Rassegna stampa

5 gen 2017

Mauro Palma: «Basta logiche emergenziali per i migranti»

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La nostra Africa. Mauro Palma, Garante dei detenuti, vuole poter ispezionare anche i Cas come Cona. Entro gennaio visiterà Hotspot e Cie. Ma negli Hub non c’è autorità a cui appellarsi

Rachele Gonnelli, il manifesto • 5 Gen 17

Si appresta a partire per ispezionare tutti e cinque i Cie esistenti (Caltanissetta, Bari, Roma-Ponte Galeria, Torino e Brindisi) e tutti e quattro gli Hotspot (Lampedusa, Pozzallo,Taranto e Trapani), Mauro Palma, presidente del collegio del Garante nazionale delle persone detenute e private della libertà personale. «Li voglio visitare tutti entro gennaio», annuncia. Ma dopo la rivolta di Cona non vorrebbe limitarsi a questi, vorrebbe mettere il naso nelle altre mega strutture per migranti.

Nei cosiddetti Hub o Cpa, i centri di prima accoglienza, e nei Cas, cioè centri di accoglienza straordinari, lei non ha competenza, vorrebbe visitare anche quelli?

Sì, teoricamente la competenza del Garante è vincolata alle condizioni di privazione della libertà personale com’è nei Cie e negli Hotspot finché le procedure di fotosegnalazione e smistamento non sono espletate, e nei voli di rimpatrio non volontari. Ma sono intenzionato ad aprire un confronto dialettico con il ministero dell’Interno per quanto riguarda le strutture meno definite formalmente come questi Hub. Lì, anche se i migranti possono uscire nelle ore diurne, le restrizioni della libertà sono in ogni caso talmente condizionanti per i soggetti da poter essere assimilate alla privazione della libertà. Ho degli argomenti per sostenere questa tesi.

Quali?

In Francia fino al ’95 in strutture paragonabili ai nostri Cie non era ammessa l’autorità dei comitati anti tortura, che hanno competenze simili a quelle del Garante, perché, si diceva, il soggetto è sempre libero di comprarsi un biglietto e tornarsene indietro. La Corte di Strasburgo nel ’95 ha ribaltato questo indirizzo. E poi è interesse anche dell’istituzione che ci sia un organismo di controllo sulla vita interna di queste strutture come sulle cooperative che le gestiscono.

Hotspot, Hub, Cas: non è proprio chiaro cosa siano dal punto di vista giuridico. Ha difficoltà di inquadramento normativo per i suoi interventi?

La gestione delle strutture per migranti è ancora legata a una logica emergenziale mentre si dovrebbe passare a una situazione strutturale, molto più definita. La differenza è fortissima. Di fronte a un evento inatteso come la cosiddetta «Emergenza Nordafrica» del 2011, era comprensibile che il quadro presentasse sfumature e anche ambiguità, altro conto è attrezzarsi alla gestione di un flusso migratorio che è strutturale. È chiaro che serve un quadro normativo più solido, che preveda, ad esempio, la possibilità di appellarsi a una autorità terza. Non solo per quanto riguarda la domanda di asilo ma anche di fronte a condizioni indecorose di permanenza nei centri. Nei Cie c’è una competenza limitata, diciamo una tutela debole, del giudice di pace ma nelle altre strutture non c’è a chi appellarsi. E non va bene. Ora, negli Hotspot i paesi nordeuropei avrebbero voluto, per accelerare le identificazioni, che le procedure di rilevamento potessero essere anche forzate e l’Italia, giustamente, si è rifiutata. A causa di Dublino, com’è noto, molti richiedenti asilo non vogliono essere registrati in Italia. Si cerca di convincerli, è così che funziona nei nostri Hotspot. Ma quanto tempo possono essere trattenuti in questo tentativo di convincimento? Tre mesi o tre giorni? Non è specificato. Ecco come una decisione condivisibile dentro una logica emergenziale diventa non condivisibile.

Ma lei, come Garante, come può intervenire?

Il Garante può operare un controllo di regolarità, sia sulla vivibilità interna ai centri, sia sui ricorsi e i diritti dei soggetti, sia sulla gestione delle strutture. Direi che questi interventi possono essere rubricati come limitazione del danno. La questione di maggior rilievo è però aprire una interlocuzione con il Viminale e ora anche con l’Anci. E devo dire che finora il ministero appare più sensibile rispetto a certi Comuni. Non ci possono essere grandi concentrazioni come quella di Cona. Mettere 1.340 persone in un territorio fatto di piccoli borghi non funziona. Le grandi strutture soddisfano una funzione meramente contenitiva ma non sono controllabili all’interno né sicure, al contrario dei piccoli insediamenti diffusi, così un Paese grande come il nostro può largamente gestire il flusso attuale di profughi.

Le sembra corretta la ripartizione tra migranti economici, da espellere sempre più in fretta, e rifugiati e profughi, da accogliere?

Esiste una tripartizione: profugo di guerra – con asilo praticamente automatico -, soggetto a rischio individuale, emblematico il caso di chi è perseguitato nel suo paese in quanto omosessuale, e il «migrante economico». Si può accettare che le tre tipologie abbiano trattamenti più e meno agevolati ma che il terzo gruppo sia l’unico trattato con totale intransigenza, destinatario di nessuna possibilità, no, non funziona.


4 dic 2016

Rapporto Censis. Il millennial è finito al tappeto

Rapporto Censis. Mai redditi così bassi per gli under 25, che riescono a trovare solo «lavoretti»: è il post-terziario. Dilagano i voucher, mentre le famiglie dell’ultima generazione guadagnano poco più della metà di quelle più anziane

Roberto Ciccarelli, il manifesto • 3 Dic 16

L’economia dei «lavoretti» è il presente. Giovani, e meno giovani, non lavorano tutti attraverso le piattaforme digitali o pedalando come i ciclo-fattorini di Foodora, ma sono in molti (1 milione e 380 mila persone) a essere stati pagati almeno una volta con un voucher, ad avere guadagnato uno scampolo di reddito da quella che il 50esimo rapporto del Censis – presentato ieri a Roma al Cnel – definisce il «sommerso post-terziario».

IL JOBS ACT, l’inesausta richiesta di flessibilità e bassi redditi imposti dalle imprese, l’abbattimento dei costi previdenziali ai danni dei precari stanno alimentando un’economia delle occupazioni neo-servili, junk work, o occupazioni tradizionali a basso contenuto professionale reinventate nei nuovi canali del taylorismo digitale. Per Giuseppe De Rita – giunto all’ultima presentazione del rapporto, così ha detto al termine della sua relazione – siamo entrati nella «seconda era del sommerso post-terziario». Non un «sommerso di lavoro», né un «sommerso di impresa» ma un «sommerso dei redditi» dove proliferano figure labili e provvisorie, soprattutto tra i giovani che vivono sulla soglia tra formazione e lavoro, tra precariato e impieghi gratuiti.

È IN QUESTO CONTESTO che il Censis parla di «Ko economico dei millennials» che hanno «un reddito inferiore del 15,1% rispetto alla media dei cittadini» e una ricchezza familiare che, per i nuclei under 35, è quasi la metà della media (-41,2%). Nel confronto con venticinque anni fa, rispetto ai loro coetanei di allora, gli attuali giovani hanno un reddito inferiore del 26,5% (periodo 1991-2014), mentre per la popolazione complessiva il reddito si è ridotto solo dell’8,3% e per gli over 65 anni è aumentato del 24,3%. La ricchezza degli attuali «millennials» è inferiore del 4,3% rispetto a quella dei loro coetanei del 1991, mentre per gli italiani nell’insieme il valore attuale è maggiore del 32,3% rispetto ad allora e per gli anziani è maggiore dell’84,7%.

In realtà, parlare di «millennials» – ovvero i nati a cavallo dell’inizio del millennio – non coglie l’ampiezza della crisi. Come dimostrano i dati Inps o Istat, la crisi occupazionale e dei redditi ha colpito la fascia anagrafica dei lavoratori under 49 e di certo non risparmia gli over 50 dove tuttavia cresce l’occupazione. Il lavoro povero si è allargato, a macchia d’olio, alle generazioni, a tutte le forme di lavoro, autonomo o dipendente, mentre evaporano le differenze tra i redditi tra ceti medi e classi lavoratrici. L’assenza di un welfare universalistico, oltre che lavori precari e redditi intermittenti, è stata riempita con la rendita familiare, per chi la possiede, e con le pensioni di nonni e genitori. 4,1 milioni di pensionati «hanno prestato ad altri un aiuto economico».

I NUOVI PENSIONATI sono più anziani e possono contare su redditi mediamente migliori come effetto di carriere contributive «più lunghe e continuative». Tra il 2004 e il 2013 è quadruplicato chi è andato in pensione di anzianità con più di 40 anni di contributi (dal 7,6% al 28,8%). Nell’abbandono della politica, e dello Stato, il «corpo sociale finisce così per assicurarsi la sua primordiale funzione, quella di “reggersi”, anche senza disporre di strutture politiche o istituzionali». Si spiega così il distacco tra «elite» e «popolo», sempre più rinchiusi in se stessi. «Sono destinati a una congiunta alimentazione del populismo», si legge nel rapporto.

IN UN PAESE «RENTIER» che non investe sul futuro, anche perché le politiche di austerità e i tagli alla spesa pubblica non lo permettono si comincia la sharing economy. L’uso e la condivisione dei beni, soprattutto quelli dei trasporti ormai carissimi, permette di soddisfare l’obiettivo prioritario di contenimento delle spese. Stesso discorso vale per la casa e il ricorso diffuso al bed&breakfast «affittato» su Airbnb. Si allarga il divario di classe: tra le famiglie a basso reddito il 58% deve risparmiare, il 28% vorrebbe spendere qualche soldo in più sui consumi.

TRA LE FAMIGLIE BENESTANTI le percentuali sono al 34% e al 46%. La crisi non ha fermato gli acquisti di televisori, smartphone e computer: questi ultimi sono aumentati tra il 2007 e il 2015 del 191,6% e del 41,4%. Grazie a questi strumenti hanno aumentato il loro potere individuale di disintermediazione. Sono gli stessi strumenti che servono per lavorare, come gig-workers nell’economia on demand, o come lavoratori precari o autonomi. O per i consumi: e-commerce (+5,3% rispetto all’anno scorso), home banking (il 3,8%), sharing mobility con le macchine prenotate via app in città o crowdfunding.

La «disintermediazione» permessa dalle nuove tecnologie si coniuga con la ricerca permanente di «redditi». Per il Censis, questo fenomeno è diverso da quello degli anni Settanta che apriva a «una saga di sviluppo industriale e imprenditoriale», quello del capitalismo «molecolare», dei distretti o delle partite Iva nel terziario avanzato. La ricerca, e l’accumulo di redditi poveri e intermittenti, oggi costituisce un’«arma di pura difesa».

La struttura sociale ha subito un dimagrimento delle fonti di reddito, ma anche una contrazione delle professioni. Si svuotano le figure intermedie esecutive, nel settore impiegatizio (-5,1%), la componente operaia, degli artigiani e degli agricoltori (-14,2%).

ALLA BASE DI QUESTE dinamiche, osserva il Censis, esiste una «bolla dell’occupazione a bassa produttività». Più che una bolla, sintomo di eccezionalità, si tratta di una struttura del mercato del lavoro. Al tempo del Jobs Act i contratti a termine sono la maggioranza (il 63,1% sostiene il Censis). I nuovi occupati dall’inizio del 2015 sono associati a una produzione di ricchezza di soli 9.100 euro pro-capite. In mancanza di reddito, è difficile trovare una casa, e si fanno sempre meno figli. In un sondaggio contenuto nella ricerca risulta che per l’83,3% la crisi economica ha avuto un impatto sulla propensione alla natalità rendendo più difficile la scelta di avere figli anche per chi li vorrebbe.


Il coraggio di trattare da esseri umani anche i “cattivi per sempre”

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di Ornella Favero (Direttrice di Ristretti Orizzonti)

 

Ristretti Orizzonti, 3 dicembre 2016

 

Sono ben strani, gli esseri umani, vedono tutto il male degli altri, dimenticano con facilità il proprio. Io non sono credente, ma sono cresciuta con alcuni principi della fede e ricordo bene il Vangelo e quelle parole così ficcanti: “Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati!” e poi ancora “Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio di tuo fratello”.

Non sono naturalmente così ingenua da pensare che non ci debba essere una Giustizia terrena, con le sue condanne e le sue pene, ma sono stanca di vedere le semplificazioni, ampliate e rafforzate da certa informazione, e spacciate per “tutela della sicurezza dei cittadini”, e credo anche che quella trave ce la dobbiamo togliere dagli occhi, altrimenti continueremo a illuderci che “i cattivi” sono solo gli ALTRI, e Noi cittadini onesti non cadremo mai, non sbaglieremo mai. E se magari siamo nati al Nord del nostro Paese, è un merito nostro, e non per certi versi una fortuna.

Ho sentito Francesco Cascini, un magistrato che per anni ha operato in una zona “calda”, la Locride, e ora invece è il Capo del Dipartimento della Giustizia minorile e di Comunità, dire che finché, per esempio, le persone che vivono in certe zone del nostro Paese saranno costrette, se si ammalano, a cercarsi un ospedale decente a nord di Roma, lo Stato non potrà sentirsi la coscienza tranquilla.

In questi giorni Mario Pace, un ergastolano, che da anni sta facendo un percorso, lavora, esce in permesso, partecipa alle attività, è stato denunciato per un traffico di droga, pare per fatti che vanno dal 2011 al 2013. Non sono in grado naturalmente di dire nulla su questa indagine, tranne il fatto che detesto un giornalismo da “colore locale” che dice che dal carcere Pace “coordinava con i ‘pizzini’ l’attività illegale della sua cosca”. Perché allora senza bisogno di scomodare i pizzini bisogna dire che le persone detenute possono scrivere a casa e a chi vogliono, tranne nei rari casi in cui hanno la censura: e allora cosa bisogna fare, farli vivere tutti come bestie, senza affetti e senza umanità, perché uno tradisce la fiducia, e dico forse perché è ancora presunto innocente, e non parlare di tutti quelli che stanno faticosamente ricostruendosi una vita dignitosa e ridando alle loro famiglie la voglia di sperare?

Scrive ancora un quotidiano locale: “Della chiusura della massima sicurezza al Due Palazzi (…) se ne parla dopo l’inchiesta-scandalo su un reparto del carcere padovano trasformato in un supermarket fuorilegge dove tutto aveva un prezzo”. E poi in quello stesso articolo si spara a zero sulla scelta di declassificare alcuni detenuti dell’Alta Sicurezza, che significa farli passare in una sezione di Media Sicurezza, dopo anni, a volte decenni di detenzione. È curioso però che dove si parla di “supermarket fuorilegge” non si dice affatto che quel supermarket era organizzato e gestito da alcuni agenti, e questo non è un sospetto, nel senso che sono già stati processati e condannati. Ma io non ho mai pensato che “gli agenti” sono dei delinquenti, ho pensato, dopo anni in cui gli esseri umani li ho conosciuti, frequentando le carceri, un po’ meglio di quando da cittadina per bene frequentavo solo le persone simili a me, che NOI UMANI siamo anche deboli, cattivi, soggetti a tentazioni, e che questo succede in tutti gli ambienti, anche nella Polizia penitenziaria, di cui però conosco ogni giorno, per la stragrande maggioranza, l’impegno, la serietà, la competenza.

Nei giorni scorsi ho incontrato molti famigliari di quei “mafiosi” rimasti a Padova, che vedendo i loro cari trattati in modo umano hanno riacquistato un po’ di fiducia nelle istituzioni. Il 20 gennaio nella Casa di reclusione di Padova ci sarà una grande Giornata di studi “Contro la pena di morte viva, per il diritto a una pena che non uccida la vita”, in cui saranno proprio figli, mogli, genitori, fratelli e sorelle di persone detenute a parlare di quanto importante sia per loro sapere di essere considerati persone, e non “i figli, i famigliari del mafioso”.

Noi di Ristretti Orizzonti, quando raccontiamo le storie delle persone che hanno scelto la strada della criminalità organizzata, non siamo teneri, non sono tenere le persone stesse, che parlano delle loro scelte disastrose, delle loro responsabilità, della loro incapacità di rispettare anche i loro figli. Allora cosa dobbiamo fare, tornare a considerare tutti dei “mostri” e rinunciare a combattere perché quei “mostri” tornino a riprendersi in mano la loro umanità? Io preservo ancora il ricordo della mia educazione cattolica, che mi insegnava altro, e poi da laica ho continuato a crederci: che una società ha più da guadagnare da una Giustizia attenta agli esseri umani, mite, consapevole dei suoi limiti, che da una Giustizia che i “cattivi” li considera “cattivi per sempre”.


3 dic 2016

Rapporto Censis. Sanità sempre più costosa: 11 milioni rinunciano alle cure

 

Rapporto Censis. Liste d’attesa infinite e strutture obsolete allontanano i cittadini più deboli dagli ospedali, mentre tornano a crescere le spese per l’assistenza privata

Roberto Ciccarelli, il manifesto • 3 Dic 16 •

Gli effetti regressivi delle manovre di contenimento, e di taglio alla spesa sociale, hanno indotto 11 milioni di italiani a rinunciare, o rinviare, nel 2016 alcune prestazioni sanitarie, specialmente odontoiatriche, specialistiche e diagnostiche. Il dato, impressionante, viene riportato anche nel cinquantesimo rapporto Censis.

Gli effetti dell’austerità si riflettono anche nelle infrastrutture ospedaliere la cui offerta si riduce da anni, a cominciare dai posti letto (3,3 per 1.000 abitanti in Italia nel 2013 secondo i dati Eurostat, contro i 5,2 in media dei 28 Paesi Ue, gli 8,2 della Germania e i 6,3 della Francia).

Obsolescenza delle strutture, file d’attesa lunghe mesi anche per esami decisivi, chiusure delle strutture pubbliche. L’insieme di questi fattori ha portato a un nuovo boom della sanità privata. La spesa per curarsi fuori dal pubblico è tornata ad aumentare negli ultimi due anni (+2,4% dal 2014 al 2015), e ha raggiunto nel 2015 i 34,8 miliardi di euro. Poco meno del 24% della spesa sanitaria totale va ai privati, annota il Censis.

Aumenta anche la compartecipazione dei cittadini alla spesa: +32,4% in termini reali dal 2009 al 2015 (con un incremento più consistente della compartecipazione alla spesa farmaceutica: 2,9 miliardi, +74,4%).

Leggere questo rapporto nel giorno in cui la maggioranza dei sindacati dei medici hanno dichiarato uno sciopero generale il prossimo 16 dicembre riporta l’attenzione sulle conseguenze dei tagli sul personale medico e infermieristico. L’accordo del pubblico impiego, siglato tra il governo e i sindacati confederali, non ha per nulla soddisfatto le associazioni professionali, anche quelle della sanità.

«Un topolino di incremento retributivo, pari al costo di due caffè al giorno, che nascerà dalla montagna del fondo per il pubblico impiego non può essere considerato il finanziamento del Ccnl. Tanto più se il governo non ferma lo scippo delle loro risorse contrattuali, a opera di Regioni ed Aziende – scrivono in una nota intersindacale Anaao Assomed, Cimo, Aaroi-Emac, Fvm, Fassid (Aipac-Aupi-Simet-Sinafo-Snr), Fesmed, Anpo-Ascoti-Fials Medici – Se poi tale incremento è destinato, per dirla con il premier, a valorizzare il merito, vuol dire che il nostro, per lui, tanto vale. Di fatto si proroga, solo per noi, un blocco retributivo in vigore da 7 anni, a onta della sentenza della Corte costituzionale».

I tagli hanno provocato, da un lato, il blocco del turn-over che ha imposto di non sostituire i medici in pensione; dall’altro lato, hanno dato origine a un’emigrazione all’estero dei giovani, e meno giovani, professionisti. Un rapporto Anaao Assomed sostiene che nel Regno Unito, secondo i dati del General Medical Council,  i medici italiani che prestano servizio sono più di 3 mila. Oramai siamo a circa 1000 laureati o specialisti che emigrano ogni anno. Altre destinazioni: Francia, Germania, Svezia, Danimarca, Svizzera, Stati Uniti. Nei prossimi dieci anni si prevedono oltre 80 mila pensionamenti attesi e il sistema sanitario pubblico rischia di trovarsi senza gli specialisti. Sono 7.280 solo quelli ospedalieri che possono essere rimpiazzati a causa dell’austerità.


23 nov 2016

Spese militari in crescita: nel 2017 ci costeranno 2,6 milioni di euro all’ora

4 ore fa

Le spese militari in Italia continuano a crescere, nonostante le dichiarazioni contrarie della politica. Nel 2017 l’Italia spenderà almeno 23,4 miliardi di euro: 64 milioni al giorno, lo 0,7% in più rispetto al 2016 e il 2,3% in più rispetto alle previsioni. Lo rivela il primo rapporto dell’Osservatorio Mil€x. Un quarto della spesa militare totale (+10% rispetto al 2016) va in nuovi armamenti. Alle aziende del comparto difesa andrà l’89% degli incentivi alle imprese previsti dal Mise.

«Sulla Difesa non si può più tagliare, dopo che negli ultimi dieci anni le risorse a disposizione sono state ridotte del 27%. Tutto quello che si doveva tagliare si è tagliato, ma ora sul capitolo Difesa è venuto il momento di tornare ad investire»: così ha detto di recente il ministro della Difesa, Roberta Pinotti. In realtà, analizzando i bilanci del suo stesso ministero, fra il 2005 e il 2014, non c’è stato un taglio bensì un aumento delle risorse del 7%: da 19 a 20,3 miliardi, che significa in sostanza che il budget per la Difesa in rapporto al PIL in Italia resta costante, fra l’1,28 e l’1,25% del PIL. E anche nel 2016 c’è stato un aumento del 3,2% (20 miliardi) rispetto al budget 2015 (19,4 miliardi).

Spese militari in aumento, altro che tagli

A mettere in fila con ordine e chiarezza i dati, spesso incomprensibili per i non addetti ai lavori, è il primo rapporto annuale sulle spese militari italiane realizzato dal neonato Osservatorio Mil€x. Mil€x è un progetto lanciato qualche mese fa da Enrico Piovesana e Francesco Vignarca (lo avevamo presentato qui) con la collaborazione del Movimento Nonviolento, nell’ambito delle attività della Rete Italiana per il Disarmo. È uno strumento di monitoraggio indipendente, ispirato ai principi di obiettività scientifica e neutralità politica che, riconoscendo l’esigenza di mantenere efficienti e moderne le nostre forze armate, ritiene nondimeno necessario rendere più trasparenti le spese militari italiane, analizzandone in maniera obiettiva gli aspetti critici inerenti alla loro razionalità, utilità e sostenibilità, in particolare per quanto concerne i programmi di acquisizione di armamenti. Quella di oggi è un’anticipazione (in allegato) dal momento che il primo rapporto annuale verrà pubblicato a gennaio 2017: abbastanza però per farsi per la prima volta un’idea di quanto valgano davvero in Italia le spese militari, al netto delle dichiarazioni delle politica.

Scopriamo così che nell’ultimo decennio le spese militari italiane sono cresciute del 21% (del 4,3% in valori reali) salendo dall’1,2 all’1,4% del PIL: più dell’1,1% dichiarato dalla Difesa. L’andamento storico evidenzia una netta crescita fino alla recessione del 2009 con i governi Berlusconi III e Prodi II, un calo costante negli anni post-crisi del quarto governo Berlusconi, una nuova forte crescita nel 2013 con il governo Monti, una flessione con Letta e il primo anno del governo Renzi e un nuovo aumento negli ultimi due anni.

Nel 2017 le spese militari valgono 2,6 milioni di euro all’ora

Nel 2017 l’Italia spenderà per le forze armate almeno 23,4 miliardi di euro: significa 64 milioni al giorno, 2,6 milioni ogni ora. Significa lo 0,7% in più rispetto al 2016 e il 2,3% in più rispetto alle previsioni contenute nei documenti programmatici governativi dell’anno scorso. Dove vanno questi soldi? Cosa incide? La prima voce riguarda il costo del personale, per via della lentezza con cui viene applicata la riforma Di Paola del 2012, per cui ancora oggi nell’esercito ci sono più comandanti che comandati. Si registrano forti aumenti per le spese dell’operazione ‘Strade Sicure’ (da 80 a 120 milioni di euro) e del trasporto aereo di Stato. Questa voce sale a 25,9 milioni (erano 17,4 nel 2016), di cui 23,5 milioni rappresentati solo dal costo del nuovo Airbus A340 della Presidenza del Consiglio: un aereo utilizzato solo una volta in un anno per una missione di imprenditori italiani a Cuba, il cui costo totale per otto anni (2016-2023) risulta essere di 168,2 milioni (noleggio e assicurazione) più 55 milioni di carburante, per una media di 27,9 milioni all’anno.

15 milioni al giorno per nuovi armamenti: servono davvero?

Un quarto della spesa militare totale però (+10% rispetto al 2016) va in nuovi armamenti. L’Italia per gli armamenti nel 2017 spenderà 5,6 miliardi di euro, 15 milioni al giorno, 600mila euro all’ora. Li pagherà in gran parte il Ministero dello sviluppo economico: nel 2017 l’89% degli incentivi alle imprese del Mise andrà infatti al comparto difesa. La scelta di destinare gran parte dei finanziamenti per le imprese a questo settore, che in Italia conta 112 aziende (12 grandi e cento piccole e medie) per un totale di 50mila occupati e 15,3 miliardi di fatturato (dati AIAD), rischia di penalizzare il settore industriale civile e in particolare il comparto della PMI, che da solo conta (al netto delle micro-imprese con meno di 10 dipendenti) 137mila aziende per un totale di 3,9 milioni di occupati e 838 miliardi di fatturato (dati CERVED). Non si tratta peraltro di una scelta inedita: in Italia governi di ogni colore hanno regolarmente sovvenzionato l’industria militare nazionale, per un valore che – considerando solo i programmi principali – supera i 50 miliardi di euro (vedi tabella).

Schermata 2016 11 23 Alle 15
Schermata 2016 11 23 Alle 15

Secondo Enrico Piovesana e Francesco Vignarca, che firmano il lavoro di documentazione, «l’urgenza e la dimensione del procurement militare risultano determinate non da reali esigenze di sicurezza nazionale ma da logiche industrial-commerciali, come esplicitato nei programmi Centauro 2 e Mangusta 2, che hanno come effetto programmi sproporzionati rispetto alle necessità». Programmi che vengono giustificati anche in Parlamento «gonfiando le necessità stesse» (come nel caso del numero degli aerei da sostituite con gli F-35 o delle navi da rimpiazzare con le nuove previste dalla Legge Navale) e «ricorrendo alla retorica del ‘dual use’ militare-civile» come nel caso della nuova portaerei Trieste spacciata in Parlamento come una “unità anfibia multiruolo per il concorso della Difesa ad attività di soccorso umanitario”, di “supporto alla Protezione Civile in operazioni di disaster relief o nel concorso in operazioni di evacuazione e/o assistenza umanitaria/calamità naturali e ricerca/ soccorso”, e delle sette fregate FREMM 2 presentate “pattugliatori polivalenti d’altura per la sorveglianza marittima tridimensionale, il controllo flussi migratori, soccorsi in mare, tutela ambientale”. Nel report si legge che «dopo l’approvazione parlamentare del programma, ottenuta con l’abile ricorso alla retorica del “dual use” militare-civile, le reali dimensioni e i costi delle nuove unità navali si sono rivelati maggiori di quanto inizialmente comunicato al Parlamento, rivelando (come si vedrà nel “Primo rapporto annuale sulla spesa militare italiana”) la vera natura di queste navi».

 

lo dei voucher


18 nov 2016

Sbilanciamoci! Come usare la spesa sociale per i diritti, la pace, il Welfare

Presentata la “Contro-Manovra”. Un progetto a saldo zero e da 40,8 miliardi. Il rilancio del paese parte dall’istruzione, dallo sviluppo ecosostenibile, dall’economia sociale e solidale. La proposta del reddito minimo e di una “pensione di cittadinanza” per i “giovani”

Roberto Ciccarelli, il manifesto • 16 Nov 16

Pasticciata, dalle coperture incerte, basata su una politica dei bonus e delle mance in vista del referendum costituzionale del 4 dicembre. È il giudizio sul Disegno di Legge di Bilancio 2017 di Sbilanciamoci!, la rete di 47 associazioni che ieri hanno presentato la «contro-manovra» alla Camera dei Deputati. Una manovra a saldo zero e da 40,8 miliardi di euro che contiene 115 misure che vanno dal fisco al lavoro, dall’istruzione all’ambiente, dal welfare all’altra economia, passando per il taglio delle spese militari pari a 5,5 miliardi di euro.

Per gli economisti di Sbilanciamoci questa è l’alternativa alla distribuzione di prebende a ricchi, banche e imprese, i maggiori fruitori delle misure del governo che ieri ha preannunciato il veto sul bilancio europeo nel caso in cui l’Unione Europea non finanzi di più immigrazione, sicurezza, disoccupazione giovanile e ricerca. Lo scontro tra l’esecutivo e la Commissione Ue sui decimali del deficit avviene dopo avere ottenuto i 19 miliardi della «flessibilità» europea (cioè maggior deficit).

Sbilanciamoci critica questo uso del deficit che non produce crescita, ma conferma l’impostazione delle politiche di austerità. Maggior deficit significa, con le regole attuali, maggiori tagli e meno servizi. Tagli, peraltro, che non portano i risultati annunciati. Non essendo riuscito a ridurre la spesa pubblica nel 2016, come aveva promesso, per evitare lo scatto dell’aumento dell’Iva dal primo gennaio 2017, il governo è stato costretto a impiegare una cifra enorme (15,1 miliardi) per tenere a bada la tigre. Si punta, per il prossimo anno, a uno programma di privatizzazione da cui si pensa di ottenere lo 0,6% del Pil, anche in questo caso inferiore a quanto preannunciato.

L’incapacità del governo di disinnescare la mina azionata da politiche di austerità, mancata crescita e politiche delle mance produrrà conseguenze nefaste che sono note. Nella contro-manovra di Sbilanciamoci si discute di ipotesi alternative sulla crescita, tanto invocata, quanto mancante.

Il centro è una manovra fiscale per redistribuire il reddito e la ricchezza e diminuire le diseguaglianze. Le proposte porterebbero 21,5 miliardi in cassa, di cui 15,1 per neutralizzare la scatto dell’Iva, 1,4 per ripartire il carico fiscale in senso progressivo, 5 miliardi per un reddito minimo: 600 euro al mese, 7200 all’anno per un finanziamento totale di 11 miliardi all’anno per un milione e mezzo di persone. Nella manovra fiscale è previsto inoltre una riforma della tassazione Irpef che riduce di un punto le aliquote sul primo e secondo scaglione di reddito, aumenta l’aliquota dal 41 al 44% sul quarto (fino a 75 mila euro), al 47,5% sul quinto (fino ai 100 mila euro), al 51,5% oltre i 100 mila euro. Proposta, inoltre, la riduzione delle aliquote Ires per le imprese, l’abolizione delle addizionali per società di fondi di investimento, l’abolizione del super e dell’iper-ammortamento per i beni strumenti di impresa, altra misura-simbolo della manovra di Renzi e Padoan.

Ulteriori risorse per finanziare una politica sociale progressiva verrebbero da una Digital Tax per contrastare l’elusione discale delle multinazionali, dalla maggiore tassazione di beni di lusso o dannosi, dall’esclusione dall’accesso ai servizi pubblici degli evasori oltre i 50 mila euro, da una «vera» tassa sulle transazioni finanziarie. Insieme garantirebbero un gettito aggiuntivo di 4,1 miliardi di euro.

Il totale potrebbe essere usato per una «politica industriale selettiva» basata sulla ricerca pubblica, l’assunzione di 25 mila occupati nel settore hi-tech e della conoscenza, la stabilizzazione dei precari nella P.A. In solo anno, gli economisti di Sbilanciamoci ritengono possibile recuperare la metà del taglio-monstre praticato da Berlusconi e Tremonti al bilancio di scuola e università: 4,8 miliardi su 9,4 tagliati dopo il 2008. Arriverebbero risorse anche per l’assunzione di 20 mila ricercatori, l’istituzione di una no tax area per le famiglie degli studenti che dichiarano meno di 23 mila euro di Isee nel pagamento delle tasse universitarie. Prevista l’abolizione della misura propagandistica pro-referendum del «bonus cultura» per i neo-diciottenni: 290 milioni inutili invece di istituire un reddito di base, anche per loro.

Dare un taglio netto con le politiche energetiche basate sulle energie fossili, trivelle e le grandi opere, altro must renziano, e privilegiare reti ferroviare regionali, tramvie e metropolitane (si spera leggere e di superficie) da finanziare con 1.300 milioni destinati dal governo alle grandi opere.

All’ambiente e alla sostenibilità dello sviluppo la contro-manovra destina 5,8 miliardi, prevede uscite per 3,9 miliardi e prospetta il contenimento del consumo del suolo, una strategia della biodiversità e un piano per la mobilità sostenibile. Oltre a un piano pluriennale per abitazioni sociali, da finanziare con l’eliminazione della cedolare secca (1,2 miliardi), si prospetta una misura decisiva: una «pensione di cittadinanza». Sbilanciamoci la destina ai «giovani». In realtà, considerato il disastro sociale che provocherà il sistema contributivo, andrebbe prevista per tutti coloro che lavoravano già da prima del 1996, l’anno della riforma previdenziale. I costi di questa misura sarebbero sostenibile se restasse invariato – ma non è scontato – il rapporto tra la spesa pensionistica e un Pil che difficilmente registrerà le percentuali previste negli anni Novanta.


17 nov 2016

“La fabbrica dei reati si chiama carcere”

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di Errico Novi

 

La denuncia del Senatore Pd Manconi. Orlando: “Riforma dopo il referendum”. “Ritrovata attenzione sul carcere? Non direi”. Luigi Manconi, presidente della commissione Diritti umani del Senato, pronuncia un durissimo atto d’accusa sulla condizione dei detenuti proprio mentre il governo decide di lasciare in freezer la riforma penitenziaria.
“Il sovraffollamento resta”, ricorda Manconi, “e resta quindi la promiscuità coatta: carcerati costretti a condividere spazi infimi, in cui si mescolano odori, umori, liquidi, in cui tutte le funzioni fisiologiche primarie si espletano nello stesso angolo di una cella, a vista”. Tutto questo, dice il senatore dem al convegno sull’architettura penitenziaria organizzato dal socialista Enrico Buemi, “porta i detenuti a parlare solo di carcere, e di crimini. È un sistema penitenziario che fabbrica nuovi reati”.
Tre convegni in un giorno. “Sì, arrivo da un incontro sul carcere alla Camera, intervengo a quest’altro organizzato sempre sul carcere al Senato e dovrò lasciarlo precipitosamente per partecipare a un terzo dibattito sullo stesso tema nello stesso giorno”. Luigi Manconi riferisce della propria congestione convegnistica per dire in realtà un’altra cosa: che ai dibattiti non seguono le decisioni. “Non condivido l’idea secondo cui saremmo di fronte a una ritrovata attenzione sul tema dei detenuti: c’è un affollarsi di incontri ma assenza di interventi risolutivi in Parlamento”.
Il presidente della commissione Diritti umani è un senatore del Pd. Parla appunto al secondo dei tre incontri sulla questione carcere organizzati in contemporanea, quello sul “Ruolo dell’architettura penitenziaria nella finalità rieducativa della pena” promosso da un altro raro esempio di parlamentare sinceramente garantista, il senatore socialista Enrico Buemi. Manconi ha ben presente lo sforzo compiuto dal ministro della Giustizia Andrea Orlando, che ha destinato all’esecuzione penale energie mai viste nei suoi predecessori. E nemmeno sarà sfuggita, al presidente della commissione Diritti umani, l’imprevista visita di Matteo Renzi al “Due palazzi” di Padova, prima “ispezione diretta” di un premier in un penitenziario.
Tutto questo non basta però, sostiene Manconi. “Non si arriva al cuore del problema, che è il cosiddetto sovraffollamento: non pensate a una spiaggia riminese la mattina di ferragosto”, dice il senatore dem al convegno organizzato da Buemi, “pensate piuttosto alla promiscuità coatta. A detenuti costretti a condividere spazi infimi, in cui si mescolano odori, umori, liquidi, in cui si è condannati a espletare tutte le funzioni fisiologiche primarie nello stesso angolo di una cella, a vista”.
L’uditorio si paralizza, Manconi continua: “Poco fa l’autore del libro che offre lo spunto per questo dibattito, l’architetto Domenico Dè Rossi, ci ha detto che la pietra scolpisce la mente. Ebbene è così: se lo spazio produce una costrizione così penosa, non ci si può meravigliare dell’effetto sulla psiche di chi è recluso. Che è quello per cui in carcere l’oppressione fisica porta i detenuti a parlare solo di carcere, e di crimini. Di altri crimini. Potete ben comprendere come una simile condizione sia l’opposto del principio costituzionale della rieducazione e del reinserimento. E come appunto questo tipo di carcere sia una fabbrica di nuovi crimini. Oggi il sistema penitenziario è di fatto un’istituzione patogena”.
Manconi prende meritati applausi, corre al terzo convegno. Nel primo aveva incrociato il ministro Orlando. Che non manca di salutare con favore le iniziative sul tema e, nel messaggio inviato a Buemi, di auspicare “fortemente” la “approvazione della riforma penale in discussione al Senato” che contiene “una delega dell’ordinamento penitenziario che considero molto incisiva”.
L’auspicio di Orlando è legato a un concetto semplice e appunto decisivo: il tasso di recidiva. Le statistiche del ministero confermano da anni come tra i reclusi messi in condizione di svolgere attività lavorative o di studio la percentuale di coloro che, tornati liberi, commettono nuovi reati sia assai più bassa: il 10% contro il 65% di chi non lavora o studia. Nella delega “imprigionata”, è il caso di dirlo, nell’ampio ddl penale si dà molto peso all’ulteriore rafforzamento delle misure alternative, al lavoro nei penitenziari, all’affettività dietro le sbarre. E in altri articoli del provvedimento si definiscono nuovi strumenti per la giustizia riparatoria.
“Non è il massimo quanto a modernità delle misure”, fa notare un altro senatore dem, Felice Casson, che pure interviene al dibattito sull’architettura penitenziaria. “Sul piano generale, non si riesce a limitare il ricorso alla pena detentiva e a dare ordine al diritto penale”, è l’aggravante richiamata da Nico D’Ascola, presidente della commissione Giustizia di Palazzo Madama e anche lui relatore al convegno. Aspetti che corroborano il pessimismo di Manconi. E che inducono a considerare lontano dal risolversi il circolo vizioso del forte tasso di recidiva tra gli ex carcerati.
Certo la svolta è a maggior ragione lontana se la delega penitenziaria e la riforma penale che la racchiude resteranno prigioniere delle esitazioni del governo, divenute ormai oggetto di serrata discussione fra il guardasigilli Orlando e il premier Renzi. Ieri il ministro della Giustizia ha ammesso come sia “più probabile che il ddl riprenda l’esame in Parlamento dopo il referendum”. Resta lontana la possibilità di attenuare l’affollamento degli istituti, ora attestato al 109% ma con polarità in eccesso mostruose in regioni come la Puglia (dove si arriva al 137%) e l’alterazione dovuta a circa 5.000 posti in realtà inutilizzati. Resta ben presente invece l’affermazione di Domenico De Rossi, autore di Non solo carcere, il ponderoso e ricchissimo volume che ieri ha trascinato Buemi e gli altri relatori a Palazzo Giustiniani: “Siamo abituati a credere che la mente scolpisce la pietra. In carcere è il contrario: è la pietra a scolpire la mente di chi vi è ristretto”. E lo fa in modo devastante, come spiega Manconi.

Il Dubbio, 17 novembre 2016

 

 


11 nov 2016

Il senato «smantella le aree protette»

 

Ecologia. Protesta di tutte le associazioni ambientaliste italiane contro il ddl approvato ieri. Solo il M5S e SI contro il testo che trasferisce poteri alle lobby di interessi locali

Eleonora Martini, il manifesto • 11 Nov 16 Chi sono i più accaniti avversari dei vincoli imposti a tutela della natura nelle 871 aree protette italiane, nei 24 parchi nazionali, nelle 29 aree marine e nei 152 parchi regionali nati allo scopo di salvaguardare uno dei patrimoni di biodiversità più ricchi d’Europa? Chi da anni tenta di attenuare i divieti imposti da Bruxelles sui circa 2.300 Siti di importanza comunitaria (Sic), le cosiddette Zone speciali di conservazione (Zsc) e Zone di protezione speciale (Zps), che sussistono nel nostro Paese?

A rileggere la cronaca degli ultimi tempi, nella maggior parte dei casi l’attacco più duro alle aree protette è stato sferrato da esponenti delle comunità locali: pastori, agricoltori, cavatori, costruttori, cacciatori, gestori di impianti, operatori turistici… Questi portatori di interessi particolari avranno d’ora in poi maggiore potere nella gestione e nell’indirizzo dei parchi, sottraendo controllo allo Stato.

A stabilirlo è il ddl approvato ieri dal Senato, con 154 sì, 47 no (M5S e Sinistra Italiana) e sei astensioni, che riordina la legge quadro 394 del 1991, almeno stando alla denuncia sollevata da quasi tutte le associazioni ambientaliste italiane: dal Cai al Wwf, Greenpeace, Legambiente, Lipu, Fai, Lav, Italia Nostra, ecc.

«Una legge super consociativa che Forza Italia e Pd tentano di far passare dal 2008», ricorda il direttore generale della Lipu, Danilo Selvaggi. E che ora passerà all’analisi della Camera per la seconda lettura. Nel ddl di 26 articoli, che tra l’altro istituisce due nuovi Parchi nazionali, del Matese e di Portofino, e il Parco interregionale del Delta del Po (che la legge vigente individua già come Parco nazionale), gli ambientalisti riconoscono una serie di «motivi che ne fanno una riforma sbagliata, incapace di dare soluzioni ai problemi delle Aree Protette, ma addirittura tale da sovrapporre pericolosamente i portatori d’interesse con i soggetti preposti alla tutela».

Nei Consigli direttivi dei parchi, infatti, secondo il ddl, «viene rafforzata la componente locale e diminuita la rappresentanza nazionale», spiega Selvaggi. Inoltre, la «governance delle Aree marine Protette non prevede alcuna partecipazione delle competenze statali», denunciano le associazioni il cui parere dettagliato è stato inviato nei mesi scorsi ad ogni senatore. Inutilmente. Non solo: «Direttori e presidenti dei parchi, che non dovranno avere alcuna competenza specifica in tema di conservazione della natura – continua Selvaggi – non saranno più scelti dal ministero dell’Ambiente, che pure li nomina per decreto, ma dai Consigli direttivi».

Altra grande questione: la «gestione faunistica» introdotta con il ddl. Dice la capogruppo del Pd in commissione Ecomafie, Laura Puppato: «Abbiamo vietato la caccia selettiva dentro i parchi, prima prevista come eccezione ma praticata». Secondo le associazioni invece, «se da un lato viene ribadito il divieto di caccia già esistente, dall’altro si dissimula l’attività venatoria sotto la forma del controllo faunistico». «Una questione molto seria – spiega Selvaggi – perché se la sovrappopolazione dei cinghiali, per esempio, è uno dei problemi dell’agricoltura, la soluzione non può essere affidata ai cacciatori che hanno tutto l’interesse di vedere crescere il business della selvaggina». E il timore, naturalmente, è prima o poi si possa riaprire di nuovo la caccia al lupo.

Terzo punto, che il direttore della Lipu definisce «la caramellina avvelenata», è il sistema delle royalties. Secondo Puppato, «le attività già esistenti sul territorio del parco (oleodotti, elettrodotti, cave, impianti sciistici, ecc., ndr ) dovranno versare royalties all’ente, anche per contribuire alla mitigazione dell’impatto». Per gli ambientalisti invece è un «dazio» che non dovrebbe essere versato direttamente all’ente ma ad un fondo gestito dal ministero, per evitare «le pressioni dirette».

«Noi teniamo moltissimo alle comunità – puntualizza infine Selvaggi – ma la missione dello Stato è altrettanto importante. Questa legge è una sorta di smantellamento costituzionale, che va peraltro nella direzione opposta alla riforma che Renzi vorrebbe per riportare sotto il controllo nazionale alcune competenze delle Regioni. Se allo Stato togliamo il potere di conservare la natura, alla fine non resterà nulla, né della natura né dello Stato».


3 nov 2016

Abusi e violenze, l’inferno degli hotspot italiani

Migranti. Scosse elettriche per identificare i migranti. La denuncia di Amnesty International

Matteo de Bellis *, il manifesto • 3 Nov 16

Salih aveva solo 10 anni quando le milizie hanno attaccato il suo villaggio nella regione del Nord Darfur, in Sudan. «Era sera. Sparavano e davano fuoco alle nostre capanne. I miei genitori sono stati uccisi ma io sono riuscito a scappare». È arrivato da solo fino a Khartoum, dove è rimasto fino all’inizio di quest’anno, quando suo zio che vive nel Regno Unito gli ha mandato dei soldi per raggiungerlo.

Ha impiegato più di un mese per viaggiare attraverso il deserto in Libia e poi verso nord fino alla costa, dove ha pagato il viaggio attraverso il Mediterraneo su una barca sovraffollata. «La Croce rossa ci ha salvati e ci ha portati a terra» mi ha detto Salih, che ora ha 16 anni ed è ancora un bambino, quando l’ho incontrato a Ventimiglia, a luglio. Ma invece di essere aiutato a ricongiungersi con lo zio, si è ritrovato intrappolato ai confini dell’Europa. E invece di trovare sicurezza sulle coste europee, ha detto di essere stato picchiato dalla polizia italiana, appena poche ore dopo l’arrivo.

Dopo il suo salvataggio, Salih e altri nuovi arrivati sono stati portati in autobus al così detto «hotspot» di Taranto. L’approccio hotspot, introdotto nel 2015 su raccomandazione della Commissione europea, è un sistema creato per identificare tutti i nuovi arrivati, valutare velocemente i loro bisogni di protezione e incanalarli nelle procedure d’asilo oppure rinviarli nel loro paese d’origine. Il punto cruciale è che questo prevede che l’Italia identifichi e rilevi le impronte digitali di tutti i nuovi arrivati. Ma persone come Salih, che vogliono chiedere asilo in altri paesi europei dove sono i loro parenti, hanno un forte interesse a evitare che gli vengano prese le impronte digitali dalle autorità italiane. Farlo significherebbe poter essere rimandati in Italia – paese di primo ingresso – se tentassero di continuare il viaggio nell’Unione europea.
«Non volevamo che ci prendessero le impronte digitali ma quattro poliziotti ci hanno trascinati fuori dall’autobus e fino all’ufficio, dove hanno cominciato a picchiarmi» mi ha detto Salih. «Mi hanno colpito almeno quattro volte con un manganello e poi ho sentito una scossa elettrica sulla schiena. Sono collassato e ho iniziato a vomitare. Dopo 10 minuti sul pavimento ho accettato di dare le impronte digitali».

L’esperienza di Salih non è unica. Quest’estate ho incontrato due dozzine di rifugiati e migranti – uomini, donne e bambini – che mi hanno detto di essere stati picchiati, colpiti con le scosse dei manganelli elettrici o minacciati dalla polizia dopo aver rifiutato di farsi prendere le impronte digitali. Un ragazzo di 16 anni e un uomo di 27 hanno descritto come la polizia li abbia costretti a spogliarsi e abbia inflitto loro dolore ai genitali. Una donna di 25 anni mi ha detto che è stata trattenuta a Lampedusa per mesi e poi schiaffeggiata ripetutamente per spingerla a dare le impronte digitali.

Questi abusi, che in alcuni casi costituiscono tortura, sono un aberrante effetto collaterale della strategia di «condivisione dell’irresponsabilità» dell’Europa. Mentre la condotta della maggior parte della polizia rimane professionale e la grande maggioranza dei rilevamenti delle impronte digitali avviene senza incidenti, i risultati dettagliati nel nuovo rapporto di Amnesty International pubblicato oggi fanno sorgere gravi preoccupazioni circa il comportamento di alcuni agenti. Il rapporto mette in luce anche le carenze fondamentali delle politiche migratorie dell’Europa. Infatti, le impronte digitali dell’Europa sono ben visibili sulla scena del delitto. Nessuno ha riassunto questo aspetto più chiaramente di un interprete che lavorava in un hotspot, citato da un uomo di 22 anni che ho incontrato: «Mi spiegò che dovevamo dare le impronte digitali altrimenti l’Italia avrebbe ricevuto una multa. Mi dissero che c’erano altri agenti europei che controllavano se alle persone erano state rilevate le impronte digitali. E che quelli che si rifiutavano sarebbero stati picchiati dalla polizia italiana».

L’arrivo di centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini, in fuga da conflitti, violazioni dei diritti umani e povertà, grava fortemente sull’Italia, che guida gli sforzi per salvare le vite in mare. In assenza di canali sicuri e legali di accesso in Europa, rifugiati e migranti hanno viaggiato in maniera irregolare e con un alto rischio per le loro vite.

Nel tentativo di ridurre la pressione sull’Italia e sugli altri stati in prima linea, l’approccio hotspot era stato abbinato a un programma di ricollocazione dei richiedenti asilo in altri paesi dell’Unione europea. Tuttavia, la componente di solidarietà dell’approccio hotspot si è dimostrata ampiamente illusoria: a oggi, 1200 persone sono state ricollocate dall’Italia, a fronte delle 40.000 che erano state promesse, mentre quest’anno oltre 150.000 persone hanno raggiunto l’Italia via mare.

Sotto la pressione dell’Unione europea, l’Italia ha cercato di aumentare il numero di migranti rinviati nei loro paesi d’origine. Questo ha significato anche la negoziazione di accordi di riammissione con governi che hanno commesso terribili atrocità. In applicazione di uno di questi accordi, lo scorso agosto, 40 persone, identificate come sudanesi, sono state messe su un aereo dall’Italia verso Khartoum. Amnesty International ha parlato con due uomini del Darfur che erano su quel volo e hanno raccontato che le forze di sicurezza li hanno aspettati al loro arrivo a Khartoum per interrogarli.

L’approccio hotspot, progettato a Bruxelles e messo in atto in Italia, ha causato gravi violazioni dei diritti di persone disperate e vulnerabili. Le autorità italiane hanno la responsabilità diretta, i leader europei quella politica. Nel frattempo, orfani come Salih sono lasciati a cavarsela da soli. Dopo quattro giorni nell’hotspot di Taranto, Salih è stato portato alla stazione ferroviaria e lasciato lì. «Nessuno mi ha chiesto se volevo chiedere asilo o nient’altro» mi ha detto. «Voglio andare via dall’Italia. Voglio stare con mio zio e la sua famiglia, in Inghilterra».
* ricercatore di Amnesty International


2 nov 2016

I giudici e le “leggi dell’umanità”

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di Donatella Stasio

 

Il Sole 24 Ore, 2 novembre 2016

 

Uno dei “ricordi più cari” di Piero Calamandrei riguarda un presidente di Corte con più di quarant’anni di carriera. Quel giudice gli raccontò che, durante un processo d’appello, il Pubblico ministero si lanciò in una durissima requisitoria contro l’imputata – una domestica accusata di aver rubato una posata d’argento (assolta in Tribunale per non aver commesso il fatto) – “inveendo violentemente” contro la donna, che, “accasciata sul banco degli imputati, piangeva silenziosamente”.
Mentre “l’accusatore continuava nelle sue invettive”, il giudice chiamò l’usciere e gli sussurrò qualcosa all’orecchio; l’usciere, “come se portasse un’ambasciata”, andò a riferirlo all’imputata “e quella si asciugò gli occhi e smise di piangere”.
Quando la Corte si ritirò in camera di consiglio per decidere, un signore del pubblico che aveva assistito alla scena si avvicinò all’usciere e gli domandò che cosa gli avesse detto il presidente. “Mi ha detto: vai a dire a quella donna che smetta di piangere perché l’assolveremo”.
Elvio Fassone, nel libro “Fine pena: ora” (Sellerio, 2015) racconta la corrispondenza durata ventisei anni tra un ergastolano e il suo giudice (lo stesso Fassone), dopo un maxi processo alla mafia catanese celebrato nel 1985 a Torino e durato due anni. Salvatore, a dispetto della sua giovane età, fu giudicato uno dei capi dell’associazione mafiosa e condannato al “fine pena mai”, ma con lui il presidente della Corte stabilì subito un rapporto di reciproco rispetto e fiducia, e dal giorno dopo la sentenza cominciò a scrivergli, e a ricevere risposte, per non abbandonare quell’uomo che avrebbe trascorso in carcere il resto della vita, tra il desiderio di emancipazione – attraverso studio e lavoro – e lo sconforto, sfociato in un tentativo di suicidio quando arrivò il durissimo regime del 41 bis.
Giancarlo De Cataldo, giudice della Corte d’assise d’appello di Roma e famoso scrittore, è stato da giovane anche magistrato di sorveglianza e in quel periodo ha conosciuto il detenuto Salvatore Buzzi. Lo risente anni dopo, quando Buzzi ha già scontato la pena, è stato riabilitato e viene considerato dal mondo istituzionale, politico e sindacale un esempio di reinserimento sociale, nonché punto di riferimento romano delle cooperative di recupero di ex carcerati. I due si scambiano alcuni sms, spesso ironici, fino a due mesi prima che Buzzi finisca al centro dell’inchiesta della Procura di Roma su Mafia capitale. Un coinvolgimento di cui De Cataldo era del tutto ignaro.
Domanda: c’è, forse, nel comportamento di questi tre giudici qualcosa di “socialmente disdicevole”? C’è una caduta di prestigio o di credibilità, personale e della magistratura? O addirittura: queste tre storie sono forse espressione della “questione morale” che attraversa anche le toghe?
Il primo giudice violò platealmente il segreto della camera di consiglio, anticipando addirittura la sentenza all’imputata; il secondo stabilì subito con il suo condannato un rapporto di intimità, qual è uno scambio epistolare ultraventennale; il terzo ha accettato un rapporto confidenziale con un ex detenuto, ormai riabilitato: in effetti, c’è un filo rosso che, malgrado i diversi contesti storici, attraversa le tre vicende. Ma è, per dirla con Calamandrei, “il rispetto delle leggi dell’umanità”.
Nessuno dei tre giudici ha esitato a riconoscere – non solo a parole, ma nei fatti – la dignità di persona a chi, nell’immaginario collettivo (anche di parte della magistratura), dovrebbe invece essere declassato a persona di serie B, condannato a un “fine pena mai” per essere finito nelle maglie della giustizia, un marchio indelebile che non consentirebbe aperture di credito, meno che mai contatti con chi rappresenta la Giustizia.
Dunque, tre esempi virtuosi di giudici.
E tuttavia, il Csm, o almeno una parte, non sembra pensarla così, visto che il caso De Cataldo-Buzzi è finito a Palazzo dei Marescialli e, dopo mesi, ha spaccato il plenum sulla proposta di archiviazione. Al giudice-scrittore non si contestano né “colpe” in senso tecnico né illeciti disciplinari, eppure continua a essere “accusato”, in buona sostanza, di aver avuto rapporti telefonici con un “cittadino” che aveva espiato la sua pena, era uno dei simboli della rieducazione dei detenuti, e, all’epoca dei contatti, ancora non si sapeva che fosse indagato.
Molti interrogativi sono stati sollevati sulle motivazioni di questo “accanimento”: invidia per la sua notorietà di autore, anche di fiction? Resa dei conti fra gruppi contrapposti della magistratura? Attacco a Magistratura democratica sul terreno della “questione morale”, che ha colpito in particolare toghe di altre correnti?
Forse c’è anche questo, o forse no. Certo, il mercimonio o lo svilimento della funzione giurisdizionale che la cronaca ha via via registrato (al di là delle indagini e persino delle condanne) consiglierebbe al Csm di concentrare lì le attenzioni. Ma tant’è. Qui interessa un altro profilo, quello del “buon giudice”, che di solito viene misurato sulla base dei parametri costituzionali dell’autonomia, dell’indipendenza, dell’imparzialità. Il giudice dev’essere, ma anche apparire, indipendente. Vero.
Tuttavia, la Giustizia è anche altro, perché affonda le sue radici nel rispetto della dignità umana, il valore dei valori costituzionali. Calamandrei parlava di “leggi dell’umanità”. E chi, più e meglio del giudice, deve incarnare il rispetto di quelle leggi?
I valori costituzionali non basta declamarli; per tenerli vivi bisogna praticarli. Anche contro un certo senso comune che considera alcune persone di serie B. I giudici sono chiamati a dare l’esempio, dimostrando che la toga non è uno status aristocratico, che magari giustifica frequentazioni borderline, anche se apparentemente di serie A, e ne esclude altre a priori, perché di serie B.
La Costituzione non distingue tra persone di serie A e di serie B. Non alza muri ma, semmai, cerca di abbatterli. Altrimenti non avrebbero senso né la presunzione d’innocenza fino alla condanna definitiva, né l’esecuzione della pena finalizzata al reinserimento sociale. Negare con il proprio comportamento questi principi è, quello sì, “disdicevole”, soprattutto per chi indossa la toga.
D’altra parte, quante mani stringono ogni giorno i giudici senza sapere se sono mani pulite oppure no? E quante di quelle mani, purtroppo, sono state anche mani di colleghi? Ecco perché il caso De Cataldo non solo non è di rilievo disciplinare, ma neppure “socialmente disdicevole” e, meno che mai, emblematico di una “questione morale”. È soltanto una delle storie di giudici che sanno rispettare le “leggi dell’umanità” contro quello che lo stesso Calamandrei definiva il “farisaico ossequio alle forme crudeli”.