Rassegna stampa

23 lug 2017

Bisogna rompere il silenzio i governi europei sulla Turchia

 

Turchia. Nei giorni scorsi il presidente Receyp Erdogan ha minacciato che lo stato d’emergenza potrebbe durare «parecchi anni»

John Dalhuisen * • 23/7/2017 Il Manifesto

Erdogan: «Prima mozzeremo le teste di questi traditori, poi li faremo comparire al processo vestiti con le tute arancioni di Guantánamo», ha dichiarato in una minacciosa invettiva

In Turchia la verità e la giustizia sono diventate sconosciute. Sulla base dell’accusa palesemente assurda di sostenere un’organizzazione terroristica, sono stati imprigionati sei difensori dei diritti umani. Sono in attesa di un processo che potrebbe prolungare la loro detenzione per mesi.

Altri quattro sono stati rilasciati ma l’indagine nei loro confronti continua. Sono sottoposti a limitazioni di movimento e devono presentarsi alla polizia tre volte alla settimana.

TRA LE PERSONE IMPRIGIONATE c’è Idil Eser, direttrice di Amnesty International Turchia.  «Non ho commesso alcun reato», mi ha scritto la scorsa settimana dal carcere. Così come gli altri, del resto. Nell’ultimo anno il governo turco ha colto ogni minimo segno di dissenso come una scusa per intensificare la repressione. Ormai, anche difendere i diritti umani è diventato un reato.
Esattamente un anno fa, la gente in Turchia assisteva con orrore all’arresto di giornalisti in diretta televisiva.

I bambini venivano svegliati di notte dal rumore degli aerei e dai colpi d’arma da fuoco. In un bagno di sangue durato 12 ore, morirono oltre 250 persone e più di 2.000 rimasero ferite. In molti tirarono un sospiro di sollievo, il giorno dopo, quando si sparse la notizia che il tentativo di colpo di stato era fallito.

Fu un momento fugace. Cinque giorni dopo, il governo impose lo stato d’emergenza. Da allora, lo stato d’emergenza è stato esteso di tre mesi in tre mesi, ogni volta con risultati peggiori.
Sono state avviate indagini nei confronti di 150.000 persone accusate di far parte della «Organizzazione terroristica Fethullahista», ossia di avere rapporti col predicatore e presunto ideatore del colpo di stato Fethullah Gülen. E il numero cresce di giorno in giorno.

COME EFFETTO della repressione, circa 50.000 persone si trovano attualmente in carcere. Tra di loro, 130 giornalisti: il numero più alto rispetto a ogni altro paese al mondo.
Oltre 100.000 impiegati del settore pubblico, tra cui un quarto dell’intero sistema giudiziario, sono stati licenziati in modo arbitrario.
Solo l’ultima settimana, centinaia di accademici hanno perso il lavoro e sono stati spiccati 140 mandati d’arresto nei confronti di operatori informatici.
Alla fine, il mese scorso, la purga ha bussato alle porte di Amnesty International. Taner Kılıç, il presidente della nostra sezione turca, è stato posto in detenzione preventiva per la ridicola accusa di far parte della «Organizzazione terroristica Fethullahista».

È accusato di aver scaricato l’applicazione di messaggistica scelta per comunicare dal movimento di Gülen. Taner è un professionista nel campo dei diritti umani ma un neofita in fatto di tecnologia: non solo non ha mai usato quell’applicazione ma non ne aveva mai sentito parlare.

NEI GIORNI SCORSI il presidente Receyp Erdogan ha minacciato che lo stato d’emergenza potrebbe durare «parecchi anni»: «Prima mozzeremo le teste di questi traditori, poi li faremo comparire al processo vestiti con le tute arancioni di Guantánamo», ha dichiarato in una minacciosa invettiva.
Governando attraverso decreti esecutivi, eludendo il controllo parlamentare e persino quello dei sempre più remissivi tribunali, il governo ha devastato le istituzioni statali e civili con una ferocia che ricorda quella del regime militare degli anni Ottanta.

È fuori discussione che i responsabili delle violenze che hanno provocato morti e feriti durante il tentato colpo di stato dello scorso anno vadano portati di fronte alla giustizia.  Ma questi crimini non possono servire da alibi per un’ondata repressiva che non pare conoscere limiti.

IL PRESIDENTE ERDOGAN è salito al potere nel 2002 promettendo di rompere i ponti con un triste passato.  E invece, più è diventato potente e più ha finito per emulare le pratiche repressive che l’avevano preceduto.
Con alcune eccezioni, la comunità internazionale sta zelantemente mantenendo il silenzio su quanto accade in Turchia. Per tanti paesi la Turchia è troppo importante perché i diritti umani siano presi in considerazione.
Hanno bisogno della Turchia per tenere lontani migranti e rifugiati. È un alleato in Siria. Serve per fermare l’avanzata del gruppo armato che si è denominato Stato islamico.

IL GOVERNO TURCO LO SA BENE e ne trae vantaggio, ottenendo che gli altri governi chiudano gli occhi sulle violazioni dei diritti umani che sono sotto gli occhi di tutti.
Nonostante una politica estera che dovrebbe proteggere i difensori dei diritti umani a livello globale, l’Unione europea ha vergognosamente mancato di rispondere in modo deciso alla terribile repressione dei diritti umani in Turchia.  Martedì prossimo, 25 luglio, quando incontrerà il ministro degli esteri turco a Bruxelles, l’Alta rappresentante dell’Unione europea per la politica estera Federica Mogherini avrà la possibilità di fare ammenda.

INVECE DI NASCONDERSI dietro a parole melliflue e a una morbida diplomazia, chieda esplicitamente il rilascio di Idil, di Taner e degli altri difensori dei diritti umani! Non chiediamo nulla di meno.
Ho parlato con alcuni dei miei colleghi in Turchia. Alcuni di loro erano stati per ore all’esterno del tribunale e avevano la voce rotta dall’emozione. Erano preoccupati non solo per i loro colleghi ma anche per il loro paese.
Quanto tempo ci vorrà prima che il mondo rompa il silenzio?  Mentre il mondo assiste muto, le persone vengono imprigionate una a una. Fino a quando, presto, non ne rimarrà nessuna.

* direttore di Amnesty International per l’Europa e l’Asia centrale

FONTE: John Dalhuisen, IL MANIFESTO


7 lug 2017

Sull’immigrazione tanta ipocrisia

 

 

di Francesca Chiavacci,

presidente nazionale Arci

 

Se c’è un termine che meglio di altri caratterizza ciò che sta accadendo intorno all’enorme questione delle migrazioni forzate questo è ‘ ipocrisia’.

È difficile redigere una classifica di chi ne faccia più uso. Indubbiamente in testa c’è l’Europa, che in occasione dell’anniversario dei Trattati di Roma ci ha riempito di retorica sulla civiltà e la cultura di questo nostro continente,  ma che nel vertice di Tallinn di oggi sancisce – ancora una volta – la chiusura totale proprio a quell’idea di Europa unita e solidale che ispirò la sua origine.

Il nostro paese, dal canto suo, appare del tutto ininfluente nelle scelte che vengono adottate per gestire l’immigrazione. Fa la voce grossa, ma non riesce a ottenere risultati e anzi rischia di accodarsi alla destra quando legittima la retorica dell’invasione. Forse una delle maggiori ipocrisie sta nel fatto che discutiamo degli effetti e quasi mai delle cause che costringono milioni di donne e uomini a fuggire dalla propria terra. Se non interveniamo seriamente sui conflitti, sugli scenari di guerra aperti in tante aree del pianeta, sui disastri ambientali e sulle innumerevoli violazioni di diritti umani perpetrati dai regimi dei loro paesi di origine, a poco servirà battere i pugni sul tavolo e declamare ideali.

 

Servono politiche di cooperazione e sostegno allo sviluppo, non accordi commerciali che costituiscono per lo più occasioni di profitto per società private o, ed è l’ipotesi peggiore, per governanti autoritari. Si preferisce colpevolizzare l’opera delle ONG, una vera e propria offesa nei confronti di tante e tanti che salvano quotidianamente migliaia di vite umane. E poi ci sono le affermazioni, che hanno la funzione di una propaganda maldestra e tossica, tra la caricatura e la pericolosa regressione a tempi che speravamo fossero ormai del passato, come le minacce di piazzare carri armati alle frontiere dell’Austria per fermare ‘l’invasione’. Oggi, da ultimo, lo schieramento compatto al vertice di Tallinn contro l’apertura dei porti di altri paesi europei  dove far attraccare le imbarcazioni che soccorrono i migranti.

Il nostro governo, nonostante sia di fronte a un’emergenza annunciata, non riesce a programmare un’accoglienza efficace ed equilibrata. Sono già quattro gli accordi che l’Italia ha siglato con i diversi governi insediatisi in Libia, un paese che non rispetta i diritti umani (cosa che tutti sanno ma che fa comodo, con ipocrisia, far finta di non sapere) e non consente l’ingresso nei centri dove si compiono violenze, stupri, torture che conosciamo dalle testimonianze di chi riesce a fuggire e ad arrivare sulle nostre coste.

L’ipocrisia è sempre censurabile, ma in questo caso è, se possibile, ancora più odiosa  perché si cerca di far passare l’assunto che l’emergenza è ormai permanente e che non ci siano soluzioni possibili. Si proclamano false verità perché manca la volontà politica di affrontare e risolvere i problemi, incalzati dalla propaganda della destra che sempre più fa leva sui peggiori sentimenti di persone che ancora soffrono gli effetti della crisi economica e sociale.

E intanto si alimenta la diffidenza e la paura, che presto diventerà anche indifferenza – e per molti è già così –  di fronte agli uomini, alle donne, ai bambini che ogni giorno muoiono nel Mediterraneo.

Noi non ci stiamo. Continueremo la nostra battaglia, fatta di azioni e proposte concrete, per combattere l’ipocrisia e l’indifferenza, per contrastare un drammatico arretramento culturale che rischia di corrodere in modo irreversibile la civiltà e l’umanità del nostro paese e del nostro continente.

 

ArciReport numero 22, 6 luglio 2017


30 giu 2017

Deportazioni. Tra Ventimiglia e Taranto, il viaggio bloccato dei «dublinanti»

 

 

Quattrocento, forse cinquecento, migranti sono accampati in attesa di raggiungere il confine con la Francia

Missione quasi impossibile, anche perché ogni due o tre settimane la polizia ne acciuffa qualcuno per portarlo in Puglia

VENTIMIGLIA. Sulla strada tra Ventimiglia e la Francia camminano a ogni ora del giorno decine di africani. Si muovono in entrambe le direzioni; chi è determinato ad attraversare la barriera imposta, chi è di ritorno dopo essere stato rifiutato. Al margine della strada restano vestiti, scarpe, zaini, lacerti del passaggio di viandanti senza sicurezza di poter procedere. Abbandonano il poco peso che portano con sé. Accanto a questo scenario, gli abitanti e i visitatori si muovono come un formicaio affannato per la stagione turistica: non gradiscono le riprese per un documentario che mostra una realtà degradata. Per lo stesso motivo la notizia dei 17 migranti morti (tra 2015 e 2017) nel tentativo di attraversare la frontiera, non è un dato considerato mediaticamente rilevante.

ATTRAVERSO PASSI di montagna, sul mare, nelle gallerie, sui treni in corsa, non c’è limite alla determinazione di queste persone bloccate dal trattato di Dublino, che obbliga chi è arrivato, o meglio, naufragato in un preciso paese a restarci, di fatto bloccando il destino di una generazione alla ricerca di migliori condizioni per il futuro. Questo processo ha fornito loro un nome ambiguo, i «dublinanti». La dignità essenziale del diritto internazionale cede alla pressione della Fortezza Europea.

QUATTROCENTO, forse cinquecento, persone dormono sotto la sopraelevata che collega il centro abitato con la giunzione delle autostrade. Il fiume è il loro riparo, fornisce sussistenza, acqua, ombra e un luogo appartato dove ritirarsi. Il Roya proviene dalle alpi marittime francesi. All’inizio dell’estate è ancora un fiume potente, ma non durerà per tutta la stagione. Gli abitanti di Via Tenda, il quartiere che si affaccia sulle rive, sono quasi tutti immigrati che provengono dal meridione d’Italia, in maggioranza calabresi, arrivati a Ventimiglia a partire degli anni ’60 per cercare lavoro. Molti di loro hanno lavorato in Francia, caratterizzando fortemente la città come luogo transfrontaliero.

LA MAGGIORANZA delle persone che vivono nel fiume è di religione musulmana. Il Ramadan è iniziato alla fine di maggio e finito domenica scorsa. Trovarsi in questa situazione equivale a un momento di transizione, ormai abituati a spostarsi di campo in campo: prima in Africa, verosimilmente in Libia, poi attraverso il Sud Italia, a Lampedusa, Mineo, Taranto, per poi spingersi fino al confine più facile da raggiungere, Ventimiglia, porta occidentale d’Italia, in direzione della Francia e del resto d’Europa.

ALSYR VIENE DAL SUD SUDAN. Parla inglese. Scambiamo poche parole sulla condizione dei rifugiati, sulla precisa volontà di continuare il cammino. È un ragazzo giovane, attende il proprio turno per mangiare, con le ultime luci del tramonto, in un parcheggio vuoto vicino al ponte. L’associazione umanitaria internazionale Un geste pour tous è arrivata ogni sera da Nizza, durante il periodo del Ramadan, per fornire un pasto alle persone che per tutto il giorno hanno digiunato.

Nadia è di origine tunisina. Abita a Nizza con due figli. Lavora da anni insieme all’associazione come volontaria. Parla di un concetto della cultura araba, la Baraka; una benedizione speciale, una sorte.

Brahim è il giovane presidente dell’associazione Un geste pour tous, appena tornato dal confine tra Siria e Libano, dove era impegnato in altri progetti umanitari. Coordina le operazioni della cena. Di fronte a lui, una fila ordinata di uomini che attendono in silenzio di ricevere un piatto di carta ricolmo di cibo. I pompieri e la polizia italiana osservano la scena: un parcheggio con centinaia di africani che vengono serviti da un’associazione internazionale, mangiano per terra, interrompendo il pasto con i momenti della preghiera.

CRISTIAN È RESPONSABILE dei servizi Caritas di Ventimiglia. Parla di crisi strutturale e della necessità di istituire maggiori servizi di accoglienza. Ricorda che prima di questa crisi, ve ne sono state altre, come quella degli albanesi e dei curdi. Dopo le ore di lavoro sotto la pressione costante di centinaia di persone che attendono un aiuto primario, Cristian ritorna dalla propria famiglia, dai suoi figli, oppure si rifugia, a sua volta, nella musica.

Nathalie lavora con Amnesty International nella complessa situazione del confine italo-francese. Parla italiano, inglese, francese. Arriva alla Caritas insieme a una ragazza di origine Eritrea. La ragazza ha una benda sulla fronte. Dice di avere 14 anni e di essere stata respinta violentemente al confine. Alla stazione ferroviaria di Menton-Garavan la polizia francese fa scendere dal treno i migranti, per accompagnarli in un apposito recinto al confine di Grimaldi, frazione di Ventimiglia, in attesa di lasciarli liberi in Italia. La giovane parla soltanto arabo. Ha tra le mani un foglio che recita «refus d’entrée». Nathalie cerca di rassicurarla, mentre una responsabile della parrocchia di Sant’Antonio cerca di ottenere il permesso per accogliere un corpo in più.

SEDUTA SUL MURETTO che separa la strada dalla chiesa, Nathalie parla di un fatto strano, un racconto dai tratti oscuri. Di notte, ogni due o tre settimane, arrivano dei pullman della polizia pronti a trasferire da Ventimiglia a Taranto almeno un centinaio dei ragazzi che vivono sul fiume; oltre 1000 chilometri indietro rispetto al viaggio disperato che queste persone stanno affrontando. Rispetto a questa «pratica informale» non ci sono dati certi; il prelevamento forzato delle persone avviene al buio e non si conoscono i numeri esatti, non si capiscono i criteri di scelta di chi viene forzato a ritornare a Sud, ne l’identità di questi esseri umani ridotti a corpi in circolazione per un paese europeo che diventa per loro una gabbia.

*Enrico Masi, regista di documentari, Stefano Migliore produttore, entrambi alla Caucaso Factory

FONTE: Enrico Masi e Stefano Migliore, IL MANIFESTO 29 giugno 2017


29 giu 2017

Migranti. Come si salva la solidarietà

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di Mario Calabresi

 

La Repubblica , 29 giugno 2017

 

La parola “Solidarietà” può ancora essere pronunciata e poi messa in atto o, come temeva Stefano Rodotà nel suo ultimo libro – che ci è sembrato necessario ristampare e troverete in edicola domani – è destinata ad essere proscritta e condannata? È ancora possibile parlare di inclusione, accoglienza e integrazione senza essere tacitati e spazzati via dal disagio e dalle paure dei cittadini e da chi cavalca questi sentimenti? Una strada esiste, ma è un passaggio stretto, necessario, anzi indispensabile per non tradire la nostra tradizione civile e insieme la nostra tenuta democratica. Questa strada ha bisogno di parole chiare e ha una scadenza assai ravvicinata: oggi.
Al vertice europeo di Berlino il premier italiano si presenta accompagnato da 22 navi che stanno per sbarcare sulle nostre coste 12.500 migranti recuperati al largo della Libia. È un punto limite, lo ha sottolineato ieri il presidente Mattarella: “Se il fenomeno dei flussi continuasse con questi numeri la situazione diventerebbe ingestibile anche per un Paese grande e aperto come il nostro “.
Il Capo dello Stato ha sottolineato la necessità di trovare il modo di bilanciare i principi di accoglienza con i diritti della nostra popolazione: “il fenomeno va governato assicurando contemporaneamente la sicurezza dei cittadini”. Ma l’Italia da sola non può farlo.
E la geografia non può scaricare tutto il peso sul Paese più vicino alle coste africane. L’Europa che si mobilitò nella primavera dello scorso anno per chiudere la rotta balcanica, che portava il flusso di profughi e migranti verso la Germania e il Nord, mettendo a disposizione della Turchia tre miliardi di euro, oggi appare vaga e assente. Il nuovo presidente francese Macron, che solo una settimana fa si dimostrava solidale con un’Italia “lasciata troppo sola”, ieri ci ha rispedito indietro un centinaio di ragazzi che avevano osato varcare la frontiera di Ventimiglia.
Il nostro Paese, istituzioni e cittadini insieme, si è mostrato fino ad oggi paziente, preparato e dignitoso. Il nostro Paese non ha tradito le leggi del mare e le regole non scritte della salvezza e dell’accoglienza e non può e non deve cambiare rotta. Ciò che deve necessariamente e urgentemente cambiare è il contesto in cui ci muoviamo. Prima che questa diventi un’estate di emergenza, di rissa tra sindaci e prefetti, di scontro tra comuni o regioni limitrofe, di barricate di cittadini inferociti e di perdita di razionalità, l’intera Europa deve fare la sua parte. Stabilendo regole chiare valide per tutti i Paesi e investendo economicamente nell’assistenza (a partire da un reale contributo finanziario per dare sollievo soprattutto ai comuni, su cui ricade il peso principale della gestione dei nuovi arrivati) e nel tentativo indispensabile di governo dei flussi migratori. Vanno combattute le organizzazioni di trafficanti di uomini e finanziati campi di accoglienza gestiti dall’Unhcr in Libia e nei Paesi in cui si snoda la tratta di uomini e donne, a partire da Ciad e Niger. Luoghi dove valutare chi ha il diritto d’asilo e far partire i rimpatri assistiti, prima che comincino le marce nel deserto e le traversate per mare.
Perché questa non diventi un’operazione repressiva deve nascere un piano concreto di sostegno allo sviluppo dei Paesi d’origine, che assicuri una speranza di miglioramento di vita. Ma non basta stanziare soldi, bisogna seguire passo passo le iniziative per impedire che i fondi europei ingrassino solo la corruzione di potentati e funzionari. Solo così potremo continuare a parlare di solidarietà e di inclusione, solo mostrando ai cittadini di comprendere le loro paure potremo continuare a sostenere la necessità di integrare i bambini che nascono in Italia da genitori stranieri. Quella legge sullo ius soli in discussione in Parlamento e per la quale ci siamo mobilitati da settimane. Chi vive regolarmente nel nostro Paese e qui studia e cresce deve avere la certezza di un percorso futuro, non deve sentirsi emarginato o rifiutato, ne va dell’avvenire dell’Italia e anche della sua sicurezza. Solidarietà e integrazione sono valori troppo preziosi e vitali per perderli o dismetterli, dobbiamo salvarli e perché ciò possa accadere è necessario alzare la voce – prerogativa che non andrebbe lasciata solo a populisti e xenofobi – e questo lo dobbiamo fare subito. Questa mattina.


18 giu 2017

Ristretti orizzonti, larghe vedute

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di Patrizio Gonnella

 

Il Manifesto, 18 giugno 2017

 

Le loro carceri. Nel penitenziario Due Palazzi di Padova una redazione giornalistica di detenuti e un laboratorio di pasticceria. Preziosissima l’informazione prodotta dai giornalisti diretti da Ornella Favero. E i dolci della Cooperativa Giotto hanno fatto il giro del mondo, anche il Papa li ha ordinati per le feste. A Padova ci sono due prigioni. Il più noto è il carcere Due Palazzi. Si trova tra Limena e Rubano, a pochi chilometri dal centro. Nebbia, asparagi e uova, ombre mattutine fanno parte della vita di tutti i giorni. Un carcere distante dal centro non aiuta usualmente a consolidare un buon rapporto con il territorio.
Ciò non ha scoraggiato a far sì che il Due Palazzi divenisse uno degli istituti penitenziari più ricchi in termini di partecipazione della società civile. Fu inaugurato a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, in quella stagione dove lo scandalo delle carceri d’oro – evocate da Fabrizio De André in uno dei suoi tanti affreschi di vite perdute – anticipò ma non impedì che scoppiasse Tangentopoli. Il carcere, non distante dal casello autostradale, fu riempito di detenuti prima che fosse terminato e pavimentato. Padova è una città universitaria di grande prestigio.
È sede del centro per i diritti umani, a lungo diretto dal professor Antonio Papisca, di recente scomparso. È stato il primo centro in Italia, e forse in Europa, che ha dato dignità accademica agli studi sulla pace e i diritti umani. Intorno al Centro gravitavano illustri studiosi della pena, come l’amico Beppe Mosconi, capaci di decostruire le ambiguità del sistema penitenziario. Padova brulica di studenti. Forse per questo brulica anche di iniziative culturali, di associazioni e di cooperative. Alcune delle quali hanno fatto nel tempo cose straordinarie all’interno del Due Palazzi.
Ho vissuto alcuni anni a Padova, a metà degli anni Novanta. E nel carcere Due Palazzi ci sono andato centinaia di volte. A Padova vi sono un paio di organizzazioni di cui l’Italia civile dovrebbe andare fiera. Ristretti Orizzonti è un’associazione a cui dobbiamo tutti qualcosa. Ha messo in piedi una redazione composta da detenuti che informa l’Italia intera su quello che accade nelle prigioni e nelle aule di giustizia italiane. La newsletter da loro prodotta è un patrimonio di notizie, di documenti, di storie a disposizione di giornalisti, operatori, volontari, esperti, studenti.
Grazie all’impegno di Ornella Favero e di Ristretti Orizzonti si è aperto uno squarcio di luce sui suicidi, il cui numero non coincide mai con quello più basso che si legge nelle statistiche ufficiali. Ristretti Orizzonti ha il merito di avere avviato una campagna di informazione sui detenuti reclusi nei circuiti di alta sicurezza, spesso esclusi da ogni attività. Della redazione giornalistica faceva parte, prima di ottenere il meritato provvedimento di ammissione alla semilibertà, Carmelo Musumeci, detenuto condannato all’ergastolo e recluso nella sezione di alta sicurezza. Per anni Carmelo Musumeci, mentre studiava, conseguiva due lauree e scriveva romanzi, ha lottato a viso aperto contro l’ergastolo ostativo, ovvero l’ergastolo senza prospettiva di libertà.
La Cooperativa Giotto di Nicola Boscoletto, nel carcere Due Palazzi di Padova, ha aperto un laboratorio di pasticceria. Non un’attività di mera assistenza ma ispirata alla massima professionalizzazione. Non è un caso che i panettoni da loro prodotti hanno fatto il giro del mondo e anche il Papa li ha ordinati in occasione delle scorse feste natalizie. Su google map e su tutti gli indicatori digitali compare prima la pasticcera Giotto e poi il carcere. Un vanto a livello globale. Così almeno avrebbe dovuto essere.
Nel carcere di Padova vi è una sezione di alta sicurezza. In alta sicurezza vanno a finire i detenuti in base al reato commesso e non alla loro pericolosità di fatto. Non è un regime imposto dalla legge. È frutto di una circolare dell’amministrazione penitenziaria che affida al direttore, al termine di una procedura complessa, la possibilità di declassificare il detenuto, toglierlo dall’alta sicurezza e riportarlo nel meno vessatorio e duro circuito ordinario di detenzione. Può fare ciò se serve al processo di risocializzazione.
Ho conosciuto tanti direttori che si sono avvicendati nel tempo a gestire il carcere di Padova. A uno di loro si devono intuizioni e progetti innovativi. Alcuni sono persone di grande valore. Non sempre questo valore è stato riconosciuto dai vertici. Le carriere non sempre sono costruire sulle capacità manageriali e sugli obiettivi costituzionali raggiunti. A volte vengono premiati quei direttori che non fanno accadere nulla, nel bene e nel male. In un carcere ben gestito, ben diretto, aperto al territorio può acceder che qualcuno ne approfitti. È da ipocriti pensare che in una prigione non possa entrare droga o non possano entrare cellulari (cosa accaduta pare nei giorni scorsi al Due Palazzi). Se si vuole una prigione impermeabile bisogna accettarne le conseguenze e avere una prigione blindata, povera di opportunità sociali e dunque incostituzionale.
Raccontava Mario Gozzini nel suo bel libro “Carcere perché, carcere come” che per tutti gli anni Ottanta l’amministrazione penitenziaria attraesse funzionari progressisti e democratici, che però dopo poco restavano disillusi in quanto stretti all’interno di pratiche reazionarie o lassiste. A seguire non parlerò dei bravi direttori padovani che ho personalmente conosciuto, né del colto e simpatico direttore attualmente in sella con cui ho condiviso gli anni universitari a Bari, ma del penultimo direttore che non ho mai incontrato.
Quelli che viviamo sono tempi difficili per chi si occupa di esclusione sociale, di migranti, di carcerati. Si respira un clima d’odio, si infangano persone per bene e storie nobili. Così accadeva nell’America degli anni Sessanta per chi si opponeva all’establishment bellico repubblicano.
È accaduto qualche tempo fa che ragionevolmente l’ex direttore della casa di reclusione di Padova abbia declassificato alcuni detenuti spostandoli dal regime penitenziario di alta sicurezza. Mica li ha messi in libertà. Semplicemente li ha trasferiti, sulla base di prognosi condivise di natura sociale, nelle sezioni ordinarie dove ci sono tradizionalmente più opportunità per chi vuole andare a scuola, in biblioteca, a teatro o lavorare. L’amministrazione penitenziaria decide di inviare un ispettore. Le carte finiscono in Procura. E qui viene messo sotto indagine, pare per falso, il direttore in quanto si sarebbe fatto condizionare da Ristretti Orizzonti e dalla Cooperativa Giotto nella sua decisione. Le due organizzazioni avevano in quel 2015 alla luce del sole manifestato la loro contrarietà a trasferimenti in isole o luoghi lontani di detenuti che da più di un decennio vivevano e lavoravano in quel carcere.
Cos’altro avrebbero dovuto fare se non portare avanti le proprie campagne in piena trasparenza e coerenza? E un direttore se ritiene giusto compiere un atto per sua natura discrezionale deve omettere di farlo solo perché coincide con il volere di associazioni e cooperative che agiscono per il bene pubblico?
Taluni leggendo quest’articolo diranno che in Italia comunque non siamo nell’Ungheria di Orban dove le associazioni e le università libere sono messe al bando. È vero, fortunatamente gli spazi di agibilità per chi si occupa di diritti umani non si sono ancora drammaticamente ristretti. Eppure i primi inquietanti segnali, qua e là, iniziano a intravedersi. Come altro intendere, altrimenti, gli attacchi alle Ong che salvano vite nel Mediterraneo?
Sarebbe buona cosa se l’amministrazione penitenziaria intervenisse con parole chiare a favore di chi, funzionario del ministero o associazione o cooperativa, abbia agito nell’interesse pubblico. Chiediamo ai lettori del manifesto di sostenere Ristretti Orizzonti e di comprare i panettoni e i dolci della cooperativa Giotto. È il miglior modo per affermare il valore costituzionale della pena.


16 giu 2017

Il lavoro in carcere evita la recidiva, progetti a confronto a Genova

Il 70% dei detenuti in Italia torna nuovamente in carcere una volta uscito. La percentuale scende al 20% nel caso il detenuto sia stato coinvolto in un’attività lavorativa durante la pena.

Solo questo dato dovrebbe suggerire qualcosa sia allo Stato sia a chi gestisce le case circondariali. Invece parte dalle associazioni e da chi gestisce i progetti singoli, un tentativo di ascoltare le esperienze, condividerle, «per capire come possiamo essere imprenditoriali e a quanti finanziamenti esterni possiamo accedere», dice Paolo Trucco, coordinatore del progetto Press a Marassi per la Bottega solidale.

Trucco è uno dei relatori del convegno “Lavoro in carcere: che impresa! Esperienze, confronto e idee di sviluppo“, organizzato dalla Rete Carcere coordinata dal Celivo, Centro di servizi al volontariato e in corso per tutta la giornata di oggi, 16 giugno, alla Casa della Giovane di piazza Santa Sabina. Ospiti anche responsabili di progetti non liguri, proprio per cominciare nell’ottica della massima condivisione: Gian Luca Boggia di Extraliberi (Torino, serigrafia e stampa in digitale), Liri Longo di Rio Terà dei Pensieri (Venezia, riciclo pvc, cosmetica, pulizia aree urbane, agricoltura biologica, serigrafia), Nicola Boscoletti della Pasticceria Giotto (Padova, pasticceria artigianale), Giusy Biaggi di I buoni di Ca’ del Ferro (Cremona, confezionamento prodotti alimentari curati dalla cooperativa Nazareth).

Presenti anche i genovesi: «Il progetto Press – racconta Trucco – esiste dal 2008. Si tratta di un laboratorio in cui lavorano 5 persone della quinta sezione ad alta sicurezza, a tempo determinato, part-time, che sviluppa una linea di prodotto basato su una filiera etica e sociale. Le magliette arrivano da un produttore ecosociale in Bangladesh, mentre qui i detenuti le completano con stampa serigrafica, transfer e altre tecniche».

La mole di lavoro non consente di allargare il numero di persone coinvolte. «Eppure i numeri dimostrano quanto sia importante proporre attività qualificanti – sottolinea Trucco – che siano utili anche fuori dal carcere. Difficilmente chi fa il cuoco nella mensa, le pulizie o il barbiere durante la detenzione, può spendersi questa qualifica una volta uscito. Le attività proposte danno opportunità alle persone di scontare la pena in maniera costruttiva, non oziando tutto il giorno». Il progetto Press è gestito come un’impresa a tutti gli effetti: «Non c’è nessuno che copre gli eventuali passivi a fine anno e periodicamente accediamo a finanziamenti per l’acquisto dei macchinari, come ogni altra azienda».

La rete carcere del Celivo è attiva dal 2010 ed è composta da un gruppo di associazioni che si occupa in vari modi di giustizia penale e riparativa. Si riunisce una volta al mese nella sede del Centro ed è aperta a tutti gli enti che desiderano dare un contributo.

L’avvio di un progetto in carcere dipende molto anche dalla disponibilità della direzione, che fortunatamente a Marassi, a quanto riferisce Trucco, è stata particolarmente ricettiva, anche dopo l’avvicendamento tra Salvatore Mazzeo e Anna Maria Milano. «Trovare gli spazi, ottenere la disponibilità del personale non è sempre facile», puntualizza Trucco.

Etta Rapallo presidente dell’associazione Sc’Art e Manuela Musso, coordinatrice del progetto Creazioni al fresco, annunciano fiere che domani Coop Liguria (per la terza volta nella storia del progetto) consegnerà all’assemblea dei soci 850 borse fatte dalle detenute coinvolte da Creazioni al fresco: «Abbiamo due laboratori – dice Rapallo – uno nel carcere di Pontedecimo e l’altro in un circolo Arci a Bolzaneto, in sostanza realizziamo borse, complementi d’arredo e accessori di moda, con striscioni pubblicitari dismessi e tele di ombrelli rotti. Al momento ci lavorano 7 persone, 4 in borsa lavoro e 3 part-time, abbiamo anche una detenuta in regime di semilibertà». Creazioni al fresco è sostenuto da una rete di imprese e di realtà profit e non profit sia con commesse di lavoro sia con donazioni e contributi. «Lavorare in carcere – sottolinea Musso – aiuta a vedere le cose con una prospettiva diversa e a ripensare il futuro, ad avere un approccio con la normalità, con una vita che non ha contatti con l’esperienza da cui le detenute provenivano».

In Liguria ci sono altre esperienze che sono state raccontate nella giornata di confronto: a Pontedecimo c’è Grafiche KC, un laboratorio di stampa e legatoria, a Chiavari la Cooperativa sociale Nabot si occupa di trasporti, sgomberi, raccolta indumenti e pulizie.

Anche l’associazione Sc’Art denuncia la mancanza di un coordinamento nazionale: «C’è stata l’esperienza del Progetto Sigillo – ricorda Rapallo, la prima agenzia nazionale di coordinamento dell’imprenditorialità delle donne detenute, sostenuto dal ministero della Giustizia, che si occupava di certificare con un marchio la qualità e l’eticità dei prodotti realizzati all’interno delle sezioni femminili di alcuni dei più affollati penitenziari italiani».

Sigillo era gestito da una vera e propria agenzia dedicata, che ne curava le strategie di prodotto, comunicazione e posizionamento sul mercato, come un brand a tutti gli effetti, ma è stato sospeso, il sito è però ancora attivo e l’ultimo aggiornamento risale al 2015.

Il sovraffollamento è uno degli altri grossi problemi delle carceri italiane, Cassa depositi e prestiti avrebbe anche un piano carceri con investitori pronti a fare la loro parte (lo ha dichiarato proprio a BizJournal Liguria il direttore Fabio Gallia a Genova qui), ma se dalla politica non arriva l’input tutto è destinato a restare immobile

Emanuela Mortari – BizJournal Liguria


1 mar 2017

Una sentenza storica che stabilisce come prevalente sul legame biologico, per il riconoscimento della genitorialità, il rapporto d’amore e cura stabilito col bambino

Dichiarazione di Francesca Chiavacci, presidente nazionale Arci

Una sentenza che molti non esitano a definire storica. Per la prima volta viene riconosciuta anche in Italia a due uomini la possibilità di essere considerati padri di due bambini nati negli Stati Uniti grazie alla maternità surrogata.

Ancora una volta sono le aule di tribunale a riscrivere il diritto di famiglia, di fronte ad una politica perennemente in ritardo, incapace di leggere i cambiamenti che avvengono nella società e di dare risposte adeguate. Una politica che sceglie compromessi al ribasso piuttosto che condurre con determinazione battaglie di piena uguaglianza.


15 feb 2017

Bene tassare le sale giochi

Campagna Mettiamoci in gioco: “Ridurre i guadagni di chi opera nell’azzardo,
invece di introdurre misure che colpiscono soprattutto gli strati più deboli”

 

Roma, 13 febbraio 2017 – “Mettiamoci in gioco”, la Campagna nazionale contro i rischi del gioco d’azzardo, condivide l’ipotesi di tassare le sale giochi per far fronte alle richieste che ci giungono dall’Unione Europea.

Per Mettiamoci in gioco è certamente preferibile ridurre i guadagni di chi opera nell’azzardo piuttosto che introdurre misure – come l’aumento delle accise sui carburanti – che colpiscono soprattutto gli strati più deboli della popolazione.

Aderiscono alla campagna Mettiamoci in gioco: Acli, Ada, Adusbef, Ali per Giocare, Anci, Anteas, Arci, Associazione Orthos, Auser, Aupi, Avviso Pubblico, Azione Cattolica Italiana, Cgil, Cisl, Cnca, Conagga, Ctg, Federazione Scs-Cnos/Salesiani per il sociale, Federconsumatori, FeDerSerD, Fict, Fitel, Fp Cgil, Gruppo Abele, InterCear, Ital Uil, Lega Consumatori, Libera, Scuola delle Buone Pratiche/Legautonomie-Terre di mezzo, Shaker-pensieri senza dimora, Uil, Uil Pensionati, Uisp.

Info:
Mariano Bottaccio – cell. 329 2928070
email: ufficiostampa@mettiamociingioco.org
www.mettiamociingioco.org


Il Consiglio comunale di Genova approva la delibera sui beni confiscati alla Mafia

Comunicato stampa del Cantiere per la legalità responsabile

La delibera approvata quest’oggi (14 Febbraio) rappresenta un primo passo, importante anche se sicuramente non sufficiente: oggetto della delibera è infatti solo un gruppo molto esiguo di unità immobiliari, 11 su 96.

Ci auguriamo che l’Amministrazione Comunale, quella in carica e quella futura, faccia seguire all’acquisizione gli adeguati interventi per l’insediamento di attività che possano davvero rigenerare le aree in cui i beni sono ubicati, scongiurando il rischio che tornino ad essere locali anonimi. La strada che da sempre abbiamo promosso è quella di un bando pubblico, aperto e trasparente. La recente approvazione del Regolamento dei Beni Comuni può quindi rappresentare un utile strumento.

Requisito essenziale di questi provvedimenti è però l’inserimento del tema particolare dei beni confiscati alla criminalità organizzata in un quadro complessivo, unitario e trasversale ai vari ambiti dell’amministrazione comunale.

Auspichiamo inoltre che il Comune di Genova non venga lasciato solo: tutti gli Enti Locali, a partire dalla Regione Liguria, facciano la loro parte nel sostenere questo processo.
Esiste una legge regionale, la n.7 del 2012, che prevederebbe misure di sostegno agli Enti Locali che recuperano e riutilizzano i beni confiscati: legge che, purtroppo, non ha mai avuto finanziamenti adeguati.

Rispetto ai beni ancora in gestione da parte dell’Agenzia Nazionale per i Beni Sequestrati e Confiscati, esistono ancora forti criticità, evidenziate di recente da alcuni articoli apparsi sulla stampa locale e nazionale. Criticità che impongono la massima attenzione da parte di tutte le Istituzioni coinvolte, a partire dall’Agenzia per arrivare alla Prefettura di Genova.


13 feb 2017

Il governo decide sulla pelle di migranti e profughi

 

Questo decreto non è che il tentativo di rendere meno visibili i Cie per tacitare la cordata Grillo-Salvini-Meloni e ingraziarsi l’Europa

Alessandro Dal Lago, il manifesto • 11 Feb 17

Il decreto sull’immigrazione varato ieri dal Consiglio dei ministri (insieme all’altro, immancabile, sulla sicurezza urbana) segue le iniziative del ministro Minniti in tema di blocco degli sbarchi (accordi con Libia, Niger ecc.). E come queste, è destinato al fallimento. Ovviamente, sulla pelle di migranti e profughi.

Il decreto, in sostanza, prevede due tipi di misure: lo «snellimento» delle procedure di riconoscimento del diritto d’asilo e la «razionalizzazione» dei Cie, che da oggi vengono denominati Cpr, Centri permanenti per il rimpatrio. La tendenza tipicamente governativa di cercare di risolvere i problemi cambiando nomi e sigle è soddisfatta ancora una volta.

Un tempo c’erano i Cpt (Centri di permanenza temporanea), un ossimoro grandioso, come se le prigioni fossero chiamate, che so, centri di libertà internata. Poi sono arrivati i Cie (Centri di identificazione ed espulsione), che però fanno troppo repressione indiscriminata.

E ora, in modo più sensibile ai diritti umani verbali, si parla di «rimpatrio», come se profughi e migranti non vedessero l’ora di tornare a casa, sotto le bombe.

Ma iniziamo dall’asilo. Come ha chiarito il ministro Orlando, il rifiuto dell’accoglienza come profughi «non è reclamabile», se non in Cassazione. Quindi niente appello. Il che significa semplicemente che un profugo proveniente dalla Nigeria può vedersi respinta la domanda, andarsene in un Cpr, starci un bel po’, essere espulso in Libia, preso in carico da qualche banda armata al servizio del governo Serraji, e poi sparire in un prigione libica (dove sono documentate violenze di ogni tipo, dagli stupri e agli omicidi). È da qui che farà ricorso in Cassazione?

Quanto ai Cpr, si prevedono centri in ogni regione per complessivi 1.600 posti. Ora, qui c’è qualcosa che non torna proprio. Secondo dati del Ministero degli interni, su 41.000 irregolari rintracciati nel 2016, 22.000 non sono stati espulsi o allontanati alle frontiere. Per non parlare di chi non è stato rintracciato (perché finito nel lavoro nero, nelle campagne ecc.).

E per tutta questa gente dovrebbero bastare 1.600 posti? Ma si tratterà di permanenze brevi, obietta Minniti, che ama, anche lui, gli ossimori. Ma se la massima permanenza prevista è di 90 giorni, chi garantisce che in poco tempo i Cpr non si gonfino, rendendo le condizioni di vita degli internati ancora più tragiche di quanto non siano nei Cie? Non lo garantisce proprio nessuno, neppure il misterioso «garante dei migranti», di cui non si conoscono poteri e giurisdizione.

E poi c’è quella norma che prevede la possibilità per i comuni di impiegare i migranti «su base volontaria» per lavori «socialmente utili», per rendere l’attesa (di che cosa?) meno snervante. Come dire, lavora gratis che ti passa la noia.

Dietro questa norma, io vedo – chissà perché – il contributo del ministro Poletti. In sostanza, migranti e richiedenti asilo diventano dei voucher umani che i comuni possono spendere per pulire le strade, cancellare i graffiti dai muri e così via. Risparmiando così risorse umane e materiali.

Un piccolo contributo degli stranieri alla diminuzione della spesa pubblica del generoso paese che li accoglie. Ma resta il fatto che la servitù è servitù, anche quando è volontaria.

Questo decreto non è che il tentativo di rendere meno visibili i Cie per tacitare la cordata Grillo-Salvini-Meloni e ingraziarsi l’Europa. Visto che gli altri paesi non ricollocano i migranti che arrivano da noi, vi facciamo vedere come siamo efficienti e severi con i clandestini. Così, magari, ci condonate un altro decimale del deficit.