Rassegna stampa

19 Lug 2018

Stati Uniti. Il culto per le armi da fuoco nel Paese dei 100 morti al giorno

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di Vittorio Zucconi

 

La Repubblica, 18 luglio 2018

 

Più armi da fuoco, più morti innocenti. Una semplice equazione che da 40 anni la lobby americana delle armi cerca di nascondere spendendo tre milioni all’anno per sopprimere ricerche e comprare parlamentari. Più armi da fuoco, più morti innocenti. Tutto qui. Bambini, studenti, familiari, bersagli di stragisti, suicidi, incidenti, questa semplice equazione che da 40 anni la lobby americana delle armi cerca di nascondere spendendo tre milioni all’anno per sopprimere ricerche e comprare parlamentari, dovrebbe essere l’inizio e la fine di ogni illusione e di ogni discussione sulla “difesa a mano armata”. Ma non lo è.

Avvinghiata alla Costituzione che sembra – ma nel tempo l’interpretazione è variata – concedere a ogni cittadini il diritto di portare armi e appesa al falso senso di sicurezza che stringere in pugno il calcio di un’automatica o imbracciare un fucile semiautomatico produce – lo so, l’ho provato, è un sentimento intossicante – la “gun culture”, la cultura della pistola, vende legalmente dieci milioni di armi da fuoco ogni anno per 12 miliardi di dollari. E delle 36mila persone che cadono sotto i colpi al ritmo di quasi cento al giorno, la percentuale di criminali violenti fermati da cittadino armato per legittima difesa, o per legittimo sospetto, è microscopica, ridotta a qualche caso aneddotico. Quella pistola, quell’AR, il fucile d’assalto, uccidono chi li possiede più che chi li aggredisce.

Non basta un articolo di giornale per riassumere e illustrare i 62 studi accademici migliori, quelli che non servono cioè interessi o pregiudizi politici, selezionati dagli anni ’90 a oggi, per dimostrare la ovvietà di un rapporto di causa ed effetto che la logica illustra e la paura nasconde dietro l’illusione dell’autodifesa.

Dal 1992, quando il Centro per il Controllo delle Malattie di Atlanta tentò di completare senza successo una ricerca definitiva sulla relazione fra armi e vittime e fu aggredito dalla Nra, la lobby degli armaioli che scatenò una campagna nazionale accusando il Centro di “scienza spazzatura”, la diffusione delle Glock, Colt, Armalite è cresciuta. E con essa il numero di vittime, confermando un antico proverbio: “Quando un proiettile lascia la canna non ha più amici o nemici, ma soltanto bersagli”.

I casi singoli – il padre che fredda in Texas il figlio che rientrava a casa di nascosto nella notte scambiato per un intruso, il bambino che gioca con la pistola di papà, la lite familiare per “futili motivi” che degenera in sparatoria per la presenza di un’automatica in casa – non escono neppure dal nido delle notizie locali. Esplodono invece le stragi, quelle che un tempo prevedevano almeno quattro vittime per essere definite tali e oggi sono scese a tre morti, vista la diffusione, che increspano la superficie dell’opinione pubblica, accendono lumini, producono marce e omelie, prima che l’acqua si quieti e tutto torni come prima. Con un effetto paradossale: se la politica o l’opinione pubblica si agitano e mostrano segni di risveglio dall’incantesimo a mano armata, la vendita di armi schizza in alto.

Nel 2016, quando l’elezione di Hillary Clinton, favorevole a una limitazione del commercio, sembrava imminente, gli armaioli vendettero cifre record, 12 milioni di pezzi.

È un gorgo irresistibile, nel quale ogni tentativo di introdurre elementi di moderazione senza intaccare l’apparente dettato della Costituzione viene inghiottito e che la lobby alimenta, senza fare distinzione fra Repubblicani e Democratici. Perché nessuno, negli stati del Sud, rischia la trombatura per denunciare l’insensatezza ci norme che permettono in alcuni casi di portare con sé le armi nascoste e autorizza a sparare nel “sospetto” di essere minacciati.

Non ci sono politici progressisti o conservatori che osino prendere di petto la lobby che ora sta raggiungendo anche il governo italiano attraverso Matteo Salvini, ma non soltanto perché hanno le tasche profonde e la spregiudicatezza di usare senza pudore. Non osano perché il dogma del libero possesso di armi è ormai nel tessuto della cultura popolare.

Se smagliature si aprono, come accadde dopo il massacro dio Parkland, in Florida, che ha portato centinaia di migliaia di giovani a Washington per piangere e promettere mobilitazione, le volpi della politica, a partire da Trump idolo della lobby, spendono qualche buona parola, invitano a pregare, promettono qualche lodevole modifica a norme che permettono anche ai casi psichiatrici di acquistare armi e poi aspettano che il mare si calmi.

Le ricerche dicono che soltanto fra i giovanissimi sotto i 24 anni, l’opposizione alle armi è forte, ma con l’aumentare dell’età il richiamo del West torna e gli anziani vogliono restare aggrappati alle loro pistole e fucili, fino a quando “qualcuno me le strapperà dalle mie mani fredde” come disse Charlton Heston, il “Mosè” che divenne il volto e la voce mistica degli spacciatori di armi. E i vecchi, a differenza dei giovani, votano, garantendo la maggioranza ai pro-gun.

L’illusione dell’autodifesa, della propria casa trasformata in fortezza, è troppo seducente, troppo elementare, soprattutto nel tempo della paranoia sapientemente sfruttata e moltiplicata dalle infezioni dei Social e delle notizie false, contro le orde di assassini, stupratori, gangster, rapinatori riversati dalle invasioni apparenti di immigrati illegali.

Un’anziana signora aggredita da un immigrato fa esplodere la collera e fa fiondare cittadini da armaiolo per spendere i 1200 dollari necessari per un fucile semiautomatico o i 200 per una Glock, la pistola preferita del momento. Su quell’aggressione, la lobby costruirà cattedrali di paura, monumenti di voti e camionate di dollari. Sui bambini della elementare del Connecticut stroncati da un giovanotto armato (dalla mamma) come Rambo, lumini, veglie e lacrime.

 


Nelson Mandela, cento anni fa la nascita: una vita all’insegna della libertà

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di Matteo Cruccu

 

Corriere della Sera, 18 luglio 2018

 

Il 18 marzo 1918 nasceva il padre del Sudafrica moderno, icona di libertà in tutto il mondo. “Un vincitore è un sognatore che non si è mai arreso”. Già della materia dei sogni, uno in particolare, quello della libertà, è impastata l’intera esistenza di Nelson Mandela, di cui oggi si celebra il centenario della nascita. Dalla scomparsa, sono passati quasi cinque anni, eppure il lascito del padre del Sudafrica è vivo più che mai. Nelle bandiere di chi è ancora oppresso. Di chi combatte le diseguaglianze, di razza e di ceto, che stentano a scomparire, anzi qua e là s’allargano. Di chi insomma spera, quindi sogna, in un futuro migliore.

Giovane avvocato – Nelson Mandela nasce dunque il 18 luglio 1918 in un villaggio, Mvezi, del Transkei. Fin da ragazzo sviluppa un’avversione verso ogni genere d’imposizione, a partire dal matrimonio combinato a cui sembra costretto a 23 anni. Scappa dunque a Johannesburg, dove studia legge e diventa avvocato. Sono gli anni in cui in Sudafrica nasce e si sviluppa il durissimo apartheid, segregazione razziale rigida e odiosa: Nelson da subito lo combatte, iscrivendosi all’Anc, il partito della maggioranza nera, e diventandone presto uno dei capi.

Il prigioniero – Nel 1963 viene arrestato dal potere bianco, accusato di alto tradimento e condannato all’ergastolo. La sua celletta nel famigerato carcere di Robben Island, davanti a Città del Capo, diventa un luogo simbolo del XX secolo: in tutto il mondo nasce un movimento trasversale contro l’apartheid e il prigioniero Nelson diventa l’icona di questa battaglia, con canzoni, film, proteste dedicate ovunque. Ma il regime della segregazione persiste, nonostante il boicottaggio internazionale. E, per 26 lunghi anni, Mandela rimarrà tra le sbarre. Dalla prigione spedirà delle lettere, di lotta ma anche d’amore, ora finite in un volume, “Lettere dal Carcere”, appunto, a cura di Sahm Venter per il Saggiatore.

Uomo libero – La storia però vive di accelerazioni e in quel 1989 in cui tutto cambia, con il crollo progressivo del socialismo nell’Europa dell’Est, anche il Sudafrica è costretto a uscire dal suo isolamento fuori dal tempo. Il presidente in carica Willem De Klerk avvia il disgelo, comprendendo che l’apartheid non può durare ancora a lungo: legalizza l’Anc, sospende le condanne e rilascia i prigionieri politici. Compreso il più illustre: l’11 febbraio 1990, Nelson Mandela viene rilasciato, accolto dalla sua gente e dalla fedele (e controversa) moglie Winnie che lo ha atteso per tutta la detenzione.

Presidente – Tornando dunque in libertà, Nelson riprende subito l’impegno politico in prima persona, accompagnando De Klerk nel processo di riforme e ottenendo, insieme a lui, il Premio Nobel per la Pace nel 1993. E sfidandolo nel 1994 alla presidenza del Sudafrica: Mandela vince e diviene il primo nero a ricoprire la carica. Il paese è problematico, lunga è la strada per conquistare anche l’uguaglianza sociale oltreché quella politica e il flagello dell’Aids imperversa ovunque. Sul passato, invece, Nelson sceglie la strada della pacificazione con i bianchi, con una commissione speciale che diverrà un modello anche per altri conflitti, vedi l’Irlanda del Nord.

Il ritiro – Dopo cinque anni Nelson lascia la presidenza al delfino Thabo Mbeki. Il bilancio del suo mandato è importantissimo a livello simbolico, anche se il Paese rimane ancora afflitto dalle disparità in campo economico, la classe dirigente prevalentemente formata dai bianchi. Nel frattempo Nelson si sposa con Graca Machel, vedova del presidente mozambicano, Samora, antico alleato dell’Anc. Madiba, come lo chiamano i suoi sostenitori, vigila sul Sudafrica, finché a 86 anni, nel 2004, non decide di ritirarsi definitivamente dalla vita politica.

La Coppa – E nel 2004, Mandela è protagonista di un altro storico risultato per il nuovo Sudafrica: dopo la coppa del mondo di rugby nel 1995, con la squadra finalmente rispecchiante la multietnicità del Paese, dopo che era stata sempre a prevalenza bianca, il Paese si aggiudica i Mondiali di calcio del 2010. L’intervento del vecchio leader è decisivo per l’assegnazione della Coppa: sei anni dopo, Madiba non potrà presenziare all’esordio per un lutto familiare, ma riuscirà a venire all’atto conclusivo, omaggiato nel frattempo dai calciatori di tutto il Pianeta.

L’addio – Nel marzo del 2013, il vecchio leone inizia a mostrare la fatica degli anni: viene ricoverato una prima volta e poi dimesso, finché nel luglio, torna di nuovo in ospedale e, tra mille rumour e smentite, entra in stato vegetativo. L’agonia dura sei mesi, finché il 5 dicembre Mandela muore: la notizia suscita un’enorme emozione in tutto il mondo, tantissimi capi di stato si precipitano a Johannesburg e migliaia di persone seguiranno i funerali. Nelson verrà sepolto nella cittadina in cui era cresciuto, Qunu, la terra da cui era partito questo lungo viaggio verso la libertà

 


L’Ong Open Arms denuncia: “migranti abbandonati in mare dai libici”

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di Adriana Pollice

 

Il Manifesto, 18 luglio 2018

 

Morti una donna e un bambino, un’altra donna tratta in salvo da Open Arms. Salvini: “Tutte bugie, io tengo duro”. Una barca con 158 migranti è stata intercettata dalla Guardia costiera libica al largo di Khoms: una nota della Marina di Tripoli ieri mattina informava brevemente sull’operazione aggiungendo che il gruppo aveva ricevuto aiuti umanitari e assistenza medica prima di essere portato in un campo profughi. Secondo Proactiva Open Arms al racconto manca un pezzo: “La Guardia costiera libica non ha detto che hanno lasciato due donne e un bambino a bordo e hanno affondato la nave perché non volevano salire sulle motovedette” ha scritto ieri sui social il fondatore della Ong catalana, Oscar Camps.

Nel video postato si vedono i corpi di una donna e di un bambino, privi di vita, sulle assi di legno del fondo di un gommone distrutto. “Quando siamo arrivati – prosegue Camps – abbiamo trovato solo una delle donne ancora viva. Quanto tempo avremo a che fare con gli assassini arruolati dal governo italiano?”. I corpi sono stati recuperati e portati a bordo dell’Open arms: a una prima analisi del medico di bordo, Giovanna Scaccabarozzi, il bambino di circa cinque anni ha resistito più a lungo ma non abbastanza per poter essere salvato.

È riuscita invece a sopravvivere Josephine: viene dal Camerun ed è rimasta due giorni in mare, aggrappata a un asse della carena. Uno dei volontari si è gettato in acqua per recuperarla e, con il resto dell’equipaggio, l’ha issata a bordo assiderata e sotto choc, come racconta Annalisa Camilli, giornalista dell’Internazionale che ha seguito il salvataggio.

Secondo l’Ong, lunedì erano stati avvistati due gommoni, come da comunicazioni tra il mercantile Triades e la Marina libica. La Guardia costiera di Tripoli avrebbe però deciso di effettuare le operazioni di salvataggio da sola. Quello che è avvenuto, accusa Camps, “è la conseguenza diretta del fatto che l’Europa ritiene la Libia un paese con un governo e una Guardia costiera capace di intervenire. Denunciamo l’omissione di soccorso in acque internazionali della presunta Guardia costiera libica, legittimata dall’Italia”. Open arms nel pomeriggio ha messo la prua verso nord, in direzione Lampedusa. Non per entrare in porto ma almeno consegnare i due corpi e la sopravvissuta alla Marina italiana. Non è escluso però che possa dirigersi verso al Spagna.

Il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, è stato costretto a correre ai ripari. Lunedì aveva ripetuto: “Dobbiamo cambiare la normativa per includere i porti libici in quelli sicuri. C’è questa ipocrisia in Europa per cui si danno soldi ai libici, si forniscono le motovedette ma poi si ritiene la Libia un porto non sicuro”. Nel pomeriggio è arrivata una nota: secondo il Viminale quella di Proactiva Open Arms sarebbe “una fake news”, la fonte una giornalista tedesca presente al salvataggio. Il portavoce della Marina di Tripoli, Ayoub Qasem, si è poi difeso: “Nessuno è rimasto in mare. Probabilmente alcuni migranti sono annegati prima dell’arrivo delle motovedette” per poi accusare le Ong che “ostacolano le nostre attività”.

Intanto però ci sono i numeri. In base ai dati diffusi dall’Oim, i morti nel Mediterraneo nel 2018 sono stati 1.443, in proporzione molti di più rispetto al 2017 visto che gli sbarchi sono calati dell’81%. Il deputato di Leu Erasmo Palazzotto, che è a bordo dell’Astral (la seconda imbarcazione della Proactiva open arms), ha attaccato: “Caro Salvini e caro Minniti, di questi assassini siete responsabili voi con i vostri accordi. L’Italia presti soccorso alla donna sopravvissuta che ha urgente bisogno di cure”. Il leader leghista non fa una piega: “Il mio obiettivo è salvare tutti, ma evitare che arrivino in Italia. Bugie e insulti di Ong straniere confermano che siamo nel giusto. Le Ong i porti italiani li vedranno in cartolina”.

Le conseguenze degli attracchi bloccati sono altri morti. Gli ultimi, in acque italiane, risalgono a venerdì. I 450 a bordo del peschereccio partito da Zuara erano arrivati a Linosa. Il tragitto monitorato dal Centro di coordinamento di Malta e poi di Roma ma nessuno è andato a salvarli perché la politica dei due governi questo impone. Erano senza acqua né cibo, al largo dell’isola siciliana hanno visto due motovedette della Capitaneria di porto e una della Guardia di finanza ferme e nessuna operazione per prenderli a bordo. In 34 allora si sono buttati in mare per raggiungere i soccorritori a nuoto. Solo allora, difronte al pericolo immediato, è stato possibile mettere da parte il veto del Viminale e mettere i battelli in acqua per salvarli. Quattro somali però sono annegati.

 


Questione carceri: le possibili riforme e le riforme possibili

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di Fabio Fiorentin*

 

Il Sole 24 Ore, 18 luglio 2018

 

La situazione nelle carceri italiane sta peggiorando: il tasso di crescita della popolazione detenuta non accenna, infatti, a diminuire: se al 31 gennaio 2012 – alla vigilia, cioè, della condanna dell’Italia in sede europea – i detenuti erano – secondo i dati ufficiali del Dap – 65.701, al 31 gennaio di quest’anno il loro numero era pari a 58.087 e, al 31 maggio, toccava i 58.569. Così se entro la fine dell’anno il trend non dovesse invertirsi, sfioreranno le 59.000 presenze. Non c’è molto tempo per scongiurare il peggio, cioè una nuova “Torreggiani”.

Il nuovo Ministro della Giustizia ha tratteggiato, nei giorni scorsi, le linee di indirizzo del suo dicastero sulla riforma dell’esecuzione penale e penitenziaria, a iniziare dall’iter dello schema di decreto legislativo attuativo della delega in materia penitenziaria conferita al Governo con la legge 103/2017. Come si ricorderà, lo schema di decreto elaborato dal precedente esecutivo – che attuava, peraltro, soltanto una parte dei molteplici punti che componevano la delega per la riforma dell’Ordinamento penitenziario – aveva già ricevuto i pareri delle Camere. Il Governo, non avendo integralmente recepito le osservazioni delle Camere, aveva ritrasmesso, il 20 marzo, la nuova e definitiva versione dello schema di decreto alle Camere per consentire l’emissione del secondo e ultimo parere.

La legge delega (articolo 1, comma 83) prevede, infatti, che i pareri definitivi delle Commissioni competenti siano «espressi entro il termine di dieci giorni dalla data della nuova trasmissione» e che, «decorso tale termine, i decreti possono essere comunque emanati». Pur essendo decorsi i dieci giorni, le tormentate vicende politiche di questi ultimi mesi hanno fatto sì che lo schema di decreto – ora tecnicamente adottabile dal Governo senza ulteriori passaggi parlamentari – giaccia tuttora nel cassetto del nuovo establishment, mentre si avvicina la data del 3 agosto, termine decorso il quale non sarà più possibile l’esercizio della delega. Non è, però, un mistero che il nuovo Guardasigilli sia fortemente critico sulla riforma patrocinata dal suo predecessore, ritenuta lesiva del «principio della certezza della pena».

Si annuncia, quindi, un intervento di profonda modifica dell’impianto riformatore, che potrebbe svilupparsi attraverso la riscrittura dello schema di decreto già predisposto sulla base delle proposte della Commissione “Giostra”, che si era occupata in particolare delle tematiche afferenti alla vita detentiva e alle misure alternative alla detenzione. Si tratta, tuttavia, di una possibilità che deve fare i conti con una duplice criticità: anzitutto, i tempi ristrettissimi (poco più di un mese e mezzo) in cui tale operazione di revisione dovrebbe svolgersi prima dello scadere del termine di scadenza assegnato dalla legge 103/2017; in secondo luogo, il fatto che i criteri di delega sono ispirati a una ben diversa visione di politica penitenziaria e ben difficilmente, quindi, attuabili dal nuovo esecutivo senza incorrere nell’eccesso di delega.

È possibile, tuttavia, che molte delle proposte che hanno trovato provvisoria codificazione nello schema di decreto attuativo possano essere recuperate anche nella mutata cornice: le disposizioni in materia di vita detentiva, di semplificazione delle procedure, di trattamento penitenziario dei soggetti psichiatrici possono essere varate in tempi brevissimi e alcune disposizioni in materia di misure alternative (ad esempio, in tema di risarcimento alle vittime e quelle che assegnano più pregnante ruolo esterno alla Polizia penitenziaria) potrebbero essere valutate con favore anche dal nuovo attore politico. Anche la proposta sulla riforma del lavoro penitenziario può essere realizzata in tempi ragionevolmente rapidi. Più problematica appare la sintesi sulla scottante materia dei benefici penitenziari e sull’area di applicazione della sospensione dell’ordine di carcerazione (portata dalla Corte costituzionale, con la sentenza n. 41/2018 sull’articolo 656, comma 5, del codice di procedura penale, a quattro anni anche per l’affidamento in prova “allargato”). L’alternativa al recupero dell’imponente lavoro già fatto, che inevitabilmente sconterebbe tempi più lunghi, consiste nella promulgazione di una nuova legge delega che contenga delle direttive in linea con la vision dell’attuale esecutivo.

È proprio il tempo che pare, tuttavia, in rapido esaurimento. Il tasso di crescita della popolazione detenuta non accenna, infatti, a diminuire: se al 31 gennaio 2012 – alla vigilia, cioè, della condanna dell’Italia in sede europea per il sovraffollamento carcerario e le condizioni inumane di detenzione nelle carceri del nostro Paese – i detenuti erano – secondo i dati ufficiali del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria – 65.701, al 31 gennaio di quest’anno il loro numero era pari a 58.087 e, al 31 maggio, toccava 58.569 ristretti così che, entro la fine dell’anno, se il trend non dovesse invertirsi, sfioreranno le 59.000 presenze: un numero, cioè, ormai nuovamente pericolosamente vicino a quello corrispondente all’annus horribilis della condanna da parte della Corte di Strasburgo.

Le “ricette” per contrastare il patologico fenomeno del sovraffollamento delle strutture penitenziarie sono, in sintesi, tre: accrescere l’offerta di posti negli istituti di pena, realizzando nuove carceri o ampliando quelle esistenti; favorire il deflusso dagli stabilimenti penitenziari attraverso un maggior numero di misure alternative alla detenzione; operare un “mix” tra l’aumento dell’offerta e la diminuzione della “domanda”.

Quest’ultima prospettiva era stata seguita dall’intervento riformatore del 2010-11, che aveva affiancato a provvedimenti cosiddetto “svuotacarceri” (proprio allora fu coniato questo sgradevole neologismo) l’introduzione di una nuova forma di esecuzione penale domiciliare, del tutto svincolata da valutazioni di natura premiale e praticamente automatica (l’esecuzione della pena presso il domicilio di cui alla legge 199/2010) e il varo del cosiddetto “Piano carceri” per la realizzazione di nuovi padiglioni in alcuni istituti di pena, a supervisionare il quale fu insediato un Commissario straordinario. Come è noto, tali misure, che pure complessivamente avevano ottenuto un parziale effetto di decrescita della popolazione detenuta (dai 68.258 registrati al 30 giugno 2010 ai 65.701 del 31 dicembre 2012) non si sono dimostrate sufficienti a evitare l’umiliante sentenza Torreggiani del gennaio 2013.

Puntare sull’aumento dei posti disponibili negli istituti sembra essere la via prescelta dal titolare di via Arenula, che indica quale priorità la ristrutturazione dei padiglioni negli stabilimenti attualmente esistenti. Si tratta di una strada, certo percorribile, che però sconta non secondari profili critici non solo per i tempi di realizzazione e per i rilevanti costi correlati (destinati, tra l’altro, a divenire “costi fissi” negli anni a venire per l’erario), ma che rischia di incorrere nel fenomeno, statisticamente registrato da molti osservatori delle dinamiche penitenziarie per cui, all’aumentare dei posti disponibili nei carceri, aumenta anche il tasso di carcerazione, con un effetto sostanzialmente neutro per quanto riguarda il contrasto al sovraffollamento.

Un intervento in materia di edilizia penitenziaria è comunque ineludibile, nel senso che occorre rapidamente ristrutturare e ammodernare istituti e padiglioni spesso vetusti e fatiscenti (è noto che alcuni istituti penitenziari sono ospitati in strutture che risalgono addirittura al medioevo), con l’obiettivo di assicurare alle persone detenute e internate condizioni materiali di detenzione migliori delle attuali, così da avvicinare il trattamento penitenziario ai parametri individuati dalla Corte europea dei diritti dell’Uomo ed evitare il ripetersi di “affari Torreggiani” che, oltre a essere estremamente costosi per il nostro Paese a causa delle sanzioni pecuniarie inflitte e all’ammontare dei risarcimenti riconosciuti alle vittime delle violazioni accertate, minano alla radice i fondamenti della cooperazione giudiziaria tra gli Stati (è nota, al proposito, la vicenda processuale del rifiuto britannico opposto alla richiesta di estradizione di un boss mafioso formulata dall’Italia, per il ravvisato rischio di trattamenti inumani e degradanti – articolo 3 Cedu – nel caso di detenzione in un carcere italiano). Strutture penitenziarie adeguate sotto il profilo architettonico e delle dotazioni impiantistiche, spazi detentivi conformi alle indicazioni del giudice europeo e un’offerta trattamentale coerente con i bisogni dei ristretti rappresentano, in altri termini, la più efficace difesa che l’Italia può opporre in sede europea di fronte ai ricorsi presentati per la violazione dell’articolo 3 della Convenzione. Come ha, infatti, più volte affermato la Corte alsaziana (tra le molte, la nota sentenza 20 ottobre 2016, Mursic contro Croazia), fenomeni di sovraffollamento penitenziario, purché occasionali e non protratti nel tempo, possono essere “compensati” da condizioni materiali di detenzione adeguate e da una sufficiente offerta trattamentale. In questa prospettiva, di cruciale importanza sarà l’attenzione non solo alle strutture materiali, ma anche al personale amministrativo (il numero dei direttori degli istituti di pena in servizio è assolutamente carente rispetto alle necessità), a quello dell’area educativa (le carenze nell’organico di educatori e psicologi sono esiziali per la buona riuscita del percorso rieducativo dei detenuti) e, non da ultimo, al personale di Polizia penitenziaria, il cui profilo professionale e il cui trattamento va riqualificato e adeguato alle delicate mansioni che si trovano a svolgere.

*Magistrato presso l’Ufficio di sorveglianza di Venezia e compontente della Commissione “Giostra” per la riforma dell’ordinamento penitenziario


17 Lug 2018

Carcere, Giostra: “Prima di bocciare il decreto, bisognerebbe comprenderlo”

Le Commissioni giustizia dicono ‘no’ alla riforma penitenziaria, Beppe Grillo apre un nuovo fronte. Il presidente Giostra: “Si può affrontare con ottusa partigianeria la scelta di costruire un viadotto o di ospitare le olimpiadi, non quella da cui dipende il rispetto della Costituzione e la qualità della vita di migliaia di persone ristrette”

17 luglio 2018

ROMA – Tre anni di lavoro, centinaia di persone coinvolte, tra professionisti del diritto, operatori e volontari del settore penitenziario, una ricerca meticolosa che ha passato ai raggi X il sistema carcere cercando le risposte più adeguate per garantire sicurezza e diritti nello stesso tempo, con le poche risorse a disposizione. L’obiettivo rivolto, in linea con la Costituzione,  alla responsabilizzazione e al recupero sociale del condannato, la riforma è arrivata con tempi strettissimi all’ultimo metro, ma proprio su quest’ultimo tratto è rimasta incagliata.
Le commissioni Giustizia di Camera e Senato dicono ‘no’ agli interventi proposti dai consulenti dell’ex ministro Andrea Orlando, mentre dal suo blog Beppe Grillo riaccende il dibattito “sognando un mondo senza carceri” e riprendendo la direzione tracciata proprio dalle commissioni nominate dall’ex guardasigilli. Con il presidente della Camera, Roberto Fico, ad aprire un ulteriore fronte contro l’attuale orientamento.
Glauco Giostra, coordinatore delle commissioni per la riforma e presidente di quella che si è occupata dell’Ordinamento Penitenziario, commenta per Redattore Sociale gli ultimi passi del travagliato percorso e i provvedimenti del nuovo governo.

Qual è il suo giudizio sui pareri espressi dalle Commissioni giustizia di Camera e Senato?
Si tratta del tentativo molto mal riuscito di motivare a posteriori una scelta radicalmente critica adottata in campagna elettorale senza aver letto il testo della riforma.

Entrambe le Commissioni sostengono che la riforma si risolverebbe in una risposta “svuotacarceri”…
“Probabilmente per un mio difetto di fantasia, ma mi riesce difficile immaginare una mistificazione più grande. Il Parlamento nel 2017 ha delegato il governo ad approntare il più organico e strutturale progetto riformatore dalla legge di ordinamento penitenziario del 1975. Tra l’altro, approvando questo progetto il legislatore assolverebbe, con più di 40 anni di ritardo, l’impegno assunto in quella circostanza di predisporre una normativa penitenziaria per i minorenni. La riforma intende altresì porre le premesse per introdurre nel nostro ordinamento forme di giustizia riparativa, aggiornare il non più difendibile sistema delle misure di sicurezza, rendere la vita penitenziaria più rispettosa della dignità dei reclusi e più idonea all’osservazione della loro evoluzione comportamentale, promuovere il lavoro intra ed extra murario, prevedere attività socialmente utili svolte dal condannato senza essere retribuito, pretendere un maggiore impegno per fruire di forme alternative di espiazione della pena e potrei continuare per molto. Come si possa dire che un simile disegno riformatore mirasse sostanzialmente a risultati di deflazione carceraria non è facile comprendere.
A quei pochi ancora interessati a confrontarsi con i fatti può essere ricordato che la riforma in discussione abroga l’unica normativa ‘svuotacarceri’ presente nel nostro ordinamento (la legge 199 del 2010, che prevede l’ espiazione presso il domicilio delle pene sino a 18 mesi) e non introduce nessuna disposizione ‘svuotacarceri’, se con questo rozzo termine si intende sensatamente alludere a provvedimenti di automatica de-carcerazione. Vien fatto invece di pensare, ma è imbarazzante crederlo, che qualcuno intenda per svuotacarceri ciò che la Costituzione chiama funzione rieducativa della pena: cioè la capacità della pena di tener conto di impegnativi e concreti progressi del condannato per propiziarne un graduale reinserimento sociale”.

In effetti, da più parti si invoca la certezza della pena…
“Se con lo slogan della certezza della pena  si intende dire che la pena debba rimanere immutabile qualunque sia l’atteggiamento del condannato durante la sua esecuzione, allora va detto che così ragionando sarebbe a favore dell’incertezza della pena oltre all’ordinamento penitenziario attualmente vigente, anche la Corte europea dei diritti dell’uomo che, tra l’altro, ha statuito l’obbligo, a carico degli Stati contraenti, di consentire sempre che il condannato alla pena perpetua possa espiare la propria colpa reinserendosi nella società dopo aver scontato una parte della propria pena. Ma soprattutto sarebbe a favore dell’incertezza della pena la nostra stessa Costituzione.
Nelle stesse ore in cui le Commissioni giustizia esprimevano il loro parere, la Corte costituzionale (sentenza n.149 del 2018) ha dichiarato illegittima la disposizione che impediva di concedere la semilibertà prima di 26 anni di carcere (invece di 20 secondo la regola generale) ai condannati per sequestro di persona che hanno cagionato la morte del sequestrato. Infatti, ha spiegato la Corte, ‘la personalità del condannato non resta segnata in maniera irrimediabile dal reato commesso in passato, foss’anche il più orribile; ma continua ad essere aperta alla prospettiva di un possibile cambiamento. Prospettiva, quest’ultima, che chiama in causa la responsabilità individuale del condannato (…); ma che non può non chiamare in causa – assieme – la correlativa responsabilità della società nello stimolare il condannato ad intraprendere tale cammino, anche attraverso la previsione da parte del legislatore – e la concreta concessione da parte del giudice – di benefici che gradualmente e prudentemente attenuino, in risposta al percorso di cambiamento già avviato, il giusto rigore della sanzione inflitta per il reato commesso, favorendo il progressivo reinserimento del condannato nella società’”.

Cosa pensa delle recenti dichiarazioni di Grillo?
Penso che vadano particolarmente apprezzate per la loro civiltà, ma anche  per il loro coraggio, in quanto sconfessano platealmente tutto quanto vanno affermando i maggiorenti del movimento da lui fondato. L’eliminazione del carcere, beninteso, non è obbiettivo allo stato realisticamente perseguibile. Ciò che si deve eliminare è il ricorso non necessario (e quando non è necessario è controproducente) ad esso.

La delega non è ancora scaduta, ma lei appare piuttosto pessimista sulla possibilità che la riforma venga approvata
Mi sentirei uno sprovveduto a non essere pessimista.

Di chi è la responsabilità? C’è un concorso di colpa anche da parte del governo precedente?
Questa riforma, frutto di un lavoro pluriennale e apprezzata da tutto il mondo scientifico (si sono pronunciate le Associazioni dei penalisti e dei processualpenalisti), dal Cnf, dalla Camere penali, dalla magistratura (tranne singole prese di posizioni), dal Garante nazionale dei diritti dei detenuti, non vedrà mai la luce per i calcoli elettoralistici, miopi ed infondati, della maggioranza precedente e per il pregiudiziale e cieco antagonismo di quella attuale. Io penso però che si possa affrontare con criteri utilitaristici o con preconcetta e ottusa partigianeria la scelta di costruire un viadotto o di ospitare le olimpiadi, non quella da cui dipende il rispetto della Costituzione, la cifra della civiltà giuridica del nostro Paese, la qualità della vita di decine di migliaia di persone ristrette e, in definitiva, di noi tutti. (Teresa Valiani)

Tratto da Redattore Sociale 17/7/2018


Migranti. Omissione di soccorso, il potere di dare la morte

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di Luigi Manconi

 

Il Manifesto, 17 luglio 2018

 

Migranti. Sulle navi delle Ong, in realtà, i corpi di donne e uomini di buona volontà già si muovono da tempo. Sono quelli dei componenti degli equipaggi, dei soccorritori e dei volontari, ma anche quelli di coloro che hanno deciso di testimoniare quanto accade loro di vedere. Nella giornata di oggi le navi Astral e Open Arms della Ong spagnola Proactiva saranno nella zona Sar auto assegnatasi dall’attuale e traballante regime libico. Ed è probabile che saranno le sole due imbarcazioni.

Le sole che per l’intera estate potranno garantire un presidio di vigilanza e salvataggio nel Mediterraneo. In altre parole, sembra vicino a realizzarsi quel disegno, prima non dichiarato, poi fieramente rivendicato, di “liberare il Mediterraneo dalle Ong”. Ciò avviene parallelamente al ripiegare della Guardia costiera italiana verso le nostre coste. E all’inevitabile sottrarsi dei mercantili e delle navi militari dalle aree di maggior rischio per le imbarcazioni di profughi. E, soprattutto, alla delega del soccorso alla Guardia costiera libica, oscillante tra fallimentare imperizia e complicità criminale. Tutto ciò non può che incrementare il numero dei morti.

È questa una delle ragioni per cui non ho trovato nulla di retorico nella lettera aperta inviata da Sandro Veronesi a Roberto Saviano, e nella risposta di quest’ultimo. E nemmeno di letterario, se non per il fatto che – a dialogare – sono due valenti scrittori. Sulle navi delle Ong, in realtà, i corpi di donne e uomini di buona volontà già si muovono da tempo. Sono quelli dei componenti degli equipaggi, dei soccorritori e dei volontari, ma anche quelli di coloro che hanno deciso di testimoniare quanto accade loro di vedere. Nella missione attualmente in corso, un deputato di Liberi e Uguali, una giornalista di Internazionale e uno di Reuters, un noto cuoco. Veronesi, nella sua lettera, chiama quello presente il “tempo del corpo”. E il corpo è da sempre al centro della politica, ne costituisce la posta in gioco e il fine ultimo, l’oggetto di cura dei governi e la vittima del potere dispotico. E ancora, il corpo è la sede profonda dell’identità umana e dei diritti fondamentali che ne discendono. In alcune circostanze – dittatura, guerra, conflitto mortale – la tutela del corpo vivo, o la sua soppressione, assumono l’intero senso della politica nella sua forma massima e ultima.

Un passo indietro nel tempo: nell’antica Roma il pater familias poteva disporre del destino dei propri figli fino a sopprimerli. Disponeva, cioè, del potere di vita e di morte nei confronti di chi lo avesse disonorato o avesse violato leggi fondamentali. Qui, oggi, l’arcaico potere di dare la morte torna ad agitare i pensieri collettivi e la nostra vita sociale, trovando due pretesti alla propria volontà di imporsi. Il primo rimanda all’antico fondarsi del potere sull’interesse dello stato. Dare la morte o la vita come conseguenza del soccorrere o del non soccorrere si collega alla necessità della sicurezza statuale (difendere i confini, respingere l’invasione, proteggere i cittadini dal nemico). Il secondo motivo risiede nella riduzione di tutto ciò che è universale alla misura del particolare. Interessi generali e valori comuni devono sottomettersi a provvedimenti locali e a vantaggi prossimi. Ne discende inevitabilmente una spirale di chiusura ed esclusione: il soccorso non riguarda tutti e non tutti sono meritevoli di soccorso.

È il rovesciamento radicale del principio di uguaglianza e dell’articolo 1 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo: “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti”. Il potere di dare la morte – come altro chiamare il rifiuto di soccorso? – torna nelle mani dell’autorità che vendica una violazione (dei confini, delle competenze territoriali, delle leggi nazionali). Ma che cosa davvero violano quei fuggiaschi che vogliono raggiungere le nostre terre? Dietro tutto ciò c’è la negazione di quel principio naturale che è la pulsione dell’essere umano ad aggregarsi ad altri esseri umani. Tra i tanti motivi che tengono insieme una comunità – dalla cooperazione economica alla difesa comune contro insidie esterne e interne – il legame primo è quello che nasce dal bisogno dell’altro. Della protezione da parte dell’altro. La società organizzata nasce proprio per rispondere in maniera efficace, attraverso un’attività di reciproco soccorso e vicendevole tutela, alla rivelazione della debolezza di chi si trovi solo e in stato di pericolo. È il mutuo soccorso. È per questa ragione che negare o indebolire il diritto/dovere al salvataggio corrisponde a erodere la stessa identità umana e quel passaggio essenziale da individuo isolato a comunità associata.

E credo che questo sia il compito che ci spetta oggi: creare una rete di sostegno reciproco contro le violazioni dei diritti fondamentali. Una rete di mutuo soccorso, appunto: civile, culturale, politico e legale. Su tale questione, negli ultimi giorni, abbiamo verificato la disponibilità di persone come Giovanni Maria Flick, Liliana Segre, Alessandro Bergonzoni, Valerio Onida, Luigi Ferrajoli, Emma Bonino, Paolo Virzì, Valentina Calderone, Vladimiro Zagrebelsky, Costanza Quatriglio, Giuliano Pisapia, Alessandro Gamberini, Alessandra Ballerini, Antonella Soldo, Gad Lerner, Pierfrancesco Majorino, Andrea Pugiotto, Riccardo Magi, e molti altri ancora. Un sodalizio, una lobby virtuosa, che inalberi quel nome: “Mutuo Soccorso”, e sia capace di far sentire la propria voce, più alta del silenzio complice come dello strepito interessato.

Nella consapevolezza che il diritto/dovere al soccorso è un principio assoluto. Che precede le Costituzioni dei singoli stati, gli ordinamenti giuridici e i codici nazionali, e che prevale su tutto. Assoluto, appunto. Se ne sono mostrati ben consapevoli i membri del Consiglio costituzionale francese che, valutando negativamente la legge istitutiva di una sorta di reato di solidarietà, hanno scritto: “Va protetta la libertà di aiutare gli altri per spirito umanitario, regolare o irregolare che sia il loro soggiorno sul territorio nazionale”.

 

 

 


15 Lug 2018

Migranti. La battaglia sulla Diciotti e le regole della Costituzione

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di Carlo Fusi

 

Il Dubbio, 14 luglio 2018

 

La vicenda della nave della Guardia Costiera Diciotti, con lo sbarco a Messina di 67 migranti e il rimpallo di interventi al più alto livello istituzionale per arrivare alla soluzione, si presta a varie considerazioni. Le più immediate, ma forse anche più banali, rimandano ad un braccio di ferro tra Matteo Salvini, il premier Conte e il Quirinale, con quest’ultimo nelle vesti del vincitore finale e con il titolare dell’Interno in quelle dello sconfitto. Lettura tutta nella chiave dei rapporti di forza politici: veritiera ma, presumibilmente, superficiale.

Ce ne sono altre, altrettanto legittime e magari più penetranti. Non c’è dubbio che al centro della vicenda ci sia il Quirinale e le prerogative del suo inquilino. E neanche c’è dubbio sul fatto che sia stata la seconda volta dall’inizio della legislatura nella quale si è avviato uno scontro istituzionale sulla base della divisione dei ruoli e dei poteri così come disegnati dalla Costituzione. Il primo caso si verificò allorché il presidente Mattarella si oppose alla nomina di Paolo Savona a ministro dell’Economia con la conseguente, provvisoria, rinuncia all’incarico da parte di Giuseppe Conte. In quel passaggio Luigi Di Maio evocó l’articolo 90 della Carta per avviare la messa in stato di accusa del capo dello Stato. Mossa sommamente im- provvida, che infatti fu rinfoderata nel giro di poche ore. Ma che tuttavia resta agli atti di una concezione diciamo “utilitaristica” delle norme costituzionali che invece, com’è ovvio, hanno valenza erga omnes.

Stavolta è stato il titolare del Viminale a ingaggiare un duello con il Colle e più ancora – senza ventilare messe in stato d’accusa, è vero, ma anche senza derubricare la gravità degli atteggiamenti – a sgranare i confini tra poteri dello Stato, ognuno dei quali obbligato ad agire nell’alveo stabilito dalla norme della Costituzione. Il primo fu il caso di un’avventatezza politica segno di una scarsa conoscenza delle regole. Il secondo minaccia di essere più nocivo perché chiama in causa un principio basilare sotteso ai sistemi democratici: la separazione dei poteri e i compiti e i limiti di ciascuno. Quando infatti Salvini si oppone allo sbarco dei migranti della Diciotti chiedendo preliminarmente “le manette” per presunti ammutinati, non solo invade il campo della magistratura a cui unicamente spetta di perseguire chi contravviene alle leggi, ma mischia e confonde ciò che gli appartiene, ossia la tutela della sicurezza, con ciò che gli è estraneo, la divisione delle responsabilità che le stesse leggi, ordinarie e appunto costituzionali, stabiliscono. Quando poi esprime “sorpresa” per l’intervento risolutivo di Mattarella, invade direttamente terreni che gli sono preclusi, negando inoltre elementi basilari del sistema, come il fatto che si tratti di una nave militare, che il presidente della Repubblica è capo delle Forze Armate, che l’ultima parola – salvo appunto interventi di più alto livello istituzionale – spetta al presidente del Consiglio. L’irruenza caratteriale di Salvini è nota; come pure è sotto gli occhi di tutti che l’esibita intransigenza – ai limiti del “cattivismo” politico, da più parti celebrato come una dote che ristabilisce equilibrio rispetto al “buonismo” del passato – nei riguardi del fenomeno migratorio nel suo complesso, è benaccetto agli occhi dell’opinione pubblica. Il balzo della Lega nei sondaggi è lì a dimostrarlo.

Ciò tuttavia non mitiga il rilievo e l’importanza della vicenda, il cui significato profondo è questo: sono arrivate alla guida del governo forze politiche che nei valori stabiliti dalla Costituzione del 1948 si riconoscono poco o nulla. Non è questione di populismo o demagogia, termini abusati ancorché significativi. La spinta dei Cinquestelle a superare la democrazia delegata a favore di meccanismi di democrazia diretta cozza in maniera fortissima con i valori e gli ideali della Carta così com’è stata concepita e applicata dal dopoguerra a oggi. Allo stesso modo l’urto di Salvini a svellere presidi di democrazia nella divisione dei ruoli a favore dell’affermazione di una leadership detentrice di un potere unico e onnicomprensivo fa a cazzotti con i vincoli – da molti ritenuti vetusti ma non per questo da ignorare – posti dai padri costituenti a tutela di invasioni di campo tra poteri dello Stato.

È un tema che forse non appassiona i cittadini. Eppure è fondamentale. La democrazia è fatta di regole e si nutre del loro rispetto: se lo Stato di diritto viene messo in discussione, l’intera impalcatura collassa. Le regole, come le Costituzioni, si possono cambiare e, per quel che riguarda la situazione italiana, non c’è dubbio che siamo in grandissimo ritardo. Ma finché ci sono, vanno rispettate: tutte indistintamente, senza se e senza ma. Peraltro gli italiani hanno votato il 4 dicembre 2016 affinché l’impianto costituzionale restasse intatto: e Lega e M5S, se non ricordiamo male, erano di quell’avviso.

 


Beppe Grillo esce dal contratto: “il carcere è dannoso e va abolito”

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di Ruggero Scotti

 

Il Manifesto, 14 luglio 2018

 

“Dobbiamo tendere a un mondo a carceri zero, o almeno, al minimo possibile”. Beppe Grillo dal suo blog prende le distanze dal suo movimento due giorni dopo il parere negativo espresso dalla commissione giustizia del senato sulla riforma del sistema penitenziario voluta dall’ex ministro Andrea Orlando. Una riforma che secondo la coordinatrice dell’associazione Antigone, Susanna Marietti, “tendeva ad allargare – in modo minimo e controllato – l’area delle misure alternative alla detenzione pur sotto il rigoroso controllo della magistratura e dei servizi sociali”. “Svuota-carceri mascherata da riforma” l’ha invece bollata il senatore 5S Giarrusso uscendo soddisfatto dall’aula.

Ma è il contratto di governo Lega-5Stelle a parlare chiaro sul tema carceri. La risposta al sovraffollamento non sta nella ricerca di pene alternative ma nella costruzione di nuove galere. Eppure, di fronte alla deriva securitaria del governo, Grillo cita proprio i rapporti di Antigone sul problema del sovraffollamento nelle prigioni, sulla questione dei recidivi che sono il 63% del numero dei detenuti, mentre il 13% è già stato in carceri per più di cinque volte per poi chiudere: “La prigione è dannosa per gli individui. La cosa importante per qualsiasi paese civile sarebbe cercare misure alternative al carcere e molto spesso significa accompagnarli verso uno standard di vita accettabile: provare a cercare un’abitazione, cercare alternative nei periodi di disoccupazione, rieducare, far sì che si possa ricreare una vita”.

Insomma, per il fondatore del M5S bisognerebbe “limitare il ricorso alla detenzione e indirizzare il denaro verso lo stato sociale invece che verso lo stato penale”. E Orlando commenta, rivolgendosi al suo successore: “Ministro Bonafede, ci sono molti elementi su cui riflettere”.

 


12 Lug 2018

In un mese oltre 600 morti in mare. “L’Ue ha deciso di lasciarli annegare”

In vista del periodo di picco delle partenze, Medici senza frontiere e Sos Méditerranée chiedono ai governi europei di attivare un sistema dedicato di ricerca e soccorso nel Mediterraneo. “Lasciare la responsabilità alla Guardia costiera libica porterà solo nuovi morti”. A fine luglio l’Aquarius torna in mare

12 luglio 2018

BOLOGNA – Nell’ultimo mese, oltre 600 persone, tra cui neonati e bambini, sono annegate nel tentativo di attraversare il Mediterraneo, di cui almeno 410 in acque internazionali tra Malta, Italia e Libia. Il dato rappresenta la metà dei morti in mare del 2018 (dati Ufficio migrazione delle Nazioni Unite, Oim). Il motivo? Non c’erano navi di soccorso delle organizzazioni non governative attive nelle operazioni di ricerca e soccorso a causa alla decisione del ministro degli Interni italiano di fermare le navi, negando loro l’attracco nei porti del Paese, a partire dalla Aquarius (gestita da Medici senza frontiere e Sos Méditerranée).
“Le decisioni politiche dell’Europa nelle ultime settimane hanno avuto conseguenze letali – ha detto Karline Kleijer, responsabile delle emergenze per Msf – È stata presa la decisione a sangue freddo di lasciare annegare uomini, donne e bambini nel Mediterraneo. È vergognoso e inaccettabile”. E ha aggiunto: “Invece di ostacolare deliberatamente un’assistenza medica e umanitaria salvavita a persone in pericolo, i governi europei devono attivare un sistema dedicato di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale”.

Si sta avvicinando il periodo di picco delle partenze e salvare vite deve essere la priorità più urgente”, sottolineano le due ong. “Trafficanti senza scrupoli, che non hanno considerazione per la vita umana, continuano a mettere in pericolo le persone usando barconi precari e inadatti alla traversata. Deve esserci un sistema adeguatamente equipaggiato e pienamente operativo per salvare vite umane nel Mediterraneo. Fino a quando questo sistema non sarà attivo, le navi di soccorso umanitarie hanno un ruolo vitale per fornire assistenza alle persone in mare e prevenire morti inutili. Le ong dovrebbero poter utilizzare i porti sicuri più vicini per le operazioni di soccorso, compresi sbarchi e rifornimenti”. Nelle scorse settimane, era stata Malta a negare alla Aquarius l’attracco nel porto di La Valletta per il rifornimento e il cambio equipaggio e la nave aveva dovuto ripiegare su Marsiglia, aggiungendo altri giorni di navigazione. Attualmente si trova ancora a Marsiglia e ritornerà in mare alla fine di luglio.

Le persone continuano a fuggire dalla Libia indipendentemente dalla presenza di navi di soccorso: “Violenza, povertà e conflitti continuano a spingere le persone a rischiare la propria vita e quella dei propri bambini”. Msf e Sos Méditerranée accusa i governi europei di “essere consapevoli dei livelli di violenza e sfruttamento subiti da rifugiati, richiedenti asilo e migranti in Libia” e nonostante questo di “essere determinati a impedire alle persone di raggiungere l’Europa, a qualunque costo”. Inoltre, aggiungono: “Una componente chiave della strategia di chiudere il Mediterraneo è equipaggiare, formare e supportare la Guardia costiera libica per intercettare le persone in mare e riportarle in Libia, dal momento che navi non libiche non possono riportare le persone in Libia perché il Paese non è riconosciuto come porto sicuro. Le persone soccorse in acque internazionali nel Mediterraneo non devono essere riportate in Libia, devono essere condotte in un porto sicuro, come previsto dal diritto internazionale e marittimo”. Secondo le due ong, nel 2018 la Guardia costiera libica supportata dall’Ue ha intercettato circa 10 mila persone, portandole in centri di detenzione in Libia senza considerare le conseguenze per la vita e la salute delle stesse. Delegare alla Guardia costiera libica tutta la responsabilità della ricerca e soccorso nel Mediterraneo porterà soltanto nuove morti”.

“La decisione politica di chiudere i porti allo sbarco delle persone soccorse in mare e la totale confusione creata nel Mediterraneo centrale hanno aumentato la mortalità sulla rotta migratoria più letale del mondo – ha detto Sophie Beau, vicepresidente di Sos Méditerranée –. L’Europa ha la responsabilità di queste morti sulla propria coscienza. I governi europei devono reagire immediatamente e garantire che il diritto internazionale marittimo e umanitario, che prescrive l’obbligo del soccorso in mare, sia pienamente rispettato”. (lp)

Tratto da Redattore Sociale 12 luglio 2018


Migranti. L’autogol di Matteo Salvini sui Paesi in guerra

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di Luca Bottura

 

La Repubblica, 12 luglio 2018

 

Quanti dei 67 migranti imbarcati sulla Diciotti e bloccati a lungo in mare da Matteo Salvini provengono da territori di guerra? Messa così, sembra una domanda neutra. Al netto del fatto che chi scappa da dittature o carestie debba essere considerato profugo di serie B. Chissà perché. Ma se la questione viene posta dal Ministro della Paura in persona, sul proprio account Facebook, in un profluvio di punti interrogativi (tre di fila) ecco che diventa un quesito retorico di cui i fan del Capitano conoscono già la risposta: nessuno. Ecco, no.

Prendendo per buone, e ci vuole un po’ di impegno, le nazionalità che lo stesso Salvini comunica ai suoi follower, quasi tutti scappano da conflitti e/o persecuzioni. I 23 pakistani sono potenziale carne da cannone di due guerre civili, di Al Qaeda, dell’Isis e di altre 24 gruppi terroristici. Idem l’Algeria, il cui meridione è tuttora nelle mire di quel che resta di Daesh. Così la Libia, con la sua tremula democrazia.

Il Ciad se la vede con Boko Haram. In Sudan c’è appena stato un genocidio. L’Egitto è quel bel posto in cui il governo fa sparire gli oppositori in carcere o peggio. Anche italiani. La Palestina è in guerra permanente che fa da detonatore a tutte le altre. E via dicendo. In un elenco da cui restano fuori solo un paio di Paesi su tredici rappresentati. Quindi, la risposta corretta alla domanda di Salvini è “quasi tutti”. Ma questo non conta nulla. La sua raffinatissima strategia mediatica, che disintermedia l’informazione e la trasforma sempre e comunque in propaganda social, è un muro di gomma che rimbalza ogni ragionamento. Parla ai convertiti. Solidifica i loro pregiudizi. Scarica coscienze. Così come a suo tempo è stata creata un’emergenza migranti inesistente, il dato oggettivo che i profughi siano realmente profughi è destinato a non fare breccia.

Aggredirebbe un caposaldo dell’altra balla salviniana, quella con cui i cattivisti si lavano le coscienze: noi non siamo razzisti, noi accogliamo a braccia aperte solo chi vive una reale emergenza. Bugie. Cui il residuo di forze progressiste, quando si sarà rialzato dal lettino dello psicanalista, e avrà smesso di delegare l’opposizione ai benemeriti che si incatenano davanti ai Ministeri, dovrebbe opporre una campagna di realtà. Ho anche il titolo: “La scomparsa dei fatti”. Non è inedito. Ma immagino che l’inventore non si adonterà del prestito: è per una causa di verità.

 


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