Rassegna stampa

17 Ott 2018

Decreto sicurezza. Garante: contrasto con la Carta, per immigrati rischio arbitrii e abusi

PDF Stampa
Avvenire, 16 ottobre 2018

 

“Contrarietà”, “perplessità” e “forte preoccupazione” per disposizioni che si prestano al rischio di “arbitrii” e “abusi” ai danni dei migranti, e che sembrano in “contrasto” con la Costituzione e la Convenzione europea sui diritti umani.

Con un parere espresso alla commissione Affari costituzionali del Senato, il Garante nazionale dei detenuti o privati della libertà personale, Mauro Palma, boccia diverse delle norme contenute nel decreto legge su migranti e sicurezza. Il provvedimento, voluto dal vice premier Matteo Salvini, era stato firmato dieci giorni fa dal capo dello Stato, che però lo aveva accompagnato con una lettera al governo contenente un secco richiamo alla Costituzione e ai trattati internazionali.

Ed ha tra le sue misure chiave l’abrogazione del permesso di soggiorno per motivi umanitari, l’allungamento dai 90 ai 180 giorni della durata del trattenimento nei Centri di permanenza per i rimpatri e la possibilità di trattenere gli stranieri da espellere anche in luoghi diversi dai Cpr, come strutture della pubblica sicurezza.

Norme sulle quali si appuntano i rilievi del Garante. I dubbi, messi nero su bianco anche in una relazione di 18 pagine, riguardano innanzitutto il “significativo prolungamento” della durata del trattenimento presso i Cpr, che “incide fortemente sulla libertà personale”. Un’estensione che non ha “giustificazione”, “né sembra idonea allo scopo che si prefigge”.

Esplicita la “contrarietà” alla nuova ipotesi di trattenimento del richiedente asilo per la determinazione o la verifica della sua identità e cittadinanza, i cui termini possono arrivare fino a 210 giorni di detenzione: la norma, scrive il Garante, appare “critica sotto il profilo della mancanza di protezione del diritto alla libertà da ogni arbitrarietà”.

“Forte preoccupazione” suscitano, poi, le ipotesi di trattenimento dei richiedenti asilo in luoghi diversi dai Cpr: il riferimento generico a strutture idonee della pubblica sicurezza o locali degli uffici di frontiera “si presta a un’applicazione del tutto arbitraria, senza la fissazione di standard minimi di detenzione da rispettare”.


16 Ott 2018

Il sovraffollamento crea tensioni: da Sanremo al Marassi di Genova

PDF Stampa

di Damiano Aliprandi

 

Il Dubbio, 16 ottobre 2018

 

Due episodi a distanza di pochi giorni evidenziano la situazione difficile dei penitenziari italiani. Momenti di tensione l’altra notte nel carcere di Sanremo. Un caos durato più di due ore, poi rientrato dopo l’intervento degli agenti penitenziari.

Due sono le versioni molto differenti dell’accaduto. Secondo il sindacato Uil-pa e il Sappe sembrerebbe che ci sia stata una vera e propria rivolta avente come protagonisti 46 detenuti che avrebbero lanciato televisioni in corridoio e lenzuola imbevute di olio che avrebbero causato un incendio. Secondo la direzione del carcere, invece, si parla di una lite tra 5 persone, chiuse in celle fronteggianti.

Due agenti penitenziari, secondo i sindacati, però sono rimasti lievemente intossicati dai fumi degli oggetti incendiati, anche se nessuno è ricorso alle cure del pronto soccorso. Resta però il dato oggettivo che il carcere in questione risulta sovraffollato con 270 detenuti su una capienza regolamentare di 238 posti. Parliamo di un sovraffollamento ampliato dai problemi alla viabilità causati dal crollo del ponte Morandi che rendeva impossibili i trasferimenti dal Ponente a Genova ma che da un paio di giorni sono ricominciati. Provvedimenti saranno presi per i carcerati coinvolti con le denunce già pronte.

E la direzione del carcere di Sanremo ha già annunciato che è pronta a rivedere molti dei “privilegi” concessi agli ospiti. “Troppi per consentire agli agenti di lavorare in sicurezza – secondo il Sappe visto che i detenuti possono telefonare quasi senza limiti, senza contare che le celle sono spesso lasciate aperte”.

Sarà rivista pure la possibilità di detenere le bombolette a gas per cucinare. Pronta comunque l’applicazione di una circolare, datata il 9 ottobre scorso, del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria che permette più fruibile il ricorso all’articolo 14 bis dell’ordinamento penitenziario, ovvero la misura disciplinare attraverso un regime di sorveglianza particolare.

Dopo l’episodio nel carcere di Sanremo, due giorni dopo, al Marassi di Genova, al Marassi, e precisamente al teatro dell’Arca, situato all’interno dell’edificio, durante uno spettacolo alcuni detenuti si sono azzuffati. In quel caso, il Sappe ha espresso il disagio dell’utilizzo di solo sei agenti penitenziari per vigilare i 140 detenuti presenti durante lo spettacolo. Il sovraffollamento è un problema sempre più crescente e i numeri statistici offerti dal ministero della Giustizia risulterebbero non veritieri. A denunciarlo è l’esponente del Partito Radicale Rita Bernardini che, nella puntata odierna di Radio Carcere, annuncerà l’inizio dello sciopero della fame. “Se è questo ciò che governo e Parlamento vogliono (per usare poi il pugno ancora più duro) la risposta sarà, per quel che mi riguarda, rigorosamente nonviolenta e sarà annunciata martedì a Radio Radicale nella puntata di Radio Carcere.

Sia chiaro – sottolinea Rita Bernardini -, è innanzitutto lo Stato a essere fuorilegge e, con le sue mancate riforme, a dichiarare di voler permanere in questa situazione di totale illegalità nella quale i trattamenti inumani e degradanti (già condannati nel 2013 dalla Cedu) sono all’ordine del giorno, a partire da coloro che non sono curati e che muoiono in carcere.

Il caso del professor Armando Verdiglione – denuncia l’esponente del Partito Radicale, 74enne che in pochi giorni di detenzione ha perso oltre 25 chili è uno dei tanti esempi delle migliaia di detenuti che rischiano letteralmente la vita per mancata assistenza sanitaria e mancata possibilità di accesso alle misure alternative al carcere.

L’unica ricetta proposta dal governo è + carcere e + carceri con il preannuncio di un fantomatico piano di costruzione di nuovi istituti che, se va bene, saranno ultimati tra 10/15 anni; piano che, ancora non è dato sapere, con quali risorse verrà finanziato.

Inoltre – conclude Bernardini, le cifre ufficiali che fornisce il ministero non sono veritiere in quanto il carcere di Sanremo, secondo i dati diffusi sul sito giustizia.it al 30 settembre, non risultava tra gli istituti più sovraffollati, 270 detenuti in 238 posti regolamentari mentre la Uil-pa ci dice oggi che i posti legali sono 190”.

 


I mille morti di carcere

PDF
di Diana Cavalcoli

 

Corriere della Sera, 16 ottobre 2018

 

Di solito avviene di notte. Nessuno si accorge di nulla per ore finché non si alza una voce a dare l’allarme. Chi si suicida in carcere non fa rumore, se ne va nel silenzio di una cella, all’improvviso. Dal Duemila sono 2.830 le morti avvenute nelle strutture penitenziarie italiane, tra queste 1.030 sono suicidi. Quasi la metà.

Soltanto nei primi nove mesi di quest’anno siamo a 44 detenuti che hanno scelto di togliersi la vita secondo il registro del Centro Studi Ristretti Orizzonti. Il suicidio di un detenuto è un evento traumatico che non coinvolge solo la persona che sceglie di compiere l’estremo gesto. È una tragedia per tutto il carcere. E ha un effetto domino.

“L’evento – spiega Claudio Paterniti Martello, sociologo della scuola di alti studi di Parigi e membro dell’osservatorio nazionale di Antigone – è traumatico sotto più aspetti. È un fallimento per la struttura penitenziaria incapace di prevenire l’azione, è un trauma per l’agente che trova il detenuto e sconvolge la vita dei compagni di cella.

Oltre al dramma di una vita umana persa”. Anche perché, al netto dei protocolli di sicurezza, è difficile prevedere un suicidio. “In genere i detenuti che scelgono di suicidarsi sono uomini e le modalità sono tre: per impiccagione, inalando gas o tagliandosi con le lame da barba. Servirebbe un controllo 24 ore su 24”, aggiunge. Ma il problema è che spesso nelle strutture manca il personale. “La situazione varia da carcere a carcere ma quando gli agenti o i medici sono troppo pochi rispetto alla popolazione carceraria il disastro è annunciato”.

A rischiare sono i detenuti più fragili. Ogni gesto estremo ha una storia a sé ma è innegabile che sia legato alla drammaticità della reclusione, all’esisto delle condanne, alla speranza che se ne va e alla perdita degli affetti. “Le ragioni – prosegue Martello – che spingono al suicidio in cella sono innumerevoli ma sono spesso riconducibili alle condizioni di detenzione e al disagio che ne deriva. Tanto che nelle strutture modello come Bollate simili episodi sono rari”. I rischi aumentano quando entrano in cella i detenuti cosiddetti “fragili”.

“Mi riferisco in particolare a persone con disturbi mentali, sono più del 70 per cento in carcere, o agli stranieri che, non avendo legami o affetti sul territorio, vivono la reclusione come una condizione doppiamente alienante. In questi casi il rischio di suicidio è particolarmente elevato ancor più se si tratta della prima volta in carcere”.

Lo shock dell’ingresso in cella è infatti tra i più difficili da superare. “Molti detenuti non riescono a tollerare la compressione dei loro diritti e specialmente la limitazione della libertà di movimento”. In genere, spiegano da Antigone, nelle carceri dove il sovraffollamento si unisce e combina con altri fattori, come il mancato rispetto della regola dei tre metri quadrati per ogni soggetto, la chiusura totale delle celle ad esclusione delle ore d’aria e la mancanza di attività formative e lavorative, è più facile che si verifichino gesti estremi. La sentenza Torreggiani Guardando ai numeri dei suicidi in cella emerge come siano diminuiti rispetto a dieci anni fa.

Uno dei motivi è la sentenza Torreggiani. La Corte europea dei diritti umani nel 2013 ha infatti condannato l’Italia per la violazione dell’art. 3 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (Cedu) criticando aspramente le condizioni di detenzione. “In precedenza – dice Martello – la situazione era disumana. Oggi che, a fatica, si cerca di proporre un modello di struttura penitenziaria più aperto le condizioni sono leggermente migliorate. Anche se la questione è lontana dall’essere risolta, il carcere resta un posto che deprime l’animo e dove i più fragili rischiano di essere schiacciati”.

L’allerta rimane quindi alta. Soprattutto perché, se è vero che i numeri dei suicidi sono rimasti costanti – attestandosi attorno ai 50 all’anno – negli ultimi anni sono aumentati invece gli atti di autolesionismo. E a compierli sono nel 70 per cento dei casi gli stranieri, un terzo dei detenuti. C’è chi si taglia, chi si ustiona, chi si procura fratture. I gesti autolesivi Secondo il Sappe, il sindacato autonomo polizia penitenziaria, solo nel primo semestre del 2018 ci sono stati nelle carceri italiane 5.157 atti di autolesionismo.

E da anni le associazioni che monitorano le condizioni di vita negli istituti sottolineano come non si debba sottovalutare simili atti dato che possono sfociare in tentativi di suicidio. “I gesti autolesivi rappresentano l’esternazione di un disagio utilizzato come strumento di comunicazione di quei soggetti fragili che utilizzano il corpo come mezzo e messaggio”, spiega Martello. Finché quel disagio resterà inascoltato il suicidio rimarrà un rischio concreto. “Dobbiamo ricordarci che ogni morte in cella è una sconfitta dello Stato e dell’intera comunità. Soprattutto se si crede nella funzione rieducativa della pena”.

 


11 Ott 2018

Migranti. Decreto Salvini. Bonino: “provvedimento pericoloso, aumenterà il disagio sociale”

PDF Stampa
di Carlo Lania

 

Il Manifesto, 11 ottobre 2018

 

Smantellamento del Sistema di protezione per i richiedenti asilo, forte rischio che si creino migliaia di migranti irregolari con la cancellazione della protezione umanitaria e introduzione di misure “incostituzionali” per cancellare le quali serviranno probabilmente anni. “Il decreto sicurezza produce insicurezza. È un provvedimento che toglie diritti ai migranti e crea forti disagi agli italiani”, avverte la senatrice di +Europa Emma Bonino.

Da martedì il provvedimento che porta il nome del ministro degli Interni Salvini è all’esame della Commissione Affari costituzionali del Senato e per il 25 ottobre potrebbe arrivare in aula per il voto. Tempi strettissimi, quindi, che hanno convinto i Radicali italiani, l’Arci, l’Associazione studi giuridici sull’immigrazione (Asgi), Oxfam e gli altri promotori delle campagne Erostraniero e Welcoming Europe (iniziativa dei cittadini europei ancora in corso e che si può firmare sul sito della campagna) a organizzare una conferenza stampa alla Camera proprio per sottolineare la “pericolosità” di alcune delle misure inserite nel testo. “Il decreto riduce i compiti del sistema Sprar e attribuisce maggiori poteri ai prefetti”, spiega Salvatore Facile, avvocato dell’Asgi. “La conseguenza è che si rischia di creare nelle periferie dei centri abitati proprio quello che in passato si è voluto eliminare, vale a dire mega concentrazioni di richiedenti asilo con grave disagi per le popolazioni”.

Il paradosso di questa operazione è sottolineato dal deputato di +Europa e segretario di Radicali italiani Riccardo Magi. “Nella relazione presentata al parlamento lo scorso mese di agosto – spiega Magi – è lo stesso Salvini a sottolineare come l’aumento dei Comuni che hanno aderito alla rete Sprar abbia contribuito ad alleggerire i grandi centri di accoglienza, centri che lo stesso ministro definisce come difficili da gestire e da vivere. Ora invece si prepara a ricrearli, con il rischio di produrre un forte conflitto sociale”.

Un altro punto segnato in rosso dai promotori dell’iniziativa riguarda l’abolizione della protezione umanitaria. Cosa farà chi in futuro avrà bisogno di convertire il suo permesso se nel frattempo avrà perso il lavoro? “Questa misura aumenterà le spese sociali dei Comuni e di conseguenza il conflitto tra le persone”, spiega Filippo Miraglia dell’Arci, per il quale “non è detto che l’obiettivo del decreto non sia proprio questo, in modo da poter invocare maggiori controlli in nome della sicurezza”.

“Il decreto Salvini è un misto di insipienza e di cattivismo ed ha un preciso scopo: quello della campagna elettorale”, aggiunge Bonino. La scommessa, difficile visti i numeri in parlamento, è di riuscire a modificare il testo cancellando almeno le misure più pericolose. “La verità è che chi passa da una bufala all’altra ha bisogno di far dimenticare le bufale che ha detto di volta in volta” dice la leader Radicale. Che conclude con un avvertimento: “Si cerca sempre un capro espiatorio. Questa volta si attaccano i migranti, poi si passa ai poveri”.

 


Il Governo non è lo Stato, ma Di Maio non lo sa

PDF
di Sabino Cassese

 

Corriere della Sera, 11 ottobre 2018

 

Luigi Di Maio, nel fare la voce grossa, commette l’errore di confondere il governo con lo Stato. Errore che commette di frequente, quando, ad esempio, invita presidenti di enti a dimettersi, o pretende che alti funzionari dello Stato godano della sua fiducia.

“Se Banca d’Italia vuole un governo che non tocca la Fornero, la prossima volta si presenti alle elezioni con questo programma”, ha dichiarato Luigi Di Maio il 9 ottobre scorso, commentando le valutazioni espresse dalla banca centrale in Parlamento sulla Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza. Dunque, per il vicepresidente del Consiglio dei ministri tutto il potere discende dal popolo ed è sempre il popolo che, mediante elezioni, deve pronunciarsi. La democrazia è ridotta ad elezioni e anche i vertici della Banca d’Italia debbono presentarsi all’elettorato o sottostare alla volontà del governo.

Questa è una versione romanzata della democrazia, che, invece, ha al suo interno poteri e contropoteri, non tutti con una investitura popolare diretta. Le corti giudiziarie, la Corte costituzionale, le autorità indipendenti, le università, sono corpi autonomi, alcuni garantiti come tali dalla stessa Costituzione.

Le persone che ne sono titolari non sono elette, ma scelte in altri modi, per lo più sulla base del merito, delle competenze, dell’esperienza, con competizioni aperte (concorsi). In questo modo si realizza il pluralismo del potere pubblico, si riconosce il potere della conoscenza, quello della competenza, quello del giudizio imparziale. Questo pluralismo serve a uno scopo fondamentale, quello di impedire la tirannide delle maggioranze, un pericolo segnalato nel 1788 da James Madison in America, nel 1835 da Alexis de Tocqueville in Francia e nel 1859 da John Stuart Mill in Inghilterra. Questi pensatori e uomini politici, le cui idee sono state alla base delle democrazie americana, francese e inglese, erano preoccupati di equilibrare i poteri dello Stato e di evitare che la maggioranza (popolare e parlamentare) imponesse alla società le proprie idee e le proprie pratiche, garantendo così i dissenzienti e i diritti individuali nei confronti dell’opinione e dei sentimenti prevalenti.

Un posto particolare, tra i poteri indipendenti, hanno le banche centrali. David Ricardo, nel 1824, auspicava la separazione istituzionale tra il potere di creare denaro e il potere di spenderlo e il divieto di finanziamento monetario del bilancio dello Stato. Più di un secolo dopo, Milton Friedman voleva che il sistema monetario fosse libero da interferenze governative. Nel 1981, per opere di Nino Andreatta e di Carlo Azeglio Ciampi, si realizzò il completo divorzio tra Tesoro dello Stato e Banca d’Italia, che fu liberata dall’obbligo di acquistare i titoli pubblici inoptati da banche e risparmiatori. Ora la Banca d’Italia fa parte del Sistema europeo delle banche centrali. Lo Stato italiano ha firmato un trattato secondo il quale il governo si impegna a non cercare di influenzare gli organi della banca centrale. La Banca europea ha il diritto esclusivo di autorizzare l’emissione di banconote. Le banche centrali non possono avere istruzioni dai governi, né sottostare a loro direttive, i loro dirigenti non possono esser rimossi, le loro competenze sono esclusive, la loro indipendenza finanziaria e organizzativa è piena. Tutto questo per sottrarre la politica monetaria alle influenze dei governi, per assicurare la stabilità dei prezzi e il controllo indipendente dei tassi di interesse. Di Maio, nel fare la voce grossa, ignora tutto questo e commette l’errore di confondere il governo con lo Stato, errore che commette di frequente, quando, ad esempio, invita presidenti di enti a dimettersi, o pretende che alti funzionari dello Stato godano della sua fiducia.

In un momento di “hybris”, l’altro vicepresidente del Consiglio dei ministri ha detto, recentemente, che l’attuale governo rappresenta la volontà di 60 milioni di italiani. Sarebbe bene che ambedue i vicepresidenti ricordassero che hanno avuto complessivamente poco più di 16 milioni di voti, che rappresentano poco più di un terzo degli italiani con diritto di voto.


4 Ott 2018

Decreto Salvini, la firma di Mattarella è una brutta notizia per la democrazia

La firma di Mattarella sul DL Salvini è una brutta notizia per la democrazia. Evidentemente il presidente della Repubblica non ha riscontrato gli elementi per bloccarla.

Tuttavia la raccomandazione sul rispetto della Costituzione lascia intendere che il presidente sia preoccupato dei contenuti della legge.

Adesso spetta al Parlamento intervenire per assicurare che l’art.10 della Costituzione venga rispettato, come chiede Mattarella.

Come abbiamo già avuto modo di dire, questo DL rischia di cancellare il diritto d’asilo in Italia e di consegnare ai privati il sistema d’accoglienza pubblico, trasformandolo in un affare.

Il DL è un riassunto dei luoghi comuni e delle cattiverie della peggiora destra razzista d’Europa.

Come abbiamo già fatto in questi giorni, promuoveremo una campagna stabile di contrasto alle conseguenze del DL e mobiliteremo i territori per chiedere al Parlamento di respingerlo.


26 Set 2018

Genova, la tragedia del Ponte e il decreto scomparso

Rinviato, promesso, garantito, fermato dal Mef perché senza coperture e “molto incompleto”, il provvedimento “urgente” per la ricostruzione del ponte sul Polcevera arriva dopo due settimane dal presunto varo del Consiglio dei ministri

Giulia Mietta * • 26/9/2018 •

Genova ci aveva creduto davvero. Perché quando il presidente del Consiglio e i suoi vicepremier, lunedì, avevano dato la parola d’onore – il decreto urgenze sarebbe arrivato l’indomani sulla scrivania di Mattarella e il giorno dopo sarebbe stato pubblicato in Gazzetta ufficiale – il presidente della Regione Liguria Toti, il sindaco Bucci, ma in fondo anche molti cittadini, dagli sfollati ai titolari di imprese a chi semplicemente vuole capire come farà la città a risollevarsi, hanno pensato: «No, questa volta non possono rischiare di essere smentiti dai fatti».

Invece. Per tutta la giornata di ieri la notizia, goffamente smentita da fonti del Mef, è stata che il decreto Genova, approvato in Consiglio dei ministri il 13 settembre scorso, era bloccato negli uffici della ragioneria generale dello Stato a causa di più di una lacuna in tema di coperture finanziarie. «Non è vero che lo stiamo bloccando, lo stiamo sbloccando», hanno comunicato da via XX Settembre nel tardo pomeriggio, come se questo non confermasse l’esistenza di incongruenze sull’impalcatura economica dell’operazione. Poi in serata è stata la stessa presidenza del Consiglio a rassicurare: «Il decreto c’è, le coperture anche, il testo sta per essere inviato al Quirinale». Sta per. Tempi al futuro, anche se prossimo, che a Genova ormai puzzano di presa in giro. Tanto che Giovanni Toti, commissario per l’emergenza, dopo ore di nervosismo trattenuto è sbottato, invocando una soluzione estrema: «Dopo tanto parlare, tante polemiche, ritardi e voci, mi chiedo se non sia più opportuno il ritiro del decreto per ricominciare da capo su basi più solide, condivise e realistiche». In particolare, le voci che preoccupano Toti, sono quelle che vedono la cancellazione dei fondi relativi al terzo valico, uniti al blocco del Mit dei fondi già stanziati, le incertezze sui finanziamenti per il porto e poi modalità e tempi della ricostruzione. «A tutto questo, è direttamente connesso il nodo dei risarcimenti alle persone danneggiate. Di fronte a questa confusione – ha concluso il governatore – forse sarebbe opportuno abbandonare percorsi velleitari e avventurosi per ritornare sulla via maestra, prevista dalla normativa vigente e più volte suggerita dalle istituzioni locali». Vale a dire, lasciare in carico alla struttura commissariale tutte le partite aperte e continuare a considerare Autostrade un interlocutore a tutti gli effetti, anche per la realizzazione del nuovo viadotto.

Autostrade, che una volta pubblicato il decreto – forse oggi, forse domani – potrebbe ricorrere contro di esso arrivando fino alla Corte Costituzionale, ma che in queste ore è stata impegnata a ribattere punto per punto alla relazione tecnica della commissione ispettiva nominata dal ministero dei Trasporti costituita dopo i fatti del 14 agosto. La relazione è stata annunciata da un tweet del ministro Toninelli – in cui sprona i suoi follower, «giudicate voi» – e pubblicata sul sito del Mit. Il pool di periti, di cui facevano parte inizialmente anche i docenti Antonio Brencich e Roberto Ferrazza, poi indagati nell’inchiesta sul crollo, ha evidenziato alcuni punti che, da una parte vanno in controtendenza rispetto alle prime rilevazioni dei pm e dall’altra sottolineano con maggiore veemenza le presunte responsabilità di Aspi. Si legge, ad esempio, che a cedere potrebbero non essere stati gli stralli, sui quali Autostrade aveva previsto di iniziare alcuni lavori di rafforzamento, ma gli impalcati «a cassone». La commissione accusa il concessionario di aver adottato misure «inappropriate considerata la gravità del degrado del viadotto», e di non aver «fatto nulla per limitare la viabilità». Una nota della società controbatte: «Non c’erano rischi che giustificassero lo stop al traffico e i periti non hanno tenuto conto dei chiarimenti già forniti nel corso delle audizioni di fronte agli stessi tecnici».

Più che schermaglie. E intanto i tempi si allungano, soprattuto se l’incidente probatorio avrà bisogno di circa due mesi per essere completato. Pensare che un mese fa Toti annunciava che entro la fine di settembre sarebbe iniziata la demolizione di ponte Morandi. Quei monconi non sono mai stati così saldi.

* Fonte: Giulia Mietta, IL MANIFESTO


Migranti. Stretta sulla protezione umanitaria, il 30% rischia il diniego

PDF Stampa
di Alessandra Ziniti

 

Tratto da La Repubblica, 26 settembre 2018

 

L’allarme delle organizzazioni umanitarie. Msf: la fragilità delle persone non sempre ha tratti evidenti. Il Viminale stima l’impatto dei criteri più rigidi, che escludono l’inserimento in percorsi di integrazione. Susan è nigeriana. Quando è sbarcata a Catania pesava 40 chili. La malnutrizione patita in Libia l’ha ridotta sulla sedia a rotelle. Polineuropatia, la diagnosi dei medici di Msf che l’hanno avuta in cura per un anno e che l’hanno rimessa in piedi.

Susan ha avuto la protezione umanitaria, ma il motivo di salute per il quale le è stato concesso può ora essere considerato di “eccezionale gravità”, come prevede il decreto Salvini? O la stretta impressa alla più diffusa delle protezioni potrebbe mettere a rischio la sua permanenza in Italia? Motivi di salute di eccezionale gravità, calamità naturali (eccezionali anche queste), grave sfruttamento lavorativo, violenza domestica e atti di particolare valore civile: sono queste le uniche cinque “tipizzazioni” che d’ora in avanti consentiranno di attribuire i permessi temporanei, da sei mesi a due anni, che sostituiranno la protezione umanitaria che il decreto Salvini abroga.

Di fatto togliendo alle commissioni per il diritto d’asilo prima e ai questori poi la discrezionalità nella “valutazione residuale” che ha consentito di includere in questo tipo di permesso generiche condizioni di vulnerabilità dei migranti, ma anche povertà, instabilità politica, non rispetto dei diritti umani nei paesi d’origine.

Difficile valutare realisticamente l’impatto di questa abrogazione che Salvini ha fortemente voluto per incidere sulla forma di protezione che negli ultimi anni ha consentito mediamente a più di un richiedente asilo su quattro di rimanere in Italia: 60.000 circa dal 2015 ad oggi, con una percentuale che ha sfiorato il 30 per cento di tutti i permessi di soggiorno concessi nel 2018 prima dell’insediamento di Salvini al Viminale.

Un trend che, a luglio, dopo la direttiva con la quale il ministro ha sollecitato le commissioni a restringere i criteri, è sceso di sette punti percentuali ma che è risalito ad agosto. Un trend che, incrociato con il calo delle richieste di asilo, fa indicare a fonti del Viminale l’obiettivo minimo previsto in un taglio del 30 per cento. Complessivamente dall’inizio dell’anno ad oggi sono stati 16.755 i migranti che hanno beneficiato della protezione umanitaria con i vecchi criteri. Cosa succederà adesso? A quanti non sarà rinnovata?

E a quanti non verrà mai concessa? Realisticamente la forbice oscillerà tra il 10 e il 30 per cento in meno. Certamente resteranno fuori tutti coloro che, in assenza di altri requisiti, si sono visti concedere la protezione umanitaria in virtù del percorso di formazione e integrazione già avviato o coloro che, torturati in Libia, sono arrivati in condizioni di vulnerabilità fisica e mentale o chi ha un tragico vissuto personale o semplicemente coloro che provengono da paesi in cui i diritti umani non sono garantiti né “l’effettivo esercizio delle libertà democratiche” come recita la Costituzione italiana.

Un ventaglio molto ampio di cui terranno conto le osservazioni tecniche che l’Unhcr, come annunciato dall’Alto commissario Filippo Grandi, invierà nei prossimi giorni al governo. “Qualsiasi disposizione di legge adottata da un paese firmatario della Convenzione di Ginevra del 1951 deve essere conforme agli obblighi e ai principi in essa contenuti, in primo luogo il principio di non respingimento”.

Le organizzazioni umanitarie esprimono perplessità: “Attendiamo di conoscere i criteri di assegnazione del nuovo permesso di soggiorno per cure mediche – dice Anne Garella, capomissione dei progetti Msf in Italia. Il rischio è che siano escluse e lasciate in condizioni di marginalità persone che soffrono di problemi di salute con sintomi non facilmente riconoscibili”.

 


Mattarella contro la giustizia spettacolo

PDF Stampa

di Giacomo Losi

 

Tratto da Il Dubbio, 26 settembre 2018

 

Indipendenza e distanza dal circo mediatico. È l’appello che il presidente della Repubblica ha rivolto ai nuovi componenti del Csm in occasione del commiato dei consiglieri uscenti. “La magistratura – ha infatti dichiarato il capo dello Stato non deve rispondere alle opinioni correnti perché è soggetta soltanto alla legge”.

E ancora: “L’attenzione e la sensibilità agli effetti della comunicazione non significa come tante volte è stato ricordato, orientare le decisioni giudiziarie secondo le pressioni mediatiche né, tantomeno, pensare di dover difendere pubblicamente le decisioni assunte”.

Non è la prima volta che il capo dello Stato raccomanda ai magistrati indipendenza e, soprattutto, distanza da tv e giornali. Lo scorso luglio, nel pieno dello scontro tra la procura di Agrigento e il ministro Salvini (indagato da quella stessa procura per il sequestro della nave Diciotti), il capo dello Stato aveva chiesto ai giovani magistrati accolti al Quirinale il massimo sforzo di credibilità: “La credibilità del vostro operato necessita che le decisioni assunte siano autorevoli e comprensibili. Ciò vuol dire, da un lato, non piegarsi né alle pressioni del processo mediatico né a quelle – a volte più insidiose – provenienti dagli orientamenti dalle comunità locali, non sempre consapevoli del quadro normativo generale di volta in volta in rilievo, di tutti i valori in questione e dei principi in bilanciamento. Dall’altro, vuol dire dar conto delle determinazioni prese soltanto attraverso la motivazione dei provvedimenti, in ossequio alla previsione costituzionale dell’art. 111”.

Certo Mattarella, qualche settimana dopo, aveva anche ricordato alla politica (e in molti avevano pensato a un messaggio indirizzato soprattutto a un Salvini furiosi con i pm) che nessuno è al di sopra della legge: “Non esistono aree di privilegio per nessuno, neppure se ricopre una funzione pubblica, neppure per i politici, perché nessun cittadino è al di sopra della legge. Il rispetto delle regole è essenziale”.

Per tornare a ieri, il capo dello Stato ha voluto anche avvertire che “il ruolo che si assume quali componenti del Csm non rappresenta un privilegio ma una funzione di garanzia e al contempo di grande responsabilità per le sorti dell’equilibrio fra i poteri costituzionali”. Mattarella ha voluto anche chiarire i contorni del ruolo sia dei componenti togati che di quelli laici i quali “si distinguono soltanto per la loro provenienza perché condividono le medesime responsabilità nella gestione della complessa attività loro affidata”.

In particolare “i componenti laici secondo quanto prevede lo stesso articolo 104 della costituzione sono eletti non perché rappresentanti di singoli gruppi politici di maggioranza e di opposizione bensì perché, dotati di specifiche particolari professionalità, il Parlamento ha affidato loro il compito di conferire al collegio un contributo che ne integri la sensibilità”. “Al contempo i togati non possono e non devono assumere le decisioni secondo logiche di pura appartenenza”. Insomma, “ciò che deve guidare i componenti tutti e il senso del servizio all’istituzione così come la prospettiva del servizio al paese. Dal Csm la Repubblica si attende che questo sia l’unico criterio di comportamento”.


Mobilitarsi contro il decreto del ministro della Propaganda e della Paura

Raccogliendo l’appello del Manifesto, contro chi semina odio, dobbiamo mobilitarci nei territori con le centinaia di esperienze positive di integrazione diffusa

Filippo Miraglia * • 25/9/2018

Decreto “sicurezza”. Diritto d’asilo e sistema di accoglienza pubblica sono i due obiettivi principali colpiti dal decreto. L’articolo 1 esclude chi non ha la protezione internazionale

È indubbio che l’unico obiettivo del decreto legge sull’immigrazione, approvato dal consiglio dei ministri, è aumentare il consenso della Lega e la popolarità del suo leader. Continuando a usare sempre lo stesso schema, che indubbiamente funziona: per risolvere i problemi del Paese e degli italiani bisogna sottrarre diritti e libertà alle persone di origine straniera. Le due cose in realtà non hanno alcun collegamento, se non in negativo, perché limitando i diritti di alcuni si finisce per indebolire quelli di tutti. Tralasciamo i profili d’incostituzionalità, che saranno oggetto d’interventi ben più qualificati del mio.

L’intervento più pesante riguarda l’accesso al diritto d’asilo e il sistema d’accoglienza pubblico. L’art.1 del decreto Salvini abroga un titolo di soggiorno che copre tutti quei casi che non ricadono nella Protezione Internazionale che riconosce un titolo di soggiorno di due tipi: il primo viene concesso nei casi in cui c’è persecuzione personale da parte di un governo, per ragioni politiche, religiose, di orientamento sessuale, come prevede la Convenzione di Ginevra e la Direttiva europea che l’ha trasformata in legge in tutti i Paesi dell’Ue; il secondo quando la persona che fa domanda d’asilo fa parte di un gruppo sottoposto a rischi per la sua vita o a persecuzioni (è il caso delle minoranze religiose in molti Paesi o, ad esempio, dei giovani eritrei che fuggono perché obbligati ad un servizio di leva a vita dal dittatore Isaias Afawerki). Per gli altri c’è l’umanitario. Parliamo di migliaia di persone perché, com’è ovvio e come previsto nella legislazione della quasi totalità dei Paesi dell’UE, la casistica è molto varia. Si tratta di soggetti che rientrano nella previsione molto ampia dell’art.10 della nostra Costituzione e nel divieto, previsto dall’art.3 della Cedu, di trattamenti disumani e degradanti ai quali potrebbero essere sottoposti se rimpatriati.

È evidente che la cancellazione di questo titolo di soggiorno comporterà l’aumento dell’irregolarità e quindi dell’insicurezza diffusa e, soprattutto, dello sfruttamento lavorativo con nessun diritto per i lavoratori e con meno entrate per lo Stato. Inoltre aumenterebbero le controversie e i ricorsi con ulteriore aggravio della spesa pubblica sia per l’impatto sul sistema giudiziario che per l’allungamento dei tempi d’accoglienza obbligatori. Altro che interesse dell’Italia.

La seconda questione riguarda il sistema d’accoglienza pubblico Sprar. Il decreto ne limita l’utilizzo ai soli titolari di permesso di soggiorno e ai minori, ossia a chi ha già avuto una risposta. In pratica gli Sprar diverrebbero una soluzione marginale, contraddicendo quanto finora affermato da tutti i governi e dalla stessa Legge 142 che disciplina questa materia. Ciò vuol dire che gran parte delle persone ora accolte andranno a incrementare quel sistema, in gran parte gestito da privati, che viene assegnato con gare d’appalto che non prevedono alcun ruolo degli enti locali e nessun legame con il territorio.

Già oggi la mancanza di coinvolgimento dei comuni e dei territori per più del 70% dei posti disponibili ha determinato fenomeni di corruzione e di spreco, anche per l’assenza di trasparenza dei conti e di scarsa o inesistente competenza di gran parte dei soggetti coinvolti. In molti casi si tratta di privati senza esperienza che forniscono solo servizi di vitto e alloggio, senza alcuna attenzione alle persone accolte, senza alcun legame con il territorio.

I progetti Sprar sono invece rendicontati in maniera trasparente e ogni singola spesa è rimborsata solo se effettuata. Al contrario l’accoglienza gestita dalle prefetture in via straordinaria (Cas: Centri di Accoglienza Straordinaria), prevede solo una fatturazione mensile sulla base del numero di persone e di un moltiplicatore pro capite, pro die. È evidente che chi si aggiudica la gara d’appalto in questo caso ha, legittimamente, come in tutte le gare dello stesso genere, l’obiettivo di produrre utili e non di occuparsi delle persone e delle comunità che le accolgono.

Il governo con questo decreto intende sostenere una tesi che contraddice le direttive europee: i percorsi d’inclusione e integrazione sociale riguardano solo chi ottiene una risposta positiva dalle Commissioni. Gli altri vanno solo nutriti e ospitati in attesa di sapere che fine faranno.

Un’idea tutta strumentale che continua promuovere un’immagine negativa dei richiedenti asilo, peraltro oramai ridotti a pochissime migliaia. Secondo il Ministro della Propaganda sono tutti approfittatori, “clandestini” come li chiama con disprezzo e cattiveria.

Senza un’accoglienza dignitosa e fin dal primo giorno indirizzata all’obiettivo della responsabilità e dell’autonomia degli ospiti, quindi con strumenti per l’integrazione e personale competente, il risultato è che i tempi si allungano, l’impatto sociale è negativo, aumenta il razzismo e la frustrazione delle persone accolte. Tagliare la spesa, tagliando i servizi, avrà una ricaduta negativa sui comuni perché aumenterà la conflittualità e il disagio sociale, di cui si dovranno far carico i sindaci con risorse pubbliche locali.

Per questo è importante che da subito, raccogliendo l’appello del manifestol’Italia che non ci sta, che rifiuta il razzismo e ritiene che il diritto d’asilo, i diritti umani, l’uguaglianza, siano fondamenti della democrazia e non disponibili sul mercato del consenso, si mobiliti, a partire dai territori e dalle centinaia di esperienze positive di accoglienza e integrazione diffusa nel nostro Paese. Inclusa quelle delle nuove generazioni di origine straniera che questo decreto colpisce rendendo più difficile acquisire la cittadinanza. Una risposta di civiltà per riprendersi la parola e fermare la barbarie e la cattiveria crescente.

* Fonte: Filippo Miraglia, IL MANIFESTO


-->