Rassegna stampa

17 Lug 2018

Migranti. Omissione di soccorso, il potere di dare la morte

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di Luigi Manconi

 

Il Manifesto, 17 luglio 2018

 

Migranti. Sulle navi delle Ong, in realtà, i corpi di donne e uomini di buona volontà già si muovono da tempo. Sono quelli dei componenti degli equipaggi, dei soccorritori e dei volontari, ma anche quelli di coloro che hanno deciso di testimoniare quanto accade loro di vedere. Nella giornata di oggi le navi Astral e Open Arms della Ong spagnola Proactiva saranno nella zona Sar auto assegnatasi dall’attuale e traballante regime libico. Ed è probabile che saranno le sole due imbarcazioni.

Le sole che per l’intera estate potranno garantire un presidio di vigilanza e salvataggio nel Mediterraneo. In altre parole, sembra vicino a realizzarsi quel disegno, prima non dichiarato, poi fieramente rivendicato, di “liberare il Mediterraneo dalle Ong”. Ciò avviene parallelamente al ripiegare della Guardia costiera italiana verso le nostre coste. E all’inevitabile sottrarsi dei mercantili e delle navi militari dalle aree di maggior rischio per le imbarcazioni di profughi. E, soprattutto, alla delega del soccorso alla Guardia costiera libica, oscillante tra fallimentare imperizia e complicità criminale. Tutto ciò non può che incrementare il numero dei morti.

È questa una delle ragioni per cui non ho trovato nulla di retorico nella lettera aperta inviata da Sandro Veronesi a Roberto Saviano, e nella risposta di quest’ultimo. E nemmeno di letterario, se non per il fatto che – a dialogare – sono due valenti scrittori. Sulle navi delle Ong, in realtà, i corpi di donne e uomini di buona volontà già si muovono da tempo. Sono quelli dei componenti degli equipaggi, dei soccorritori e dei volontari, ma anche quelli di coloro che hanno deciso di testimoniare quanto accade loro di vedere. Nella missione attualmente in corso, un deputato di Liberi e Uguali, una giornalista di Internazionale e uno di Reuters, un noto cuoco. Veronesi, nella sua lettera, chiama quello presente il “tempo del corpo”. E il corpo è da sempre al centro della politica, ne costituisce la posta in gioco e il fine ultimo, l’oggetto di cura dei governi e la vittima del potere dispotico. E ancora, il corpo è la sede profonda dell’identità umana e dei diritti fondamentali che ne discendono. In alcune circostanze – dittatura, guerra, conflitto mortale – la tutela del corpo vivo, o la sua soppressione, assumono l’intero senso della politica nella sua forma massima e ultima.

Un passo indietro nel tempo: nell’antica Roma il pater familias poteva disporre del destino dei propri figli fino a sopprimerli. Disponeva, cioè, del potere di vita e di morte nei confronti di chi lo avesse disonorato o avesse violato leggi fondamentali. Qui, oggi, l’arcaico potere di dare la morte torna ad agitare i pensieri collettivi e la nostra vita sociale, trovando due pretesti alla propria volontà di imporsi. Il primo rimanda all’antico fondarsi del potere sull’interesse dello stato. Dare la morte o la vita come conseguenza del soccorrere o del non soccorrere si collega alla necessità della sicurezza statuale (difendere i confini, respingere l’invasione, proteggere i cittadini dal nemico). Il secondo motivo risiede nella riduzione di tutto ciò che è universale alla misura del particolare. Interessi generali e valori comuni devono sottomettersi a provvedimenti locali e a vantaggi prossimi. Ne discende inevitabilmente una spirale di chiusura ed esclusione: il soccorso non riguarda tutti e non tutti sono meritevoli di soccorso.

È il rovesciamento radicale del principio di uguaglianza e dell’articolo 1 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo: “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti”. Il potere di dare la morte – come altro chiamare il rifiuto di soccorso? – torna nelle mani dell’autorità che vendica una violazione (dei confini, delle competenze territoriali, delle leggi nazionali). Ma che cosa davvero violano quei fuggiaschi che vogliono raggiungere le nostre terre? Dietro tutto ciò c’è la negazione di quel principio naturale che è la pulsione dell’essere umano ad aggregarsi ad altri esseri umani. Tra i tanti motivi che tengono insieme una comunità – dalla cooperazione economica alla difesa comune contro insidie esterne e interne – il legame primo è quello che nasce dal bisogno dell’altro. Della protezione da parte dell’altro. La società organizzata nasce proprio per rispondere in maniera efficace, attraverso un’attività di reciproco soccorso e vicendevole tutela, alla rivelazione della debolezza di chi si trovi solo e in stato di pericolo. È il mutuo soccorso. È per questa ragione che negare o indebolire il diritto/dovere al salvataggio corrisponde a erodere la stessa identità umana e quel passaggio essenziale da individuo isolato a comunità associata.

E credo che questo sia il compito che ci spetta oggi: creare una rete di sostegno reciproco contro le violazioni dei diritti fondamentali. Una rete di mutuo soccorso, appunto: civile, culturale, politico e legale. Su tale questione, negli ultimi giorni, abbiamo verificato la disponibilità di persone come Giovanni Maria Flick, Liliana Segre, Alessandro Bergonzoni, Valerio Onida, Luigi Ferrajoli, Emma Bonino, Paolo Virzì, Valentina Calderone, Vladimiro Zagrebelsky, Costanza Quatriglio, Giuliano Pisapia, Alessandro Gamberini, Alessandra Ballerini, Antonella Soldo, Gad Lerner, Pierfrancesco Majorino, Andrea Pugiotto, Riccardo Magi, e molti altri ancora. Un sodalizio, una lobby virtuosa, che inalberi quel nome: “Mutuo Soccorso”, e sia capace di far sentire la propria voce, più alta del silenzio complice come dello strepito interessato.

Nella consapevolezza che il diritto/dovere al soccorso è un principio assoluto. Che precede le Costituzioni dei singoli stati, gli ordinamenti giuridici e i codici nazionali, e che prevale su tutto. Assoluto, appunto. Se ne sono mostrati ben consapevoli i membri del Consiglio costituzionale francese che, valutando negativamente la legge istitutiva di una sorta di reato di solidarietà, hanno scritto: “Va protetta la libertà di aiutare gli altri per spirito umanitario, regolare o irregolare che sia il loro soggiorno sul territorio nazionale”.

 

 

 


15 Lug 2018

Migranti. La battaglia sulla Diciotti e le regole della Costituzione

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di Carlo Fusi

 

Il Dubbio, 14 luglio 2018

 

La vicenda della nave della Guardia Costiera Diciotti, con lo sbarco a Messina di 67 migranti e il rimpallo di interventi al più alto livello istituzionale per arrivare alla soluzione, si presta a varie considerazioni. Le più immediate, ma forse anche più banali, rimandano ad un braccio di ferro tra Matteo Salvini, il premier Conte e il Quirinale, con quest’ultimo nelle vesti del vincitore finale e con il titolare dell’Interno in quelle dello sconfitto. Lettura tutta nella chiave dei rapporti di forza politici: veritiera ma, presumibilmente, superficiale.

Ce ne sono altre, altrettanto legittime e magari più penetranti. Non c’è dubbio che al centro della vicenda ci sia il Quirinale e le prerogative del suo inquilino. E neanche c’è dubbio sul fatto che sia stata la seconda volta dall’inizio della legislatura nella quale si è avviato uno scontro istituzionale sulla base della divisione dei ruoli e dei poteri così come disegnati dalla Costituzione. Il primo caso si verificò allorché il presidente Mattarella si oppose alla nomina di Paolo Savona a ministro dell’Economia con la conseguente, provvisoria, rinuncia all’incarico da parte di Giuseppe Conte. In quel passaggio Luigi Di Maio evocó l’articolo 90 della Carta per avviare la messa in stato di accusa del capo dello Stato. Mossa sommamente im- provvida, che infatti fu rinfoderata nel giro di poche ore. Ma che tuttavia resta agli atti di una concezione diciamo “utilitaristica” delle norme costituzionali che invece, com’è ovvio, hanno valenza erga omnes.

Stavolta è stato il titolare del Viminale a ingaggiare un duello con il Colle e più ancora – senza ventilare messe in stato d’accusa, è vero, ma anche senza derubricare la gravità degli atteggiamenti – a sgranare i confini tra poteri dello Stato, ognuno dei quali obbligato ad agire nell’alveo stabilito dalla norme della Costituzione. Il primo fu il caso di un’avventatezza politica segno di una scarsa conoscenza delle regole. Il secondo minaccia di essere più nocivo perché chiama in causa un principio basilare sotteso ai sistemi democratici: la separazione dei poteri e i compiti e i limiti di ciascuno. Quando infatti Salvini si oppone allo sbarco dei migranti della Diciotti chiedendo preliminarmente “le manette” per presunti ammutinati, non solo invade il campo della magistratura a cui unicamente spetta di perseguire chi contravviene alle leggi, ma mischia e confonde ciò che gli appartiene, ossia la tutela della sicurezza, con ciò che gli è estraneo, la divisione delle responsabilità che le stesse leggi, ordinarie e appunto costituzionali, stabiliscono. Quando poi esprime “sorpresa” per l’intervento risolutivo di Mattarella, invade direttamente terreni che gli sono preclusi, negando inoltre elementi basilari del sistema, come il fatto che si tratti di una nave militare, che il presidente della Repubblica è capo delle Forze Armate, che l’ultima parola – salvo appunto interventi di più alto livello istituzionale – spetta al presidente del Consiglio. L’irruenza caratteriale di Salvini è nota; come pure è sotto gli occhi di tutti che l’esibita intransigenza – ai limiti del “cattivismo” politico, da più parti celebrato come una dote che ristabilisce equilibrio rispetto al “buonismo” del passato – nei riguardi del fenomeno migratorio nel suo complesso, è benaccetto agli occhi dell’opinione pubblica. Il balzo della Lega nei sondaggi è lì a dimostrarlo.

Ciò tuttavia non mitiga il rilievo e l’importanza della vicenda, il cui significato profondo è questo: sono arrivate alla guida del governo forze politiche che nei valori stabiliti dalla Costituzione del 1948 si riconoscono poco o nulla. Non è questione di populismo o demagogia, termini abusati ancorché significativi. La spinta dei Cinquestelle a superare la democrazia delegata a favore di meccanismi di democrazia diretta cozza in maniera fortissima con i valori e gli ideali della Carta così com’è stata concepita e applicata dal dopoguerra a oggi. Allo stesso modo l’urto di Salvini a svellere presidi di democrazia nella divisione dei ruoli a favore dell’affermazione di una leadership detentrice di un potere unico e onnicomprensivo fa a cazzotti con i vincoli – da molti ritenuti vetusti ma non per questo da ignorare – posti dai padri costituenti a tutela di invasioni di campo tra poteri dello Stato.

È un tema che forse non appassiona i cittadini. Eppure è fondamentale. La democrazia è fatta di regole e si nutre del loro rispetto: se lo Stato di diritto viene messo in discussione, l’intera impalcatura collassa. Le regole, come le Costituzioni, si possono cambiare e, per quel che riguarda la situazione italiana, non c’è dubbio che siamo in grandissimo ritardo. Ma finché ci sono, vanno rispettate: tutte indistintamente, senza se e senza ma. Peraltro gli italiani hanno votato il 4 dicembre 2016 affinché l’impianto costituzionale restasse intatto: e Lega e M5S, se non ricordiamo male, erano di quell’avviso.

 


Beppe Grillo esce dal contratto: “il carcere è dannoso e va abolito”

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di Ruggero Scotti

 

Il Manifesto, 14 luglio 2018

 

“Dobbiamo tendere a un mondo a carceri zero, o almeno, al minimo possibile”. Beppe Grillo dal suo blog prende le distanze dal suo movimento due giorni dopo il parere negativo espresso dalla commissione giustizia del senato sulla riforma del sistema penitenziario voluta dall’ex ministro Andrea Orlando. Una riforma che secondo la coordinatrice dell’associazione Antigone, Susanna Marietti, “tendeva ad allargare – in modo minimo e controllato – l’area delle misure alternative alla detenzione pur sotto il rigoroso controllo della magistratura e dei servizi sociali”. “Svuota-carceri mascherata da riforma” l’ha invece bollata il senatore 5S Giarrusso uscendo soddisfatto dall’aula.

Ma è il contratto di governo Lega-5Stelle a parlare chiaro sul tema carceri. La risposta al sovraffollamento non sta nella ricerca di pene alternative ma nella costruzione di nuove galere. Eppure, di fronte alla deriva securitaria del governo, Grillo cita proprio i rapporti di Antigone sul problema del sovraffollamento nelle prigioni, sulla questione dei recidivi che sono il 63% del numero dei detenuti, mentre il 13% è già stato in carceri per più di cinque volte per poi chiudere: “La prigione è dannosa per gli individui. La cosa importante per qualsiasi paese civile sarebbe cercare misure alternative al carcere e molto spesso significa accompagnarli verso uno standard di vita accettabile: provare a cercare un’abitazione, cercare alternative nei periodi di disoccupazione, rieducare, far sì che si possa ricreare una vita”.

Insomma, per il fondatore del M5S bisognerebbe “limitare il ricorso alla detenzione e indirizzare il denaro verso lo stato sociale invece che verso lo stato penale”. E Orlando commenta, rivolgendosi al suo successore: “Ministro Bonafede, ci sono molti elementi su cui riflettere”.

 


12 Lug 2018

In un mese oltre 600 morti in mare. “L’Ue ha deciso di lasciarli annegare”

In vista del periodo di picco delle partenze, Medici senza frontiere e Sos Méditerranée chiedono ai governi europei di attivare un sistema dedicato di ricerca e soccorso nel Mediterraneo. “Lasciare la responsabilità alla Guardia costiera libica porterà solo nuovi morti”. A fine luglio l’Aquarius torna in mare

12 luglio 2018

BOLOGNA – Nell’ultimo mese, oltre 600 persone, tra cui neonati e bambini, sono annegate nel tentativo di attraversare il Mediterraneo, di cui almeno 410 in acque internazionali tra Malta, Italia e Libia. Il dato rappresenta la metà dei morti in mare del 2018 (dati Ufficio migrazione delle Nazioni Unite, Oim). Il motivo? Non c’erano navi di soccorso delle organizzazioni non governative attive nelle operazioni di ricerca e soccorso a causa alla decisione del ministro degli Interni italiano di fermare le navi, negando loro l’attracco nei porti del Paese, a partire dalla Aquarius (gestita da Medici senza frontiere e Sos Méditerranée).
“Le decisioni politiche dell’Europa nelle ultime settimane hanno avuto conseguenze letali – ha detto Karline Kleijer, responsabile delle emergenze per Msf – È stata presa la decisione a sangue freddo di lasciare annegare uomini, donne e bambini nel Mediterraneo. È vergognoso e inaccettabile”. E ha aggiunto: “Invece di ostacolare deliberatamente un’assistenza medica e umanitaria salvavita a persone in pericolo, i governi europei devono attivare un sistema dedicato di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale”.

Si sta avvicinando il periodo di picco delle partenze e salvare vite deve essere la priorità più urgente”, sottolineano le due ong. “Trafficanti senza scrupoli, che non hanno considerazione per la vita umana, continuano a mettere in pericolo le persone usando barconi precari e inadatti alla traversata. Deve esserci un sistema adeguatamente equipaggiato e pienamente operativo per salvare vite umane nel Mediterraneo. Fino a quando questo sistema non sarà attivo, le navi di soccorso umanitarie hanno un ruolo vitale per fornire assistenza alle persone in mare e prevenire morti inutili. Le ong dovrebbero poter utilizzare i porti sicuri più vicini per le operazioni di soccorso, compresi sbarchi e rifornimenti”. Nelle scorse settimane, era stata Malta a negare alla Aquarius l’attracco nel porto di La Valletta per il rifornimento e il cambio equipaggio e la nave aveva dovuto ripiegare su Marsiglia, aggiungendo altri giorni di navigazione. Attualmente si trova ancora a Marsiglia e ritornerà in mare alla fine di luglio.

Le persone continuano a fuggire dalla Libia indipendentemente dalla presenza di navi di soccorso: “Violenza, povertà e conflitti continuano a spingere le persone a rischiare la propria vita e quella dei propri bambini”. Msf e Sos Méditerranée accusa i governi europei di “essere consapevoli dei livelli di violenza e sfruttamento subiti da rifugiati, richiedenti asilo e migranti in Libia” e nonostante questo di “essere determinati a impedire alle persone di raggiungere l’Europa, a qualunque costo”. Inoltre, aggiungono: “Una componente chiave della strategia di chiudere il Mediterraneo è equipaggiare, formare e supportare la Guardia costiera libica per intercettare le persone in mare e riportarle in Libia, dal momento che navi non libiche non possono riportare le persone in Libia perché il Paese non è riconosciuto come porto sicuro. Le persone soccorse in acque internazionali nel Mediterraneo non devono essere riportate in Libia, devono essere condotte in un porto sicuro, come previsto dal diritto internazionale e marittimo”. Secondo le due ong, nel 2018 la Guardia costiera libica supportata dall’Ue ha intercettato circa 10 mila persone, portandole in centri di detenzione in Libia senza considerare le conseguenze per la vita e la salute delle stesse. Delegare alla Guardia costiera libica tutta la responsabilità della ricerca e soccorso nel Mediterraneo porterà soltanto nuove morti”.

“La decisione politica di chiudere i porti allo sbarco delle persone soccorse in mare e la totale confusione creata nel Mediterraneo centrale hanno aumentato la mortalità sulla rotta migratoria più letale del mondo – ha detto Sophie Beau, vicepresidente di Sos Méditerranée –. L’Europa ha la responsabilità di queste morti sulla propria coscienza. I governi europei devono reagire immediatamente e garantire che il diritto internazionale marittimo e umanitario, che prescrive l’obbligo del soccorso in mare, sia pienamente rispettato”. (lp)

Tratto da Redattore Sociale 12 luglio 2018


Migranti. L’autogol di Matteo Salvini sui Paesi in guerra

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di Luca Bottura

 

La Repubblica, 12 luglio 2018

 

Quanti dei 67 migranti imbarcati sulla Diciotti e bloccati a lungo in mare da Matteo Salvini provengono da territori di guerra? Messa così, sembra una domanda neutra. Al netto del fatto che chi scappa da dittature o carestie debba essere considerato profugo di serie B. Chissà perché. Ma se la questione viene posta dal Ministro della Paura in persona, sul proprio account Facebook, in un profluvio di punti interrogativi (tre di fila) ecco che diventa un quesito retorico di cui i fan del Capitano conoscono già la risposta: nessuno. Ecco, no.

Prendendo per buone, e ci vuole un po’ di impegno, le nazionalità che lo stesso Salvini comunica ai suoi follower, quasi tutti scappano da conflitti e/o persecuzioni. I 23 pakistani sono potenziale carne da cannone di due guerre civili, di Al Qaeda, dell’Isis e di altre 24 gruppi terroristici. Idem l’Algeria, il cui meridione è tuttora nelle mire di quel che resta di Daesh. Così la Libia, con la sua tremula democrazia.

Il Ciad se la vede con Boko Haram. In Sudan c’è appena stato un genocidio. L’Egitto è quel bel posto in cui il governo fa sparire gli oppositori in carcere o peggio. Anche italiani. La Palestina è in guerra permanente che fa da detonatore a tutte le altre. E via dicendo. In un elenco da cui restano fuori solo un paio di Paesi su tredici rappresentati. Quindi, la risposta corretta alla domanda di Salvini è “quasi tutti”. Ma questo non conta nulla. La sua raffinatissima strategia mediatica, che disintermedia l’informazione e la trasforma sempre e comunque in propaganda social, è un muro di gomma che rimbalza ogni ragionamento. Parla ai convertiti. Solidifica i loro pregiudizi. Scarica coscienze. Così come a suo tempo è stata creata un’emergenza migranti inesistente, il dato oggettivo che i profughi siano realmente profughi è destinato a non fare breccia.

Aggredirebbe un caposaldo dell’altra balla salviniana, quella con cui i cattivisti si lavano le coscienze: noi non siamo razzisti, noi accogliamo a braccia aperte solo chi vive una reale emergenza. Bugie. Cui il residuo di forze progressiste, quando si sarà rialzato dal lettino dello psicanalista, e avrà smesso di delegare l’opposizione ai benemeriti che si incatenano davanti ai Ministeri, dovrebbe opporre una campagna di realtà. Ho anche il titolo: “La scomparsa dei fatti”. Non è inedito. Ma immagino che l’inventore non si adonterà del prestito: è per una causa di verità.

 


Che vuol dire “umanitario”

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di Melania Mazzucco

 

La Repubblica, 12 luglio 2018

 

L’aggettivo “umanitario” ricorre sulle labbra di i tutti, dopo la diffusione della circolare del ministro dell’Interno, che mira alla limitazione della concessione dei permessi di soggiorno per motivi, appunto, “umanitari”. I numeri di questi permessi sono saliti costantemente negli ultimi anni, fino a raggiungere percentuali non irrilevanti: è stato calcolato che nel 2016 nella Ue ne hanno beneficiato 48 mila persone (dati Eurostat).

La formula della protezione umanitaria di cui si discute è stata commentata, spiegata e ora è in qualche modo nota: ma si pensa poco al significato letterale del termine. Il cui ambito è più filosofico, etico e sociale che giuridico. Dunque a me pare più utile provare a capovolgere il discorso. Più che discutere se abbia diritto a questo tipo di protezione minore e residuale chi ha subìto vessazioni nella propria infanzia diseredata in un Paese africano o asiatico, chi è stato torturato in Libia, chi è malato o semplicemente giovane, chi fugge da Stati instabili, dove la violenza è endemica, i diritti nulli, le prospettive di lavoro scarsissime, la precarietà dell’esistenza un dato di fatto, e nemmeno se l’aver iniziato un percorso di integrazione in Italia debba essere premiato, come è stato finora, oppure d’ora in avanti punito per scoraggiare imitazioni, vorrei provare a capire cosa significa per uno Stato – e dunque per noi – concedere oppure offrire protezione umanitaria. E se lo facciamo realmente.

“Umanitario” – recitano i dizionari – significa animato da sentimenti di solidarietà umana; che pensa o opera secondo principi di generosità, carità, amore verso il prossimo, eccetera; che si adopera per promuovere il benessere dell’umanità e si prefigge il miglioramento delle condizioni morali e materiali dell’uomo.

Ora, uno Stato che negli ultimi anni ha lodevolmente concesso migliaia di permessi di soggiorno per motivi umanitari dovrebbe poi attuarne le premesse. Cioè premurarsi di essere in grado di realizzare quei miglioramenti delle condizioni morali e materiali degli uomini e delle donne che ha accolto.

Quindi, prima di creare una gerarchia delle disgrazie e delle malattie e relativi premi, dovrebbe chiedere a se stesso ciò che chiede al richiedente protezione internazionale. Applicare insomma il principio di reciprocità e condivisione, che è alla base del patto fra loro: il dovere di accertare la veridicità del racconto spetta all’esaminatore come al richiedente. La valutazione di ogni richiesta di asilo si basa, infatti, su alcuni principi generali, accettati da tutti, per quanto essi possano essere discutibili (e dovrebbero forse esserlo).

E cioè: il soggetto deve fare dichiarazioni coerenti, presentare elementi plausibili a supporto delle sue motivazioni ed essere nel complesso credibile. Altrettanto dovrebbe fare lo Stato, che poi siamo noi. Essere coerente, plausibile e credibile. Nella realtà, invece, è incoerente, poco plausibile e spesso non credibile.

A volte delega a operatori non competenti, quando non speculatori, l’assistenza che promette, non applica gli stessi criteri di giudizio, non garantisce le stesse possibilità. Decine di migliaia di persone che hanno ottenuto il permesso di soggiorno biennale per motivi umanitari non entrano nel circuito di accoglienza o ne escono prima di aver trovato un lavoro, un alloggio, una stabilità fisica e psichica di qualunque tipo, finendo abbandonate a se stesse e alimentando negli italiani, testimoni della loro deriva, l’impressione catastrofica di un destino di marginalità sociale e permanente bisogno su cui è facile speculare.

Piuttosto che auspicare restringimenti che la legge italiana stessa, come dimostrano innumerevoli sentenze dei tribunali di tutta Italia, renderebbe poi inattuabili, bisognerebbe perciò lavorare per costruire reali percorsi di recupero e inserimento di persone oggettivamente fragili, traumatizzate e danneggiate. I fondi dell’Ue già alimentano progetti di questo tipo – destinati a vittime della tratta, di schiavitù, tortura, o in stato di disagio psichico – che stanno dando risultati positivi, benché di essi, per ipocrisia e convenienza, poco o per nulla si parli. Solo così la protezione umanitaria – di cui una parte consistente degli italiani si vanta, come fosse nostra specificità, conseguenza dei valori di attenzione verso gli ultimi che la cultura cristiana, quella progressista e comunista ci hanno tramandato – avrà davvero un significato e non sarà, come in fondo è stato finora, un grimaldello giuridico per sopperire all’impossibilità di immigrare legalmente, né la scappatoia dei cuori di fronte all’incontenibile disumanità della storia.

 


5 Lug 2018

Il 14 luglio tutti a Ventimiglia per “tornare a respirare”

Il 14 luglio tutti a Ventimiglia per “tornare a respirare”

 

14 luglio a Ventimiglia. Ora il Progetto 20K chiama a una grande manifestazione a Ventimiglia, il 14 luglio (data di qualche rilievo simbolico, non solo in Francia). È la prima manifestazione attorno a un confine in Italia nel tempo del “governo Salvini”. È una formidabile occasione per cominciare a mettere in campo le forze che, dobbiamo crederlo, rovesceranno quel governo. Ho scritto “cominciare”, ma in realtà la manifestazione di Ventimiglia non è certo un “inizio” in senso assoluto. Si collega in primo luogo alle lotte dei migranti, nei campi e nelle città, nei centri di detenzione e nei magazzini della logistica; si collega alla rabbia per l’omicidio di Soumaila Sacko, ai cortei con lo slogan #primaglisfruttati a Roma e a Reggio Calabria (il 16 e il 23 giugno), ma anche alle città solidali che da Palermo a Napoli, da Barcellona a Berlino chiedono a gran voce l’apertura di porti e frontiere. Si collega più in generale ai movimenti e alle lotte di tutti coloro che rifiutano di vedere rinchiuse le loro vite, i loro sogni e i loro desideri nella prigione della nazione

Nel Mediterraneo, insieme a una moltitudine di donne e uomini migranti, naufraga l’Europa. Non è un’affermazione generica, non dimentichiamo che l’Europa – come scriveva Frantz Fanon nel 1961 – “non ha mai smesso di parlare dell’uomo mentre lo massacrava dovunque lo incontrasse, a ogni angolo di strada, a ogni angolo del mondo”. Certo, nel Mediterraneo oggi sembrano inabissarsi le molte storie europee tessute dalle lotte per l’uguaglianza e per la libertà, le storie insorgenti della solidarietà fra gli sfruttati, della democrazia radicale, del socialismo, dell’anarchia e del comunismo. Ma quel mare che gli antichi romani chiamavano “nostro” è anche lo specchio della crisi forse definitiva di uno specifico progetto di integrazione continentale, avviato all’indomani della seconda guerra mondiale e poi sfociato nella nascita dell’Unione Europea nel 1993.

C’è forse qualcosa di cui rallegrarsi in questa crisi? Non sembra che il “ritorno della nazione” – non solo in Paesi come l’Italia, l’Austria o l’Ungheria, ma più in generale nella congiuntura globale che stiamo vivendo – sia destinato a mettere in discussione il “neo-liberalismo” che abbiamo criticato nelle politiche dell’Unione Europea. Al contrario, la sovranità rivendicata dalla nazione si mostra tanto feroce contro i poveri e gli estranei quanto spettrale di fronte al capitale finanziario e accondiscendente al cospetto delle retoriche e dei processi che puntano all’intensificazione dello sfruttamento del “capitale umano” di popolazioni impoverite e impaurite da anni di crisi.

Il violento disciplinamento che si impone sui corpi e sui movimenti dei migranti è una concreta minaccia contro le rivendicazioni di mobilità, di libertà e di autonomia delle donne e dei precari, dei giovani e di tutti i soggetti che non si conformano alla norma della nazione e alle gerarchie che istituisce. Il fatto che Non Una di Meno, il più importante movimento che l’Italia abbia conosciuto negli ultimi due anni (entro una dimensione transnazionale), si sia immediatamente mobilitata in molte città contro la chiusura dei porti mostra che questa minaccia viene ampiamente percepita. E rappresenta una base materiale fondamentale per le lotte dei prossimi mesi.

La militarizzazione del Mediterraneo e il tentativo di approfondire i processi di “esternalizzazione” si pongono in una linea di continuità con il regime di controllo dei confini esterni dell’Unione Europea che ha preso forma sin dai primi anni Novanta dello scorso secolo. Oggi, tuttavia, pattugliamenti e respingimenti sembrano rappresentare l’unica logica nel controllo dei confini, mentre a lungo avevano costituito soltanto un aspetto di un più complesso dispositivo che determinava un processo di inclusione differenziale e gerarchica dei migranti. C’è da dubitare che questa politica di chiusura radicale possa stabilizzarsi sul lungo periodo in un continente che – per ragioni economiche e “demografiche” – non può fare a meno della migrazione.

Ventimiglia, da questo punto di vista, è un luogo emblematico di molte dimensioni della crisi che stiamo vivendo. La pressione sul confine italo-francese di migliaia di profughi e migranti approdati nel Sud del Paese ha assunto spesso – sin dalle proteste dei Balzi Rossi nell’estate del 2015 – i caratteri di un’esplicita rivendicazione politica del diritto di mobilità in Europa. A questa pressione il governo francese ha risposto con una politica di assoluta chiusura e spesso con la violenza della gendarmeria. Il governo municipale di Ventimiglia, per parte sua, si è distinto per una serie di ordinanze con l’obiettivo di allontanare i migranti dalla città e di criminalizzare forme elementari di solidarietà. La criminalizzazione della solidarietà ha colpito del resto sui due lati del confine i tanti uomini e le tante donne che hanno prestato soccorso ai migranti, aiutandoli a passare la frontiera attraverso i monti della Val Roja. Un nuovo maquis (come veniva definito in Francia il movimento di resistenza e di liberazione durante la Seconda guerra mondiale) ha preso forma attorno a Ventimiglia, collegandosi alle migliaia di attivisti e attiviste che in questi tre anni si sono battuti in città contro la chiusura del confine e a fianco dei migranti.

Ora il Progetto 20K chiama a una grande manifestazione a Ventimiglia, il 14 luglio (data di qualche rilievo simbolico, non solo in Francia). È la prima manifestazione attorno a un confine in Italia nel tempo del “governo Salvini”. È una formidabile occasione per cominciare a mettere in campo le forze che, dobbiamo crederlo, rovesceranno quel governo. Ho scritto “cominciare”, ma in realtà la manifestazione di Ventimiglia non è certo un “inizio” in senso assoluto. Si collega in primo luogo alle lotte dei migranti, nei campi e nelle città, nei centri di detenzione e nei magazzini della logistica; si collega alla rabbia per l’omicidio di Soumaila Sacko, ai cortei con lo slogan #primaglisfruttati a Roma e a Reggio Calabria (il 16 e il 23 giugno), ma anche alle città solidali che da Palermo a Napoli, da Barcellona a Berlino chiedono a gran voce l’apertura di porti e frontiere. Si collega più in generale ai movimenti e alle lotte di tutti coloro che rifiutano di vedere rinchiuse le loro vite, i loro sogni e i loro desideri nella prigione della nazione.

I can’t breathe, “non respiro”, sono state le ultime parole di Eric Garner, l’afroamericano assassinato dalla polizia a New York il 17 luglio del 2014. Quelle parole sono diventate uno degli slogan di Black Lives Matter, delle mobilitazioni contro la violenza razzista della polizia negli Stati Uniti. Possono diventare l’urlo collettivo di un movimento di liberazione, in Italia e in Europa. Per passare dalla resistenza e dalla solidarietà all’affermazione di un altro modo di cooperare, di lottare e di vivere insieme. A partire dal 14 luglio, a Ventimiglia.

FONTE: Sandro Mezzadra, IL MANIFESTO


Gioco d’azzardo, nel 2017 gli italiani hanno speso 103 miliardi, solo 10 andati all’erario

Adriana Pollice • 4/7/2018

Mancati introiti per lo Stato e per le tv e radio private. Tremano anche le squadre di calcio

«Siamo il primo paese dell’Unione europea che dice stop alla pubblicità del gioco d’azzardo. Lo avevamo promesso e lo abbiamo fatto» esultava ieri il vicepremier Luigi Di Maio illustrando il Dl dignità. «Migliaia di famiglie sono finite sul lastrico – ha proseguito con la stampa -. Smettiamola con i messaggi subliminali, con i testimonial famosi che sponsorizzano questi brand. Il gioco legale serve a non far cadere tutto il settore nel mondo illegale, ma non è detto che si debba sponsorizzarlo come stiamo facendo, a discapito della spesa sanitaria e della dignità delle persone».

Il calo degli introiti per lo Stato si farà sentire a partire dal 2019 e per compensare si spera nel contrasto al gioco illegale «che ci permetterà di drenare soldi» nelle casse pubbliche, aggiunge Di Maio.

Il testo prevede il blocco della pubblicità, anche indiretta, comunque effettuata e su qualunque mezzo, incluse le manifestazioni sportive, culturali o artistiche, le sponsorizzazioni e tutte le altre forme di comunicazione promozionale. Sono però escluse dal divieto le lotterie nazionali e i giochi gestiti dall’Agenzia dei monopoli.

Ogni violazione sarà punita con sanzioni del 5% sul valore della sponsorizzazione e, in ogni caso, non inferiore a un importo minimo di 50 mila euro. I proventi delle multe sono destinati al fondo per il contrasto alle ludopatie. I contratti già siglati scadranno obbligatoriamente entro il 30 giugno 2019.

Beppe Grillo ha dato il suo placet: «Viviamo in mondo strano. È vietato farsi una canna, ma ci si può giocare tutti i risparmi, vendersi casa e perdere ogni affetto». Se le associazioni dei consumatori plaudono alla norma e, anzi, il Codacons vorrebbe estenderla anche all’Agenzia dei Monopoli, gli operatori del Sistema Gioco Italia chiedono una riforma concertata con il settore.

I dati sulle ludopatie sono allarmanti. I 5 Stelle citano uno studio effettuato da Maurizio Fiasco: l’azzardo ha un moltiplicatore economico negativo in termini di depressione dei consumi, di mancati stimoli alla produzione e distruzione di opportunità d’impiego, più si allarga e meno l’economia reale cresce.

Secondo il ministero della Salute, i giocatori problematici sono tra l’1,5% e il 3,8% della popolazione, cui si aggiunge il 2,2% di giocatori patologici. Almeno 900mila persone, dunque, affette da una patologia. Eppure in cura presso le Asl risultano appena in 7mila. Nel 2017 gli italiani hanno speso complessivamente, tra slot machine, gratta e vinci e gaming online, oltre 102 miliardi di euro, 10,3 miliardi sono andati all’erario.

Tra il 2000 e il 2016, la raccolta complessiva da giochi è aumentata di cinque volte, passando da 20 a circa 96 miliardi di euro. Le entrate erariali nel 2016 sono state circa 10 miliardi, corrispondente allo 0,6% del Pil e a oltre il 2% delle entrate complessive.

L’altra faccia sono gli effetti del gioco d’azzardo. Lo studio dell’Università Bicocca di Milano ha analizzato i dati del 2014: la raccolta relativa al gioco pubblico è stata di 84,5 miliardi, di cui 7,9 miliardi sono andati all’erario. Sono stati oltre 1,2 milioni i giocatori problematici, i soli costi sanitari hanno raggiunto i 60 milioni di euro, correlati alla perdita di lavoro e mancata produttività, suicidi e divorzi, problemi legali. L’azzardo, inoltre, è una delle principali cause che spinge persone e imprese a indebitarsi con gli usurai.

Oltre all’erario, i mancati introiti da pubblicità colpiranno soprattutto televisioni e radio private (in Rai è vietato). Mediaset, in particolare, gestisce il 50% del budget annuale del gioco d’azzardo sui media tradizionali. Nelle radio gli investimenti sono aumentati esponenzialmente a partire dal 2016.

Sarà un problema anche per le squadre di calcio, che tremano per i loro conti. La Lega Serie A in una nota spiega che nella stagione 2017/2018 dodici società hanno sottoscritto un accordo di partnership con aziende del comparto betting.

«Tra il 2008 e il 2017, gli investimenti sui sei maggiori campionati europei da parte delle società di giochi è stato pari a 633 milioni di dollari. Lo stato italiano perderebbe, nei prossimi tre anni, sino a 700 milioni di gettito proprio come conseguenza del divieto per questa tipologia di advertising» conclude la Lega chiedendo di riaprire il confronto.

FONTE: Adriana Pollice, IL MANIFESTO


L’appello ai giornalisti: rompiamo il silenzio sull’Africa

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di Alex Zanotelli*

 

Il Dubbio, 4 luglio 2018

 

Rompiamo il silenzio sull’Africa. Non vi chiedo atti eroici, ma solo di tentare di far passare ogni giorno qualche notizia per aiutare il popolo italiano a capire i drammi che tanti popoli africani stanno vivendo. Scusatemi se mi rivolgo a voi in questa torrida estate, ma è la crescente sofferenza dei più poveri ed emarginati che mi spinge a farlo.

Per questo, come missionario e giornalista, uso la penna per far sentire il loro grido, un grido che trova sempre meno spazio nei mass- media italiani, come in quelli di tutto il modo del resto. Trovo infatti la maggior parte dei nostri media, sia cartacei che televisivi, così provinciali, così superficiali, così ben integrati nel mercato globale. So che i mass-media, purtroppo, sono nelle mani dei potenti gruppi economico- finanziari, per cui ognuno di voi ha ben poche possibilità di scrivere quel- lo che veramente sta accadendo in Africa.

Mi appello a voi giornalisti/ e perché abbiate il coraggio di rompere l’omertà del silenzio mediatico che grava soprattutto sull’Africa. È inaccettabile per me il silenzio sulla drammatica situazione nel Sud Sudan (il più giovane stato dell’Africa) ingarbugliato in una paurosa guerra civile che ha già causato almeno trecentomila morti e milioni di persone in fuga. È inaccettabile il silenzio sul Sudan, retto da un regime dittatoriale in guerra contro il popolo sui monti del Kordofan, i Nuba, il popolo martire dell’Africa e contro le etnie del Darfur.

È inaccettabile il silenzio sulla Somalia in guerra civile da oltre trent’anni con milioni di rifugiati interni ed esterni. È inaccettabile il silenzio sull’Eritrea, retta da uno dei regimi più oppressivi al mondo, con centinaia di migliaia di giovani in fuga verso l’Europa. È inaccettabile il silenzio sul Centrafrica che continua ad essere dilaniato da una guerra civile che non sembra finire mai. È inaccettabile il silenzio sulla grave situazione della zona saheliana dal Ciad al Mali dove i potenti gruppi jihadisti potrebbero costituirsi in un nuovo Califfato dell’Africa nera. È inaccettabile il silenzio sulla situazione caotica in Libia dov’è in atto uno scontro di tutti contro tutti, causato da quella nostra maledetta guerra contro Gheddafi.

È inaccettabile il silenzio su quanto avviene nel cuore dell’Africa, soprattutto in Congo, da dove arrivano i nostri minerali più preziosi. È inaccettabile il silenzio su trenta milioni di persone a rischio fame in Etiopia, Somalia, Sud Sudan, nord del Kenya e attorno al Lago Ciad, la peggior crisi alimentare degli ultimi 50 anni secondo l’Onu. È inaccettabile il silenzio sui cambiamenti climatici in Africa che rischia a fine secolo di avere tre quarti del suo territorio non abitabile. È inaccettabile il silenzio sulla vendita italiana di armi pesanti e leggere a questi paesi che non fanno che incrementare guerre sempre più feroci da cui sono costretti a fuggire milioni di profughi. (Lo scorso anno l’Italia ha esportato armi per un valore di 14 miliardi di euro!). Non conoscendo tutto questo è chiaro che il popolo italiano non può capire perché così tanta gente stia fuggendo dalle loro terre rischiando la propria vita per arrivare da noi.

Questo crea la paranoia “dell’invasione”, furbescamente alimentata anche da partiti xenofobi. Questo forza i governi europei a tentare di bloccare i migranti provenienti dal continente nero con l’Africa Compact, contratti fatti con i governi africani per bloccare i migranti. Ma i disperati della storia nessuno li fermerà. Questa non è una questione emergenziale, ma strutturale al sistema economico-finanziario. L’Onu si aspetta già entro il 2050 circa cinquanta milioni di profughi climatici solo dall’Africa.

Ed ora i nostri politici gridano: “Aiutiamoli a casa loro”, dopo che per secoli li abbiamo saccheggiati e continuiamo a farlo con una politica economica che va a beneficio delle nostre banche e delle nostre imprese, dall’Eni a Finmeccanica. E così ci troviamo con un Mare Nostrum che è diventato Cimiterium Nostrum dove sono naufragati decine di migliaia di profughi e con loro sta naufragando anche l’Europa come patria dei diritti.

Davanti a tutto questo non possiamo rimanere in silenzio. (I nostri nipoti non diranno forse quello che noi oggi diciamo dei nazisti?). Per questo vi prego di rompere questo silenzio- stampa sull’Africa, forzando i vostri media a parlarne. Per realizzare questo, non sarebbe possibile una lettera firmata da migliaia di voi da inviare alla Commissione di sorveglianza della Rai e alla grandi testate nazionali? E se fosse proprio la Federazione nazionale stampa italiana (Fnsi) a fare questo gesto?

Non potrebbe essere questo un’Africa Compact giornalistico, molto più utile al Continente che non i vari Trattati firmati dai governi per bloccare i migranti? Non possiamo rimanere in silenzio davanti a un’altra Shoah che si sta svolgendo sotto i nostri occhi. Diamoci tutti/ e da fare perché si rompa questo maledetto silenzio sull’Africa.

 

*Missionario italiano della Comunità dei Comboniani

 


Migranti. Muore il 9% di chi parte, il dato record dell’ultimo mese

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di Federico Fubini

 

Corriere della Sera, 4 luglio 2018

 

Nell’ultimo mese si registra il terzo più alto numero di morti e scomparsi in mare da quando due anni e mezzo fa le agenzie internazionali hanno iniziato a tenere i conti. Per chi si imbarca in cerca di un futuro in Europa, non era mai stato tanto probabile morire in mare durante la traversata dalla Libia.

Né erano mai state tanto più frequenti le partenze in giugno, da quando esistono dati credibili, rispetto a quelle di maggio. E del resto non era neppure mai stato così alto il numero di migranti che approdano in Spagna, in proporzione a quelli che arrivano in Italia. Nella prima metà dell’anno i flussi sono diventati quasi equivalenti: secondo l’Organizzazione internazionale delle migrazioni, 15.426 sbarchi in Spagna contro 16.585 in Italia. Gli oneri sopportati dai due Paesi sono ormai simili.

Qualcosa di nuovo sta succedendo sulle rotte migratorie, da quando il primo giugno ha giurato al Quirinale il governo di Giuseppe Conte. Solo i prossimi mesi diranno se sia solo una coincidenza tra eventi senza relazione tra loro, o se la svolta sulla rotta del Mediterraneo centrale sia anche effetto del nuovo governo italiano. Di certo non tutte le novità sono rassicuranti, a partire da quelle sui naufragi.

Nell’ultimo mese – soprattutto dalla seconda metà, inclusi i primi due giorni di luglio – si registra il terzo più alto numero di morti e scomparsi in mare da quando due anni e mezzo fa le agenzie internazionali hanno iniziato a tenere i conti. Sono annegati o risultano scomparsi nel Mediterraneo il 9% di coloro che hanno provato la traversata dalla Libia, la quota più alta di sempre. In tutto si tratta di 679 morti. Se n’erano avuti di più solo nel maggio e nel novembre 2016, ma allora le partenze dalle coste libiche erano il doppio o il triplo rispetto a quelle di quest’ultimo giugno.

I dati sono calcolati da Matteo Villa dell’Ispi di Milano sulla base delle cifre fornite dall’Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim) e dall’Alto commissariato per i rifugiati dell’Onu (Unhcr). Mostrano che ogni singola traversata non era mai stata tanto pericolosa, neanche in pieno inverno. Di solito per migranti le probabilità di morire in mare erano state attorno al 2%, ma nelle ultime settimane qualcosa è cambiato: sono quasi sparite dalle acque davanti alla Libia le navi per la ricerca e soccorso delle Organizzazioni non governative. La Aquarius di Sos Méditerranée e di Medici senza frontiere è ferma a Marsiglia dopo il lungo viaggio verso Valencia; la Seefuchs e la Seawatch 3, di due Ong tedesche, sono entrambe bloccate a Malta, mentre la Lifeline si trova lì sotto sequestro. “Da quando le Ong sono state messe nell’impossibilità di lavorare, la minore presenza di navi che pattugliano quelle acque sta rendendo i naufragi più frequenti”, osserva Flavio Di Giacomo dell’Oim.

In teoria la vigilanza dovrebbe essere assicurata da Themis, la missione europea di Frontex nel Mediterraneo, oltre che dalla Guardia costiera libica equipaggiata grazie alle forniture dell’Italia. E in effetti i guardiacoste di Tripoli lavorano a pieno regime: il mese scorso hanno intercettato in mare e riportato verso centri di detenzione in Libia – che raccolgono insieme uomini, donne e bambini – il 51% dei migranti in piena traversata. Ma, appunto, su questo aspetto emerge la seconda novità. Se non gli arrivi in Italia, in forte calo da agosto scorso, senz’altro solo ora le partenze dalla Libia stanno di nuovo aumentando. Erano state 4.500 a maggio e sono oltre 7 mila a giugno, mentre negli anni precedenti i due mesi avevano registrato flussi molto simili. Forse è un segno che sta scricchiolando l’accordo che l’Italia aveva stretto con le tribù libiche di Sabrata. Di certo sta crescendo anche la rotta dal Marocco: nei primi sei mesi del 2018, l’aumento degli sbarchi in Spagna è del 137%. Checché ne dica il ministro dell’Interno Matteo Salvini, oggi una pressione non minore di quella sull’Italia.


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