Rassegna stampa

12 set 2017

Adesso è ufficiale: fare servizio civile aiuta a trovare lavoro

Un’indagine su migliaia di giovani conferma: a un anno dal termine del servizio civile la percentuale di occupati tra chi l’ha svolto è più alta del 12%, dopo tre anni sale al 15%. Un’occasione che premia soprattutto le donne. Abbattuta del 75% la probabilità di rimanere disoccupati a lungo

Fare servizio civile aiuta a trovare lavoro. Non è una pubblicità progresso finanziata dal governo, ma una realtà misurata e certificata dal libro edito da Franco Angeli e pubblicato il 25 agosto “Giovani verso l’occupazione. Valutazione d’impatto del Servizio Civile nella cooperazione sociale” a cura di Liliana Leone e Vincenzo De Bernardo. Ebbene, in base ai risultati della ricerca, a un anno dal termine del servizio civile la percentuale di occupati tra i giovani che l’hanno svolto è più alta del 12% rispetto a quella di chi non l’ha svolto, quota che si alza al 15% dopo tre anni. Non solo: la quota di disoccupati di lungo corso è maggiore del 23% tra chi non ha svolto il servizio, mentre, a parità di occupazione, chi ha prestato servizio è più soddisfatto economicamente (+6,5%). Risultati resi possibili, scrivono gli autori, dall’accrescimento del capitale umano dei volontari, inteso come «insieme di conoscenze e abilità spendibile sul mercato del lavoro» e dallo sviluppo del capitale sociale, ovvero l’insieme di «norme condivise, relazioni di fiducia e valori che regola le relazioni tra individui e gruppi».

L’indagine ha preso in esame i giovani che hanno concorso ai bandi del servizio civile nazionale a partire dal 2010, a loro volta suddivisi in due gruppi: quelli che hanno effettivamente prestato servizio nelle cooperative sociali aderenti a Confcooperative e un altro campione (gruppo di controllo) di ragazzi con caratteristiche analoghe che hanno partecipato ai bandi risultando idonei, ma che poi non hanno mai svolto servizio per mancanza di posti disponibili. La distribuzione territoriale del campione è fortemente differenziata: il 29,5% ha svolto servizio civile in Piemonte, il 16,5% in Sicilia, il 7,4% in Veneto, mentre nelle altre Regioni troviamo percentuali di partecipazione inferiori (meno dell’1% in Calabria, Umbria, Molise, Val d’Aosta). Il 76% dei volontari del campione sono donne.

«Il servizio civile non nasce come misura né diretta né indiretta di politica attiva del lavoro», sottolinea uno dei due curatori, Vincenzo De Bernardo, responsabile del Servizio Civile per Confcooperative. «Tuttavia sin dalla fase di selezione dei volontari, la componente motivazionali solidaristica e quella legata alla ricerca del lavoro sono tra loro strettamente connesse». Un’aspettativa che, come vedremo subito, non resta delusa.

Gabriella Meroni 30 Agosto Vita


9 set 2017

Migranti e scafisti, cosa accade davvero in Libia

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di Lorenzo Cremonesi

 

Corriere della Sera, 9 settembre 2017

 

Nel covo di zio Dabbashi. Così il principe degli scafisti ha schierato le sue milizie per fermare i migranti. Ancora nel 2010 Ahmad Dabbashi era un facchino appena ventenne al mercato all’aperto. Uno di quelli che si presta per lavoretti a ore di ogni tipo, trasporta le cassette della frutta, scarica i camion e aiuta anche nei traslochi, con il padre impiegato all’ufficio postale di Sabratha e i fratelli ancora bambini che giocano a pallone per la strada.
“Un poveraccio a cui non avresti dato un soldo. “Ammu, mi regaleresti una sigaretta?”, chiedeva strascicato a quelli che incontrava. Così diceva, “ammu”, che in arabo significa zio. E per tutti era diventato “Al Ammu” lo zio. Chi avrebbe mai detto che in pochissimi anni sarebbe diventato il bandito più famoso della regione, contrabbandiere di petrolio e trafficante di esseri umani, sino a trasformarsi adesso in poliziotto anti migranti per eccellenza, che tratta con il governo di Tripoli e persino con quello italiano?”.
Sono le parole di Mohammad, un suo vecchio vicino di casa. E rispecchiano fedelmente ciò che a Sabratha e dintorni è oggi il parere più comune: Al Ammu, l’ex facchino, ha fatto fortuna.
Di ciò che era rimane solo il soprannome. Per il resto, ha prosperato nel caos seguito alla rivoluzione “assistita” dalla Nato, allo sfascio violento del post-Gheddafi. Tanto che ora è una delle figure più famose, ma anche temute e controverse, della Tripolitania occidentale. Noi siamo venuti a cercarlo direttamente nel suo “regno”: Sabratha, il cuore pulsante degli scafisti e dei trafficanti, dove criminalità organizzata e persino jihadismo militante spesso trovano territori comuni, ma soprattutto meta agognata per centinaia di migliaia di disperati in arrivo dall’Africa sub-sahariana pronti a tutto pur di imbarcarsi verso le coste italiane.
La “riconversione” – A fine agosto gli uffici locali della Reuters e della Associated Press sono stati i primi a rivelare la sua recente “riconversione” da principe degli scafisti a collaboratore di primo piano con il progetto del governo italiano per il blocco dei flussi migratori. Il servizio di intelligence della polizia locale ci dice “che ultimamente avrebbe ricevuto almeno 5 milioni di euro dall’Italia, se non il doppio, con la piena collaborazione del premier del governo di unità nazionale riconosciuto dall’Onu, Fayez Sarraj”.
Una vicenda che racconta tanto della Libia contemporanea, dove chiunque voglia cercare di cambiare le cose deve comunque confrontarsi con un Paese tenuto volutamente allo stato tribale per quasi mezzo secolo nella logica del divide et impera di Muammar Gheddafi e adesso lacerato da una miriade di lotte e divisioni interne senza fine. “Personalmente posso capire che gli accordi del governo Sarraj con Dabbashi abbiano aspetti ambigui. In Occidente potete anche pensare che siano poco morali. Ma questa è la realtà della Libia.
Chi vuole intervenire fa i conti con le forze che dominano sul campo, che spesso sono poco pulite, ambigue, persino criminali. Con la milizia di Dabbashi c’era poco da fare. Combatterla significa rilanciare il bagno di sangue e per giunta con nessuna prospettiva di vittoria. Il modo migliore era integrarla, agire pragmatici. Cosa che i servizi d’informazione italiani e Minniti, con il quale mi sono incontrato più volte in Libia e a Roma, hanno ben intuito.
Presto ne vedremo i risultati positivi”, ci dice con tono realista il 43enne Hussein Dhwadi, da tre anni sindaco di Sabratha. Questi afferma di “non escludere, ma non sapere, se davvero gli italiani hanno pagato Dabbashi e in quale forma”. Cosa del resto già nettamente negata sia dalla Farnesina che dall’ambasciata italiana a Tripoli. Tuttavia, nella stessa Sabratha non mancano i nemici feroci di Dabbashi ben contenti d’investigare.
“È un mafioso, un bandito, che sino a poche settimane fa ha assassinato i nostri agenti e prosperato nell’illegalità, nell’arbitrio. Non potrà mai essere nostro alleato”, dice Basel Algrabli, 36 anni, direttore della locale Unità Anti-Migranti. Gli argomenti più forti arrivano dai responsabili dei servizi di intelligence della polizia urbana, con cui abbiamo parlato per due ore. Ma chiedono di non essere identificati nel timore di vendette contro di loro e le famiglie. Su Ahmad Dabbashi e il suo clan hanno interi dossier, alcuni dei quali ci sono anche stati mostrati: hanno iniziato infatti a seguirlo già un paio d’anni dopo il linciaggio mortale di Gheddafi a Sirte nell’ottobre 2011.
Da tempo “Al Ammu” aveva scoperto che poteva far soldi occupandosi dell’ordine pubblico. Uccise “quasi per caso” un miliziano di Zintan che insidiava alcune ragazze su una spiaggia locale. Diventa allora un piccolo eroe, per qualche mese gestisce gli accessi alla spiaggia, poi si avvicina al Libyan Fight Group, il fronte jihadista libico che simpatizza per Al Qaeda.
Con il latitare delle vecchie autorità gheddafiane il campo religioso guadagna punti. La gente gli dà credito, lo paga per garantirsi sicurezza. Lui assolda fratelli e cugini. Poi, il salto di qualità: ruba 250.000 dinari a un commerciante locale, comincia a trafficare in droga e petrolio. Adesso può pagare i suoi uomini, si procura le Toyota blindate montanti mitragliatrici pesanti. Oggi ne possiede a decine utilizzate da centinaia di miliziani, forse oltre 300 ai suoi ordini diretti. Tanti raccolti dalla strada, dai luoghi della sua giovinezza.
Affari di famiglia – La sua struttura si militarizza nel 2014. Al Ammu comanda adesso la “Brigata Anis Dabbashi”, intitolata a uno dei cugini morti in uno scontro a fuoco. Un’altra Brigata, la “48”, è invece diretta dal fratello più giovane, Mehemmed chiamato “al Bushmenka”, con la partecipazione attiva dei cugini Yahia Mabruk e Hassan Dabbashi. Nel 2015 impongono il monopolio sui movimenti dei camion verso il deserto e lungo la costa dal confine con la Tunisia al porticciolo di Zawiya. Non però verso Tripoli, perché qui domina violenta la potente tribù dei Warshafanna, ex sostenitori di Gheddafi oggi propensi a stare con il generale Khalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica.
Sempre secondo le stesse fonti, è in questo periodo che “Al Ammu” si assicura anche una parte dei servizi di protezione dei cantieri e terminali di petrolio e gas a Mellitah: dunque, indirettamente, delle attività Eni nel Paese. “Probabilmente è allora che lui ha i primi contatti con gli 007 italiani. Rapporti che poi si approfondiscono ai tempi del rapimento dei quattro tecnici italiani della Bonatti proprio diretti dalla Tunisia a Mellitah (di cui poi due tragicamente assassinati, ndr.)”, aggiungono.
Il capo del clan Dabbashi però è un ricercato, per lui è difficile viaggiare, specie all’estero. Tocca allora a Yihab, il fratello giovane più fidato, fungere da negoziatore e businessman del gruppo. Sulla rete difende il buon nome dei Dabbashi, oggi li rilancia come gruppo legittimo e garante della legge. “Yihab ha trattato per conto del fratello anche l’accordo sui migranti. Abbiamo le tracce dei suoi movimenti recenti. Sappiamo che tra fine luglio e fine agosto è volato a Malta con la compagnia privata Medavia.
Di recente è stato a Istanbul, in Germania e in altre due nazioni europee. Con gli agenti dei servizi italiani si è incontrato più volte in alcuni hotel di Gammarth, la costa turistica di Tunisi. Sarraj e gli italiani si sono assicurati la sua collaborazione in cambio di almeno 5 milioni di euro e la promessa che i Dabbashi ne usciranno puliti e le loro milizie saranno legalizzate”, leggono dai loro documenti i capi dell’intelligence.
Il blocco – I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Porti vuoti, spiagge deserte dove prima ogni notte estiva con il mare calmo imperava l’affanno delle partenze, niente barconi, nessun gommone all’orizzonte. Il traffico dalla Libia è praticamente fermo. I Dabbashi sono una garanzia. “Quanto erano efficienti nel traffico di esseri umani, tanto oggi sono bravi nel bloccarlo. Sino ai primi del luglio scorso si erano assicurati l’80% delle partenze dalle nostre coste, un affare milionario.
Il loro slogan presso gli africani era che si doveva pagare tanto, almeno 1.000 dollari a testa, ma i loro trasporti erano i più certi. Crediamo avessero contatti anche con organizzazioni criminali italiane. Oggi sono attenti ad attuare i blocchi delle partenze già a terra, il lavoro dei guardiacoste libici serve ormai a poco o nulla”, afferma Algrabli. Vedere per credere. La notizia che non è più possibile (o diventa molto difficile) prendere la via del mare dalla Libia si sta spargendo a macchia d’olio.
“Oltre 30.000 persone sono bloccate nella nostra regione. Stiamo cercando di spostarle su Tripoli, da dove potranno tornare più facilmente ai loro Paesi di origine grazie all’Onu e alle loro ambasciate. Sono per lo più nigeriani, eritrei, sudanesi, tanti del Ciad, della Costa d’Avorio e del Mali. Il fatto positivo è che sono nel frattempo diminuiti anche gli arrivi dal deserto sub-sahariano, solo il 30% rispetto ai primi di luglio. Ciò significa che la Libia per loro non è più un punto di transito valido. Lo verificheremo con certezza all’arrivo dei dati di fine settembre”, dice ancora il sindaco di Sabratha.
I “prigionieri” – La nuova situazione si manifesta amplificata a Triqsiqqa, che con i suoi ben oltre 1.000 migranti incarcerati (di cui al momento 120 donne) è oggi uno dei campi più vasti nella capitale. Si stima siano circa 600.000 gli “imprigionati” nell’imbuto libico. “Siamo in una prigione senza speranza. Io sono stato arrestato tre mesi fa. E adesso sono ben consapevole che via mare non si parte più”, dice tra i tanti il diciottenne Hani Henessey, un ragazzino dai tratti fini e l’inglese quasi oxfordiano. Suo padre dentista lo condusse da bambino con la famiglia dal Sud Sudan a Londra. Ma di recente sono stati espulsi per lo scadere del visto. Hani dice però di essere gay e in quanto tale perseguitato in Africa. Vorrebbe tornare in Europa. E non sa come fare.
Le storie di persecuzione, terrore e disperazione non si contano. Joe Solomon, nigeriano di 24 anni, dice di essere stato rapito da un gruppo di contadini libici. “Volevano 700 dollari per liberarmi. Quando ho spiegato che né io, né la mia famiglia, né i miei amici potevamo pagare, mi hanno tenuto come schiavo a lavorare nei loro campi per quattro mesi”, ricorda.
Sono vicende di razzismo antico, rimandano ai tempi della tratta araba degli schiavi dall’Africa alle coste del Mediterraneo. Viene persino da pensare che per quanto qui le condizioni siano orribili, con migliaia di persone chiuse al caldo nello sporco dietro le sbarre, fuori alla mercé dei libici incattiviti da guerra e povertà possa essere anche peggio. Ma va anche aggiunto che l’intera zona costiera è disseminata di campi per migranti, molti senza alcun controllo e mai visti da giornalisti o umanitari. Mentre visitiamo il campo l’ambasciata sudanese manda due funzionari che organizzano i rientri di 200 connazionali.
Anche l’Organizzazione Internazionale dei Migranti (Iom) e lo Unhcr stanno intervenendo. “Ma sono ancora gocce nel mare. Perché le Ong internazionali non ci aiutano? Voi italiani, che avete qui anche un’ambasciata, perché non siete presenti, non siete mai venuti a visitarci?”, protesta Abdul Nasser Azzam, il direttore del centro. E Al Ammu? Come si muove colui che appare tra i maggiori artefici di tali epocali cambiamenti? Ancora a Sabratha raccontano che vorrebbe controllare lui stesso alcuni campi destinati al rimpatrio dei migranti grazie agli aiuti finanziari internazionali. Ma a noi non ha rilasciato commenti. “Se volete un incontro dovete avere il permesso delle autorità di Tripoli”, ci fa dire, più formale e legale che mai.

 


Il sovraffollamento che preoccupa l’Europa

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di Giovanni Augello

 

Redattore Sociale, 9 settembre 2017

 

Pubblicato ieri il rapporto del Comitato europeo per la prevenzione della tortura (Cpt) sulla visita alle carceri fatta nell’aprile 2016. Positivo il giudizio sulla chiusura degli Opg. Antigone: “Necessario riprendere le riforme”. Preoccupazione per il ritorno del sovraffollamento nelle carceri italiane, per le carenze strutturali e la mancanza di interventi di ristrutturazione, per i casi di violenza dei detenuti e per le persone in custodia della polizia che non sempre beneficiano dei loro diritti.
È quanto esprime il rapporto del Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti (Cpt) pubblicato oggi sul web dopo che alcuni suoi membri hanno visitato alcune carceri italiane e altri luoghi di privazione della libertà tra l’8 e il 21 aprile 2016. Un rapporto che sottolinea l’importanza delle riforme avviate nel periodo successivo alla sentenza Torreggiani con la quale la Corte europea dei diritti dell’uomo aveva condannato l’Italia per trattamenti inumani e degradanti. Un periodo che in breve tempo aveva portato ad avere nei penitenziari italiani circa 11 mila detenuti in meno e recuperare 2.500 posti. Una diminuzione che si è interrotta nel 2016 per vedere poi il trend tornare a crescere.
A riassumere i contenuti del rapporto è l’associazione Antigone che in una nota sottolinea anche la critica da parte del Comitato europeo per la prevenzione della tortura sul parametro dei metri quadri per persona. “Attualmente il 16 per cento della popolazione vive in meno di 4 mq, non lontano dal parametro minimo che è fissato a 3 mq – spiega la nota di Antigone.
Proprio su questo parametro il Cpt critica l’Italia, rea di utilizzare lo stesso come elemento centrale delle proprie politiche, quando è nettamente al di sotto degli standard che lo stesso Comitato indica”. Il rapporto del Comitato per la prevenzione della tortura denuncia anche l’assenza di attività, con meno del 20 per cento dei detenuti impegnati in attività lavorative, e l’utilizzo eccessivo del regime dell’isolamento, soprattutto per persone con tendenze suicide e autolesionistiche.
Nel dossier non mancano gli aspetti positivi. Tra questi il regime della sorveglianza dinamica che si applica ormai in molte carceri nei reparti di media sicurezza e la nomina del Garante nazionale delle persone private della libertà personale. Anche la riforma della sanità con il passaggio alle Asl è vista con favore dal Comitato, aggiunge Antigone, pur permanendo alcune situazioni critiche. Positivo anche il miglioramento della condizione degli internati dopo il passaggio dagli Opg alle Rems, spiga Antigone, “pur rimanendo alcune situazioni critiche come l’utilizzo della contenzione meccanica e di trattamenti medici per prevenire disordini, e altre da migliorare, come quella relativa alla libera circolazione interna delle persone che lì vengono trattenute, cosa che non sempre avviene”
Per Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, dal report emerge un complesso e in alcuni casi preoccupante. “Già nei nostri ultimi rapporti abbiamo indicato una condizione delle carceri che sta lentamente, ma inesorabilmente, tornando a peggiorare – spiega Gonnella – con tassi si sovraffollamento in continua crescita ed un numero di detenuti che, ad agosto, ha superato nuovamente le 57 mila unità”. Secondo Gonnella, sulle criticità evidenziate dal rapporto bisogna intervenire “attraverso la ripresa delle riforme, partendo da quella dell’ordinamento penitenziario il cui lavoro è ora in mano ad alcune commissioni di esperti, nominate dal ministro della Giustizia, con le quali abbiamo voluto dialogare attraverso venti nostre proposte nelle quali abbiamo indicato, come punti prioritari da affrontare, alcune delle situazioni su cui il Comitato ha voluto soffermarsi: tra queste quelli relativi all’isolamento, alla formazione dello staff penitenziario, al lavoro, alla salute e più in generale ad un miglioramento della dignità e dei diritti delle persone detenute”.

 


1 set 2017

Alex Zanotelli: «Per razzismo e linea Minniti saremo giudicati dalla Storia»

 

Intervista a padre Alex Zanotelli. Il missionario: Le ong colpite per presunte collusioni con i trafficanti con cui ora è il governo a stringere patti L’accordo per bloccare chi fugge da guerra e torture in Libia è criminale

Rachele Gonnelli • 31/8/2017 • Diritti umani & DiscriminazioniImmigrati & Rifugiati • 213 Viste

«Un giorno diranno di noi e di ciò che stiamo facendo sui migranti ciò che noi diciamo sui nazisti e sulla Shoah». Padre Alex Zanotelli si è svegliato male ieri e ha iniziato così la giornata, con una sorta di scomunica, se non fosse che è un missionario e non un papa. «Sì, sto male – ammette come un fiume in piena – sono arrabbiatissimo, mi fa star male ciò che sento, specialmente questa guerra contro le ong perché, si diceva, facevano accordi con i trafficanti e ora invece è il governo a fare accordi con i trafficanti. Si resta a bocca aperta, sono esterrefatto, bisogna reagire, meno male che c’è papa Francesco ma non basta, chiedo a tutti i missionari e i sacerdoti di schierarsi, di fare di più».

I paesi forti dell’Europa hanno approvato la linea italiana di fermare i migranti in Libia e prima ancora in Ciad e Niger. Cosa prevede che succederà?

È dall’anno scorso che, Renzi prima, con quello che venne chiamato l’Africa compact, e Gentiloni poi, il governo italiano cerca di copiare l’accordo con Erdogan per sigillare anche la rotta africana come già quella balcanica. È un atto criminale su cui un giorno verremo giudicati dal tribunale della Storia. Anche il caso Regeni è connesso con questa politica di esternalizzazione delle frontiere, come la chiama Renzi.

Come c’entra il caso Regeni con l’accordo con la Libia del premier Serraj?

C’entra perché quando si parla di Libia si deve ricordare che lì non c’è uno Stato sovrano, ma una situazione caotica, di guerra e violenze, scatenata tra l’altro proprio dall’intervento militare di Francia e Italia in quella guerra assurda del 2011 contro Gheddafi. Ora, vista l’estrema debolezza del premier di Tripoli Serraj, è chiaro che bisogna tener buono il generale Haftar, perché non si sa mai con chi fare accordi, chi prevarrà, quindi visti i legami di Haftar con l’Egitto di al Sisi si manda l’ambasciatore al Cairo. Anche Regeni fa parte del grande gioco dell’Europa in Africa. Questo accordo con la Libia è peggiore di quello con Erdogan, che pure è un dittatore, perché in Libia ci sono solo milizie che si combattono e queste milizie possono essere benissimo imbrigliate con la mafia o la camorra. C’è un problema di legalità enorme.

La base legale è ancora l’accordo sulla detenzione dei migranti fatto da Berlusconi con Gheddafi.

Sì, è un misto di ironia e ferocia quasi machiavellico. Il problema è che sappiamo bene cosa succede a chi resta bloccato in questa Libia. Tutte le testimonianze parlano di stupri, torture, schiavitù. E in ogni caso la Libia non ha mai sottoscritto la Convenzione di Ginevra sul rispetto dei diritti umani. Perciò siamo alla criminalità pubblica, istituzionale.

Paolo Mieli pur riconoscendo che si utilizzano personaggi equivoci delle milizie di Sabratha e tra i capi tribù spacciati per sindaci del Fezzan, definisce provvidenziale la linea Minniti di bloccare i migranti in Libia e a sud della Libia.

Si vuole utilizzare soprattutto il Ciad, che tra i due paesi del Sahel interessati è quello più forte militarmente, per bloccare i migranti nel deserto prima del loro arrivo in Libia. Non ce la faranno, sfonderanno altrove. Magari riusciranno a rallentarli un po’ e così vinceranno le elezioni ma questo è quanto. Già adesso sono aumentati gli arrivi in Spagna. Si apriranno altre rotte, è ovvio. Non si può fermare chi fugge da guerre e situazioni terribili e terrificanti. E hanno diritto a scappare, mentre l’Europa, cioè noi abbiamo il dovere, in base a tutte le convenzioni dell’Onu, di accoglierli.

Minniti spiega di essere motivato a salvaguardare la tenuta democratica del Paese.

Già i suoi decreti mi facevano star male poi questa affermazione…sono rimasto a bocca aperta, non so chi pensi di essere. Ma posso capire la real politik del governo, mi fa più male il silenzio della chiesa di base. Se non è la coscienza critica non so a cosa serva, fortuna che c’è papa Francesco ma non basta ed è la prima volta che lo sprone viene dall’alto. Mentre l’odio è scatenato, il razzismo sta crescendo, ci inonda, indotto da molti fattori ma soprattutto dal fatto che non vogliamo accettare che il nostro benessere, il nostro stile di vita, per cui il 10% del mondo consuma il 90% delle risorse, non può più continuare. E noi andavamo bene con le adozioni dei negretti a distanza, ma quando l’adozione è a vicinanza non va più bene, disturba.

FONTE: Rachele Gonnelli, IL MANIFESTO


30 ago 2017

Tra crisi dimenticate e razzismo mediatico

 

 

Sbilanciamento e omissioni segnano l’approccio mainstream alle crisi internazionali, piene di figli di dei minori

Vincenzo Vita • 30/8/2017  Il manifesto

La sociologia dei media, a cominciare dal frequentatissimo manuale «Teorie della comunicazione di massa» di Mauro Wolf (1985), cita la vecchia «legge di McLurg», dal nome di colui che inventò lo schema delle classificazioni dominanti: un europeo equivale a 28 cinesi, 2 minatori gallesi a 100 pakistani.

Può darsi che l’annotazione sia stata scritta con English humour, ma purtroppo ci racconta la verità, e in difetto. Ad esempio, senza ovviamente volere sottovalutare l’uragano del Texas e le sue vittime, il tempo dedicato dai media occidentali a Houston è di gran lunga superiore a quello concesso alle 2000 persone morte per il colera in Yemen o ai 1000 deceduti per frane e inondazioni in Sierra Leone, o al valore assegnato ai disastri del conflitto rimosso dell’Afghanistan, o all’aggiornamento sulla Siria.

Per saperne qualcosa è indispensabile guardare la rete televisiva araba «all-news» Al Jazeera, che – non per caso – corre il rischio di essere chiusa. Gli esempi potrebbero essere numerosi. Si tratta, infatti, di una sorta di regola generale che ha oggi, dopo la fine dell’alibi del «muro» e dell’equilibrio del terrore, un sapore di vero e proprio «razzismo mediatico».

Non è in causa il racconto del terremoto di Ischia o dell’anniversario della tragedia di un anno fa. Se mai, si nota una tendenza all’omologazione, con un peso soverchiante delle voci ufficiali. O con l’attenzione persino morbosa alle vicende umane più coinvolgenti, utilizzate per trattare gli eventi come una fiction, e non occasione di approfondimento non elusivo su cause e responsabilità dei crolli.

Sbilanciamento e omissioni segnano l’approccio mainstream alle crisi internazionali, piene di figli di dei minori. Il 10mo Rapporto (2014) sulle «Crisi umanitarie dimenticate dai media», curato da Medici senza frontiere e dall’Osservatorio di Pavia sui media è eloquente.

Si dice che «…diventa marginale lo spazio dedicato ad alcuni tipi di crisi umanitarie, quelle che non sembrano soddisfare i cosiddetti requisiti di notiziabilità…». Alla parabola discendente della visibilità si uniscono altri fenomeni: la polarizzazione sulla base della vicinanza geografica o geopolitica, l’illuminazione privilegiata del fenomeno terroristico (media event e non motivo di un’informazione analitica «di tenuta»), la prevalenza degli «effetti» a scapito dei problemi di fondo, la gerarchia spietata nel rango di importanza.

Articolo21 e la «Carta di Roma», associazioni impegnate nell’illuminazione delle periferie del mondo, danno un contributo alla conoscenza preziosissimo. Padre Alex Zanotelli ha lanciato un forte appello sull’Africa, rilanciato da Possibile in una conferenza stampa alla camera dei deputati.

Ed è augurabile che il prossimo contratto di servizio tra lo Stato e la Rai se ne occupi, dando un indirizzo sprovincializzante al servizio pubblico, che si affida ora prevalentemente a Rai news. Ma il capitolo che la «terza guerra mondiale diffusa» di cui parla Papa Francesco e la stringente attualità dei migranti hanno aperto tocca ormai un nodo di fondo. Ciò che lo studioso nordamericano David Altheide chiama la «paura della paura».

Oltre allo squilibrio informativo, infatti, è in atto una strategia tesa a creare un ben preciso clima di opinione. In cui la paura dei «diversi», l’enfasi sull’immanenza delle tragedie legittimano violenza e xenofobia. È il terreno adatto per la crescita smisurata della cultura di destra, che in genere precede il suo apparire sotto le dirette sembianze della politica.

 


23 ago 2017

“Ok fondi statali, ma spreco di posti”. Servizio civile sotto la lente di Asc

Un Bando volontari dalle “numerose caratteristiche specifiche, che, sul piano del finanziamento, lo rendono peculiare nel Servizio Civile Nazionale dal 2001”. L’analisi di Arci Servizio Civile sul bando ordinario di Servizio Civile Nazionale 2017 da 47.529 posti, scaduto lo scorso 26 giugno

22 agosto 2017 redattore Sociale

ROMA – Un Bando volontari dalle “numerose caratteristiche specifiche, che, sul piano del finanziamento, lo rendono peculiare nel Servizio Civile Nazionale dal 2001”. È uno degli elementi più rilevanti che emergono dall’analisi che anche quest’anno Arci Servizio Civile (ASC) conduce sul bando ordinario di Servizio Civile Nazionale 2017 da 47.529 posti, scaduto lo scorso 26 giugno. Un bando che ha vissuto tra l’altro vicende alterne (vedi lancio precedente), con un numero di domande complessive che ha superato le 100 mila, ma con una copertura dei posti a macchia di leopardo tanto da costringere il Dipartimento della Gioventù e del Servizio civile a prevedere l’esplicito recupero dei candidati idonei non selezionati.La pubblicazione del bando ordinario di Servizio Civile Nazionale 2017 – ricorda ASC – ha seguito di poche settimane l’entrata in vigore della riforma del Servizio Civile Universale, pertanto sarebbe “di utilità per il decisore politico, come per gli operatori istituzionali e del terzo settore e i vari stakeholders, conoscere nel dettaglio le caratteristiche di questo bando, che, per dimensioni numeriche, riporta il Servizio Civile Nazionale al periodo di massima espansione (2007-2008)”.

Questo ritorno al “periodo d’oro” del servizio civile emerge anche dall’aumento degli investimenti del Governo. “Se il bando 2015 – ricorda ASC – aveva come elemento caratterizzante, sul piano delle risorse, il raggruppamento di risorse finanziarie statali allocate su tre annualità, 2013, 2014 e 2015 tutte investite su quell’unico bando e quello 2016 aveva visto, oltre il fisiologico impiego di risorse residue del 2015, l’impiego di risorse statali 2016 e per la prima volta, l’assenza di risorse aggiuntive dalle Regioni e Province Autonome, questo bando 2017 ha beneficiato non solo dello stanziamento del fondo ordinario per il SCN, ma anche del conferimento a tale fondo dei residui non spesi della legge 106 di riforma del Terzo Settore. Si conferma l’assenza di finanziamenti aggiuntivi sia da Regioni che da privati o enti accreditati”.

E nella prospettiva del passaggio al Servizio Civile Universale e alla sue nuove e più consistenti dimensioni, la ricerca sottolinea come “1.865 enti fra i 3.550 accreditati agli albi regionali e provinciali ha depositato progetti: il 52,5%. Erano 1.178 nel 2016, cioè il 37,2%”. Questo significativo aumento di partecipazione al bando proporzionalmente fa crescere anche il numero degli enti con progetti a bando e quindi con l’opportunità di impiegare giovani.
“Sull’albo nazionale a fronte dei 135 enti accreditati, 88 hanno depositato progetti, pari al 65,2%.  Incremento numerico più consistente si è avuto sugli albi regionali. Su 3.550 enti iscritti, 1.865 hanno depositato progetti, che però si ferma al 52,5% dei potenziali. Questo incremento di enti coinvolti ha anche ridimensionato il peso che in alcune regioni avevano singoli enti sul totale dei posti messi a bando, fenomeno non presente sull’albo nazionale. Delle 1.953 organizzazioni (erano 1.262 nel 2016) che hanno depositato progetti solo 29 si sono attivate per progetti all’estero”, si legge nel testo. Sul fronte della valutazione dei progetti “in termini assoluti dei 5.436 progetti depositati ne sono andati a bando 4.794. Quindi l’88,2% dei progetti depositati è andato a bando; era l’81,3% nel 2016. A differenza degli anni passati solo 71 progetti ammessi a graduatoria non sono andati a bando”. Inoltre “in 5 Regioni e Province Autonome tutti i progetti depositati sono stati ammessi, in 12 Regioni in percentuali superiori all’80%, mentre in nessuna Regione la percentuale si ferma sotto il 59%”.

“Venendo al bando in senso stretto, quello che conta per i cittadini – precisa la ricerca -, a fronte di 5.436 progetti depositati, di cui 112 all’estero (erano 4.269 nel 2016 e 93 estero, 4.285 nel 2015, di cui 70 per l’estero e 4.253 di cui 64 per l’estero nel 2013), 4.794 di cui 94 all’estero sono stati messi a bando con un consistente aumento rispetto al passato (erano 3.469 nel 2016, di cui 75 all’estero, 3.152, di cui 65 estero nel 2015), pari all’ 88,2% (erano l’80,3% nel 2016, il 73,6% nel bando precedente e il 42% nel 2013)”.

“Come nel 2016, quest’anno i migliori risultati sono stati raggiunti con i soli fondi statali – sottolinea ASC -, rendendo  il bando giovani 2017 come il più consistente dal 2007, quando fu di 54.772 posti con finanziamenti statali”.
Tuttavia anche quest’anno si ripete una situazione emersa per la prima volta nel 2016: “A differenza degli anni con numero basso di posti a bando, quest’anno è nuovamente emerso un limite che era apparso nel biennio 2007-2008: la discrepanza fra progetti richiesti dai giovani e effettiva distribuzione dei posti. In concreto vuol dire che ci sono progetti con pochi posti a bando e molte domande e viceversa progetti con posti messi a bando e poche domande. Una situazione che crea spreco di possibilità di svolgere il servizio per i giovani e spreco di aspettative e attività per gli enti”.

La ricerca di ASC analizza anche la natura degli enti di servizio civile, evidenziando una predominanza di quelli di natura pubblica sugli Albi regionali, mentre sull’Albo nazionale si nota una fortissima presenza di organizzazioni del Terzo settore con progetti a bando. Diverso anche il peso relativo che hanno fra loro gli enti nei vari albi in funzione dei posti finanziati, nonché le stesse modalità di valutazione da albo ad albo, con ASCF che individua dei modelli di valutazione definiti come “a libera competizione di qualità”, “a partecipazione ristretta” e “a equità distributiva”.

Dalla lettura dei dati, per ASC trovano conferma due elementi già segnalati nelle ricerche precedenti: “il SCN, più che un sistema, si configura come una sommatoria di approcci politico amministrativi, diversi per finalità e modalità di relazione con le organizzazioni accreditate, in cui, il Prontuario di valutazione dei progetti, fondato su una valutazione di qualità dei testi, vige solo in alcuni albi”, accanto a questo “la compresenza, su alcuni territori, di progetti valutati su scala di merito (effettuata per l’albo nazionale) e su scala ‘redistributiva’ effettuata dalla Amministrazione competente, genera equivoci e frustrazione nella rete delle organizzazioni accreditate e valutazioni diverse da parte dei giovani sulla finalità dell’istituto”.

“È urgente per il Dipartimento Gioventù e SCN, le organizzazioni accreditate, le organizzazioni giovanili fare una concreta riflessione su più livelli. Dalle tendenze e vincoli posti dalle condizioni giovanili ai meccanismi di presentazione e ricezione delle domande. Da alcune parti si avverte la necessità di un’unica banca dati, ove far affluire le domande fatte dai giovani, ricorrendo alle piattaforme digitali, per avere un osservatorio generale e in tempo reale delle situazioni sul campo”, chiede infine ASC. (FSp)

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28 lug 2017

È più facile finire in carcere se sei straniero, anche per reati minori

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di Raphaël Zanotti

 

La Stampa, 28 luglio 2017

 

Questa settimana, per la nostra rubrica di data journalism, ci siamo domandati: la probabilità di finire in carcere può essere influenzata dal colore della pelle? Domanda difficile, delicata. Eppure domanda ormai ineludibile in una società come la nostra diventata di immigrazione dopo decenni di emigrazione. Il dato generale ci dice che al 30 giugno scorso gli stranieri erano il 34,1% dei detenuti, percentuale calata del 3,34% rispetto a dieci anni fa.
Abbiamo dunque preso questo dato e lo abbiamo confrontato con il numero di custodie cautelari attribuito. La custodia cautelare è quel provvedimento preso dalla magistratura in caso di gravi indizi di colpevolezza uniti ai pericoli di reiterazione del reato, fuga o inquinamento delle prove. Ebbene gli stranieri hanno percentualmente più custodie cautelari della loro presenza carceraria, mentre gli italiani ne hanno la metà.
Stesso discorso emerge guardando gli ingressi in carcere da liberi. Potrebbe essere un effetto dovuto al tipo di reati di cui sono sospettati? Scorporando i dati non si direbbe. I delitti più gravi come mafia, reati contro la persona, armi vedono meno stranieri accusati rispetto alla loro presenza media. Il segno cambia se si guarda ad altri reati come prostituzione, stupefacenti e, ovviamente, immigrazione.

 


Antigone: Calano i reati ma aumenta il sopraffollamento

Nonostante tutto, questo scorcio finale di legislatura potrebbe riservare una sorpresa positiva. Tutto è nelle mani del ministro Orlando e del premier Gentiloni

Patrizio Gonnella • 28/7/2017 Ma che giustizia penale è una giustizia che ha pendenti nei suoi tribunali un milione e mezzo di processi di cui 300 mila circa hanno già superato i limiti di durata massima con relativi obblighi di risarcimento? Il carcere nuovamente troppo affollato di oggi – poco meno di 57 mila detenuti rispetto ai 54 mila del giugno del 2016 – è l’effetto di un sistema penale irrazionale, ingombrante, selettivo e di classe. Se solo un grande tema come quello delle droghe fosse trattato in modo non repressivo avremo varie migliaia di detenuti in meno con benefici per tutti: per i consumatori di sostanze che non finirebbero in galera, per il fisco, per tutti gli altri detenuti che avrebbero più spazio a disposizione.
A partire dalla questione del poco spazio (meno di 3 mq a testa) nel 2013 l’Italia è stata condannata dalla Corte europea per i diritti umani. Allora fu messo in moto un virtuoso circuito riformatore che portò a importanti passi in avanti nella legislazione in materia di custodia cautelare, benefici penitenziari, diritti dei detenuti. Fu istituito il garante nazionale delle persone private della libertà.

Come mai dunque in soli 4 anni, senza troppe modifiche in peggio della legislazione penale e penitenziaria e con un tasso di criminalità in calo, la popolazione detenuta di nuovo cresce? I motivi sono principalmente due: alcune di quelle riforme erano a tempo e il tempo è scaduto; il clima politico e culturale è pericolosamente deteriorato così influenzando l’operato delle forze di polizia e dei giudici non insensibili alle richieste securitarie che arrivano da politici e media. C’è una rinuncia da parte della classe dirigente all’esercizio di ogni vocazione pedagogica rispetto ai corpi sociali intermedi. Un dato è eloquente: negli ultimi cinque anni è diminuita del 3% circa la percentuale degli stranieri detenuti nelle carceri italiane nonostante le fantomatiche invasioni di migranti che turbano i sogni mezza Europa. Un dato di questo genere dovrebbe essere urlato per sconfiggere stereotipi e pregiudizi, invece passa sotto traccia.

Nonostante tutto, questo scorcio finale di legislatura potrebbe riservare una sorpresa positiva. Tutto è nelle mani del ministro della Giustizia Andrea Orlando e del premier Paolo Gentiloni. Loro, dopo l’approvazione a giugno della legge delega dal parlamento, dovranno in tempi stretti proporre una riforma dell’ordinamento penitenziario per adulti (e un ordinamento del tutto nuovo per i minori) che migliori sensibilmente la vita interna alle carceri espandendo l’area delle misure alternative su cui si gioca la vera partita della risocializzazione. C’è spazio per mettere al centro la dignità umana, abolire l’ergastolo ostativo, estendere l’applicazione delle misure alternative, assicurare luoghi e tempi per la sessualità, liberalizzare per i detenuti comuni l’uso delle telefonate, delle mail e di skype, rendere identificabile il personale, eliminare le pene accessorie e garantire il diritto di voto ai detenuti. Antigone ha già messo a disposizione delle commissioni ministeriali le sue proposte. In poco tempo si può fare una grande riforma nel nome di chi l’aveva già scritta (Alessandro Margara) alcuni anni addietro, prima di lasciarci, ma anche per dare un segnale al paese, ossia che anche in campagna elettorale si può essere progressisti e coraggiosi.

FONTE: Patrizio Gonnella, IL MANIFESTO


In Tunisia vince la mobilitazione delle donne e cambia la legge sulla violenza

Tunisia. All’unanimità il parlamento modifica la legge sulle violenze contro le donne: aumentano le pene per gli stupratori e scompare la norma del «perdono», matrimonio tra aggressore e vittima. Una vittoria delle donne


Un nuovo passo importante nella rivoluzione tunisina è stato segnato dall’approvazione, all’unanimità, della legge contro la violenza sulle donne da parte del parlamento. La notizia mi è arrivata mercoledì sera subito dopo il voto da Nora Essafi, un’amica di Tunisi impegnata nel movimento delle donne tunisine.

Ancora una volta a dare il segno che la Tunisia non si arrende sono le donne che hanno portato avanti questo progetto di legge tra mille difficoltà e momenti in cui la partita sembrava perduta. Il risultato è stato accolto nell’emiciclo dell’Assemblea dei rappresentanti del popolo con sventolio di bandiere tunisine e il canto dell’inno nazionale, subito ripresi dai social che hanno sottolineato come la mobilitazione delle donne ha pagato.

Naturalmente non è il progetto iniziale (preparato da un comitato di avvocate guidate da Nadia Chaabane) per garantire la parità tra uomo e donna, stabilito dall’articolo 46 della Costituzione, anche perché ha creato le condizioni perché i deputati islamisti di Ennahdha non potessero votare contro (pur con molti contrasti al loro interno), seppure non hanno rinunciato a ribadire i loro principi.

Eppure alcuni punti molto importanti sono stati affermati: soprattutto l’emendamento all’articolo 227 bis del codice penale che permetteva al violentatore di sfuggire alla pena e ottenere il «perdono» se sposava la vittima dello stupro.

Con il nuovo 227 bis, la pena prevista per chi abbia rapporti con una minore di 16 anni anche se consenziente è di 6 anni di carcere, la pena si raddoppia se il responsabile fa parte dell’entourage familiare e può quindi esercitare il suo potere sulla ragazza.

Secondo uno studio dell’Office national de la famille del 2010, il 47 per cento delle donne tunisine ha subito una esperienza di violenza in famiglia. La pena è ridotta a 5 anni se l’età della ragazza è tra i 16 e i 18 anni. Se il reato è commesso da un minore viene applicato l’articolo 59 per la protezione del bambino. Un lungo dibattito è stato dedicato alla maggiore età nei rapporti sessuali, che è stata stabilità a 16 anni.

Questa legge è giudicata un buon successo da Nadia Chaabane, già membro dell’Assemblea nazionale costituente. «Lo Stato si impegna a proteggere i diritti acquisiti dalla donna, li sostiene e opera per migliorarli. Lo Stato garantisce le pari opportunità tra donna e uomo nell’assunzione delle responsabilità in tutti i campi. Lo Stato si impegna a realizzare la parità tra donna e uomo nelle amministrazioni elette. Lo Stato adotta le misure necessarie per sradicare la violenza contro le donne», sostiene l’avvocata.

Siccome la legge prevedeva anche l’uguaglianza in campo lavorativo, tra le misure adottate vi è il divieto di far lavorare dei minorenni come aiutanti domestici; per chi contravviene la pena va dai 3 ai 6 mesi di carcere.

L’importanza dell’approvazione di questa legge sta anche nel momento difficile che sta attraversando la Tunisia che si dibatte tra la crisi economica e l’ostacolata lotta contro la corruzione dilagante.

Tuttavia resta un tabù che nemmeno questa legge ha potuto superare: per raggiungere l’uguaglianza dei sessi occorrerebbe abolire la disparità nell’eredità: la donna eredita ancora la metà del maschio. Nonostante le associazioni di donne abbiano più volte sollevato la questione, su questa pesa la legge coranica.

E su questo punto gli islamisti non avrebbero mai ceduto e forse non solo loro perché quando si tratta di concedere maggiore libertà, rappresentata anche dall’autonomia economica, alle donne anche molti sedicenti democratici ci ripensano.

Ma le tunisine che non hanno mai abbassato le braccia – come ribadiscono sui social – non lo faranno adesso, in vista dell’obiettivo finale. Allora il momento sarà veramente storico e non solo per la Tunisia, ma per tutti i paesi musulmani.

FONTE: Giuliana Sgrena, IL MANIFESTO


Riforma Terzo settore: si apre ora una lunga fase di transizione che ne determinerà il segno

27/07/2017

 

di Gabriele Moroni, responsabile nazionale Arci Sviluppo associativo

 

terzosettore.jpgSono in fase di pubblicazione i decreti attuativi della riforma del Terzo Settore, al termine di un percorso niente affatto lineare, fatto di lunghe pause prima, e poi confronti frenetici, testi ondivaghi che si alternano con pericolose correnti di risacca, che hanno ostacolato le potenzialità trasformatrici di una riforma di questa portata. In alcuni passaggi particolarmente difficili ci siamo trovati di fronte a testi fra le righe dei quali si leggeva chiaramente che ci stavamo scontrando con un modello astratto di Terzo Settore, con solo due poli, da una parte la gratuità, il volontariato, la filantropia; dall’altra le attività economiche e quindi le forme di impresa. Ed è grazie ad un importante attivismo, della nostra associazione a tutti i suoi livelli, ed insieme a noi delle A.P.S. nazionali e del Forum del Terzo Settore, che si è tutelata la dimensione mutualistica e partecipativa dell’associazionismo popolare.

Fino ad oggi la locuzione ‘terzo settore’ aveva definizioni in campo sociologico ed economico, e faceva riferimento ad un settore ‘terzo’ rispetto allo Stato e al Mercato, un settore composto da soggetti di natura privata con funzioni di interesse pubblico o collettivo. Fino ad oggi il perimetro di questi soggetti era definito in primis da due caratteristiche fondamentali: l’assenza di finalità di lucro ed il funzionamento democratico. Con la legge delega prima (L. 106/2016) ed oggi con il nuovo Codice, il Terzo Settore trova una definizione giuridica, con un perimetro parzialmente diverso. Lo sguardo del legislatore si sposta dalla natura dell’ente, che era quella che definiva i soggetti nelle leggi speciali come la ‘nostra’ L. 383/2000 sulle APS, alle attività: è un Ente di Terzo Settore quello che svolge – in attuazione delle proprie «finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale» – una o più «attività di interesse generale» definite dalla norma. Non tutte le associazioni noprofit saranno necessariamente parte del Terzo Settore quindi, un cambio di sguardo non da poco per il nostro mondo, che ha sempre fatto ampio uso della ‘duttilità’ del modello APS. Se dal lato associativo si restringe il campo, dall’altra rientrano nella definizione enti non vincolati necessariamente alla democrazia interna, come fondazioni e imprese sociali (anche in forma di società di persone o di capitali) e, nel caso delle imprese sociali, se costituite nelle forme di cui al libro V del codice civile, si apre al cosiddetto low profit, ammettendo forme parziali di remunerazione del capitale.

Il nuovo Registro unico del Terzo Settore prevede sette sezioni, dedicate a diverse qualifiche di Ente del Terzo Settore: alcune hanno una lunga storia, come le Società di Mutuo Soccorso (ex L. 3818/1886), altre sono più recenti e vengono ridefinite dal nuovo Codice (APS e OdV) o da un proprio decreto legislativo (D.Lgs 112/2017 per le Imprese sociali), mentre vengono definiti ex novo due soggetti, gli Enti filantropici e le Reti associative. Le diverse qualifiche, fatto salvo per le Reti associative, sono incompatibili fra loro, quindi è ammesso che ci sia una Rete associativa che nel contempo è anche Associazione di Promozione Sociale, ma una APS non può essere contemporaneamente Impresa sociale o Organizzazione di Volontariato. Le nuove agevolazioni fiscali saranno legate all’effettiva iscrizione al Registro unico.

Se da una parte si può senza dubbio apprezzare sia l’obiettivo di una maggiore trasparenza sia lo sforzo fatto dal Legislatore per ricondurre in un quadro normativo di sistema il complesso di norme che negli anni si era via via articolato per stratificazioni successive, spesso poco coerenti, non si può non immaginare che ad esempio, essendo una riforma a saldo zero, quando si parla di grandi investimenti a favore dell’impresa sociale, si immagini di reperire le risorse dall’attuazione della riforma stessa, rendendo meno accessibili le agevolazioni fiscali riservate in precedenza al mondo dell’associazionismo. In questo senso sicuramente l’aumento della burocrazia e limiti al raggiungimento dei propri scopi sociali sia nel campo della tipologia di attività, sia in quello organizzativo (ad es. rapporto lavoratori, volontari, soci), non sono propriamente quello che ci si aspetta da una riforma che ha l’obiettivo di sostenere l’autonoma iniziativa dei cittadini in forma associata.

Non amo molto gli articoli o gli interventi che a questo punto dicono che «bisogna raccogliere la sfida», la sfida la raccolgono ogni giorno i nostri soci tenendo aperti con fatica spazi dedicati alla socialità, alla cultura ed alla solidarietà. Credo che il tema sia un altro, da un lato dobbiamo senz’altro cogliere delle opportunità, perché nel riconoscere le «Reti associative nazionali», la nuova norma premia lo stare insieme in un grande progetto associativo, e – con qualche limitazione – lascia anche spazio a reti associative eterogenee, a cui aderiscano diverse tipologie di Enti del Terzo Settore; dall’altro dobbiamo fare un lavoro utile a far pesare di più culturalmente, prima ancora che politicamente, l’impatto sociale dei nostri numerosissimi circoli e delle loro attività. Domani non è il giorno dello switch off, che ci porta dalla vecchia norma a quella nuova, quindi non è il caso di farsi prendere dal panico, né di affidarsi ai tanti ‘maghi’ del problem solving del terzo settore, che in queste ore stanno intensificando le proprie attività di marketing, ma si apre un lungo percorso di transizione (nel testo sono previsti fino a 18 mesi di tempo per adeguare gli statuti) durante il quale dovranno essere emanati numerosi decreti ministeriali, attraverso i quali passerà molto del nostro futuro, molta sostanza che ci permetterà di giudicare davvero come questa riforma sia poi servita a sviluppare il Terzo Settore o meno. Ed anche in questa fase sarà determinante la nostra capacità di definire al nostro interno obiettivi e strategie comuni, ed essere presenti e attivi nel dibattito che si svilupperà nel percorso di attuazione della riforma.

 

ArciReport, 27 luglio 2017

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