale. È mancata la volontà al nuovo governo che, dietro uno slogan ben poco chiaro invocante certezza della pena (e perché, un nuovo modello di pena significa una pena più incerta?), non si è voluto confrontare con idee che andassero appena un po’ al di là dell’ovvio.

I decreti pubblicati in Gazzetta – sulla vita penitenziaria in generale, sul lavoro in carcere, sugli istituti di pena per minorenni – sono la versione tagliuzzata e sbiadita di quanto si era sperato. Dopo oltre quarant’anni dalla vecchia legge, viene operata una riforma che nulla ha di epocale e che somiglia a un piccolo aggiustamento di rotta in corsa. Avremo modo di commentarli e già lo abbiamo fatto durante il loro tormentato percorso.

Un particolare voglio invece qui far notare. Un particolare che mi ha colpito e che non so in quanti abbiano notato. Nell’acquisire e nel conformarsi ai pareri delle competenti Commissioni parlamentari, i decreti hanno subito alcune modifiche. Ad esempio, è sparito l’articolo che intendeva tutelare le professioni di fede diverse da quella cattolica. Niente di rivoluzionario. Si diceva solamente che i detenuti hanno la libertà di professare il culto che vogliono e che l’amministrazione deve agevolarne la pratica. Chiunque abbia studiato il fenomeno concorda sul fatto che chi in carcere mostra tendenze alla radicalizzazione religiosa lo fa come reazione a diritti violati. Detto banalmente: se un detenuto straniero non capisce perché è in carcere in quanto nessuno gli traduce i documenti rilevanti, viene fatto vivere in una cella fatiscente e sovraffollata, non riesce a telefonare ai parenti perché nessuno si fa carico della relativa burocrazia, gli si nega il diritto alla propria religione c’è allora qualche possibilità che reagisca con pensieri stereotipati e violenti verso il mondo occidentale.

Ma non è neanche di questo che volevo parlare. Mi ha colpito come qualcuno si possa essere preso la briga di cancellare quattro paroline che comparivano nella bozza di decreto fino a pochi giorni fa. Leggevamo infatti: “Nella cartella clinica del detenuto o internato il medico annota immediatamente, anche mediante comunicazione fotografica, ogni informazione relativa a segni o indicazioni che facciano apparire che la persona possa aver subito violenze o maltrattamenti”.

L’inciso relativo alla comunicazione fotografica è oggi scomparso. Se non fosse mai stato inserito sarebbe stato diverso. La legge non lo vieta e il medico può pensarci da solo. Ma che si sia pensato esplicitamente a toglierlo mi pare inquietante. La versione precedente della norma intendeva rendere obbligatoria la documentazione fotografica in casi di possibili violenze. Sembrerebbe del tutto ragionevole. Se mai si dovrà andare a un processo, ciò sarà probabilmente molto tempo dopo. Di quei segni, auspicabilmente, non ci sarà più traccia sul corpo della persona. La documentazione fotografica potrà allora essere preziosa. Dirimente. Se così non sarà, si saranno solo usati pochi minuti in più e qualche scatto di cellulare inutilmente. Che senso ha toglierne la menzione?

Visto che, contemporaneamente, qualcuno propone di togliere il reato di tortura – appena introdotto – dal codice penale italiano, qualche dubbio mi viene. Lega le mani alle forze dell’ordine, sostiene Fratelli d’Italia. Le forze dell’ordine che io stimo e che voglio non sono quelle che usano la tortura. Sono invece quelle che chiedono verità nel processo per la morte di Stefano Cucchi. E sono quelle che chiederebbero a gran voce a un medico di eseguire in ogni circostanza una perizia il più completa possibile.

 

*Coordinatrice associazione Antigone


Migranti. Papa Francesco: c’è un’ondata di chiusura verso lo straniero, è un suicidio

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di Iacopo Scaramuzzi

 

Tratto da La Stampa, 30 ottobre 2018

 

“Oggi c’è un’ondata di chiusura verso lo straniero” e “ci sono tante situazioni di tratta di persone straniere”: è la denuncia che Papa Francesco ha pronunciato ricevendo i missionari scalabriniani, da sempre accanto a migranti e rifugiati, sottolineando che “il benessere è suicida” perché porta a “un inverno demografico” e alla “chiusura delle porte”, e ricordando che anche l’Europa “non è nata così, ma è stata fatta da tante ondate migratorie durante i secoli”.

“È più facile ricevere uno straniero che essere ricevuto”, ha detto il Papa parlando a braccio agli scalabriniani, “e voi dovete fare ambedue le cose, voi dovete insegnare ad aiutare a ricevere lo straniero, dare tutte le possibilità alle nazioni che hanno di tutto o sono sufficienti per usare queste quattro parole (pronunciate precedentemente dal superiore degli scalabriniani: accogliere, promuovere, proteggere, integrare, ndr). Come ricevere uno straniero… colpisce tanto la parola di Dio, già nell’antico testamento, sottolinea questo: ricevere lo straniero, ricordati che tu sei stato straniero. È vero – ha sottolineato Francesco – che oggi c’è un’ondata di chiusura verso lo straniero, e anche ci sono tante situazioni di tratta di persone straniere: si sfrutta lo straniero. Io sono figlio di migranti e ricordo nel dopoguerra – ero ragazzino e avevo 10 o 12 anni… – quando dove lavorava papà sono arrivati i polacchi a lavorare, tutti migranti, e come erano accolti bene. L’Argentina ha questa esperienza di accogliere, perché c’era lavoro, e c’era anche bisogno. L’Argentina, la mia esperienza, è un cocktail di ondate migratorie, voi lo sapete meglio di me. Perché i migranti costruiscono un Paese, come hanno costruito l’Europa, che non è nata così ma è stata fatta da tante ondate migratorie durante i secoli”.

“Lei – ha proseguito il Papa rivolto al superiore della Congregazione dei Missionari di San Carlo – ha usato una parola “brutta”, il benessere: ma il benessere è suicida, perché ti porta a due cose: a chiudere le porte, perché non ti disturbino, soltanto quelle persone che servono per il mio benessere possono entrare. E dall’altra parte per il benessere si arriva a non essere fecondi: e noi abbiamo oggi questo dramma di un inverno demografico e di una chiusura delle porte. Questo deve aiutarci a capire un poco meglio di ricevere lo straniero. Sì, è uno estraneo, non è dei nostri, ma come si riceve uno estraneo? Questo è il lavoro che voi fate, creare le coscienze per farlo bene, e di questo vi ringrazio”.

Papa Francesco ha ringraziato gli scalabriniani per quel che fanno, ricordando di averli conosciuti “da prima di essere arcivescovo di Buenos Aires, i vostri studenti studiavano nella nostra facoltà: sono stati bravi! Poi come arcivescovo ho avuto l’aiuto vostro, in quella città che aveva tanti problemi di immigrazione: grazie tante. E grazie (adesso) per averci dato uno dei due sottosegretari per i migranti (padre Fabio Baggio, sottosegretario della Sezione Migranti e rifugiati del Dicastero vaticano per lo Sviluppo umano integrale, insieme al gesuita Michael Czerny, ndr) che lavorano tanto bene tutti e due”.

Il Papa ha parlato a braccio “dal cuore” ma ha consegnato al padre generale un discorso scritto preparato, nel quale, tra l’altro, ricorda che “di fronte all’odierno fenomeno migratorio, molto vasto e complesso”, la Congregazione religiosa fondata dal beato Giovanni Battista Scalabrini “attinge le risorse spirituali necessarie dalla testimonianza profetica del Fondatore, quanto mai attuale, e dall’esperienza di tanti confratelli che hanno operato con grande generosità dalle origini, 131 anni fa, fino a oggi. Oggi come ieri, la vostra missione si svolge in contesti difficili, a volte caratterizzati da atteggiamenti di sospetto e di pregiudizio, se non addirittura di rifiuto verso la persona straniera. Ciò vi sprona ancora di più a un coraggioso e perseverante entusiasmo apostolico, per portare l’amore di Cristo a quanti, lontani dalla patria e dalla famiglia, rischiano di sentirsi lontani anche da Dio”. Oggi, in particolare, “quante storie ci sono nei cuori dei migranti! Storie belle e brutte. Il pericolo è che vengano rimosse: quelle brutte, è ovvio; ma anche quelle belle, perché ricordarle fa soffrire. E così il rischio è che il migrante diventi una persona sradicata, senza volto, senza identità. Ma questa è una perdita gravissima, che si può evitare con l’ascolto, camminando accanto alle persone e alle comunità migranti. Poterlo fare è una grazia, ed è anche una risorsa per la Chiesa e per il mondo”.

Introducendo l’udienza, il nuovo superiore generale degli scalabriniani, il brasiliano Leonir Chiarello, eletto nel corso del quindicesimo capitolo in corso in questi giorni a Roma, ha sottolineato che “viviamo in un tempo in cui l’esplosione del fenomeno migratorio si pone come sfida nuova e impegnativa per il nostro carisma. La novità non si riferisce solo all’aumento massiccio dei flussi ma anche alla natura sostanzialmente diversa di questi movimenti: se fino ad alcuni decenni fa le persone migravano verso destinazioni più o meno precise, verso terre in cui rimanere in modo stabile, oggi per la natura forzata delle migrazioni sempre più frequentemente il viaggio è senza fine e senza meta precisa, è uno spostamento continuo e a causa delle congiunture avverse e delle logiche criminali si trasformano in vere tragedie umane”.

“D’altra parte – ha sottolineato il superiore – le società chiamate ad accogliere con generosità, in nome della giustizia e della solidarietà, si chiudono sempre più in se stesse preoccupate di salvaguardare il proprio benessere, impaurite da una continua e martellante propaganda che presenta il migrante e il rifugiato come un pericolo, una minaccia per la sicurezza nazionale o l’identità culturale”. In questo contesto, ha aggiunto, “riteniamo che il nostro carisma ci chieda, oggi come ieri, di farci compagni di viaggio di tutti i migranti e rifugiati, e al tempo stesso compagni di viaggio delle Chiese locali, chiamate ad accoglierli, promuoverli, proteggerli e integrarli”.

“In un mondo sempre più polarizzato e spinto ad abbracciare gli estremismi xenofobi e intolleranti, il nostro carisma ci spinge a essere sale e luce, lievito di conversione e seme di vera convivialità fraterna, affinché la Chiesa possa riflettere sempre più la luce di Cristo che con la sua morte e risurrezione ha abbattuto il muro che separava i popoli”. Da qui un ringraziamento infine al Papa per “la costante attenzione e il continuo richiamo rivolto al mondo circa la necessità di condividere il nostro viaggio con i migranti”.

 


28 Ott 2018

Popolo costituente e migrante

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di Luigi Ferrajoli

 

Il Manifesto, 24 ottobre 2018

 

Il diritto a emigrare ha radici antiche, teoriche e politiche, che si scontrano con la miseria xenofoba del presente. Uno stralcio tratto dall’ultimo numero di “Critica marxista”. Il principale segno di cambiamento manifestato finora dall’attuale sedicente “governo del cambiamento” è la politica ostentatamente disumana e apertamente illegale da esso adottata nei confronti dei migranti. Di nuovo il veleno razzista dell’intolleranza e del disprezzo per i “diversi” sta diffondendosi non solo in Italia ma in tutto l’Occidente, nell’Unione Europea e negli Stati Uniti, quale veicolo di facile consenso nei confronti degli odierni populismi e delle loro politiche di esclusione.

È su questo terreno che rischia oggi di crollare l’identità civile e democratica dell’Italia e dell’Europa. Le destre protestano contro quelle che chiamano una lesione delle nostre identità culturali da parte delle “invasioni” contaminanti dei migranti. In realtà esse identificano tale identità con la loro identità reazionaria: con la loro falsa cristianità, con la loro intolleranza per i diversi, in breve con il loro più o meno consapevole razzismo. Laddove, al contrario, sono proprio le politiche di chiusura che stanno deformando e deturpando l’immagine dell’Italia e dell’Europa, che sta infatti vivendo una profonda contraddizione: la contraddizione delle pratiche di esclusione dei migranti quali non-persone non soltanto con i valori di uguaglianza e libertà iscritti in tutte le sue carte costituzionali e nella stessa Carta dei diritti fondamentali dell’Unione, ma anche con la sua più antica tradizione culturale.

Il diritto di emigrare fu teorizzato dalla filosofia politica occidentale alle origini dell’età moderna. Ben prima del diritto alla vita formulato nel Seicento da Thomas Hobbes, il diritto di emigrare fu configurato dal teologo spagnolo Francisco de Vitoria, nelle sue Relectiones de Indis svolte nel 1539 all’Università di Salamanca, come un diritto naturale universale. Sul piano teorico questa tesi si inseriva in una edificante concezione cosmopolitica dei rapporti tra i popoli informata a una sorta di fratellanza universale. Sul piano pratico essa era chiaramente finalizzata alla legittimazione della conquista spagnola del Nuovo mondo: anche con la guerra, in forza del principio vim vi repellere licet, ove all’esercizio del diritto di emigrare fosse stata opposta illegittima resistenza. Tutta la tradizione liberale classica, del resto, ha sempre considerato lo jus migrandi un diritto fondamentale. John Locke fondò su di esso la garanzia del diritto alla sopravvivenza e la stessa legittimità del capitalismo: giacché il diritto alla vita, egli scrisse, è garantito dal lavoro, e tutti possono lavorare purché lo vogliano, facendo ritorno nelle campagne, o comunque emigrando nelle “terre incolte dell’America”, perché “c’è terra sufficiente nel mondo da bastare al doppio dei suoi abitanti”.

Kant, a sua volta, enunciò ancor più esplicitamente non solo il “diritto di emigrare”, ma anche il diritto di immigrare, che formulò come “terzo articolo definitivo per la pace perpetua” identificandolo con il principio di “una universale ospitalità”. E l’articolo 4 dell’Acte constitutionnel allegato alla Costituzione francese del 1793 stabilì che “Ogni straniero di età superiore a ventuno anni che, domiciliato in Francia da un anno, viva del suo lavoro, o acquisti una proprietà, o sposi una cittadina francese, o adotti un bambino, o mantenga un vecchio, è ammesso all’esercizio dei diritti del cittadino”.

Lo ius migrandi è da allora rimasto un principio elementare del diritto internazionale consuetudinario, fino alla sua già ricordata consacrazione nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948. Fino a che l’asimmetria non si è ribaltata. Oggi sono le popolazioni fino a ieri colonizzate che fuggono dalla miseria provocata dalle nostre politiche. E allora l’esercizio del diritto di emigrare è stato trasformato in delitto.

Siamo perciò di fronte a una contraddizione gravissima, che solo la garanzia del diritto di emigrare varrebbe a rimuovere. Il riconoscimento di questa contraddizione dovrebbe non farci dimenticare quella formulazione classica, cinicamente strumentale, del diritto di emigrare: perché la sua memoria possa quanto meno generare – nel dibattito pubblico, nel confronto politico, nell’insegnamento nelle scuole – una cattiva coscienza sull’illegittimità morale e politica, prima ancora che giuridica, delle nostre politiche e agire da freno sulle odierne pulsioni xenofobe e razziste.

Queste politiche crudeli stanno avvelenando e incattivendo la società, in Italia e in Europa. Stanno seminando la paura e l’odio per i diversi. Stanno screditando, con la diffamazione di quanti salvano vite umane, la pratica elementare del soccorso di chi è in pericolo di vita. Stanno fascistizzando il senso comune. Stanno, in breve, ricostruendo le basi ideologiche del razzismo; il quale, come affermò lucidamente Michel Foucault, non è la causa, bensì l’effetto delle oppressioni e delle violazioni istituzionali dei diritti umani: la “condizione”, egli scrisse, che consente l'”accettabilità della messa a morte” di una parte dell’umanità. Che è il medesimo riflesso circolare che ha in passato generato l’immagine sessista della donna e quella classista del proletario come inferiori, perché solo in questo modo se ne poteva giustificare l’oppressione, lo sfruttamento e la mancanza di diritti. Ricchezza, dominio e privilegio non si accontentano di prevaricare. Pretendono anche una qualche legittimazione sostanziale.

Un secondo effetto è non meno grave e distruttivo. Consiste in un mutamento delle soggettività politiche e sociali: non più le vecchie soggettività di classe, basate sull’uguaglianza e sulle lotte comuni per comuni diritti, ma nuove soggettività politiche di tipo identitario basate sull’identificazione delle identità diverse come nemiche e sul capovolgimento delle lotte sociali: non più di chi sta in basso contro chi sta in alto, ma di chi sta in basso contro chi sta ancora più in basso. È un mutamento che sta minando le basi sociali della democrazia. Una politica razionale, oltre che informata alla garanzia dei diritti, dovrebbe muovere, realisticamente, dalla consapevolezza che i flussi migratori sono fenomeni strutturali e irreversibili, frutto della globalizzazione selvaggia promossa dall’attuale capitalismo.

Dovrebbe anzi avere il coraggio di assumere il fenomeno migratorio come l’autentico fatto costituente dell’ordine futuro, destinato, quale istanza e veicolo dell’uguaglianza, a rivoluzionarie i rapporti tra gli uomini e a rifondare, nei tempi lunghi, l’ordinamento internazionale. Il diritto di emigrare equivarrebbe, in questa prospettiva, al potere costituente di questo nuovo ordine globale: giacché l’Occidente non affronterà mai seriamente i problemi che sono all’origine delle migrazioni se non li sentirà come propri. I diritti fondamentali, come l’esperienza insegna, non cadono mai dall’alto, ma si affermano solo allorquando la pressione di chi ne è escluso alle porte di chi ne è incluso diventa irresistibile. Per questo dobbiamo pensare al popolo dei migranti come al popolo costituente di un nuovo ordine mondiale.


17 Ott 2018

Decreto sicurezza. Garante: contrasto con la Carta, per immigrati rischio arbitrii e abusi

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Avvenire, 16 ottobre 2018

 

“Contrarietà”, “perplessità” e “forte preoccupazione” per disposizioni che si prestano al rischio di “arbitrii” e “abusi” ai danni dei migranti, e che sembrano in “contrasto” con la Costituzione e la Convenzione europea sui diritti umani.

Con un parere espresso alla commissione Affari costituzionali del Senato, il Garante nazionale dei detenuti o privati della libertà personale, Mauro Palma, boccia diverse delle norme contenute nel decreto legge su migranti e sicurezza. Il provvedimento, voluto dal vice premier Matteo Salvini, era stato firmato dieci giorni fa dal capo dello Stato, che però lo aveva accompagnato con una lettera al governo contenente un secco richiamo alla Costituzione e ai trattati internazionali.

Ed ha tra le sue misure chiave l’abrogazione del permesso di soggiorno per motivi umanitari, l’allungamento dai 90 ai 180 giorni della durata del trattenimento nei Centri di permanenza per i rimpatri e la possibilità di trattenere gli stranieri da espellere anche in luoghi diversi dai Cpr, come strutture della pubblica sicurezza.

Norme sulle quali si appuntano i rilievi del Garante. I dubbi, messi nero su bianco anche in una relazione di 18 pagine, riguardano innanzitutto il “significativo prolungamento” della durata del trattenimento presso i Cpr, che “incide fortemente sulla libertà personale”. Un’estensione che non ha “giustificazione”, “né sembra idonea allo scopo che si prefigge”.

Esplicita la “contrarietà” alla nuova ipotesi di trattenimento del richiedente asilo per la determinazione o la verifica della sua identità e cittadinanza, i cui termini possono arrivare fino a 210 giorni di detenzione: la norma, scrive il Garante, appare “critica sotto il profilo della mancanza di protezione del diritto alla libertà da ogni arbitrarietà”.

“Forte preoccupazione” suscitano, poi, le ipotesi di trattenimento dei richiedenti asilo in luoghi diversi dai Cpr: il riferimento generico a strutture idonee della pubblica sicurezza o locali degli uffici di frontiera “si presta a un’applicazione del tutto arbitraria, senza la fissazione di standard minimi di detenzione da rispettare”.


16 Ott 2018

Il sovraffollamento crea tensioni: da Sanremo al Marassi di Genova

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di Damiano Aliprandi

 

Il Dubbio, 16 ottobre 2018

 

Due episodi a distanza di pochi giorni evidenziano la situazione difficile dei penitenziari italiani. Momenti di tensione l’altra notte nel carcere di Sanremo. Un caos durato più di due ore, poi rientrato dopo l’intervento degli agenti penitenziari.

Due sono le versioni molto differenti dell’accaduto. Secondo il sindacato Uil-pa e il Sappe sembrerebbe che ci sia stata una vera e propria rivolta avente come protagonisti 46 detenuti che avrebbero lanciato televisioni in corridoio e lenzuola imbevute di olio che avrebbero causato un incendio. Secondo la direzione del carcere, invece, si parla di una lite tra 5 persone, chiuse in celle fronteggianti.

Due agenti penitenziari, secondo i sindacati, però sono rimasti lievemente intossicati dai fumi degli oggetti incendiati, anche se nessuno è ricorso alle cure del pronto soccorso. Resta però il dato oggettivo che il carcere in questione risulta sovraffollato con 270 detenuti su una capienza regolamentare di 238 posti. Parliamo di un sovraffollamento ampliato dai problemi alla viabilità causati dal crollo del ponte Morandi che rendeva impossibili i trasferimenti dal Ponente a Genova ma che da un paio di giorni sono ricominciati. Provvedimenti saranno presi per i carcerati coinvolti con le denunce già pronte.

E la direzione del carcere di Sanremo ha già annunciato che è pronta a rivedere molti dei “privilegi” concessi agli ospiti. “Troppi per consentire agli agenti di lavorare in sicurezza – secondo il Sappe visto che i detenuti possono telefonare quasi senza limiti, senza contare che le celle sono spesso lasciate aperte”.

Sarà rivista pure la possibilità di detenere le bombolette a gas per cucinare. Pronta comunque l’applicazione di una circolare, datata il 9 ottobre scorso, del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria che permette più fruibile il ricorso all’articolo 14 bis dell’ordinamento penitenziario, ovvero la misura disciplinare attraverso un regime di sorveglianza particolare.

Dopo l’episodio nel carcere di Sanremo, due giorni dopo, al Marassi di Genova, al Marassi, e precisamente al teatro dell’Arca, situato all’interno dell’edificio, durante uno spettacolo alcuni detenuti si sono azzuffati. In quel caso, il Sappe ha espresso il disagio dell’utilizzo di solo sei agenti penitenziari per vigilare i 140 detenuti presenti durante lo spettacolo. Il sovraffollamento è un problema sempre più crescente e i numeri statistici offerti dal ministero della Giustizia risulterebbero non veritieri. A denunciarlo è l’esponente del Partito Radicale Rita Bernardini che, nella puntata odierna di Radio Carcere, annuncerà l’inizio dello sciopero della fame. “Se è questo ciò che governo e Parlamento vogliono (per usare poi il pugno ancora più duro) la risposta sarà, per quel che mi riguarda, rigorosamente nonviolenta e sarà annunciata martedì a Radio Radicale nella puntata di Radio Carcere.

Sia chiaro – sottolinea Rita Bernardini -, è innanzitutto lo Stato a essere fuorilegge e, con le sue mancate riforme, a dichiarare di voler permanere in questa situazione di totale illegalità nella quale i trattamenti inumani e degradanti (già condannati nel 2013 dalla Cedu) sono all’ordine del giorno, a partire da coloro che non sono curati e che muoiono in carcere.

Il caso del professor Armando Verdiglione – denuncia l’esponente del Partito Radicale, 74enne che in pochi giorni di detenzione ha perso oltre 25 chili è uno dei tanti esempi delle migliaia di detenuti che rischiano letteralmente la vita per mancata assistenza sanitaria e mancata possibilità di accesso alle misure alternative al carcere.

L’unica ricetta proposta dal governo è + carcere e + carceri con il preannuncio di un fantomatico piano di costruzione di nuovi istituti che, se va bene, saranno ultimati tra 10/15 anni; piano che, ancora non è dato sapere, con quali risorse verrà finanziato.

Inoltre – conclude Bernardini, le cifre ufficiali che fornisce il ministero non sono veritiere in quanto il carcere di Sanremo, secondo i dati diffusi sul sito giustizia.it al 30 settembre, non risultava tra gli istituti più sovraffollati, 270 detenuti in 238 posti regolamentari mentre la Uil-pa ci dice oggi che i posti legali sono 190”.

 


I mille morti di carcere

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di Diana Cavalcoli

 

Corriere della Sera, 16 ottobre 2018

 

Di solito avviene di notte. Nessuno si accorge di nulla per ore finché non si alza una voce a dare l’allarme. Chi si suicida in carcere non fa rumore, se ne va nel silenzio di una cella, all’improvviso. Dal Duemila sono 2.830 le morti avvenute nelle strutture penitenziarie italiane, tra queste 1.030 sono suicidi. Quasi la metà.

Soltanto nei primi nove mesi di quest’anno siamo a 44 detenuti che hanno scelto di togliersi la vita secondo il registro del Centro Studi Ristretti Orizzonti. Il suicidio di un detenuto è un evento traumatico che non coinvolge solo la persona che sceglie di compiere l’estremo gesto. È una tragedia per tutto il carcere. E ha un effetto domino.

“L’evento – spiega Claudio Paterniti Martello, sociologo della scuola di alti studi di Parigi e membro dell’osservatorio nazionale di Antigone – è traumatico sotto più aspetti. È un fallimento per la struttura penitenziaria incapace di prevenire l’azione, è un trauma per l’agente che trova il detenuto e sconvolge la vita dei compagni di cella.

Oltre al dramma di una vita umana persa”. Anche perché, al netto dei protocolli di sicurezza, è difficile prevedere un suicidio. “In genere i detenuti che scelgono di suicidarsi sono uomini e le modalità sono tre: per impiccagione, inalando gas o tagliandosi con le lame da barba. Servirebbe un controllo 24 ore su 24”, aggiunge. Ma il problema è che spesso nelle strutture manca il personale. “La situazione varia da carcere a carcere ma quando gli agenti o i medici sono troppo pochi rispetto alla popolazione carceraria il disastro è annunciato”.

A rischiare sono i detenuti più fragili. Ogni gesto estremo ha una storia a sé ma è innegabile che sia legato alla drammaticità della reclusione, all’esisto delle condanne, alla speranza che se ne va e alla perdita degli affetti. “Le ragioni – prosegue Martello – che spingono al suicidio in cella sono innumerevoli ma sono spesso riconducibili alle condizioni di detenzione e al disagio che ne deriva. Tanto che nelle strutture modello come Bollate simili episodi sono rari”. I rischi aumentano quando entrano in cella i detenuti cosiddetti “fragili”.

“Mi riferisco in particolare a persone con disturbi mentali, sono più del 70 per cento in carcere, o agli stranieri che, non avendo legami o affetti sul territorio, vivono la reclusione come una condizione doppiamente alienante. In questi casi il rischio di suicidio è particolarmente elevato ancor più se si tratta della prima volta in carcere”.

Lo shock dell’ingresso in cella è infatti tra i più difficili da superare. “Molti detenuti non riescono a tollerare la compressione dei loro diritti e specialmente la limitazione della libertà di movimento”. In genere, spiegano da Antigone, nelle carceri dove il sovraffollamento si unisce e combina con altri fattori, come il mancato rispetto della regola dei tre metri quadrati per ogni soggetto, la chiusura totale delle celle ad esclusione delle ore d’aria e la mancanza di attività formative e lavorative, è più facile che si verifichino gesti estremi. La sentenza Torreggiani Guardando ai numeri dei suicidi in cella emerge come siano diminuiti rispetto a dieci anni fa.

Uno dei motivi è la sentenza Torreggiani. La Corte europea dei diritti umani nel 2013 ha infatti condannato l’Italia per la violazione dell’art. 3 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (Cedu) criticando aspramente le condizioni di detenzione. “In precedenza – dice Martello – la situazione era disumana. Oggi che, a fatica, si cerca di proporre un modello di struttura penitenziaria più aperto le condizioni sono leggermente migliorate. Anche se la questione è lontana dall’essere risolta, il carcere resta un posto che deprime l’animo e dove i più fragili rischiano di essere schiacciati”.

L’allerta rimane quindi alta. Soprattutto perché, se è vero che i numeri dei suicidi sono rimasti costanti – attestandosi attorno ai 50 all’anno – negli ultimi anni sono aumentati invece gli atti di autolesionismo. E a compierli sono nel 70 per cento dei casi gli stranieri, un terzo dei detenuti. C’è chi si taglia, chi si ustiona, chi si procura fratture. I gesti autolesivi Secondo il Sappe, il sindacato autonomo polizia penitenziaria, solo nel primo semestre del 2018 ci sono stati nelle carceri italiane 5.157 atti di autolesionismo.

E da anni le associazioni che monitorano le condizioni di vita negli istituti sottolineano come non si debba sottovalutare simili atti dato che possono sfociare in tentativi di suicidio. “I gesti autolesivi rappresentano l’esternazione di un disagio utilizzato come strumento di comunicazione di quei soggetti fragili che utilizzano il corpo come mezzo e messaggio”, spiega Martello. Finché quel disagio resterà inascoltato il suicidio rimarrà un rischio concreto. “Dobbiamo ricordarci che ogni morte in cella è una sconfitta dello Stato e dell’intera comunità. Soprattutto se si crede nella funzione rieducativa della pena”.

 


11 Ott 2018

Migranti. Decreto Salvini. Bonino: “provvedimento pericoloso, aumenterà il disagio sociale”

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di Carlo Lania

 

Il Manifesto, 11 ottobre 2018

 

Smantellamento del Sistema di protezione per i richiedenti asilo, forte rischio che si creino migliaia di migranti irregolari con la cancellazione della protezione umanitaria e introduzione di misure “incostituzionali” per cancellare le quali serviranno probabilmente anni. “Il decreto sicurezza produce insicurezza. È un provvedimento che toglie diritti ai migranti e crea forti disagi agli italiani”, avverte la senatrice di +Europa Emma Bonino.

Da martedì il provvedimento che porta il nome del ministro degli Interni Salvini è all’esame della Commissione Affari costituzionali del Senato e per il 25 ottobre potrebbe arrivare in aula per il voto. Tempi strettissimi, quindi, che hanno convinto i Radicali italiani, l’Arci, l’Associazione studi giuridici sull’immigrazione (Asgi), Oxfam e gli altri promotori delle campagne Erostraniero e Welcoming Europe (iniziativa dei cittadini europei ancora in corso e che si può firmare sul sito della campagna) a organizzare una conferenza stampa alla Camera proprio per sottolineare la “pericolosità” di alcune delle misure inserite nel testo. “Il decreto riduce i compiti del sistema Sprar e attribuisce maggiori poteri ai prefetti”, spiega Salvatore Facile, avvocato dell’Asgi. “La conseguenza è che si rischia di creare nelle periferie dei centri abitati proprio quello che in passato si è voluto eliminare, vale a dire mega concentrazioni di richiedenti asilo con grave disagi per le popolazioni”.

Il paradosso di questa operazione è sottolineato dal deputato di +Europa e segretario di Radicali italiani Riccardo Magi. “Nella relazione presentata al parlamento lo scorso mese di agosto – spiega Magi – è lo stesso Salvini a sottolineare come l’aumento dei Comuni che hanno aderito alla rete Sprar abbia contribuito ad alleggerire i grandi centri di accoglienza, centri che lo stesso ministro definisce come difficili da gestire e da vivere. Ora invece si prepara a ricrearli, con il rischio di produrre un forte conflitto sociale”.

Un altro punto segnato in rosso dai promotori dell’iniziativa riguarda l’abolizione della protezione umanitaria. Cosa farà chi in futuro avrà bisogno di convertire il suo permesso se nel frattempo avrà perso il lavoro? “Questa misura aumenterà le spese sociali dei Comuni e di conseguenza il conflitto tra le persone”, spiega Filippo Miraglia dell’Arci, per il quale “non è detto che l’obiettivo del decreto non sia proprio questo, in modo da poter invocare maggiori controlli in nome della sicurezza”.

“Il decreto Salvini è un misto di insipienza e di cattivismo ed ha un preciso scopo: quello della campagna elettorale”, aggiunge Bonino. La scommessa, difficile visti i numeri in parlamento, è di riuscire a modificare il testo cancellando almeno le misure più pericolose. “La verità è che chi passa da una bufala all’altra ha bisogno di far dimenticare le bufale che ha detto di volta in volta” dice la leader Radicale. Che conclude con un avvertimento: “Si cerca sempre un capro espiatorio. Questa volta si attaccano i migranti, poi si passa ai poveri”.

 


Il Governo non è lo Stato, ma Di Maio non lo sa

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di Sabino Cassese

 

Corriere della Sera, 11 ottobre 2018

 

Luigi Di Maio, nel fare la voce grossa, commette l’errore di confondere il governo con lo Stato. Errore che commette di frequente, quando, ad esempio, invita presidenti di enti a dimettersi, o pretende che alti funzionari dello Stato godano della sua fiducia.

“Se Banca d’Italia vuole un governo che non tocca la Fornero, la prossima volta si presenti alle elezioni con questo programma”, ha dichiarato Luigi Di Maio il 9 ottobre scorso, commentando le valutazioni espresse dalla banca centrale in Parlamento sulla Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza. Dunque, per il vicepresidente del Consiglio dei ministri tutto il potere discende dal popolo ed è sempre il popolo che, mediante elezioni, deve pronunciarsi. La democrazia è ridotta ad elezioni e anche i vertici della Banca d’Italia debbono presentarsi all’elettorato o sottostare alla volontà del governo.

Questa è una versione romanzata della democrazia, che, invece, ha al suo interno poteri e contropoteri, non tutti con una investitura popolare diretta. Le corti giudiziarie, la Corte costituzionale, le autorità indipendenti, le università, sono corpi autonomi, alcuni garantiti come tali dalla stessa Costituzione.

Le persone che ne sono titolari non sono elette, ma scelte in altri modi, per lo più sulla base del merito, delle competenze, dell’esperienza, con competizioni aperte (concorsi). In questo modo si realizza il pluralismo del potere pubblico, si riconosce il potere della conoscenza, quello della competenza, quello del giudizio imparziale. Questo pluralismo serve a uno scopo fondamentale, quello di impedire la tirannide delle maggioranze, un pericolo segnalato nel 1788 da James Madison in America, nel 1835 da Alexis de Tocqueville in Francia e nel 1859 da John Stuart Mill in Inghilterra. Questi pensatori e uomini politici, le cui idee sono state alla base delle democrazie americana, francese e inglese, erano preoccupati di equilibrare i poteri dello Stato e di evitare che la maggioranza (popolare e parlamentare) imponesse alla società le proprie idee e le proprie pratiche, garantendo così i dissenzienti e i diritti individuali nei confronti dell’opinione e dei sentimenti prevalenti.

Un posto particolare, tra i poteri indipendenti, hanno le banche centrali. David Ricardo, nel 1824, auspicava la separazione istituzionale tra il potere di creare denaro e il potere di spenderlo e il divieto di finanziamento monetario del bilancio dello Stato. Più di un secolo dopo, Milton Friedman voleva che il sistema monetario fosse libero da interferenze governative. Nel 1981, per opere di Nino Andreatta e di Carlo Azeglio Ciampi, si realizzò il completo divorzio tra Tesoro dello Stato e Banca d’Italia, che fu liberata dall’obbligo di acquistare i titoli pubblici inoptati da banche e risparmiatori. Ora la Banca d’Italia fa parte del Sistema europeo delle banche centrali. Lo Stato italiano ha firmato un trattato secondo il quale il governo si impegna a non cercare di influenzare gli organi della banca centrale. La Banca europea ha il diritto esclusivo di autorizzare l’emissione di banconote. Le banche centrali non possono avere istruzioni dai governi, né sottostare a loro direttive, i loro dirigenti non possono esser rimossi, le loro competenze sono esclusive, la loro indipendenza finanziaria e organizzativa è piena. Tutto questo per sottrarre la politica monetaria alle influenze dei governi, per assicurare la stabilità dei prezzi e il controllo indipendente dei tassi di interesse. Di Maio, nel fare la voce grossa, ignora tutto questo e commette l’errore di confondere il governo con lo Stato, errore che commette di frequente, quando, ad esempio, invita presidenti di enti a dimettersi, o pretende che alti funzionari dello Stato godano della sua fiducia.

In un momento di “hybris”, l’altro vicepresidente del Consiglio dei ministri ha detto, recentemente, che l’attuale governo rappresenta la volontà di 60 milioni di italiani. Sarebbe bene che ambedue i vicepresidenti ricordassero che hanno avuto complessivamente poco più di 16 milioni di voti, che rappresentano poco più di un terzo degli italiani con diritto di voto.


4 Ott 2018

Decreto Salvini, la firma di Mattarella è una brutta notizia per la democrazia

La firma di Mattarella sul DL Salvini è una brutta notizia per la democrazia. Evidentemente il presidente della Repubblica non ha riscontrato gli elementi per bloccarla.

Tuttavia la raccomandazione sul rispetto della Costituzione lascia intendere che il presidente sia preoccupato dei contenuti della legge.

Adesso spetta al Parlamento intervenire per assicurare che l’art.10 della Costituzione venga rispettato, come chiede Mattarella.

Come abbiamo già avuto modo di dire, questo DL rischia di cancellare il diritto d’asilo in Italia e di consegnare ai privati il sistema d’accoglienza pubblico, trasformandolo in un affare.

Il DL è un riassunto dei luoghi comuni e delle cattiverie della peggiora destra razzista d’Europa.

Come abbiamo già fatto in questi giorni, promuoveremo una campagna stabile di contrasto alle conseguenze del DL e mobiliteremo i territori per chiedere al Parlamento di respingerlo.


26 Set 2018

Genova, la tragedia del Ponte e il decreto scomparso

Rinviato, promesso, garantito, fermato dal Mef perché senza coperture e “molto incompleto”, il provvedimento “urgente” per la ricostruzione del ponte sul Polcevera arriva dopo due settimane dal presunto varo del Consiglio dei ministri

Giulia Mietta * • 26/9/2018 •

Genova ci aveva creduto davvero. Perché quando il presidente del Consiglio e i suoi vicepremier, lunedì, avevano dato la parola d’onore – il decreto urgenze sarebbe arrivato l’indomani sulla scrivania di Mattarella e il giorno dopo sarebbe stato pubblicato in Gazzetta ufficiale – il presidente della Regione Liguria Toti, il sindaco Bucci, ma in fondo anche molti cittadini, dagli sfollati ai titolari di imprese a chi semplicemente vuole capire come farà la città a risollevarsi, hanno pensato: «No, questa volta non possono rischiare di essere smentiti dai fatti».

Invece. Per tutta la giornata di ieri la notizia, goffamente smentita da fonti del Mef, è stata che il decreto Genova, approvato in Consiglio dei ministri il 13 settembre scorso, era bloccato negli uffici della ragioneria generale dello Stato a causa di più di una lacuna in tema di coperture finanziarie. «Non è vero che lo stiamo bloccando, lo stiamo sbloccando», hanno comunicato da via XX Settembre nel tardo pomeriggio, come se questo non confermasse l’esistenza di incongruenze sull’impalcatura economica dell’operazione. Poi in serata è stata la stessa presidenza del Consiglio a rassicurare: «Il decreto c’è, le coperture anche, il testo sta per essere inviato al Quirinale». Sta per. Tempi al futuro, anche se prossimo, che a Genova ormai puzzano di presa in giro. Tanto che Giovanni Toti, commissario per l’emergenza, dopo ore di nervosismo trattenuto è sbottato, invocando una soluzione estrema: «Dopo tanto parlare, tante polemiche, ritardi e voci, mi chiedo se non sia più opportuno il ritiro del decreto per ricominciare da capo su basi più solide, condivise e realistiche». In particolare, le voci che preoccupano Toti, sono quelle che vedono la cancellazione dei fondi relativi al terzo valico, uniti al blocco del Mit dei fondi già stanziati, le incertezze sui finanziamenti per il porto e poi modalità e tempi della ricostruzione. «A tutto questo, è direttamente connesso il nodo dei risarcimenti alle persone danneggiate. Di fronte a questa confusione – ha concluso il governatore – forse sarebbe opportuno abbandonare percorsi velleitari e avventurosi per ritornare sulla via maestra, prevista dalla normativa vigente e più volte suggerita dalle istituzioni locali». Vale a dire, lasciare in carico alla struttura commissariale tutte le partite aperte e continuare a considerare Autostrade un interlocutore a tutti gli effetti, anche per la realizzazione del nuovo viadotto.

Autostrade, che una volta pubblicato il decreto – forse oggi, forse domani – potrebbe ricorrere contro di esso arrivando fino alla Corte Costituzionale, ma che in queste ore è stata impegnata a ribattere punto per punto alla relazione tecnica della commissione ispettiva nominata dal ministero dei Trasporti costituita dopo i fatti del 14 agosto. La relazione è stata annunciata da un tweet del ministro Toninelli – in cui sprona i suoi follower, «giudicate voi» – e pubblicata sul sito del Mit. Il pool di periti, di cui facevano parte inizialmente anche i docenti Antonio Brencich e Roberto Ferrazza, poi indagati nell’inchiesta sul crollo, ha evidenziato alcuni punti che, da una parte vanno in controtendenza rispetto alle prime rilevazioni dei pm e dall’altra sottolineano con maggiore veemenza le presunte responsabilità di Aspi. Si legge, ad esempio, che a cedere potrebbero non essere stati gli stralli, sui quali Autostrade aveva previsto di iniziare alcuni lavori di rafforzamento, ma gli impalcati «a cassone». La commissione accusa il concessionario di aver adottato misure «inappropriate considerata la gravità del degrado del viadotto», e di non aver «fatto nulla per limitare la viabilità». Una nota della società controbatte: «Non c’erano rischi che giustificassero lo stop al traffico e i periti non hanno tenuto conto dei chiarimenti già forniti nel corso delle audizioni di fronte agli stessi tecnici».

Più che schermaglie. E intanto i tempi si allungano, soprattuto se l’incidente probatorio avrà bisogno di circa due mesi per essere completato. Pensare che un mese fa Toti annunciava che entro la fine di settembre sarebbe iniziata la demolizione di ponte Morandi. Quei monconi non sono mai stati così saldi.

* Fonte: Giulia Mietta, IL MANIFESTO


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