Rassegna stampa

18 giu 2017

Ristretti orizzonti, larghe vedute

PDF Stampa

di Patrizio Gonnella

 

Il Manifesto, 18 giugno 2017

 

Le loro carceri. Nel penitenziario Due Palazzi di Padova una redazione giornalistica di detenuti e un laboratorio di pasticceria. Preziosissima l’informazione prodotta dai giornalisti diretti da Ornella Favero. E i dolci della Cooperativa Giotto hanno fatto il giro del mondo, anche il Papa li ha ordinati per le feste. A Padova ci sono due prigioni. Il più noto è il carcere Due Palazzi. Si trova tra Limena e Rubano, a pochi chilometri dal centro. Nebbia, asparagi e uova, ombre mattutine fanno parte della vita di tutti i giorni. Un carcere distante dal centro non aiuta usualmente a consolidare un buon rapporto con il territorio.
Ciò non ha scoraggiato a far sì che il Due Palazzi divenisse uno degli istituti penitenziari più ricchi in termini di partecipazione della società civile. Fu inaugurato a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, in quella stagione dove lo scandalo delle carceri d’oro – evocate da Fabrizio De André in uno dei suoi tanti affreschi di vite perdute – anticipò ma non impedì che scoppiasse Tangentopoli. Il carcere, non distante dal casello autostradale, fu riempito di detenuti prima che fosse terminato e pavimentato. Padova è una città universitaria di grande prestigio.
È sede del centro per i diritti umani, a lungo diretto dal professor Antonio Papisca, di recente scomparso. È stato il primo centro in Italia, e forse in Europa, che ha dato dignità accademica agli studi sulla pace e i diritti umani. Intorno al Centro gravitavano illustri studiosi della pena, come l’amico Beppe Mosconi, capaci di decostruire le ambiguità del sistema penitenziario. Padova brulica di studenti. Forse per questo brulica anche di iniziative culturali, di associazioni e di cooperative. Alcune delle quali hanno fatto nel tempo cose straordinarie all’interno del Due Palazzi.
Ho vissuto alcuni anni a Padova, a metà degli anni Novanta. E nel carcere Due Palazzi ci sono andato centinaia di volte. A Padova vi sono un paio di organizzazioni di cui l’Italia civile dovrebbe andare fiera. Ristretti Orizzonti è un’associazione a cui dobbiamo tutti qualcosa. Ha messo in piedi una redazione composta da detenuti che informa l’Italia intera su quello che accade nelle prigioni e nelle aule di giustizia italiane. La newsletter da loro prodotta è un patrimonio di notizie, di documenti, di storie a disposizione di giornalisti, operatori, volontari, esperti, studenti.
Grazie all’impegno di Ornella Favero e di Ristretti Orizzonti si è aperto uno squarcio di luce sui suicidi, il cui numero non coincide mai con quello più basso che si legge nelle statistiche ufficiali. Ristretti Orizzonti ha il merito di avere avviato una campagna di informazione sui detenuti reclusi nei circuiti di alta sicurezza, spesso esclusi da ogni attività. Della redazione giornalistica faceva parte, prima di ottenere il meritato provvedimento di ammissione alla semilibertà, Carmelo Musumeci, detenuto condannato all’ergastolo e recluso nella sezione di alta sicurezza. Per anni Carmelo Musumeci, mentre studiava, conseguiva due lauree e scriveva romanzi, ha lottato a viso aperto contro l’ergastolo ostativo, ovvero l’ergastolo senza prospettiva di libertà.
La Cooperativa Giotto di Nicola Boscoletto, nel carcere Due Palazzi di Padova, ha aperto un laboratorio di pasticceria. Non un’attività di mera assistenza ma ispirata alla massima professionalizzazione. Non è un caso che i panettoni da loro prodotti hanno fatto il giro del mondo e anche il Papa li ha ordinati in occasione delle scorse feste natalizie. Su google map e su tutti gli indicatori digitali compare prima la pasticcera Giotto e poi il carcere. Un vanto a livello globale. Così almeno avrebbe dovuto essere.
Nel carcere di Padova vi è una sezione di alta sicurezza. In alta sicurezza vanno a finire i detenuti in base al reato commesso e non alla loro pericolosità di fatto. Non è un regime imposto dalla legge. È frutto di una circolare dell’amministrazione penitenziaria che affida al direttore, al termine di una procedura complessa, la possibilità di declassificare il detenuto, toglierlo dall’alta sicurezza e riportarlo nel meno vessatorio e duro circuito ordinario di detenzione. Può fare ciò se serve al processo di risocializzazione.
Ho conosciuto tanti direttori che si sono avvicendati nel tempo a gestire il carcere di Padova. A uno di loro si devono intuizioni e progetti innovativi. Alcuni sono persone di grande valore. Non sempre questo valore è stato riconosciuto dai vertici. Le carriere non sempre sono costruire sulle capacità manageriali e sugli obiettivi costituzionali raggiunti. A volte vengono premiati quei direttori che non fanno accadere nulla, nel bene e nel male. In un carcere ben gestito, ben diretto, aperto al territorio può acceder che qualcuno ne approfitti. È da ipocriti pensare che in una prigione non possa entrare droga o non possano entrare cellulari (cosa accaduta pare nei giorni scorsi al Due Palazzi). Se si vuole una prigione impermeabile bisogna accettarne le conseguenze e avere una prigione blindata, povera di opportunità sociali e dunque incostituzionale.
Raccontava Mario Gozzini nel suo bel libro “Carcere perché, carcere come” che per tutti gli anni Ottanta l’amministrazione penitenziaria attraesse funzionari progressisti e democratici, che però dopo poco restavano disillusi in quanto stretti all’interno di pratiche reazionarie o lassiste. A seguire non parlerò dei bravi direttori padovani che ho personalmente conosciuto, né del colto e simpatico direttore attualmente in sella con cui ho condiviso gli anni universitari a Bari, ma del penultimo direttore che non ho mai incontrato.
Quelli che viviamo sono tempi difficili per chi si occupa di esclusione sociale, di migranti, di carcerati. Si respira un clima d’odio, si infangano persone per bene e storie nobili. Così accadeva nell’America degli anni Sessanta per chi si opponeva all’establishment bellico repubblicano.
È accaduto qualche tempo fa che ragionevolmente l’ex direttore della casa di reclusione di Padova abbia declassificato alcuni detenuti spostandoli dal regime penitenziario di alta sicurezza. Mica li ha messi in libertà. Semplicemente li ha trasferiti, sulla base di prognosi condivise di natura sociale, nelle sezioni ordinarie dove ci sono tradizionalmente più opportunità per chi vuole andare a scuola, in biblioteca, a teatro o lavorare. L’amministrazione penitenziaria decide di inviare un ispettore. Le carte finiscono in Procura. E qui viene messo sotto indagine, pare per falso, il direttore in quanto si sarebbe fatto condizionare da Ristretti Orizzonti e dalla Cooperativa Giotto nella sua decisione. Le due organizzazioni avevano in quel 2015 alla luce del sole manifestato la loro contrarietà a trasferimenti in isole o luoghi lontani di detenuti che da più di un decennio vivevano e lavoravano in quel carcere.
Cos’altro avrebbero dovuto fare se non portare avanti le proprie campagne in piena trasparenza e coerenza? E un direttore se ritiene giusto compiere un atto per sua natura discrezionale deve omettere di farlo solo perché coincide con il volere di associazioni e cooperative che agiscono per il bene pubblico?
Taluni leggendo quest’articolo diranno che in Italia comunque non siamo nell’Ungheria di Orban dove le associazioni e le università libere sono messe al bando. È vero, fortunatamente gli spazi di agibilità per chi si occupa di diritti umani non si sono ancora drammaticamente ristretti. Eppure i primi inquietanti segnali, qua e là, iniziano a intravedersi. Come altro intendere, altrimenti, gli attacchi alle Ong che salvano vite nel Mediterraneo?
Sarebbe buona cosa se l’amministrazione penitenziaria intervenisse con parole chiare a favore di chi, funzionario del ministero o associazione o cooperativa, abbia agito nell’interesse pubblico. Chiediamo ai lettori del manifesto di sostenere Ristretti Orizzonti e di comprare i panettoni e i dolci della cooperativa Giotto. È il miglior modo per affermare il valore costituzionale della pena.


16 giu 2017

Il lavoro in carcere evita la recidiva, progetti a confronto a Genova

Il 70% dei detenuti in Italia torna nuovamente in carcere una volta uscito. La percentuale scende al 20% nel caso il detenuto sia stato coinvolto in un’attività lavorativa durante la pena.

Solo questo dato dovrebbe suggerire qualcosa sia allo Stato sia a chi gestisce le case circondariali. Invece parte dalle associazioni e da chi gestisce i progetti singoli, un tentativo di ascoltare le esperienze, condividerle, «per capire come possiamo essere imprenditoriali e a quanti finanziamenti esterni possiamo accedere», dice Paolo Trucco, coordinatore del progetto Press a Marassi per la Bottega solidale.

Trucco è uno dei relatori del convegno “Lavoro in carcere: che impresa! Esperienze, confronto e idee di sviluppo“, organizzato dalla Rete Carcere coordinata dal Celivo, Centro di servizi al volontariato e in corso per tutta la giornata di oggi, 16 giugno, alla Casa della Giovane di piazza Santa Sabina. Ospiti anche responsabili di progetti non liguri, proprio per cominciare nell’ottica della massima condivisione: Gian Luca Boggia di Extraliberi (Torino, serigrafia e stampa in digitale), Liri Longo di Rio Terà dei Pensieri (Venezia, riciclo pvc, cosmetica, pulizia aree urbane, agricoltura biologica, serigrafia), Nicola Boscoletti della Pasticceria Giotto (Padova, pasticceria artigianale), Giusy Biaggi di I buoni di Ca’ del Ferro (Cremona, confezionamento prodotti alimentari curati dalla cooperativa Nazareth).

Presenti anche i genovesi: «Il progetto Press – racconta Trucco – esiste dal 2008. Si tratta di un laboratorio in cui lavorano 5 persone della quinta sezione ad alta sicurezza, a tempo determinato, part-time, che sviluppa una linea di prodotto basato su una filiera etica e sociale. Le magliette arrivano da un produttore ecosociale in Bangladesh, mentre qui i detenuti le completano con stampa serigrafica, transfer e altre tecniche».

La mole di lavoro non consente di allargare il numero di persone coinvolte. «Eppure i numeri dimostrano quanto sia importante proporre attività qualificanti – sottolinea Trucco – che siano utili anche fuori dal carcere. Difficilmente chi fa il cuoco nella mensa, le pulizie o il barbiere durante la detenzione, può spendersi questa qualifica una volta uscito. Le attività proposte danno opportunità alle persone di scontare la pena in maniera costruttiva, non oziando tutto il giorno». Il progetto Press è gestito come un’impresa a tutti gli effetti: «Non c’è nessuno che copre gli eventuali passivi a fine anno e periodicamente accediamo a finanziamenti per l’acquisto dei macchinari, come ogni altra azienda».

La rete carcere del Celivo è attiva dal 2010 ed è composta da un gruppo di associazioni che si occupa in vari modi di giustizia penale e riparativa. Si riunisce una volta al mese nella sede del Centro ed è aperta a tutti gli enti che desiderano dare un contributo.

L’avvio di un progetto in carcere dipende molto anche dalla disponibilità della direzione, che fortunatamente a Marassi, a quanto riferisce Trucco, è stata particolarmente ricettiva, anche dopo l’avvicendamento tra Salvatore Mazzeo e Anna Maria Milano. «Trovare gli spazi, ottenere la disponibilità del personale non è sempre facile», puntualizza Trucco.

Etta Rapallo presidente dell’associazione Sc’Art e Manuela Musso, coordinatrice del progetto Creazioni al fresco, annunciano fiere che domani Coop Liguria (per la terza volta nella storia del progetto) consegnerà all’assemblea dei soci 850 borse fatte dalle detenute coinvolte da Creazioni al fresco: «Abbiamo due laboratori – dice Rapallo – uno nel carcere di Pontedecimo e l’altro in un circolo Arci a Bolzaneto, in sostanza realizziamo borse, complementi d’arredo e accessori di moda, con striscioni pubblicitari dismessi e tele di ombrelli rotti. Al momento ci lavorano 7 persone, 4 in borsa lavoro e 3 part-time, abbiamo anche una detenuta in regime di semilibertà». Creazioni al fresco è sostenuto da una rete di imprese e di realtà profit e non profit sia con commesse di lavoro sia con donazioni e contributi. «Lavorare in carcere – sottolinea Musso – aiuta a vedere le cose con una prospettiva diversa e a ripensare il futuro, ad avere un approccio con la normalità, con una vita che non ha contatti con l’esperienza da cui le detenute provenivano».

In Liguria ci sono altre esperienze che sono state raccontate nella giornata di confronto: a Pontedecimo c’è Grafiche KC, un laboratorio di stampa e legatoria, a Chiavari la Cooperativa sociale Nabot si occupa di trasporti, sgomberi, raccolta indumenti e pulizie.

Anche l’associazione Sc’Art denuncia la mancanza di un coordinamento nazionale: «C’è stata l’esperienza del Progetto Sigillo – ricorda Rapallo, la prima agenzia nazionale di coordinamento dell’imprenditorialità delle donne detenute, sostenuto dal ministero della Giustizia, che si occupava di certificare con un marchio la qualità e l’eticità dei prodotti realizzati all’interno delle sezioni femminili di alcuni dei più affollati penitenziari italiani».

Sigillo era gestito da una vera e propria agenzia dedicata, che ne curava le strategie di prodotto, comunicazione e posizionamento sul mercato, come un brand a tutti gli effetti, ma è stato sospeso, il sito è però ancora attivo e l’ultimo aggiornamento risale al 2015.

Il sovraffollamento è uno degli altri grossi problemi delle carceri italiane, Cassa depositi e prestiti avrebbe anche un piano carceri con investitori pronti a fare la loro parte (lo ha dichiarato proprio a BizJournal Liguria il direttore Fabio Gallia a Genova qui), ma se dalla politica non arriva l’input tutto è destinato a restare immobile

Emanuela Mortari – BizJournal Liguria


1 mar 2017

Una sentenza storica che stabilisce come prevalente sul legame biologico, per il riconoscimento della genitorialità, il rapporto d’amore e cura stabilito col bambino

Dichiarazione di Francesca Chiavacci, presidente nazionale Arci

Una sentenza che molti non esitano a definire storica. Per la prima volta viene riconosciuta anche in Italia a due uomini la possibilità di essere considerati padri di due bambini nati negli Stati Uniti grazie alla maternità surrogata.

Ancora una volta sono le aule di tribunale a riscrivere il diritto di famiglia, di fronte ad una politica perennemente in ritardo, incapace di leggere i cambiamenti che avvengono nella società e di dare risposte adeguate. Una politica che sceglie compromessi al ribasso piuttosto che condurre con determinazione battaglie di piena uguaglianza.


15 feb 2017

Bene tassare le sale giochi

Campagna Mettiamoci in gioco: “Ridurre i guadagni di chi opera nell’azzardo,
invece di introdurre misure che colpiscono soprattutto gli strati più deboli”

 

Roma, 13 febbraio 2017 – “Mettiamoci in gioco”, la Campagna nazionale contro i rischi del gioco d’azzardo, condivide l’ipotesi di tassare le sale giochi per far fronte alle richieste che ci giungono dall’Unione Europea.

Per Mettiamoci in gioco è certamente preferibile ridurre i guadagni di chi opera nell’azzardo piuttosto che introdurre misure – come l’aumento delle accise sui carburanti – che colpiscono soprattutto gli strati più deboli della popolazione.

Aderiscono alla campagna Mettiamoci in gioco: Acli, Ada, Adusbef, Ali per Giocare, Anci, Anteas, Arci, Associazione Orthos, Auser, Aupi, Avviso Pubblico, Azione Cattolica Italiana, Cgil, Cisl, Cnca, Conagga, Ctg, Federazione Scs-Cnos/Salesiani per il sociale, Federconsumatori, FeDerSerD, Fict, Fitel, Fp Cgil, Gruppo Abele, InterCear, Ital Uil, Lega Consumatori, Libera, Scuola delle Buone Pratiche/Legautonomie-Terre di mezzo, Shaker-pensieri senza dimora, Uil, Uil Pensionati, Uisp.

Info:
Mariano Bottaccio – cell. 329 2928070
email: ufficiostampa@mettiamociingioco.org
www.mettiamociingioco.org


Il Consiglio comunale di Genova approva la delibera sui beni confiscati alla Mafia

Comunicato stampa del Cantiere per la legalità responsabile

La delibera approvata quest’oggi (14 Febbraio) rappresenta un primo passo, importante anche se sicuramente non sufficiente: oggetto della delibera è infatti solo un gruppo molto esiguo di unità immobiliari, 11 su 96.

Ci auguriamo che l’Amministrazione Comunale, quella in carica e quella futura, faccia seguire all’acquisizione gli adeguati interventi per l’insediamento di attività che possano davvero rigenerare le aree in cui i beni sono ubicati, scongiurando il rischio che tornino ad essere locali anonimi. La strada che da sempre abbiamo promosso è quella di un bando pubblico, aperto e trasparente. La recente approvazione del Regolamento dei Beni Comuni può quindi rappresentare un utile strumento.

Requisito essenziale di questi provvedimenti è però l’inserimento del tema particolare dei beni confiscati alla criminalità organizzata in un quadro complessivo, unitario e trasversale ai vari ambiti dell’amministrazione comunale.

Auspichiamo inoltre che il Comune di Genova non venga lasciato solo: tutti gli Enti Locali, a partire dalla Regione Liguria, facciano la loro parte nel sostenere questo processo.
Esiste una legge regionale, la n.7 del 2012, che prevederebbe misure di sostegno agli Enti Locali che recuperano e riutilizzano i beni confiscati: legge che, purtroppo, non ha mai avuto finanziamenti adeguati.

Rispetto ai beni ancora in gestione da parte dell’Agenzia Nazionale per i Beni Sequestrati e Confiscati, esistono ancora forti criticità, evidenziate di recente da alcuni articoli apparsi sulla stampa locale e nazionale. Criticità che impongono la massima attenzione da parte di tutte le Istituzioni coinvolte, a partire dall’Agenzia per arrivare alla Prefettura di Genova.


13 feb 2017

Il governo decide sulla pelle di migranti e profughi

 

Questo decreto non è che il tentativo di rendere meno visibili i Cie per tacitare la cordata Grillo-Salvini-Meloni e ingraziarsi l’Europa

Alessandro Dal Lago, il manifesto • 11 Feb 17

Il decreto sull’immigrazione varato ieri dal Consiglio dei ministri (insieme all’altro, immancabile, sulla sicurezza urbana) segue le iniziative del ministro Minniti in tema di blocco degli sbarchi (accordi con Libia, Niger ecc.). E come queste, è destinato al fallimento. Ovviamente, sulla pelle di migranti e profughi.

Il decreto, in sostanza, prevede due tipi di misure: lo «snellimento» delle procedure di riconoscimento del diritto d’asilo e la «razionalizzazione» dei Cie, che da oggi vengono denominati Cpr, Centri permanenti per il rimpatrio. La tendenza tipicamente governativa di cercare di risolvere i problemi cambiando nomi e sigle è soddisfatta ancora una volta.

Un tempo c’erano i Cpt (Centri di permanenza temporanea), un ossimoro grandioso, come se le prigioni fossero chiamate, che so, centri di libertà internata. Poi sono arrivati i Cie (Centri di identificazione ed espulsione), che però fanno troppo repressione indiscriminata.

E ora, in modo più sensibile ai diritti umani verbali, si parla di «rimpatrio», come se profughi e migranti non vedessero l’ora di tornare a casa, sotto le bombe.

Ma iniziamo dall’asilo. Come ha chiarito il ministro Orlando, il rifiuto dell’accoglienza come profughi «non è reclamabile», se non in Cassazione. Quindi niente appello. Il che significa semplicemente che un profugo proveniente dalla Nigeria può vedersi respinta la domanda, andarsene in un Cpr, starci un bel po’, essere espulso in Libia, preso in carico da qualche banda armata al servizio del governo Serraji, e poi sparire in un prigione libica (dove sono documentate violenze di ogni tipo, dagli stupri e agli omicidi). È da qui che farà ricorso in Cassazione?

Quanto ai Cpr, si prevedono centri in ogni regione per complessivi 1.600 posti. Ora, qui c’è qualcosa che non torna proprio. Secondo dati del Ministero degli interni, su 41.000 irregolari rintracciati nel 2016, 22.000 non sono stati espulsi o allontanati alle frontiere. Per non parlare di chi non è stato rintracciato (perché finito nel lavoro nero, nelle campagne ecc.).

E per tutta questa gente dovrebbero bastare 1.600 posti? Ma si tratterà di permanenze brevi, obietta Minniti, che ama, anche lui, gli ossimori. Ma se la massima permanenza prevista è di 90 giorni, chi garantisce che in poco tempo i Cpr non si gonfino, rendendo le condizioni di vita degli internati ancora più tragiche di quanto non siano nei Cie? Non lo garantisce proprio nessuno, neppure il misterioso «garante dei migranti», di cui non si conoscono poteri e giurisdizione.

E poi c’è quella norma che prevede la possibilità per i comuni di impiegare i migranti «su base volontaria» per lavori «socialmente utili», per rendere l’attesa (di che cosa?) meno snervante. Come dire, lavora gratis che ti passa la noia.

Dietro questa norma, io vedo – chissà perché – il contributo del ministro Poletti. In sostanza, migranti e richiedenti asilo diventano dei voucher umani che i comuni possono spendere per pulire le strade, cancellare i graffiti dai muri e così via. Risparmiando così risorse umane e materiali.

Un piccolo contributo degli stranieri alla diminuzione della spesa pubblica del generoso paese che li accoglie. Ma resta il fatto che la servitù è servitù, anche quando è volontaria.

Questo decreto non è che il tentativo di rendere meno visibili i Cie per tacitare la cordata Grillo-Salvini-Meloni e ingraziarsi l’Europa. Visto che gli altri paesi non ricollocano i migranti che arrivano da noi, vi facciamo vedere come siamo efficienti e severi con i clandestini. Così, magari, ci condonate un altro decimale del deficit.

 


29 gen 2017

Soppressione dei Tribunali dei Minorenni, la politica va avanti senza ascoltare gli esperti

Con mercoledì 25 gennaio 2017, la riforma della giustizia minorile è tornata all’ordine del giorno della Commissione Giustizia del Senato. Nessun segnale di dialogo con gli esperti che trasversalmente avevano criticato questa scelta

Con mercoledì 25 gennaio 2017, la riforma della giustizia minorile è tornata all’ordine del giorno della Commissione Giustizia del Senato. Come è noto, il disegno di legge delega prevede anche l’abolizione dei Tribunali dei Minorenni, a seguito dell’emendamento n. 1.25 proposto dalla deputata del PD Ferranti. Un’ipotesi contro cui la maggior parte degli operatori del settore ha preso una posizione durissima: magistrati, magistrati minorili, ordine degli assistenti sociali, ordine degli psicologi e tutte le organizzazioni che compongono il Gruppo CRC, incaricato di verificare il rispetto in Italia della Convenzione ONU sui diritti dei minori.

Nei mesi scorsi è stata anche lanciata una raccolta firme su iniziativa di Paolo Tartaglione, referente del CNCA Lombardia,che ha raccolto ormai oltre 20mila firme, ed è in continua crescita. Tra i primi firmatari, anche Gherardo Colombo, Nando Dalla Chiesa e Giuliano Pisapia.

«Nonostante tutto il movimento che si è creato contro la riforma per l’abolizione dei Tribunali per i Minori e nonostante tutti gli addetti ai lavori si siano espressi contro l’abolizione dei Tribunali per i Minori, questi pareri autorevoli non sono stati ascoltati», denuncia – Emanuele Bana, presidente della cooperativa COMIN di Milano. «La Commissione Giustizia al Senato sta continuando a lavorare senza aver minimamente preso in considerazione nessuna delle valutazioni da noi fatte».

Eppure nei mesi scorsi anche alcuni senatori avevano lanciato segnali di speranza: Maurizio Buccarella (M5S), aveva sostenuto le ragioni del dissenso e si era impegnato a sostenerle in Commissione giustizia; Francesco Molinari (Gruppo misto) aveva sostenuto che in commissione Giustizia era arrivato il segnale forte che “c’è qualcosa che non va” e che occorreva porre rimedio; Maria Mussini (Gruppo misto), aveva sostenuto che la modifica introdotta alla Camera era inaspettata e non la trovava d’accordo. Infine, Federica Chiavaroli (AP NCD-UDC, Sottosegretario alla Giustizia) aveva ripreso le questioni e le critiche dicendo che al Ministro erano chiari i punti di forza e di debolezza dell’attuale sistema e che l’obiettivo dichiarato era di «esaltare i punti di forza e correggere le criticità di questo DDL». Nell’occasione dichiarava inoltre che sarebbe stato istituito un momento di confronto aperto alle associazioni interessate per arrivare a superare le criticità.

da Vita 27 gennaio 2017 Redazione


Appello. Per tutelare il territorio basta tagliare le spese militari

Di fronte ai problemi del paese – la cui soluzione potrebbe generare centinaia di migliaia di posti di lavoro – riteniamo moralmente intollerabile lo sperpero di tante risorse a fini di guerra

***, il manifesto • 26 Gen 17 •

Denunciamo una realtà mille volte nota e denunciata: la fragilità del nostro territorio, che necessità di cure particolari, investimenti, risanamento di equilibri sconvolti. A questa realtà antica, che illustra la sordità inscalfibile delle nostre classi dirigenti, si aggiunge ora l’impotenza delle amministrazioni locali, privi di risorse, che portano a situazioni indegne di un paese civile. Un paese che sino a poco tempo fa si vantava di essere la quarta o la quinta potenza industriale del pianeta.

Dov’è finita tanta boria?

In questi ultimi giorni abbiamo assistito a spettacoli grotteschi. Centinaia di scuole chiuse per mancanza di riscaldamento, allarmi degli studenti e dei genitori sulla sicurezza degli edifici dove debbono formarsi le nuove generazioni. Le scuole dei nostri ragazzi sono spesso insicure, con servizi scadenti, prive di mezzi. Ebbene, tale squallida situazione, frutto di una politica europea che ci trascina verso il declino non è più tollerabile. Ma non è più tollerabile anche alla luce di quante risorse vengono impiegate dai nostri governi in spese militari.

Il nostro paese cade in ginocchio per qualche alluvione o per nevicate fuori dall’ordinario e noi sperperiamo in spese belliche e in interventi militari, nei vari teatri di guerra, oltre 29 miliardi di € l’anno (2015), circa 80 milioni di € al giorno. Mentre siamo impegnati ad acquistare gli aerei F35 al costo di 14 miliardi complessivi. Si tratta di velivoli da combattimento, strumenti di aggressione e di morte che denunciano da soli la violazione dell’articolo 11 della Costituzione: «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa della libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali».

Ebbene, di fronte ai problemi elementari in cui si dibatte il nostro paese – la cui soluzione potrebbe generare centinaia di migliaia di posti di lavoro – riteniamo moralmente intollerabile lo sperpero di tante risorse a fini di guerra.

Chiediamo alle forze politiche che in Parlamento svolgono un’azione di opposizione di mettere in stato d’accusa il Governo della Repubblica, per l’aperta e continuata violazione di un principio costituzionale e per la responsabilità piena e consapevole nel privare i cittadini italiani delle risorse necessarie per la loro sicurezza.

Piero Bevilacqua, Tonino Perna (Università di Messina), Paolo Berdini, Tiziana Draghi (Università di Bari)Rossella del Prete (Università del Sannio) Piero Caprari, Roberto Budini Gattai, Ilaria Agostini( Università di Bologna), Cristina Lavinio, Paolo Favilli, Francesco Trane, Maria Pia Guermandi (Emergenza cultura), Alberto Magnaghi, Enzo Scandurra, Daniele Vannitiello, Ginevra Virginia Lombardi (Università di Firenze), Piero di Siena, Rossano Pazzaglia, (Università del Molise),Francesco Pardi, Laura Marchetti, Giuseppe Saponaro, Giancarlo Consonni, Andrea Ranieri, Annamaria Rufino (Università della Campania), Graziella Tonon, Velio Abati, Romeo Salvatore Bufalo (Università della Calabria), Amalia Collisani, Salvatore Cingari (Università di Perugia), Marcello Buiatti, Carlo Cellamare, Michele Carducci, Giovanni Attili, Luigi Vavalà, Lia Fubini, Alfonso Gambardella, Ignazio Masulli, Paola Bonora, Alessandro Bianchi, Ugo Olivieri (Università di Napoli, Federico II), Edoardo Salzano, Vezio de Lucia, Giorgio Nebbia, Stefano Sylos Labini, Franco Toscani, Lucia Strappini, Giorgio Inglese (Università di Roma.La Sapienza) Alberto Ziparo, Patrizia Ferri, Pier Luigi Cervellati, Anna Nassisi, Vittorio Boarini.


24 gen 2017

Sampierdarena in versione pop: a Palazzo Ducale la mostra M2Young

Genova. La mostra M2Young sarà inaugurata domani, mercoledì 25 gennaio, presso Ducale Spazio Aperto a Palazzo Ducale, in occasione della mostra di Andy Warhol in città e resterà aperta fino a mercoledì 8 febbraio, dal lunedì al sabato dalle 15 alle 19.

Sampierdarena in versione pop: è così che gli adolescenti del territorio l’hanno descritta, ispirandosi ai padri della Pop Art e scomponendo le strade, le piazze in frammenti significativi moltiplicati in colori fluo. In occasione della mostra su Andy Warhol, Ducale Spazio Aperto ospita le istantanee pop che i ragazzi del Municipio II Centro Ovest hanno raccolto nel loro quartiere. La prospettiva di ognuno ha contribuito a comporre una visione collettiva attraverso il linguaggio dell’arte; lo spazio esterno, esplorato e decifrato insieme, si è trasformato in esperienza interiore, ma condivisa.

M2YOUNG è realizzato con il patrocinio e il contributo del Municipio II Centro Ovest del Comune di Genova in collaborazione con ccop. Il Biscione, coop. Villa Perla, Arci Genova. Progetto artistico di Elisabetta Civardi. Realizzazione a cura di Sara Bertero, Valentina Revello, Debora Colombo, Camilla Giacchino, Karol De Nardin
Si ringraziano Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura e Ufficio Partecipazione e Dialogo con i cittadini del Comune di Genova.

“Si sente sempre parlare degli adolescenti sempre in riferimento ai loro problemi – spiega Roberto Murgia, coordinatore del progetto -, si parla di bullismo, si parla di neet, si parla di dispersione scolastica… M2Young vuole essere invece un’occasione per cogliere il potenziale costruttivo e creativo dei ragazzi, che troppo spesso non sono presi sul serio. Riconoscere questo potenziale significa dar loro voce, in un processo di empowerment in cui gli adulti consapevolmente rinunciano ad una parte del loro potere per cederlo ai minori, non come atto di concessione, ma come riconoscimento di un diritto legittimo. L’arte, in questo senso, non è il privilegio di pochi, ma un linguaggio che chiunque può apprendere o, come è accaduto ai ragazzi di M2Young, scoprire di saper già parlare”.

“Dare voce agli adolescenti, come anche ai più piccoli, e coinvolgerli attivamente non soltanto nel racconto della realtà che vivono, ma anche in una progettazione attiva e autenticamente partecipata del territorio che abitano è un obiettivo che l’amministrazione a tutti i suoi livelli deve porsi per la costruzione di una società più equa – osserva Maria Elena Buslacchi, assessore alla Cultura del Municipio II Centro Ovest -. Una pianificazione capace di adottare prospettive differenti, di immaginare con la fantasia è anche una pianificazione più rispettosa della diversità”.

M 2 Y, progetto vincitore del Bando Giovani 2015 del Municipio II Centro Ovest, ha coinvolto nell’anno scolastico 2015/2016 circa quaranta ragazzi tra i 14 e i 18 anni residenti sul territorio. Dai laboratori artistico-educativi è emerso il racconto di una Sampierdarena in versione pop. Lo sguardo inedito adottato ha permesso di cogliere stimoli ed occasioni che hanno dato vita ad un calendario di attività sociali, artistiche ed educative in continua evoluzione.

Da Genova24.it redazione


5 gen 2017

Una famiglia su 2 rinuncia alle cure, 300 mila colpite da “impoverimento sanitario”

Poco meno di una famiglia su due (47,1%) in Italia ha rinunciato a curarsi nel 2016: è quanto emerge da un sondaggio dell’istituto Demoskopika. Pesano i “motivi economici”, ma anche le lunghe liste di attesa e la “paura delle cure”. Tante quelle scese sotto la soglia di povertà

05 gennaio 2017

ROMA – Poco meno di una famiglia su due (47,1%) in Italia ha rinunciato a curarsi nel 2016. È quanto emerso da un sondaggio realizzato dall’istituto Demoskopika ad un campione rappresentativo di cittadini. Tra i fattori principali figurano i “motivi economici” e le lunghe liste di attesa rispettivamente nel 17,4% e nel 12,8% dei casi. E, ancora, il 6,7% del campione intervistato ha dichiarato di non curarsi “in attesa di una risoluzione spontanea del problema” o, addirittura, per “paura delle cure” come nell’1,5% dei comportamenti rilevati. L’”impossibilità di assentarsi dal luogo di lavoro”, inoltre, ha rappresentato un valido deterrente per il 4,8% dei cittadini. Da ultimo, il federalismo sanitario non sembra giovare alla salute degli italiani. Il 3,9%, in particolare, pari a circa 2,4 milioni di italiani, ha dichiarato l’impossibilità ad occuparsi della propria salute o di quella di qualche suo familiare perché “curarsi fuori costa troppo, non fidandosi del sistema sanitario della regione in cui vive”.

Oltre 300 mila famiglie colpite da “impoverimento sanitario”. L’indicatore “famiglie impoverite” esprime, in termini percentuali, le famiglie residenti che a causa delle spese sanitarie out of pocket (farmaci, case di cura, visite specialistiche, cure odontoiatriche, etc.) sono scese al di sotto della soglia di poverta’. A finire nell’area dell’impoverimento a causa delle spese sanitarie out of pocket, secondo il Rapporto, sono soprattutto le famiglie in Calabria (6,9 punti) con una quota del 3,48% quantificabile in circa 28 mila nuclei familiari. Seguono la Sicilia (7,1 punti) con una quota dell’3,39% pari a poco meno di 69 mila famiglie, l’Abruzzo (10,1 punti) con una quota del 2,72% e la Campania (9,8 punti) con una quota del 2,46% coinvolgendo nel processo di impoverimento rispettivamente 15 mila e 53 mila nuclei familiari.

Capovolgendo la classifica, è il Piemonte a meritare il ranking migliore in questa graduatoria parziale dell’Indice di Performance Sanitaria (IPS 2016) di Demoskopika, con una quota percentuale di appena lo 0,24% di nuclei familiari scesi al di sotto della soglia di povertà e stimabile in circa 4.800 famiglie. A seguire, il Trentino Alto Adige (96 punti) con una quota dello 0,25% pari a circa 1.000 famiglie, l’Emilia Romagna (75 punti) con una quota pari allo 0,32% pari a poco meno di 6.400 nuclei familiari e la Lombardia con una quota dello 0,36% pari a circa 16 mila famiglie. (DIRE)

Tratto da  Redattore Sociale