Rassegna stampa

12 Lug 2018

Che vuol dire “umanitario”

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di Melania Mazzucco

 

La Repubblica, 12 luglio 2018

 

L’aggettivo “umanitario” ricorre sulle labbra di i tutti, dopo la diffusione della circolare del ministro dell’Interno, che mira alla limitazione della concessione dei permessi di soggiorno per motivi, appunto, “umanitari”. I numeri di questi permessi sono saliti costantemente negli ultimi anni, fino a raggiungere percentuali non irrilevanti: è stato calcolato che nel 2016 nella Ue ne hanno beneficiato 48 mila persone (dati Eurostat).

La formula della protezione umanitaria di cui si discute è stata commentata, spiegata e ora è in qualche modo nota: ma si pensa poco al significato letterale del termine. Il cui ambito è più filosofico, etico e sociale che giuridico. Dunque a me pare più utile provare a capovolgere il discorso. Più che discutere se abbia diritto a questo tipo di protezione minore e residuale chi ha subìto vessazioni nella propria infanzia diseredata in un Paese africano o asiatico, chi è stato torturato in Libia, chi è malato o semplicemente giovane, chi fugge da Stati instabili, dove la violenza è endemica, i diritti nulli, le prospettive di lavoro scarsissime, la precarietà dell’esistenza un dato di fatto, e nemmeno se l’aver iniziato un percorso di integrazione in Italia debba essere premiato, come è stato finora, oppure d’ora in avanti punito per scoraggiare imitazioni, vorrei provare a capire cosa significa per uno Stato – e dunque per noi – concedere oppure offrire protezione umanitaria. E se lo facciamo realmente.

“Umanitario” – recitano i dizionari – significa animato da sentimenti di solidarietà umana; che pensa o opera secondo principi di generosità, carità, amore verso il prossimo, eccetera; che si adopera per promuovere il benessere dell’umanità e si prefigge il miglioramento delle condizioni morali e materiali dell’uomo.

Ora, uno Stato che negli ultimi anni ha lodevolmente concesso migliaia di permessi di soggiorno per motivi umanitari dovrebbe poi attuarne le premesse. Cioè premurarsi di essere in grado di realizzare quei miglioramenti delle condizioni morali e materiali degli uomini e delle donne che ha accolto.

Quindi, prima di creare una gerarchia delle disgrazie e delle malattie e relativi premi, dovrebbe chiedere a se stesso ciò che chiede al richiedente protezione internazionale. Applicare insomma il principio di reciprocità e condivisione, che è alla base del patto fra loro: il dovere di accertare la veridicità del racconto spetta all’esaminatore come al richiedente. La valutazione di ogni richiesta di asilo si basa, infatti, su alcuni principi generali, accettati da tutti, per quanto essi possano essere discutibili (e dovrebbero forse esserlo).

E cioè: il soggetto deve fare dichiarazioni coerenti, presentare elementi plausibili a supporto delle sue motivazioni ed essere nel complesso credibile. Altrettanto dovrebbe fare lo Stato, che poi siamo noi. Essere coerente, plausibile e credibile. Nella realtà, invece, è incoerente, poco plausibile e spesso non credibile.

A volte delega a operatori non competenti, quando non speculatori, l’assistenza che promette, non applica gli stessi criteri di giudizio, non garantisce le stesse possibilità. Decine di migliaia di persone che hanno ottenuto il permesso di soggiorno biennale per motivi umanitari non entrano nel circuito di accoglienza o ne escono prima di aver trovato un lavoro, un alloggio, una stabilità fisica e psichica di qualunque tipo, finendo abbandonate a se stesse e alimentando negli italiani, testimoni della loro deriva, l’impressione catastrofica di un destino di marginalità sociale e permanente bisogno su cui è facile speculare.

Piuttosto che auspicare restringimenti che la legge italiana stessa, come dimostrano innumerevoli sentenze dei tribunali di tutta Italia, renderebbe poi inattuabili, bisognerebbe perciò lavorare per costruire reali percorsi di recupero e inserimento di persone oggettivamente fragili, traumatizzate e danneggiate. I fondi dell’Ue già alimentano progetti di questo tipo – destinati a vittime della tratta, di schiavitù, tortura, o in stato di disagio psichico – che stanno dando risultati positivi, benché di essi, per ipocrisia e convenienza, poco o per nulla si parli. Solo così la protezione umanitaria – di cui una parte consistente degli italiani si vanta, come fosse nostra specificità, conseguenza dei valori di attenzione verso gli ultimi che la cultura cristiana, quella progressista e comunista ci hanno tramandato – avrà davvero un significato e non sarà, come in fondo è stato finora, un grimaldello giuridico per sopperire all’impossibilità di immigrare legalmente, né la scappatoia dei cuori di fronte all’incontenibile disumanità della storia.

 


5 Lug 2018

Il 14 luglio tutti a Ventimiglia per “tornare a respirare”

Il 14 luglio tutti a Ventimiglia per “tornare a respirare”

 

14 luglio a Ventimiglia. Ora il Progetto 20K chiama a una grande manifestazione a Ventimiglia, il 14 luglio (data di qualche rilievo simbolico, non solo in Francia). È la prima manifestazione attorno a un confine in Italia nel tempo del “governo Salvini”. È una formidabile occasione per cominciare a mettere in campo le forze che, dobbiamo crederlo, rovesceranno quel governo. Ho scritto “cominciare”, ma in realtà la manifestazione di Ventimiglia non è certo un “inizio” in senso assoluto. Si collega in primo luogo alle lotte dei migranti, nei campi e nelle città, nei centri di detenzione e nei magazzini della logistica; si collega alla rabbia per l’omicidio di Soumaila Sacko, ai cortei con lo slogan #primaglisfruttati a Roma e a Reggio Calabria (il 16 e il 23 giugno), ma anche alle città solidali che da Palermo a Napoli, da Barcellona a Berlino chiedono a gran voce l’apertura di porti e frontiere. Si collega più in generale ai movimenti e alle lotte di tutti coloro che rifiutano di vedere rinchiuse le loro vite, i loro sogni e i loro desideri nella prigione della nazione

Nel Mediterraneo, insieme a una moltitudine di donne e uomini migranti, naufraga l’Europa. Non è un’affermazione generica, non dimentichiamo che l’Europa – come scriveva Frantz Fanon nel 1961 – “non ha mai smesso di parlare dell’uomo mentre lo massacrava dovunque lo incontrasse, a ogni angolo di strada, a ogni angolo del mondo”. Certo, nel Mediterraneo oggi sembrano inabissarsi le molte storie europee tessute dalle lotte per l’uguaglianza e per la libertà, le storie insorgenti della solidarietà fra gli sfruttati, della democrazia radicale, del socialismo, dell’anarchia e del comunismo. Ma quel mare che gli antichi romani chiamavano “nostro” è anche lo specchio della crisi forse definitiva di uno specifico progetto di integrazione continentale, avviato all’indomani della seconda guerra mondiale e poi sfociato nella nascita dell’Unione Europea nel 1993.

C’è forse qualcosa di cui rallegrarsi in questa crisi? Non sembra che il “ritorno della nazione” – non solo in Paesi come l’Italia, l’Austria o l’Ungheria, ma più in generale nella congiuntura globale che stiamo vivendo – sia destinato a mettere in discussione il “neo-liberalismo” che abbiamo criticato nelle politiche dell’Unione Europea. Al contrario, la sovranità rivendicata dalla nazione si mostra tanto feroce contro i poveri e gli estranei quanto spettrale di fronte al capitale finanziario e accondiscendente al cospetto delle retoriche e dei processi che puntano all’intensificazione dello sfruttamento del “capitale umano” di popolazioni impoverite e impaurite da anni di crisi.

Il violento disciplinamento che si impone sui corpi e sui movimenti dei migranti è una concreta minaccia contro le rivendicazioni di mobilità, di libertà e di autonomia delle donne e dei precari, dei giovani e di tutti i soggetti che non si conformano alla norma della nazione e alle gerarchie che istituisce. Il fatto che Non Una di Meno, il più importante movimento che l’Italia abbia conosciuto negli ultimi due anni (entro una dimensione transnazionale), si sia immediatamente mobilitata in molte città contro la chiusura dei porti mostra che questa minaccia viene ampiamente percepita. E rappresenta una base materiale fondamentale per le lotte dei prossimi mesi.

La militarizzazione del Mediterraneo e il tentativo di approfondire i processi di “esternalizzazione” si pongono in una linea di continuità con il regime di controllo dei confini esterni dell’Unione Europea che ha preso forma sin dai primi anni Novanta dello scorso secolo. Oggi, tuttavia, pattugliamenti e respingimenti sembrano rappresentare l’unica logica nel controllo dei confini, mentre a lungo avevano costituito soltanto un aspetto di un più complesso dispositivo che determinava un processo di inclusione differenziale e gerarchica dei migranti. C’è da dubitare che questa politica di chiusura radicale possa stabilizzarsi sul lungo periodo in un continente che – per ragioni economiche e “demografiche” – non può fare a meno della migrazione.

Ventimiglia, da questo punto di vista, è un luogo emblematico di molte dimensioni della crisi che stiamo vivendo. La pressione sul confine italo-francese di migliaia di profughi e migranti approdati nel Sud del Paese ha assunto spesso – sin dalle proteste dei Balzi Rossi nell’estate del 2015 – i caratteri di un’esplicita rivendicazione politica del diritto di mobilità in Europa. A questa pressione il governo francese ha risposto con una politica di assoluta chiusura e spesso con la violenza della gendarmeria. Il governo municipale di Ventimiglia, per parte sua, si è distinto per una serie di ordinanze con l’obiettivo di allontanare i migranti dalla città e di criminalizzare forme elementari di solidarietà. La criminalizzazione della solidarietà ha colpito del resto sui due lati del confine i tanti uomini e le tante donne che hanno prestato soccorso ai migranti, aiutandoli a passare la frontiera attraverso i monti della Val Roja. Un nuovo maquis (come veniva definito in Francia il movimento di resistenza e di liberazione durante la Seconda guerra mondiale) ha preso forma attorno a Ventimiglia, collegandosi alle migliaia di attivisti e attiviste che in questi tre anni si sono battuti in città contro la chiusura del confine e a fianco dei migranti.

Ora il Progetto 20K chiama a una grande manifestazione a Ventimiglia, il 14 luglio (data di qualche rilievo simbolico, non solo in Francia). È la prima manifestazione attorno a un confine in Italia nel tempo del “governo Salvini”. È una formidabile occasione per cominciare a mettere in campo le forze che, dobbiamo crederlo, rovesceranno quel governo. Ho scritto “cominciare”, ma in realtà la manifestazione di Ventimiglia non è certo un “inizio” in senso assoluto. Si collega in primo luogo alle lotte dei migranti, nei campi e nelle città, nei centri di detenzione e nei magazzini della logistica; si collega alla rabbia per l’omicidio di Soumaila Sacko, ai cortei con lo slogan #primaglisfruttati a Roma e a Reggio Calabria (il 16 e il 23 giugno), ma anche alle città solidali che da Palermo a Napoli, da Barcellona a Berlino chiedono a gran voce l’apertura di porti e frontiere. Si collega più in generale ai movimenti e alle lotte di tutti coloro che rifiutano di vedere rinchiuse le loro vite, i loro sogni e i loro desideri nella prigione della nazione.

I can’t breathe, “non respiro”, sono state le ultime parole di Eric Garner, l’afroamericano assassinato dalla polizia a New York il 17 luglio del 2014. Quelle parole sono diventate uno degli slogan di Black Lives Matter, delle mobilitazioni contro la violenza razzista della polizia negli Stati Uniti. Possono diventare l’urlo collettivo di un movimento di liberazione, in Italia e in Europa. Per passare dalla resistenza e dalla solidarietà all’affermazione di un altro modo di cooperare, di lottare e di vivere insieme. A partire dal 14 luglio, a Ventimiglia.

FONTE: Sandro Mezzadra, IL MANIFESTO


Gioco d’azzardo, nel 2017 gli italiani hanno speso 103 miliardi, solo 10 andati all’erario

Adriana Pollice • 4/7/2018

Mancati introiti per lo Stato e per le tv e radio private. Tremano anche le squadre di calcio

«Siamo il primo paese dell’Unione europea che dice stop alla pubblicità del gioco d’azzardo. Lo avevamo promesso e lo abbiamo fatto» esultava ieri il vicepremier Luigi Di Maio illustrando il Dl dignità. «Migliaia di famiglie sono finite sul lastrico – ha proseguito con la stampa -. Smettiamola con i messaggi subliminali, con i testimonial famosi che sponsorizzano questi brand. Il gioco legale serve a non far cadere tutto il settore nel mondo illegale, ma non è detto che si debba sponsorizzarlo come stiamo facendo, a discapito della spesa sanitaria e della dignità delle persone».

Il calo degli introiti per lo Stato si farà sentire a partire dal 2019 e per compensare si spera nel contrasto al gioco illegale «che ci permetterà di drenare soldi» nelle casse pubbliche, aggiunge Di Maio.

Il testo prevede il blocco della pubblicità, anche indiretta, comunque effettuata e su qualunque mezzo, incluse le manifestazioni sportive, culturali o artistiche, le sponsorizzazioni e tutte le altre forme di comunicazione promozionale. Sono però escluse dal divieto le lotterie nazionali e i giochi gestiti dall’Agenzia dei monopoli.

Ogni violazione sarà punita con sanzioni del 5% sul valore della sponsorizzazione e, in ogni caso, non inferiore a un importo minimo di 50 mila euro. I proventi delle multe sono destinati al fondo per il contrasto alle ludopatie. I contratti già siglati scadranno obbligatoriamente entro il 30 giugno 2019.

Beppe Grillo ha dato il suo placet: «Viviamo in mondo strano. È vietato farsi una canna, ma ci si può giocare tutti i risparmi, vendersi casa e perdere ogni affetto». Se le associazioni dei consumatori plaudono alla norma e, anzi, il Codacons vorrebbe estenderla anche all’Agenzia dei Monopoli, gli operatori del Sistema Gioco Italia chiedono una riforma concertata con il settore.

I dati sulle ludopatie sono allarmanti. I 5 Stelle citano uno studio effettuato da Maurizio Fiasco: l’azzardo ha un moltiplicatore economico negativo in termini di depressione dei consumi, di mancati stimoli alla produzione e distruzione di opportunità d’impiego, più si allarga e meno l’economia reale cresce.

Secondo il ministero della Salute, i giocatori problematici sono tra l’1,5% e il 3,8% della popolazione, cui si aggiunge il 2,2% di giocatori patologici. Almeno 900mila persone, dunque, affette da una patologia. Eppure in cura presso le Asl risultano appena in 7mila. Nel 2017 gli italiani hanno speso complessivamente, tra slot machine, gratta e vinci e gaming online, oltre 102 miliardi di euro, 10,3 miliardi sono andati all’erario.

Tra il 2000 e il 2016, la raccolta complessiva da giochi è aumentata di cinque volte, passando da 20 a circa 96 miliardi di euro. Le entrate erariali nel 2016 sono state circa 10 miliardi, corrispondente allo 0,6% del Pil e a oltre il 2% delle entrate complessive.

L’altra faccia sono gli effetti del gioco d’azzardo. Lo studio dell’Università Bicocca di Milano ha analizzato i dati del 2014: la raccolta relativa al gioco pubblico è stata di 84,5 miliardi, di cui 7,9 miliardi sono andati all’erario. Sono stati oltre 1,2 milioni i giocatori problematici, i soli costi sanitari hanno raggiunto i 60 milioni di euro, correlati alla perdita di lavoro e mancata produttività, suicidi e divorzi, problemi legali. L’azzardo, inoltre, è una delle principali cause che spinge persone e imprese a indebitarsi con gli usurai.

Oltre all’erario, i mancati introiti da pubblicità colpiranno soprattutto televisioni e radio private (in Rai è vietato). Mediaset, in particolare, gestisce il 50% del budget annuale del gioco d’azzardo sui media tradizionali. Nelle radio gli investimenti sono aumentati esponenzialmente a partire dal 2016.

Sarà un problema anche per le squadre di calcio, che tremano per i loro conti. La Lega Serie A in una nota spiega che nella stagione 2017/2018 dodici società hanno sottoscritto un accordo di partnership con aziende del comparto betting.

«Tra il 2008 e il 2017, gli investimenti sui sei maggiori campionati europei da parte delle società di giochi è stato pari a 633 milioni di dollari. Lo stato italiano perderebbe, nei prossimi tre anni, sino a 700 milioni di gettito proprio come conseguenza del divieto per questa tipologia di advertising» conclude la Lega chiedendo di riaprire il confronto.

FONTE: Adriana Pollice, IL MANIFESTO


L’appello ai giornalisti: rompiamo il silenzio sull’Africa

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di Alex Zanotelli*

 

Il Dubbio, 4 luglio 2018

 

Rompiamo il silenzio sull’Africa. Non vi chiedo atti eroici, ma solo di tentare di far passare ogni giorno qualche notizia per aiutare il popolo italiano a capire i drammi che tanti popoli africani stanno vivendo. Scusatemi se mi rivolgo a voi in questa torrida estate, ma è la crescente sofferenza dei più poveri ed emarginati che mi spinge a farlo.

Per questo, come missionario e giornalista, uso la penna per far sentire il loro grido, un grido che trova sempre meno spazio nei mass- media italiani, come in quelli di tutto il modo del resto. Trovo infatti la maggior parte dei nostri media, sia cartacei che televisivi, così provinciali, così superficiali, così ben integrati nel mercato globale. So che i mass-media, purtroppo, sono nelle mani dei potenti gruppi economico- finanziari, per cui ognuno di voi ha ben poche possibilità di scrivere quel- lo che veramente sta accadendo in Africa.

Mi appello a voi giornalisti/ e perché abbiate il coraggio di rompere l’omertà del silenzio mediatico che grava soprattutto sull’Africa. È inaccettabile per me il silenzio sulla drammatica situazione nel Sud Sudan (il più giovane stato dell’Africa) ingarbugliato in una paurosa guerra civile che ha già causato almeno trecentomila morti e milioni di persone in fuga. È inaccettabile il silenzio sul Sudan, retto da un regime dittatoriale in guerra contro il popolo sui monti del Kordofan, i Nuba, il popolo martire dell’Africa e contro le etnie del Darfur.

È inaccettabile il silenzio sulla Somalia in guerra civile da oltre trent’anni con milioni di rifugiati interni ed esterni. È inaccettabile il silenzio sull’Eritrea, retta da uno dei regimi più oppressivi al mondo, con centinaia di migliaia di giovani in fuga verso l’Europa. È inaccettabile il silenzio sul Centrafrica che continua ad essere dilaniato da una guerra civile che non sembra finire mai. È inaccettabile il silenzio sulla grave situazione della zona saheliana dal Ciad al Mali dove i potenti gruppi jihadisti potrebbero costituirsi in un nuovo Califfato dell’Africa nera. È inaccettabile il silenzio sulla situazione caotica in Libia dov’è in atto uno scontro di tutti contro tutti, causato da quella nostra maledetta guerra contro Gheddafi.

È inaccettabile il silenzio su quanto avviene nel cuore dell’Africa, soprattutto in Congo, da dove arrivano i nostri minerali più preziosi. È inaccettabile il silenzio su trenta milioni di persone a rischio fame in Etiopia, Somalia, Sud Sudan, nord del Kenya e attorno al Lago Ciad, la peggior crisi alimentare degli ultimi 50 anni secondo l’Onu. È inaccettabile il silenzio sui cambiamenti climatici in Africa che rischia a fine secolo di avere tre quarti del suo territorio non abitabile. È inaccettabile il silenzio sulla vendita italiana di armi pesanti e leggere a questi paesi che non fanno che incrementare guerre sempre più feroci da cui sono costretti a fuggire milioni di profughi. (Lo scorso anno l’Italia ha esportato armi per un valore di 14 miliardi di euro!). Non conoscendo tutto questo è chiaro che il popolo italiano non può capire perché così tanta gente stia fuggendo dalle loro terre rischiando la propria vita per arrivare da noi.

Questo crea la paranoia “dell’invasione”, furbescamente alimentata anche da partiti xenofobi. Questo forza i governi europei a tentare di bloccare i migranti provenienti dal continente nero con l’Africa Compact, contratti fatti con i governi africani per bloccare i migranti. Ma i disperati della storia nessuno li fermerà. Questa non è una questione emergenziale, ma strutturale al sistema economico-finanziario. L’Onu si aspetta già entro il 2050 circa cinquanta milioni di profughi climatici solo dall’Africa.

Ed ora i nostri politici gridano: “Aiutiamoli a casa loro”, dopo che per secoli li abbiamo saccheggiati e continuiamo a farlo con una politica economica che va a beneficio delle nostre banche e delle nostre imprese, dall’Eni a Finmeccanica. E così ci troviamo con un Mare Nostrum che è diventato Cimiterium Nostrum dove sono naufragati decine di migliaia di profughi e con loro sta naufragando anche l’Europa come patria dei diritti.

Davanti a tutto questo non possiamo rimanere in silenzio. (I nostri nipoti non diranno forse quello che noi oggi diciamo dei nazisti?). Per questo vi prego di rompere questo silenzio- stampa sull’Africa, forzando i vostri media a parlarne. Per realizzare questo, non sarebbe possibile una lettera firmata da migliaia di voi da inviare alla Commissione di sorveglianza della Rai e alla grandi testate nazionali? E se fosse proprio la Federazione nazionale stampa italiana (Fnsi) a fare questo gesto?

Non potrebbe essere questo un’Africa Compact giornalistico, molto più utile al Continente che non i vari Trattati firmati dai governi per bloccare i migranti? Non possiamo rimanere in silenzio davanti a un’altra Shoah che si sta svolgendo sotto i nostri occhi. Diamoci tutti/ e da fare perché si rompa questo maledetto silenzio sull’Africa.

 

*Missionario italiano della Comunità dei Comboniani

 


Migranti. Muore il 9% di chi parte, il dato record dell’ultimo mese

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di Federico Fubini

 

Corriere della Sera, 4 luglio 2018

 

Nell’ultimo mese si registra il terzo più alto numero di morti e scomparsi in mare da quando due anni e mezzo fa le agenzie internazionali hanno iniziato a tenere i conti. Per chi si imbarca in cerca di un futuro in Europa, non era mai stato tanto probabile morire in mare durante la traversata dalla Libia.

Né erano mai state tanto più frequenti le partenze in giugno, da quando esistono dati credibili, rispetto a quelle di maggio. E del resto non era neppure mai stato così alto il numero di migranti che approdano in Spagna, in proporzione a quelli che arrivano in Italia. Nella prima metà dell’anno i flussi sono diventati quasi equivalenti: secondo l’Organizzazione internazionale delle migrazioni, 15.426 sbarchi in Spagna contro 16.585 in Italia. Gli oneri sopportati dai due Paesi sono ormai simili.

Qualcosa di nuovo sta succedendo sulle rotte migratorie, da quando il primo giugno ha giurato al Quirinale il governo di Giuseppe Conte. Solo i prossimi mesi diranno se sia solo una coincidenza tra eventi senza relazione tra loro, o se la svolta sulla rotta del Mediterraneo centrale sia anche effetto del nuovo governo italiano. Di certo non tutte le novità sono rassicuranti, a partire da quelle sui naufragi.

Nell’ultimo mese – soprattutto dalla seconda metà, inclusi i primi due giorni di luglio – si registra il terzo più alto numero di morti e scomparsi in mare da quando due anni e mezzo fa le agenzie internazionali hanno iniziato a tenere i conti. Sono annegati o risultano scomparsi nel Mediterraneo il 9% di coloro che hanno provato la traversata dalla Libia, la quota più alta di sempre. In tutto si tratta di 679 morti. Se n’erano avuti di più solo nel maggio e nel novembre 2016, ma allora le partenze dalle coste libiche erano il doppio o il triplo rispetto a quelle di quest’ultimo giugno.

I dati sono calcolati da Matteo Villa dell’Ispi di Milano sulla base delle cifre fornite dall’Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim) e dall’Alto commissariato per i rifugiati dell’Onu (Unhcr). Mostrano che ogni singola traversata non era mai stata tanto pericolosa, neanche in pieno inverno. Di solito per migranti le probabilità di morire in mare erano state attorno al 2%, ma nelle ultime settimane qualcosa è cambiato: sono quasi sparite dalle acque davanti alla Libia le navi per la ricerca e soccorso delle Organizzazioni non governative. La Aquarius di Sos Méditerranée e di Medici senza frontiere è ferma a Marsiglia dopo il lungo viaggio verso Valencia; la Seefuchs e la Seawatch 3, di due Ong tedesche, sono entrambe bloccate a Malta, mentre la Lifeline si trova lì sotto sequestro. “Da quando le Ong sono state messe nell’impossibilità di lavorare, la minore presenza di navi che pattugliano quelle acque sta rendendo i naufragi più frequenti”, osserva Flavio Di Giacomo dell’Oim.

In teoria la vigilanza dovrebbe essere assicurata da Themis, la missione europea di Frontex nel Mediterraneo, oltre che dalla Guardia costiera libica equipaggiata grazie alle forniture dell’Italia. E in effetti i guardiacoste di Tripoli lavorano a pieno regime: il mese scorso hanno intercettato in mare e riportato verso centri di detenzione in Libia – che raccolgono insieme uomini, donne e bambini – il 51% dei migranti in piena traversata. Ma, appunto, su questo aspetto emerge la seconda novità. Se non gli arrivi in Italia, in forte calo da agosto scorso, senz’altro solo ora le partenze dalla Libia stanno di nuovo aumentando. Erano state 4.500 a maggio e sono oltre 7 mila a giugno, mentre negli anni precedenti i due mesi avevano registrato flussi molto simili. Forse è un segno che sta scricchiolando l’accordo che l’Italia aveva stretto con le tribù libiche di Sabrata. Di certo sta crescendo anche la rotta dal Marocco: nei primi sei mesi del 2018, l’aumento degli sbarchi in Spagna è del 137%. Checché ne dica il ministro dell’Interno Matteo Salvini, oggi una pressione non minore di quella sull’Italia.


1 Lug 2018

Migranti. Le inutili inchieste sulle Ong

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di Roberto Saviano

 

L’Espresso, 1 luglio 2018

 

La magistratura oggi si trova di fronte a un bivio e ci si trova perché in tempi di barbarie nessuno può chiamarsi fuori. La magistratura mai è stata osservatrice distratta, e sempre ha interpretato l’evoluzione della società su nuovi diritti che non erano scritti, ma che di fatto andavano sanciti, difesi e possibilmente introdotti.

È grazie a sentenze illuminate se in Italia l’istituto giuridico della stepchild adoption, che consente al figlio di essere adottato dal partner del proprio genitore, di fatto esiste. È anche grazie alla magistratura – oltre che all’impegno costante dell’Associazione Luca Coscioni – se casi come quello di Píero Welby, Eluana Englaro e dj Fabo hanno fatto irruzione nelle nostre vite quotidiane mostrando quanto sia legittimo pretendere una morte dignitosa.

Lo scorso anno il Procuratore della Repubblica di Catania, Carmelo Zuccaro, apriva un fascicolo conoscitivo sulle sette Ong che, con tredici navi, battevano í mari intorno alla Sicilia. La prima volta che ascoltai le parole di Carmelo Zuccaro fu durante un’intervista rilasciata a Matrix, ad aprile 2017.

Parlò, cito testualmente, di “Ong che nascono dal nulla e che dimostrano di avere disponibilità di denari per il noleggio delle navi, per acquisto di droni ad alta tecnologia, per la gestione delle missioni, che ci sembra molto strano che possano avere acquisito senza avere un ritorno economico”.

Zuccaro disse di ritenere che le Ong agissero “per facilitare il lavoro delle organizzazioni”, cosa che a Luigi Di Maio, cui da tempo consigliavano di virare sui migranti per avere maggiore consenso – e questo la dice lunga su come (non) funziona l’informazione in Italia – non parve vera. Aveva finalmente una sponda autorevole e infatti chiunque dicesse che Di Maio stava giocando con la vita delle persone (fu proprio lui il primo a farlo, definendo le Ong “Taxi del mare”; poi venne Minniti e in ultimo Salvini) aveva in risposta: “Lo dice la magistratura”.

Il rischio è che, nel silenzio generale, questo atteggiamento possa essere letto come la posizione di tutta la magistratura e strumentalizzato per condurre una campagna di odio del tutto infondata sulle Organizzazioni non governative che per anni hanno affiancato gli Stati nazionali aiutandoli nei soccorsi in mare, salvando vite umane.

Eppure la sorte ha voluto che Carmelo Zuccaro, dopo aver gettato “sospetti sulle Ong”, dopo aver fatto danni enormi e aver messo a rischio migliaia di vite umane, inventando peraltro di sana pianta una inesistente ipotesi associativa al solo scopo di trattenere una competenza a investigare che non aveva, sia stato smentito non da me, ma dall’esito di indagini condotte da suoi colleghi magistrati che non cercano, come lui, visibilità, o il plauso di una parte politica; da magistrati che fanno il loro lavoro.

Il 16 aprile 2018 arriva il primo provvedimento ufficiale che demolisce il teorema Zuccaro, prima il gip di Catania e poi il Tribunale del Riesame di Ragusa mettono due punti fermi: per i migranti “la scriminante dello stato di necessità rimane in piedi” e soccorrere le persone in mare non è reato. Inoltre – scrive il Tribunale del riesame di Ragusa – le Ong soccorrono senza che sussista alcun tornaconto, di nessuna natura, tantomeno economico.

Il 15 giugno arriva il secondo provvedimento ufficiale: il gip di Palermo archivia un’altra indagine aperta un anno fa a carico di Sea Watch e Proactiva Open Arms in seguito a segnalazioni che ipotizzavano legami tra l’equipaggio delle Ong e i trafficanti libici. Dopo un anno le indagini hanno “smentito del tutto l’assunto investigativo”. Quindi non è vero niente: Zuccaro ha spacciato per prove quelle che erano solo sue supposizioni che, per il loro tempismo e per l’ampia copertura mediatica, generano più di un sospetto.

Nel silenzio bisogna forse ritenere che la posizione di tutta magistratura sia quella di Carmelo Zuccaro? Di recente, il Procuratore della Repubblica di Catania ha affermato che la magistratura può condizionare le politiche migratorie, ed è esattamente quello che lui ha provato a fare andando ben oltre le sue funzioni e i suoi limiti.

Eppure, quando Zuccaro, occupandosi di Ong e di flussi migratori, resta all’interno delle sue funzioni e dei suoi limiti, accumula sempre e solo fallimenti. Per la magistratura, difendere l’indipendenza connessa al proprio ruolo, significa oggi fare resistenza, resistenza alla barbarie.

 


Migranti, l’inarrestabile declino dell’Europa

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di Alessandro Dal Lago

 

Il Manifesto, 1 luglio 2018

 

Porti in faccia. Macron fa le parti del leader “umano” perché accoglie pochi scampati ai naufragi, mentre la sua polizia sigilla le frontiere. Angela Merkel è esclusivamente interessata ad assicurare gli alleati bavaresi che la “barca è piena”, e che quindi saranno prese le necessarie misure per non far salire più nessuno a bordo. E tutti gli altri, i fascisti o para-fascisti austriaci, polacchi, slovacchi, ungheresi, che le burocrazie europee si guardano bene dal sanzionare, si chiudono in un isolamento identitario sempre più feroce.

L’Europa comprende 48 stati, esclusa la Russia, e ha 730 milioni di abitanti, poco più di un decimo della popolazione mondiale. Solo negli ultimi cent’anni gran parte dei paesi europei è stata coinvolta in una successione di guerre che hanno provocato un centinaio di milioni di morti. E stiamo parlando della cosiddetta culla della “civiltà” mondiale, che ha diffuso (insieme alla propaggine americana) il suo patrimonio di tecnologie e stili di vita dapprima con la violenza coloniale e imperialista, e poi con la forza dell’economia.

Ebbene, l’Europa – che, dopo la catastrofe della seconda guerra mondiale, aveva cercato di imboccare la via della pacificazione e della cooperazione – sta cavalcando di nuovo, e con un’accelerazione impressionante, le tendenze nazionalistiche che ne avevano quasi causato la distruzione, 73 anni fa. E qual è il fattore determinante dell’implosione dell’utopia europea? Le migrazioni verso il vecchio continente di alcune centinaia di migliaia di immigrati e rifugiati dall’Africa e dai paesi asiatici in guerra. Il confuso Consiglio europeo del 28 giugno con i suoi equivoci e le sue finzioni non è che una tappa di questa prevedibile entropia. Giuseppe Conte, che solo la beffa di un dio ha proiettato nel ruolo di presidente del consiglio italiano, annuncia il suo successo al vertice perché tutti gli altri leader hanno promesso di accettare i migranti su base “volontaria”, cioè ipotetica, cioè inesistente.

Macron fa le parti del leader “umano” perché accoglie pochi scampati ai naufragi, mentre la sua polizia sigilla le frontiere. Angela Merkel è esclusivamente interessata ad assicurare gli alleati bavaresi che la “barca è piena”, e che quindi saranno prese le necessarie misure per non far salire più nessuno a bordo. E tutti gli altri, i fascisti o para-fascisti austriaci, polacchi, slovacchi, ungheresi, che le burocrazie europee si guardano bene dal sanzionare, si chiudono in un isolamento identitario sempre più feroce.

Infine ecco Salvini, il quale, da “ministro e papà”, come esige la sua retorica ributtante, condanna alla fame, alla sete e alla morte centinaia di naufraghi alla deriva sui barconi o sulle navi delle Ong. Bisogna ripeterlo: più di 700 milioni di abitanti di un continente sviluppato (o 400 se consideriamo solo la Ue) manifestano dovunque reazioni di rigetto, che si spingono sino al razzismo attivo, verso un numero di richiedenti asilo e migranti irrisorio, se consideriamo le proporzioni.

E i governi, dopo aver aizzato per anni le popolazioni nazionali, vellicandone il senso di insicurezza, si adeguano, cambiando solo le tattiche. Se Minniti ha organizzato gli internamenti in Libia – in cui agonizza, tra umiliazioni, torture, stupri e uccisioni, un milione di migranti subsahariani – Salvini sfrutta le tragedie in mare per negoziare un po’ di spazio in Europa, che ovviamente non otterrà, e soprattutto per raccattare consensi in un elettorato spaurito, impoverito e ignaro delle vere poste in gioco. Naturalmente, con la connivenza dei grillini al governo, che fanno la parte dei poliziotti buoni, se non dei gonzi.

E così africani e asiatici muoiono in mare, se sono scampati ai trafficanti in Niger, alle bande armate in Libia e alla guardia costiera di Tripoli. Più di cento solo il 28 giugno, mentre Salvini chiudeva i porti e ruggiva contro Malta. E gli altri, i salvati? Posta di ridicoli conflitti tra staterelli europei, che si illudono di contare qualcosa come ai tempi della regina Vittoria o del Kaiser, migranti e rifugiati saranno palleggiati tra leader piccolissimi che blaterano di taxi del mare, missioni di civiltà, identità nazionali e frontiere da difendere contro le invasioni. Esseri di carne e sangue come noi, i migranti, persi nelle terre di nessuno, morti assiderati, reclusi sine die nei campi di concentramento. I capetti europei pensano di essere realistici, ma stanno gettando le basi di un declino inarrestabile, mentre le vere potenze egemoni nel mondo osservano ghignando

 


L’internazionale populista e le (strane) alleanze tra sovranisti

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di Sergio Romano

 

Corriere della Sera, 1 luglio 2018

 

Il Consiglio Europeo ha dato qualche soddisfazione all’Italia e ha cercato di salvare Angela Merkel dalle grinfie del suo ministro degli Interni. Ma la marea nazional-populista non smette di montare. Credevamo che il suo linguaggio fosse una caratteristica dei partiti-antisistema e delle destre rimaste per molto tempo ai margini dello Stato liberal-democratico. Ma è oggi usato anche da partiti che hanno una rispettabile tradizione democratica.

Il fenomeno – Il fenomeno più inquietante è quello della Germania. Quando Alternative für Deutschland (un partito populista, non privo di nostalgie nazional socialiste) è diventato, con 87 deputati, la terza forza politica del Paese, è nata una nuova Grosse Koalition composta da cristiano-democratici (Cdu-Csu) e social- democratici (Spd), ma in un momento in cui entrambi i partiti avevano perduto consensi. Angela Merkel è cancelliera da 13 anni e non è sorprendente che qualcuno, nel suo stesso campo, voglia prenderne il posto. L’argomento da usare oggi è quello dei migranti. Chi vuole scalzare un avversario deve accusarlo di avere incoraggiato l'”invasione” dell’Europa. È quello che sta facendo Horst Seehofer, ministro degli Interni e leader della Csu bavarese (il partito cugino della Cdu).

Vorrebbe respingere i migranti che hanno già fatto domanda di asilo in altri Paesi (quindi soprattutto l’Italia) e aveva detto, prima del Consiglio Europeo, di non sapere per quanto tempo avrebbe potuto collaborare con Angela Merkel. In questo nuovo nazional-populismo ogni partito cerca amici e compagni di strada in altri Paesi. L’Austria di Sebastian Kurz li ha trovati nei Paesi di Visegrad (Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia); e la Baviera di Seehofer e di Markus Söder nel nuovo governo austriaco; mentre Salvini guarda con fraterna simpatia al movimento francese di Marine Le Pen.

Il fenomeno non è nuovo. Berlusconi andò in Ungheria per sostenere Viktor Orban durante la sua prima campagna elettorale. Il partito socialista francese, durante le elezioni spagnole del 2005, manifestò pubblicamente la sua simpatia per Zapatero. I partiti democristiani e popolari, come i partiti social democratici, hanno un gruppo parlamentare a Strasburgo.

L’alleanza – Quanto più l’Europa crea istituzioni comuni e interessi condivisi tanto più i partiti di uno stesso colore si uniscono per raggiungere gli stessi obiettivi. Vi sarà quindi anche una alleanza nazional-populista. Ma sarà composta da Paesi euroscettici e sovranisti, quindi, almeno teoricamente convinti che ogni Paese abbia irrinunciabili interessi nazionali. Saranno alleati per fare l’Europa o per disfarla? Un’ultima osservazione. Molti Paesi euroscettici ricevono dall’Europa somme considerevolmente superiori ai contributi con cui concorrono al suo bilancio. Dopo le promesse fatte nelle campagne elettorali dovranno anche fare i conti.

 


Le ruspe e il consenso (ma i fatti?)

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di Massimo Gramellini

 

Corriere della Sera, 1 luglio 2018

 

Arriverà il momento in cui l’appetito di parole di buonsenso sarà stato soddisfatto a sufficienza e anche lui improvvisamente dovrà sottoporsi alla dura verifica dei fatti.

La sera del 3 marzo, una lettrice romana che spasimava per Berlusconi dai tempi dei Puffi confidò ai parenti progressisti: “Ci avete messo vent’anni, ma alla fine mi avete convinto: da domani basta Silvio, voto Matteo…”. Renzi? “Macché, Salviniiii!”.

Oggi, sul pratone di Pontida, si celebra un’impresa politica senza precedenti. Con quella faccia un po’ così, da brontolone della porta accanto, Matteo II ha preso in mano un partito sciupato dagli scandali, che sotto la via Emilia si vergognavano persino a nominare, e nel giro di poche ruspe e tantissime felpe lo ha fatto diventare la prima forza politica dell’intero Paese. (L’ultima tac di Pagnoncelli ha appena certificato che manda in sollucchero un italiano su tre).

Ma la cosa più incredibile è che, nonostante l’aspetto brusco e un linguaggio che ai fottuti buonisti come il sottoscritto suona gratuitamente aggressivo, Salvini ha costruito un colosso sui ruderi del Bossismo riuscendo a non perdere né un pezzo né un alleato. Se il Matteo del Pd ogni volta che apriva bocca provocava una scissione, quello della Lega ha scalzato il Nord dalla ragione sociale della ditta senza che un solo nostalgico della secessione abbandonasse la casa-madre per andare a fondare una lista di disturbo. Non solo: ha scippato a Berlusconi gli elettori, l’alleanza, il ruolo di babau della sinistra ben temperata e persino il colore blu con cui ha sostituito il verde del miraggio padano. Eppure il Cavaliere, che era solito dissolvere nel nulla qualsiasi Fini o Alfano osasse attentare al suo predellino, gli ha concesso libertà di corna e si accontenta ormai di qualche telefonata.

A questo Salvini in estate di grazia persino gli scandali rimbalzano addosso. L’altro giorno ha buttato lì con noncuranza che i rimborsi elettorali sospetti erano già stati spesi dalla Lega. Lo avesse detto Matteo I (ma ormai pure Di Maio), lo avrebbero azzannato. Invece a lui tutto è concesso. Non detta solamente l’agenda di governo: guerra alle Ong, legittima difesa, multe di 7.000 euro a chi compra dagli ambulanti (ma se uno avesse 7.000 euro, comprerebbe dagli ambulanti?).

Impone anche quella della satira, che ha bisogno di stereotipi da ribaltare: “Abolirò i Negrita, i Neri per Caso, i Nomadi e i poveri dei Ricchi e Poveri. Quanto ai Negramaro, si chiameranno Amaro e basta”. I suoi tormentoni hanno fatto irruzione nel linguaggio comune: “lo dico da papà”, “è finita la pacchia”, “chiudiamo i porti”, fino all’irresistibile litania “non sono Superman, non sono Ironman, non sono Batman, non sono un Superpigiamino”. Gli manca ancora il soprannome giusto, ma se “Capitano” riuscirà a sfondare oltre i confini dei militanti, potrebbe diventare un degno successore di Cavaliere: dal Cav al Cap, il passo è breve.

Le ragioni di questo innamoramento istantaneo di massa vanno forse ricercate nello slogan che oggi campeggerà a Pontida: “Il buonsenso al governo”. Tutto ciò che ai detrattori di Salvini appare conservatore, approssimativo e a qualcuno addirittura fascista, ai suoi elettori sembra normalissimo buonsenso. Prima gli italiani: nell’assistenza, negli asili-nido, nell’assegnazione delle case popolari.

Più armi, carceri e poliziotti; meno spacciatori e rompiballe vari per le strade; meno burocrazia, meno tasse, meno lacci imposti dalla convivenza forzata con l’Europa. Soprattutto meno complessità, che genera ansia. I suoi elettori si chiedono: che cosa c’è di male nel volere queste cose? E come mai nessun politico le aveva mai dette prima con altrettanto vigore, disprezzo per le forme e noncuranza per le conseguenze? Perché i “benpensanti” irridono il “buonsenso” e vanno alla ricerca di significati astrusi e soluzioni complicate, dando sempre l’impressione di parlare a qualcun altro che non sono io e facendomi sentire un razzista o uno stupido? Perché i moralisti dicono che il debito pubblico è anche colpa mia, mentre è evidente che io sono l’invaso e non l’evasore?

Il racconto salviniano della realtà è la favola – un po’ rassicurante e un po’ inquietante, come le favole classiche – che il bambino dentro di noi sognava da tutta la vita di sentirsi raccontare prima di addormentarsi. Poi però arriva sempre il momento in cui ci si sveglia e si comincia a vedere. Se le accise sulla benzina sono diminuite oppure no. Se la Flat tax ha spianato la dichiarazione dei redditi oppure no. Se i migranti respinti dai porti sono rientrati dalle finestre.

Se alla legge Fornero è stato fatto il funerale o almeno il solletico. Arriverà il momento in cui l’appetito di parole di buonsenso sarà stato soddisfatto a sufficienza e anche il Cap, persino il Cap, improvvisamente il Cap dovrà sottoporsi alla dura verifica dei fatti, dimostrando ai suoi estimatori di essere diventato Superman o almeno un Superpigiamino.

 


È possibile dal carcere far prevenzione in modo efficace?

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Ristretti Orizzonti, 1 luglio 2018

È possibile dal carcere fare prevenzione in modo efficace? A Ristretti Orizzonti pensiamo di sì, e lo facciamo con il progetto di confronto tra le scuole e il carcere con il supporto del Comune di Padova. Ora però c’è il rischio che il numero di incontri nella Casa di Reclusione diminuisca drasticamente.

Quelle che seguono sono le lettere inviate da alcuni insegnanti, sull’importanza del progetto di confronto tra le scuole e il carcere, che l’associazione Granello di Senape, con la redazione di Ristretti Orizzonti e grazie al supporto convinto del Comune di Padova, porta avanti da ben quindici anni, con risultati straordinari. E che però rischia un ridimensionamento pesante, da due incontri a settimana a uno al mese.

E poi pubblichiamo le lettere delle persone detenute agli insegnanti, coinvolti nel progetto, che dovevano partecipare a un incontro nella redazione di Ristretti Orizzonti, come avveniva ogni anno, per fare un bilancio del progetto nell’anno scolastico 2017-2018 e parlare della sua prosecuzione, ma non sono stati autorizzati a entrare in carcere.

Nell’incontro con Insegnanti e dirigenti scolastici, convocato dal Direttore il 28 giugno, è stato affermato con forza il valore di questo progetto, che sta soprattutto nelle testimonianze delle persone detenute. Un progetto definito dalla magistrata di Sorveglianza presente, Lara Fortuna, “eccellente e innovativo a livello nazionale”. La speranza è che non ci sia nessun ridimensionamento, e che il carcere faccia uno sforzo per accogliere anche quest’anno migliaia di studenti, e per consentirci di promuovere una autentica azione di prevenzione. E di restituzione alla società, da parte dei detenuti, di un po’ di bene, dopo tanto male.

 


 

Lettere aperte al Direttore della Casa di reclusione di Padova da parte di alcuni insegnanti che partecipano al progetto di confronto tra scuole e carcere

 

Di questo progetto i ragazzi si sentono parte attiva, protagonisti in prima persona

 

Sono una docente del Liceo Marchesi, da 12 anni partecipo con più di una classe del quarto anno al Progetto “A scuola di libertà” con convinzione ed entusiasmo.

Questo progetto è unico nel suo genere ed è, a detta di tutti gli studenti che hanno partecipato, l’esperienza più importante che nei cinque anni di scuola gli sia capitato di vivere. Pur avendo ogni progetto formativo che noi proponiamo agli studenti una sua valenza educativa, questo rimane in assoluto il più significativo, il più ricordato anche negli anni successivi al periodo della scuola, come mi è stato più volte raccontato da ex studenti.

I punti di forza di questo progetto sono molteplici. Proverò ad esplicitarne alcuni.

Prima di tutto è un progetto di tipo esperienziale. Non è un approfondimento teorico, non è un film, non è un dibattito, non assomiglia alle tante ore di lezione che i ragazzi già vivono a scuola, ma è un incontro di vita.

Se c’è una cosa che “funziona” molto bene con i ragazzi e che li coinvolge efficacemente, catturando pienamente il loro interesse, è proprio l’incontro con dei testimoni, con il racconto del loro vissuto.

Quando gli studenti incontrano i detenuti vi è un ascolto attentissimo, nessuno deve essere richiamato al silenzio ed il tempo a disposizione è, a detta dei ragazzi, sempre troppo breve! Perché l’interesse è altissimo e le domande che i ragazzi vorrebbero rivolgere ai detenuti sempre sovrabbondanti rispetto al tempo a disposizione per rispondervi.

Un secondo aspetto straordinario è che rappresenta una piccola rivoluzione copernicana, cioè gli studenti assaporano “la scoperta”, il prima e il dopo, dal “non conoscere” al “conoscere”!

Assaporano che la conoscenza porta al cambiamento e ad una visione più critica della realtà. Si rendono conto dei forti pregiudizi che condizionavano i loro punti di vista sul carcere, sulle persone detenute (che non sono i mostri che si immaginavano), sulle diverse motivazioni che possono indurre al crimine. Una conoscenza che li rende orgogliosi e li fa quasi sentire un passo più avanti dei loro coetanei, a cui raccontano ciò che hanno scoperto con grande entusiasmo (alle volte con l’amarezza di non venire compresi).

Un terzo aspetto è quello relativo all’educazione alla legalità, alla prevenzione del reato.

Ascoltando le vite dei detenuti, di alcuni di loro il racconto della loro infanzia o adolescenza, di come spesso siano arrivati a delinquere iniziando dalle piccole trasgressioni, le stesse che magari anche gli studenti stanno sperimentando, colgono che nessuno è esente dalla caduta, che anche a loro potrebbe capitare di incamminarsi inconsapevolmente per una via senza ritorno, trasgressione dopo trasgressione. Comprendono che spesso dietro a certe scelte sbagliate vi è stato prima l’abbandono della scuola e dello studio. Questo li aiuta, più di tante raccomandazioni, a capire l’importanza del loro percorso scolastico e dell’osservanza delle regole e delle leggi.

Un quarto aspetto, non meno significativo dei precedenti, è che di questo progetto si sentono parte attiva, protagonisti in prima persona e non solo fruitori.

Spesso i progetti che possono essere offerti a scuola relegano i ragazzi al solo ruolo di “destinatari” del progetto stesso, destinatari di un incontro, di un film, di una rappresentazione o di un concerto. Raramente si riesce a farli sentire protagonisti in prima persona. Ebbene, nel rapporto con i detenuti invece gli studenti percepiscono di essere protagonisti importanti, anzi insostituibili e preziosi, del progetto. Sentono di essere parte attiva, con la loro presenza, le loro domande dirette, il loro ascolto rispettoso e attento, del cammino di recupero delle persone detenute. Sentono i detenuti raccontare quale importanza rivesta per loro questo progetto che li mette a confronto con gli studenti. I ragazzi capiscono che non sono entrati in carcere solo per ricevere ed imparare, ma anche per dare e insegnare. Questa reciprocità è un’esperienza molto formativa e molto gratificante per gli studenti, che non sperimentano spesso situazioni dove siano degli adulti a dire di aver imparato da loro e li ringrazino per questo.

Infine una notazione del tutto personale, ma che so condivisa da tanti colleghi con cui mi sono confrontata. Questo progetto fa crescere in umanità anche noi docenti più di mille corsi di aggiornamento!

 

Angiola Gui

docente del Liceo Marchesi

 

La forza del progetto credo stia soprattutto nell’efficacia della testimonianza

 

Ormai da più di un decennio, in qualità di docente responsabile del progetto Educazione alla Legalità presso la mia scuola, il Severi di Padova, conosco Ornella Favero e la redazione di Ristretti Orizzonti. Posso con tutta franchezza affermare che le ricadute, in fatto di discussioni e riflessioni degli allievi, una volta tornati a scuola dopo gli incontri in carcere o dopo gli incontri con i detenuti presso il nostro Istituto, sono state di gran lunga le più profonde, sincere e comunque le più interessanti. La forza del progetto credo stia soprattutto nell’efficacia della testimonianza, non il racconto di un professionista, che per quanto preparato e sincero non appare, agli occhi dei ragazzi, vero quanto può esserlo invece chi racconta di sé e del “peggio” della sua vita.

La generosità dimostrata da alcuni detenuti, attraverso i loro racconti, ad ogni incontro è riuscita a scalfire alcune pericolose certezze, come ad esempio il fatto che un delinquente nasce tale e che il carcere è un destino per pochi. Al contrario, incontro dopo incontro, è apparso sempre più chiaro come sia possibile un lento scivolamento verso stili di vita che conducono inesorabilmente a devastare la vita degli altri e la propria. Sento profonda gratitudine per Ornella Favero e per la redazione di Ristretti, caso più unico che raro di intelligente uso delle istituzioni per permettere ai nostri giovani di esperire testimonianze così forti e vere.

 

Alberto Cardin

docente dell’Istituto Severi, Padova

 

Creare occasioni per far riflettere sulla propria vita

 

Sto dalla parte di chi, con grandissimo impegno e intelligenza non comune, ha saputo dimostrare che nessuna vita é ormai già “scritta”, che capire di avere ancora “qualcosa da perdere” può ribaltare un destino apparentemente già segnato, e che, a dispetto di quanto può sembrarci ineluttabile, creare occasioni per far riflettere sulla propria vita, sui propri e altrui errori e sul dolore ricevuto ma soprattutto provocato, può rivelarsi cura miracolosa. Tutto ciò, persino per quegli uomini che, per primi, non scommetterebbero più sul loro cambiamento, rassegnati a diventare, incarnandola, la colpa commessa. Conosco bene il lavoro di Ornella Favero, fin dai primi incontri tra detenuti e allievi, a scuola e in carcere. Grande stima quindi per lei e chi, assieme a lei, ha saputo regalare il proprio tempo e il peggio del proprio passato, per stimolare nei ragazzi e nei docenti riflessioni altrimenti impossibili, dandoci modo di emanciparci dalle ignoranti scorciatoie che spesso anche famiglia, informazione e purtroppo a volte istituzioni, suggeriscono.

Grande Lavoro quindi quello di Ristretti Orizzonti, senza alcun dubbio. Onorato di esservi Amico.

 

Stefano Cappuccio

docente di Tecnologia presso Istituto U. Ruzza, Padova

 

È a partire dall’emozione che si attiva negli adolescenti la riflessione

 

Il Liceo Selvatico aderisce al Progetto Carcere da molti anni, almeno una decina, coinvolgendo un numero elevato di classi. Quest’anno ad esempio hanno partecipato tutte le quarte del Liceo, per un coinvolgimento totale di circa 150 studenti.

L’adesione a tale progetto si inserisce nel percorso più ampio di “Educazione alla legalità” che coinvolge tutti gli studenti dalla prima alla quinta e in cui vengono affrontati vari temi: il concetto di diritto/dovere per ogni cittadino, lo studio della Costituzione, l’uso consapevole e responsabile dei social, l’educazione stradale, la prevenzione dei comportamenti a rischio e delle dipendenze.

Il Progetto Carcere è dunque situato all’interno di questo percorso di formazione già strutturato nella scuola, e dà agli studenti una possibilità straordinaria.

La conoscenza diretta di persone che hanno commesso reati, il racconto della loro esperienza umana e carceraria, e soprattutto la loro capacità di raccontarla attraverso le parole, e in qualche modo di “ripensarla”, producono sempre un forte impatto emotivo. Ed è a partire dall’emozione che si attiva negli adolescenti la riflessione, il bisogno di confrontarsi e di capire.

Il valore del progetto è duplice. È esperienza, nel contatto diretto tra studenti e carcerati, ed è riflessione, nella preparazione che precede la visita, ma soprattutto nella fase successiva, quando si ritorna in classe. Allora gli studenti fanno altre domande, cercano risposte, leggono articoli, discutono del passato e del presente, ragionano sulle leggi, sulle trasgressioni e sulle punizioni, sul bene e sul male, aprono confronti inediti anche accesi.

Questa seconda parte è forse, per noi insegnanti, la più preziosa, quella che meglio restituisce il senso formativo e culturale di tutto il progetto.

Ci auguriamo di poter continuare ad offrire ai nostri studenti la possibilità di aderire a questo progetto anche nel prossimo anno scolastico, senza modificare sostanzialmente la modalità con cui viene effettuato.

 

Donatella Galante

docente del Liceo Selvatico, Padova

 

La particolare efficacia del progetto si fonda nel confronto diretto con i detenuti

 

In aggiunta a quanto già espresso da Donatella Galante del Liceo Selvatico, mi sento di ribadire almeno un aspetto a mio parere fondamentale del progetto.

È proprio il confronto mediato, ma sincero ed evidentemente privo di secondi fini, con persone che hanno sbagliato e si offrono senza sconti al severo giudizio dei giovani che permette ai ragazzi di lasciarsi coinvolgere e riflettere. Non si sentono più assolutamente estranei, cominciano a vedere la devianza come qualcosa che, in modi e contesti diversi, può raggiungere tutti e per questo tutti devono fare particolare attenzione a non sottovalutare comportamenti a rischio. Una lezione “istituzionale” sul funzionamento del Carcere, proposta dall’alto, in modalità formale e “frontale” non avrebbe lo stesso impatto e lo stesso feedback sui ragazzi. La particolare efficacia del progetto si fonda sostanzialmente nel confronto diretto con detenuti (o ex detenuti) che attraverso testimonianze emotivamente significative fanno ripensare sotto vari aspetti al concetto di “responsabilità”, così importante per le giovani generazioni.

Cordiali saluti, nella speranza di poter proseguire l’adesione al progetto come l’abbiamo conosciuto, secondo i presupposti che ne hanno determinato successo ed efficacia, a fronte del lungo lavoro di preparazione e adattamento da parte della redazione di “Ristretti Orizzonti” cui va il mio più sentito ringraziamento.

 

Giovanna Giacometti

docente del LAS Selvatico, Padova

 

La forza del progetto è quella di dare la possibilità a studenti e detenuti di confrontarsi

 

Distinto Direttore, negli scorsi giorni ci è giunta notizia della sua intenzione di portare cambiamenti strutturali significativi al progetto “Il carcere entra a scuola, le scuole entrano in carcere”.

Esprimiamo innanzitutto il nostro dissenso rispetto alla scelta di escludere dal progetto le scuole fuori dal territorio padovano.

Da ormai dieci anni il Liceo Corradini di Thiene (Vicenza) partecipa con centinaia di studenti al progetto, che è entrato a pieno titolo nel percorso di formazione culturale e di cittadinanza attiva della scuola.

L’incontro diretto con i detenuti e l’incontro in carcere, la possibilità di rielaborare quanto ascoltato e vissuto in forma scritta o altro, sono aspetti e momenti fondamentali ed imprescindibili. Il racconto delle storie di vita e la possibilità del confronto diretto con la realtà del carcere sono elementi essenziali alla buona riuscita del progetto e all’interesse degli studenti. Se venissero meno queste possibilità di incontro e confronto, il progetto perderebbe molto della sua efficacia e utilità. Ci sono già nella scuola momenti di conoscenza teorica e formale su temi quali la legalità, il valore delle regole, la giustizia ed altro. La forza di tale progetto è stato finora quella di dare la possibilità a studenti e detenuti di incontrarsi e confrontarsi direttamente, nel rispetto delle sensibilità e della storia di ciascuno.

 

Remigio Cocco

referente del progetto carcere del Liceo Corradini di Thiene

 


 

Lettere aperte agli insegnanti che non abbiamo potuto incontrare da parte dei detenuti della redazione di Ristretti Orizzonti

 

Partecipare a questo progetto mi ha cambiato la vita

 

Sono Tommaso Romeo, da cinque anni partecipo al progetto scuola/carcere, oggi scrivo a voi insegnanti in quanto quest’anno, a differenza degli anni passati, non è stata firmata l’autorizzazione per farvi partecipare all’incontro di fine anno scolastico con noi della redazione in carcere.

Io, a differenza di molti altri detenuti, sono entrato in carcere che avevo un titolo di studio, un diploma, in questi anni di progetto ogni volta che mi trovo davanti ai vostri alunni la mia mente va ai miei anni più belli, quando ero anche io uno studente. Oggi, conoscendo l’importanza di questo progetto, quando incrocio gli occhi dei ragazzi mi ripeto più volte che se avessi avuto l’opportunità di partecipare ad un progetto del genere forse non sarei finito in carcere con una condanna all’ergastolo, sentire dalla viva voce di un ergastolano cosa significa passare tutta la vita in carcere mi avrebbe fatto riflettere molto su certe mie scelte.

Devo ringraziarvi per il vostro buon lavoro fatto con i vostri studenti perché sono arrivati agli incontri molto preparati con domande e riflessioni intelligenti, ci tengo a ripetere quello che dico ai ragazzi alla fine della mia storia, che il partecipare a questo progetto mi ha cambiato la vita, perché questo progetto fa bene a tutte le parti che vi partecipano e non solo agli studenti.

Penso che è un dovere di tutti salvaguardare un progetto del genere, in primis delle istituzioni, in voi ho visto la credibilità delle istituzioni, ma anche la grande umanità nel trattarci da uomini normali, grazie.

 

Tommaso Romeo

 

Solo noi, che siamo stati gli artefici di tanto male, possiamo spiegarlo

 

Gentilissimi professori, sono Giovanni Zito, uno dei redattori di Ristretti Orizzonti, scrivo questa lettera aperta per farvi capire quanto sia importante per me il progetto con le scuole. Sento il dovere di difendere questo impegno con gli studenti in quanto mi ha dato la capacità di uscire da una subcultura che occupava la mia mente, e solo le loro domande possono avere una forza cosi dirompente.

Per la prima volta nella mia vita lotto per qualcosa a cui tengo fortemente, qualcosa di coinvolgente, il mio recupero sociale. Solo il confronto supera le mura della prigione. Quando vedo gli studenti che entrano in carcere ad ascoltare le testimonianze di noi detenuti, rimango senza fiato perché provo tante emozioni, di gioia e tristezza. Difendere questo progetto è compito di tutti noi, il dentro cosi come il fuori devono darsi una mano salda e forte in queste iniziative, perché solo cosi possiamo smuovere quelle resistenze che purtroppo oggi ci ostacolano.

La redazione è da sempre che si distingue dagli interventi “tradizionali” di prevenzione della devianza che hanno una efficacia limitata negli studenti e suscitano scarsa attenzione, perché i ragazzi non vogliono ascoltare un’altra lezione, ma scoprire dove e come nasce il male, da che parte arriva il pericolo, e solo noi che siamo stati gli artefici di tanto male possiamo spiegarlo.

Se scrivo queste parole è perché ritengo il nostro un progetto unico, dove anno dopo anno riscontriamo molta attenzione da parte dei nostri stessi interlocutori, perché nel momento dell’incontro siamo tutti studenti, cadono le differenze e assumono importanza verità e sincerità, e noi siamo anche altro, non più solo il reato da ascoltare e condannare.

Io dico grazie a voi professori che operate per il bene dei giovani studenti, e ai familiari dei ragazzi che affidano un compito cosi difficile da trattare, come quello della prevenzione, a voi e a noi. Abbiamo tutti il dovere di proteggere le generazioni future con qualunque mezzo che possa risultare efficace, e il progetto di confronto fra le scuole e il carcere ci pare che lo sia. Questo investimento sul futuro dei giovani che noi tutti facciamo con impegno costante ci rende liberi, responsabili e concreti, è questo il modo in cui i “cattivi per sempre” cercano il riscatto pagando anche cosi il debito che hanno con i cittadini. Cerchiamo di proteggere il patrimonio di studio, cultura, confronto, ascolto rappresentato da questo progetto, che viene gestito da volontari, detenuti e Istituzioni con coraggio e umiltà da ben 15 anni. Grazie a tutti coloro che saranno partecipi di questo mio pensiero.

 

Giovanni Zito

 

Non sono in grado di dare consigli neanche a me stesso

 

Ho passato l’intero anno scolastico aspettando l’incontro con le scuole, un appuntamento importante con quella parte di società più giovane, con quelle persone curiose della vita.

Pensavo che non sarei mai stato in grado di confrontarmi con dei ragazzi, non avrei avuto il coraggio di mettermi in gioco, di rispondere alle loro domande, di dover anche criticare me stesso, il mio stile di vita, le mie scelte, eppure, mi sono ritrovato a rincorrere il tempo per arrivare a quell’appuntamento di lunedì e martedì mattina.

Non so bene cosa suscitano in me quei ragazzi pieni di vita, forse nei loro occhi, negli sguardi, nei loro comportamenti, intravedo la figura di un familiare, di un mio figlio, di un nipote o semplicemente la figura di un ragazzo che sta cominciando ad affrontare la vita, con le sue insidie, con la sua complessità in un’età in cui si è più vulnerabili, dove si cade facilmente in comportamenti rischiosi. Allora verrebbe spontaneo voler dare dei consigli. Ahimè, non sono in grado di dare consigli neanche a me stesso, se fossi stato in grado di consigliare non mi troverei in questi luoghi di desolazione, sì, il carcere è desolazione, pieno di persone che hanno fatto scelte di vita sbagliate, persone frustrate, persone sole.

Non sono la persona in grado di dare consigli, cerco di dare il mio umile apporto evidenziando il mio percorso di vita per non vedere buttare via la vita altrui, la vita di quei ragazzi, quelle persone che io raffiguro in mio figlio, in mio nipote, in ogni caso, persone per le quali nutro affetto.

Non sono più giovane, mi commuovo facilmente, non pensavo di nutrire questi sentimenti; da persona spigolosa, irruente, e per certi versi rude, ho lasciato spazio alle emozioni, a volte penso che il progetto di confronto tra le scuole e il carcere è stato un percorso di vita inverso, sono stati i ragazzi che hanno fatto breccia irruentemente nel mio cuore, suscitando in me tante emozioni.

Non sono bravo con le parole, forse mi esprimo meglio quando scrivo, amo la solitudine, e nella mia solitudine rifletto. Purtroppo oggi non ci è stata data la possibilità di incontrare voi insegnanti, io ho aspettato questo incontro, come ogni anno, e quello che avrei voluto chiedervi, la mia curiosità era: avete riscontrato, in almeno un vostro studente, delle riflessioni forti, da far intuire nel suo stile di vita un minimo cambiamento, o comunque, riflessioni che possano essergli rimaste utili per il percorso della vita? In quest’anno scolastico avete riscontrato delle tematiche da approfondire, in cui possiamo essere più incisivi con le nostre storie per mettere in discussione le certezze degli studenti? Ci sono stati degli argomenti su cui siamo stati poco chiari e che richiedevano un approfondimento maggiore per suscitare nei ragazzi delle curiosità, delle riflessioni fuori dagli schemi?

Io personalmente nei vostri studenti ho notato raramente posizioni rigide e un rifiuto del confronto, e mi chiedevo: solitamente in quell’età i ragazzi nutrono dubbi, incertezze, contestano per mettersi in evidenza, sono molto duri, anche perché le loro fonti primarie di informazione sono i social, dove imparano in fretta a “spararla più grossa”. Mi chiedevo allora: sono intimiditi dal contesto in cui si trovano e magari in classe poi sono più duri, oppure riusciamo a sensibilizzarli così profondamente?

 

Agostino Lentini

 

Cerchiamo di far riflettere tanti ragazzi, cosi da evitargli alcune scelte di vita devastanti

 

Da anni la redazione di Ristretti Orizzonti organizza incontri con gli studenti delle scuole esterne di ogni grado, ed è noto a tutti che questi incontri hanno aiutato tanti detenuti e tanti studenti a crescere, a scuotere le coscienze e a riflettere su temi scottanti come quello del carcere e del senso della pena.

Molto probabilmente, prossimamente, verrà ridimenzionato il numero degli incontri con gli studenti che attraverso il progetto: “Il carcere entra a scuola, le scuole entrano in carcere”, promosso dalla redazione di “Ristretti Orizzonti”, vede entrare centinaia di studenti provenienti da tutto il Triveneto in questo carcere, gruppi che fanno ingresso un paio di volte alla settimana per ascoltare le storie di diversi detenuti e con loro confrontarsi su molte questioni che riguardano anche la prevenzione. Pare che questo progetto, dove si raccontano in prima persona storie di vissuti difficili, verrà limitato ad un incontro mensile, e questa notizia ha portato tristezza negli animi di molti detenuti.

Se questa decisione ufficiosa diventasse ufficiale, vedremmo vanificare 20 anni di duro lavoro fatto di impegno, sacrificio e costanza, dove molte persone detenute hanno avuto l’opportunità di crescere sotto molti aspetti, di riflettere, di confrontarsi e attraverso i loro racconti di esperienze complicate e pesantemente negative hanno fatto riflettere tanti ragazzi, cosi da evitargli alcune scelte di vita devastanti.

Molti detenuti, grazie a questo progetto, sono riusciti a comprendere a fondo anche la differenza tra il bene e il male, acquisendo un grande senso civico. Molti studenti hanno compreso che nella vita veramente nessuno può definirsi immune dal commettere errori. Questo progetto ha emozionato tutti, ha fatto commuovere giovani studenti, ha fatto riflettere altri, una sua limitazione andrebbe a limitare l’interazione, lo scambio, il confronto tra il di qua e il di là del muro, tra i “buoni” e i “cattivi”

Questo progetto è molto apprezzato da studenti, insegnanti, personalità istituzionali e dai magistrati i quali in diverse occasioni hanno avuto la possibilità di attestare un serio percorso di reinserimento dei detenuti, che si impegnano nel confronto con le scuole.

Oggi pare che questo utile strumento di crescita e di prevenzione sia ridimensionato, cosi mettendo in discussione il percorso di tutte quelle persone che in questi anni con passione e costanza si sono confrontate con tantissimi studenti ed insegnanti.

Noi vogliamo sperare, credere e ci crediamo che la redazione rimarrà quella che è sempre stata, una fonte di cultura, di crescita e di cambiamento, una affermazione della migliore civiltà penitenziaria, e rimarrà anche un fiore all’occhiello di questo carcere di cui andare fieri.

Sono fiducioso che le attività che si svolgono all’interno rimarranno senza sconvolgimenti, ma al contrario, saranno sempre sostenute cosi per come meritano.

 

Gaetano Fiandaca

 

Un giorno triste per noi detenuti della redazione di Ristretti Orizzonti

 

Quest’anno non è stato autorizzato l’incontro con i professori delle scuole esterne del progetto “Il carcere entra a scuola, le scuole entrano in carcere”, che puntualmente si svolge ogni anno alla chiusura dell’anno scolastico. Io mi chiamo Kleant Sula e personalmente sono molto amareggiato e preoccupato per questo fatto, è da moltissimi anni che questo progetto va avanti senza problemi e non mi capacito del perché quest’anno non si possa fare.

È da sette anni che partecipo a questi incontri, che per me sono stati degli incontri molto fruttuosi perché vedevo in voi professori l’apprezzamento per tutto il nostro impegno verso i vostri alunni, non mi scorderò mai della professoressa Francesca, che ha invitato tutti i detenuti della redazione che potevano uscire in permesso a una cena a casa propria insieme alla sua famiglia al completo, quante altre persone avrebbero fatto una cosa del genere, ospitare dei detenuti a casa?

Tutto questo lo scrivo per farvi capire il legame che si è creato tra di noi, tra la redazione e le vostre scuole.

Cari professori, vi chiedo scusa e mi dispiace tantissimo che quest’anno non possiate entrare per l’incontro tanto atteso per poter condividere tutte quelle cose che abbiamo fatto insieme. Sono sicuro che i vostri alunni vi chiederebbero com’è andato l’incontro in carcere con ì detenuti della redazione, io al posto vostro non saprei dare una risposta ma faccio affidamento in voi, che siete molto più bravi di me, che con la vostra semplicità e sincerità fate stemperare tutti i sentimenti di rabbia, non è altrettanto facile per noi in questi momenti capire perché questo incontro non sia stato autorizzato, ma fatichiamo a trovare delle ragioni, visto che non vi era nulla di male ma solo un reciproco insegnamento. Chiediamo un piccolo aiuto a tutti voi, di far capire che gli incontri con ì vostri alunni sono per loro un momento fondamentale di confronto e di crescita. E lo sono anche per noi. Un caro saluto a tutti voi.

 

Kleant Sula

 

Avevo bisogno di essere ascoltato

 

Cari professori, inizio questo mio breve scritto con molto rammarico per il semplice fatto che avrei voluto esprimere la mia riconoscenza e gratitudine a tutti voi personalmente, in primis per averci donato alcune ore con i vostri studenti, che mi sono state d’aiuto per affrontare tematiche che non avrei mai pensato di affrontare, ma soprattutto che non credevo di poter affrontare, invece con tutti voi è stato stranamente facile, forse perché avevo bisogno di essere ascoltato, e in tutti questi anni di carcerazione mi sono sentito ascoltato soprattutto in quelle occasioni avute con tutti voi e vi sarò eternamente grato per questo.

Da come potrete notare con le mancate autorizzazioni per questo incontro, che doveva tenersi in redazione, è successo qualcosa che non riusciamo proprio a comprendere, oggi però sono riuscito a capire una cosa che fino a poco tempo fa sentivo soltanto in tv, cioè: “In Italia quando qualcosa funziona bene si tende sempre a distruggerla”. Il perché a noi è ignoto, ma sta di fatto che non sarà più come prima, non avremo più l’opportunità di crescere cosi come l’abbiamo avuta fino ad oggi con voi, insieme a voi e ai vostri studenti.

È difficile trovare delle argomentazioni da proporvi, delle domande da rivolgervi perché l’incertezza è tanta e la delusione ancor di più, per aver subìto la privazione di un qualcosa per me fondamentale, che è la parola.

Concludo questo mio breve scritto ringraziandovi di cuore per avermi dato la possibilità di crescere e il coraggio per esprimermi liberamente, e spero che il mio contributo al progetto vi sia stato d’aiuto per comprendere come sia facile cadere in percorsi disastrosi.

Mi auguro che questo messaggio sia arrivato anche a tutti i vostri studenti, che colgo l’occasione di salutare tramite voi.

In fine saluto tutti voi con la speranza di potervi incontrare di nuovo il prossimo anno insieme ai vostri studenti, nonostante le speranze siano poche. Con stima.

 

Giuliano Napoli

 

P.S. Ho appena finito di vedere un film che s’intitola “Ti va di ballare?” ispirato alla vita di Pierre Dulaine, che introdusse nelle scuole degli Stati Uniti un programma di recupero di ragazzi difficili attraverso il ballo. All’inizio qualcuno lo screditò, ma dopo con la forza dei ragazzi che si sono appassionati al ballo e dei professori che hanno appoggiato quel lavoro, il progetto è diventato enorme coinvolgendo 12.000 studenti all’anno e circa 2.000 insegnanti di ballo. Il nostro progetto in 15 anni ha sicuramente fatto progressi, ma non mi spiego come non sia ancora stato esportato in tutti gli altri istituti.

 

Essere espulso per me era raggiungere l’obiettivo di passare il tempo con i miei amici

 

Mi dispiace di non aver avuto la possibilità di confrontarmi con voi qui in redazione per come è andato quest’anno il nostro progetto. Perché per noi questo confronto serve per capire quanto il nostro lavoro è stato importante per i vostri studenti, anche se le loro lettere e riflessioni parlano chiaro e sono rimasto stupito che tanti lo ritenevano una delle esperienze più significative della loro vita. Queste affermazioni da parte loro mi hanno fatto sentire orgoglioso del nostro progetto, e mi hanno dato la forza di andare avanti anche se ultimamente stiamo avendo dei problemi, compreso questo ostacolo al dialogo con voi qui in redazione. Non capisco perché deve essere messo in discussione questo progetto di prevenzione, e ridimensionato, in quanto tutti gli studenti sono soddisfatti, e mi pare anche i professori. Una esperienza che va avanti da quindici anni, che ha avuto molti successi e che è riuscita a cambiare la nostra visione della vita, che è riuscita a cambiare i pregiudizi degli studenti e fargli capire che il carcere è una parte della società e che non ci sono persone immuni dal rischio di finirci dentro, perché hanno visto dalle nostre testimonianze persone che non immaginavano mai di finire qui dentro.

Per me poi è importante confrontarmi con voi professori per approfondire alcuni temi che abbiamo toccato durante l’anno, come il valore della scuola, ma soprattutto per ragionare sul fatto che per quei ragazzi che trovano difficoltà a scuola e che sono problematici, tante volte si sceglie la via dell’espulsione. Anche a me da ragazzino non piaceva andare a scuola e quando andavo facevo tante di quelle che ora chiamo stupidaggini, come conflitti con i professori e i compagni. E sono stato espulso tante volte per questi miei comportamenti, essere espulso per me era raggiungere l’obiettivo di non andare a scuola e di passare il tempo con i miei amici, che normalmente non erano quei ragazzi che si comportavano bene a scuola, ma erano quelli come me che non rispettavano le regole. E in questo modo avevamo creato la nostra compagnia e dal non rispettare le regole a scuola, abbiamo iniziato a fare i piccoli reati e con il tempo cose più gravi, finché siamo arrivati in carcere. Da quei ragazzini che eravamo siamo finiti quasi tutti in carcere con una condanna più o meno pesante.

Lo so che non è facile gestire alunni problematici, perché anche i miei professori cercavano di tenermi buono ma non ci sono riusciti. A volte invece di parlare di espulsione i professori cercavano dopo la scuola di tenerci in classe a fare i compiti o come punizione di pulire la classe, la loro era una specie di mediazione, e devo dire che per me questi erano sistemi più efficaci. Ecco credo che si debba lavorare di più sulla mediazione, sul fare un percorso con questi ragazzi e capire le loro difficoltà a rispettare le regole, cosa che non è facile, quando questo ti viene spiegato dalle persone che tu da studente vedi come autorità lontane ed estranee alla tua vita. Forse il nostro progetto aiuta un po’ in questo, perché dà possibilità a loro in prima persona di confrontarsi con noi e di vedere le conseguenze delle nostre azioni. Grazie per l’attenzione.

 

Armend Haziraj

 

Il progetto scuola/carcere è stato per me un salvavita

 

Sono Roverto Cobertera, uomo di colore, che ritiene di essere stato massacrato dalla giustizia di questo paese per un omicidio non commesso, e non perché lo dico io, ma perché si è assunta la responsabilità di quel reato un’altra persona, e io sto facendo di tutto perché il mio processo sia rivisto. Sono da circa sei anni un redattore della redazione di Ristretti Orizzonti, che insieme a me ha sopportato il mio dolore, la forza della mia rabbia e il senso di desolazione che porto con me anche per una storia di affetti che in carcere sono davvero negati, io le mie figlie infatti le sento pochissimo, troppo poco per riuscire a conservare il loro affetto.

La redazione mi ha accolto come un amico, il progetto scuola/carcere è stato per me un salvavita, è stato una realtà rivoluzionaria perché mi ha fatto mettere in discussione con me stesso e con la vita di tutti i giorni, facendomi capire tante cose, in special modo aiutandomi a recuperare l’uso della parola e dandomi gli attrezzi per tentare di andare avanti e lottare in maniera diversa, sopportando questa impotenza che sento nel non avere gli strumenti per difendermi e accettando una realtà che si mostra indifferente e superficiale nei miei confronti. Il progetto scuola/carcere non è solo un progetto di prevenzione per i ragazzi, un modo per insegnargli come allenarsi prima per non arrivare a commettere un reato, è anche una scuola dove vieni ascoltato e impari a prenderti le responsabilità delle tue azioni, avere pazienza nei confronti di una giustizia che a volte è poco umana. Penso che se non esistesse questa redazione la vita di molti detenuti non avrebbe nessun senso, iniziando da me. Queste sono le mie riflessioni.


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