Rassegna stampa

6 Nov 2018

No alla vendita dei beni confiscati, niente regali alle mafie e ai corrotti

Ventitré anni fa, oltre un milione di cittadini firmarono la petizione che chiedeva al Parlamento di approvare la legge per l’uso sociale dei beni confiscati alle mafie. Un appello raccolto da tutte le forze politiche, che votarono all’unanimità la legge 109/96. Si coronava, così, il sogno di chi, a cominciare da Pio La Torre, aveva pagato con la propria vita l’impegno per sottrarre ai clan le ricchezze accumulate illegalmente.
Nel 2012 le scriventi organizzazioni sindacali e associazioni, nel segno della continuità di impegno civile e responsabile, si sono rese promotrici del disegno di legge di iniziativa popolare “Io Riattivo il Lavoro”, dalla quale è nato il testo di riforma del Codice Antimafia approvato nel novembre del 2017. Oggi quell’impegno rischia di essere tradito. Insieme con quello profuso quotidianamente dalle forze di polizia e dalla magistratura in materia di sequestri e confische.


1 Nov 2018

Migranti. I sindaci: “il decreto sicurezza aumenta gli irregolari in strada”

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di Alessandra Ziniti

 

Tratto da La Repubblica, 1 novembre 2018

 

Anche gli amministratori 5S chiedono la sospensione. Aumentano le espulsioni ma i rimpatri calano. Ventitremila migranti in meno nel circuito dell’accoglienza, 1500 permessi di protezione umanitaria revocati o negati, decine di Cas e Sprar chiusi, 25.000 espulsi.

Non sono naturalmente ancora gli effetti del decreto sicurezza entrato in vigore solo da poche settimane ma delle indicazioni e delle direttive del governo gialloverde sì. Ma i numeri del 2018 che certificano l’alleggerimento della “pressione” migratoria in Italia non tranquillizzano affatto i sindaci perché al numero delle espulsioni di migranti irregolari, 25.000, non corrisponde affatto un elevato numero dei rimpatri fermi a quota 4.700, un trend che, nonostante i quotidiani annunci di Salvini, si conferma persino in diminuzione rispetto al governo Gentiloni.

E dunque i numeri, forniti a Repubblica dal Viminale, confermano i timori della vigilia: e cioè che la stretta sui permessi e sull’accoglienza ha come primo effetto l’aumento dei clandestini sul territorio italiano. “Lo avevamo detto e lo ripetiamo – dice Matteo Buffoni, sindaco di Prato che per l’Anci segue l’iter del decreto Salvini – la sicurezza delle nostre città è sempre più a rischio perché le migliaia di persone buttate fuori dal circuito dell’accoglienza diffusa non lasciano affatto l’Italia ma vanno ad alimentare quello della marginalità e della manovalanza criminale”.

Per questo sindaci di ogni colore politico, compresi centrodestra e M5S, sono uniti nel chiedere al governo la sospensione degli effetti del decreto o la modifica in Parlamento. L’ultimo appello è quello lanciato ieri dal comune di Padova, con una lettera al premier Conte in cui si chiede lo stop alla legge e un confronto con l’Anci.

A Torino, città governata dai Cinque Stelle, anche i consiglieri del M5S, facendo infuriare i leghisti, hanno firmato la mozione del centrosinistra che chiede di sospendere gli effetti del decreto e di valutare con tutti i comuni “le ricadute concrete in termini economici, sociali e sulla sicurezza”. Solo in Piemonte la metà dei 10.000 ospiti dei centri di accoglienza (che hanno la protezione umanitaria) rischiano di finire in strada nei prossimi mesi, così come 200 minori non accompagnati al compimento del diciottesimo anno d’età.

“È una grande ipocrisia, si passa sulla testa dei sindaci – dice Buffoni – le città italiane non reggeranno questi effetti devastanti. Io per primo, quando Salvini ha annunciato l’aumento dei rimpatri ero favorevole, ma qui è un disastro, li abbiamo tutti in strada. Forse c’è qualcuno a cui fa comodo questa percezione di grave insicurezza nelle nostre città”.

E d’altra parte non potrebbe essere diversamente visto che di nuovi accordi con i paesi di provenienza dei migranti da rimpatriare in quasi cinque mesi di governo gialloverde non ne è stato fatto neanche uno. E persino la Tunisia (con cui l’accordo c’è e da cui proviene la maggior parte dei migranti sbarcati quest’anno) ha detto no ad un aumento delle persone da poter rispedire indietro ogni settimana.

Ma a mettere i sindaci sul piede di guerra c’è anche la continua chiusura di piccoli centri di accoglienza e di molti Sprar con i migranti spostati in centri di accoglienza più grandi o nei Cara che tornano a riempirsi oltremisura creando situazioni di grosso rischio. Vedi Cona, ad esempio, il centro in provincia di Venezia già teatro di diverse proteste che il governo si era impegnato a svuotare. E invece, dopo la chiusura di altri piccoli Cas, a Cona ci sono più di 700 ospiti e il sindaco Alberto Panfilio protesta e attacca la Lega.

“Hanno usato l’accoglienza sul territorio per i loro comodi. Salvini ha detto che si procederà allo spostamento dei migranti ma intanto qua continuano a mandare gente”. “Il governo – dice Antonio De Caro, sindaco di Bari e presidente dell’Anci – ha scelto di smantellare un modello, quello dell’accoglienza diffusa, che funziona perfettamente e di tornare a saturare quelle che abbiamo già sperimentato come bombe sociali”.

 


Migranti. Con il decreto sicurezza a rischio il 60% degli ospiti degli Sprar

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di Damiano Aliprandi

 

Tratto da Il Dubbio, 1 novembre 2018

 

I Comuni, Riace in testa, saranno costretti ad abbandonare i progetti di inclusione dei migranti. Saranno esclusi dai futuri percorsi anche coloro che oggi in queste strutture hanno la protezione per motivi umanitari, in tutto il sessanta per cento degli ospiti.

Proteste da parte di tutti i comuni che hanno adottato lo Sprar, il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati. Il motivo è il decreto sicurezza voluto dal ministro Matteo Salvini il quale prevede che i “nuovi” Sprar non avranno né i richiedenti asilo né gli ospiti per motivi umanitari, che andranno nei Centri accoglienza straordinari (Cas), finendo a smantellare il modello di accoglienza diffusa che è sempre stato riconosciuto come un modello virtuoso da portare avanti.

In Toscana, ad esempio, 1.850 migranti sono nei centri Sprar, presenti in 29 comuni. Grazie a questo modello negli ultimi tre anni è stato possibile garantire una prospettiva di inclusione e preservare la coesione delle comunità locali. La permanenza nei centri si è accompagnata infatti a progetti di integrazione sociale, sperimentazione di attività volontarie, formazione e integrazione lavorativa, diventate buoni prassi raccolte in un libro bianco. Con il decreto saranno esclusi dai futuri percorsi anche coloro che oggi negli Sprar hanno la protezione per motivi umanitari, in tutto il sessanta per cento degli ospiti. Gli altri rischiano di rimanere a carico dei servizi territoriali. Al massimo due su cinque potranno accedere a progetti di inclusione e all’emancipazione dal sistema di accoglienza. Solo chi è già titolare di protezione internazionale o un minore non accompagnato rimarrà negli Sprar.

In Piemonte la preoccupazione è identica. Il presidente Sergio Chiamparino ha raccolto le preoccupazioni dei circa 60 comuni piemontesi oggi coinvolti nei progetti di accoglienza diffusa. L’assessora all’Immigrazione, Monica Cerutti ha denunciato che “con lo smantellamento dell’attuale sistema di accoglienza c’è il rischio che si possano perdere circa 350 posti di lavoro, come ad esempio quelli dei mediatori culturali. Il decreto ridimensionerà i progetti Sprar, gestiti dai comuni, che oggi accolgono circa 1900 migranti, a favore dei Cas, i centri gestiti dalle Prefetture che già oggi accolgono la maggioranza dei richiedenti asilo e rifugiati, 10.000 persone circa”.

In Calabria, non solo Riace che purtroppo ha dovuto abbandonare il progetto, diversi comuni della provincia di Catanzaro stanno protestando. Al Quotidiano della Calabria la consigliera regionale Flora Sculco chiede: “A chi conviene abbattere questa importante rete di accoglienza, considerata un’eccellenza in Europa, che vede coinvolti comuni, associazioni e volontariato senza avere pronta una soluzione alternativa?”. E ritiene “un errore clamoroso che peraltro, mentre non ha in sé alcun obiettivo politico né una strategia alternativa, rischia soltanto di avere un impatto dannosissimo sull’economia locale, sui comuni interessati (da Nord a Sud) e sull’occupazione”. Anche in Puglia il Coordinamento degli enti gestori dei 30 Sprar della provincia di Lecce, composto da

Philos Multiculturale, Gus Gruppo Umana Solidarietà, Cooperativa Rinascita e Arci Lecce, ha lanciato l’allarme: sono seicento i posti di lavoro a rischio, seicento gli operatori salentini, quasi tutti laureati, che rischiano di restare senza occupazione con lo smantellamento, di fatto, degli Sprar. Secondo i gestori, il ridimensionamento degli Sprar favorirebbe un’accoglienza privata gestita nei grandi centri nei quali non si darebbero servizi ma solo vitto e alloggio e sono considerati vera bomba sociale. Ricordiamo che lo Sprar è un servizio istituito dalla legge 30 luglio 2002, n. 189, meglio nota come legge Bossi-Fini.

A differenza del Cas (Centro di accoglienza straordinaria), la rendicontazione delle spese è molto precisa, ci sono dei criteri fissati e qualsiasi variazione deve essere autorizzata. È tutto controllato, monitorato, blindato. Mentre nei Cas questo tipo di trasparenza non esiste: vince il bando della prefettura e chi presenta la migliore offerta economica. Per le spese basta fare una fattura, come vengono spesi i soldi non è rendicontato.

 


Internet è sempre meno libero. E danneggia anche la democrazia

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di Viviana Mazza

 

Tratto da Corriere della Sera, 1 novembre 2018

 

Il nuovo rapporto sulla libertà del web di Freedom House è intitolato “Ascesa dell’autoritarismo digitale”. Otto anni fa “Wired Italia” suggeriva di candidare Internet al premio Nobel per la pace. Oggi l’organizzazione Freedom House intitola il suo ultimo rapporto sulla libertà di Internet “Ascesa dell’autoritarismo digitale”. La conclusione, basata sull’analisi di 65 Paesi diversi (l’87% degli utenti globali), è che Internet è sempre meno libero in tutto il mondo e che la stessa democrazia è danneggiata dal modo in cui viene usato. Mentre la propaganda e la disinformazione avvelenano la sfera digitale, molti governi utilizzano le stesse fake news come scusa per reprimere il dissenso. Mentre i “leak” di dati personali pongono il problema di proteggere le informazioni e la privacy degli utenti, le dittature ma anche le democrazie prendono misure in nome della sicurezza che mettono a rischio la libertà e la privacy. La Cina in particolare sta esportando in 36 Paesi il suo modello di censura tenendo seminari sui new media e fornendo strumenti di controllo.

Ma il declino della libertà riguarda anche gli Stati Uniti: il rapporto critica l’abolizione della “net neutrality” che impediva ai service provider di decidere di favorire o meno la fruizione di un certo servizio o di offrire una maggiore velocità di accesso solo a pagamento. Ma dopo l’attacco alla sinagoga di Pittsburgh, un altro aspetto è di tragica attualità: l’uso dei social per diffondere l’odio. L’attentatore frequentava un social popolare tra l’estrema destra, “Gab”, dove si trovano messaggi antisemiti e idee complottiste. Mentre Twitter, Facebook e Reddit cercano di “ripulire” i profili, gli utenti espulsi trovano comunque rifugio in altri angoli oscuri del web come Gab, Discord, 4chan.

 


Istat. Le diseguaglianze crescono e bloccano la crescita

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di Luigi Pandolfi

 

Tratto da Il Manifesto, 1 novembre 2018

 

Crescita al palo, consumi fermi, disoccupazione in aumento. Gli ultimi dati Istat su economia e lavoro rimettono sul tavolo le vere emergenze, smontando, di fatto, gran parte della narrazione giallo-verde sulla manovra. Dopo tre anni, il Pil non fa registrare alcuna variazione rispetto al trimestre precedente (solo un +0,8% su base annua), mentre torna a salire il tasso di disoccupazione e cresce il lavoro instabile (184 mila contratti stabili in meno a settembre). Fermo anche il “carrello della spesa” (variazione nulla dei prezzi ad ottobre rispetto al mese precedente), con lieve aumento dell’inflazione su base annua grazie solo ai prezzi dei beni energetici e dei servizi. È il quadro di un’economia stagnante, in affanno, che fa i conti con una questione sociale sempre più allarmante.

Eppure, qualcosa è cambiato in questi anni. E non si tratta di un qualcosa di poco conto. Ci eravamo lasciati, prima della crisi, con una cartolina del Belpaese sulla quale campeggiava un profondo squilibrio dei nostri conti con l’estero, ci ritroviamo, oggi, a condividere il podio europeo dei paesi con il più alto surplus commerciale insieme alla Germania e all’Olanda.

Quante volte avete sentito parlare di un’Europa tagliata a metà, tra un nord creditore e un sud debitore (paesi Piigs)? Bene, questa fotografia non corrisponde più alla realtà. Nel caso dell’Italia, basta leggere una qualsiasi tabella che descrive la sua “posizione patrimoniale netta sull’estero” (saldo delle attività e passività finanziarie nei confronti di soggetti non residenti) dal 2011 ad oggi. Siamo passati da una situazione debitoria “netta” pari al 20% del prodotto lordo al quasi pareggio (3,4% del Pil nel secondo trimestre del 2018).

Numeri eccezionali, che, da un lato, denotano un allineamento del nostro paese agli standard delle economie più forti del continente, dall’altro un progressivo allontanamento dal modello di accumulazione che, per alcuni decenni, ha provato a tenere insieme sviluppo economico e coesione sociale. Un primo indicatore di questa deriva si ricava, facilmente, dall’erosione della quota salari in rapporto al reddito nazionale. Non un fenomeno recentissimo, beninteso, che ha subìto però un’accelerazione significativa nell’ultimo ventennio, con un crollo del tasso di crescita a partire dal 2009, in corrispondenza delle decisioni europee volte a contrastare la cosiddetta “crisi dei debiti sovrani”.

Rigore finanziario, deflazione salariale, contenimento del costo del lavoro (la quota salari sul reddito nazionale si è ridotta a poco più del 50%, dal 70% circa che era negli anni settanta), usati come leve per rimodellare le economie europee, accrescendone il potenziale competitivo verso l’esterno. Un’opera di macelleria sociale che ha scaraventato nella povertà milioni di persone. E messo un freno alla stessa economia: export alle stelle che fa il paio con una persistente stagnazione economica.

Perché? C’entrano il potere d’acquisto dei lavoratori, la disoccupazione ancora elevata (sempre di più quelli che un lavoro non lo cercano più), la bassa domanda interna, la povertà dilagante, le disuguaglianze. A proposito di quest’ultime, studi recenti dell’Ocse hanno sottolineato che negli untimi vent’anni, in paesi come l’Italia, la crescita economica sarebbe stata di 6-9 punti più alta se non fosse aumentata la disparità tra i redditi.

Di fronte alla stima dell’Istat sull’andamento del Pil, il governo ha dichiarato che era “tutto previsto” e che la manovra di bilancio contribuirà ad invertire la tendenza. Che un rallentamento dell’economia, anche per effetto di alcuni fattori internazionali (tutta l’Europa è in frenata), fosse prevedibile, non c’è dubbio. Meno giustificato appare invece l’ottimismo del governo sugli effetti espansivi (e redistributivi) della manovra. Né il taglio a casaccio delle tasse alle imprese (anche alle società di capitali, con annessi incentivi all’assunzione precaria) ed ai professionisti (e il condono per gli evasori), né il falso “reddito di cittadinanza” (rischia di assecondare la dinamica salariale al ribasso), d’altro canto, sono gli strumenti adatti per sanare la piaga della povertà e quella della disuguaglianza, causa principale della bassa crescita. Abbiamo bisogno d’altro. Più salario, più lavoro stabile, più investimenti pubblici, più progressività fiscale, più welfare state (compreso il “reddito di base”). Per questi obiettivi, il deficit stimato dal governo (per l’anno in corso e per i prossimi anni) sarebbe pure poco, ma il “gioco”, almeno, varrebbe la candel

 


30 Ott 2018

I torti e le origini del rancore

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di Mariangela Mianiti

 

Tratto da Il Manifesto, 30 ottobre 2018

 

Pochi mesi fa da questa rubrica ho parlato dei venditori di odio e di come sia più facile e produttivo smerciare schifezze piuttosto che promuovere analisi e ragionamenti che aiutino a capire la complessità delle cose. Pochi mesi fa da questa rubrica ho parlato dei venditori di odio e di come sia più facile e produttivo smerciare schifezze piuttosto che promuovere analisi e ragionamenti che aiutino a capire la complessità delle cose. In questo arco di tempo i suddetti falsari hanno lavorato così bene che si sta espandendo come un’infezione il prodotto di quel lavorìo, ovvero il rancore.

Dice il Devoto Oli alla voce Rancore: “Sostantivo maschile che indica risentimento, avversione profonda, tenacemente covata nell’animo in seguito a un’offesa o a un torto subito. Dal latino rancor rancoris che a sua volta deriva da rancidus, rancido, inacidito, guasto, andato a male”. Amo i vocabolari che in tre righe dicono il significato profondo di una parola e la sua origine. Amo pure il latino, la nostra lingua madre, che in un solo vocabolo ti rimanda alla radice di un termine, e capire le radici, a volte, serve molto più di tante analisi o discorsi.

Dunque, stiamo precipitando nel rancidume del rancore, una melma marciscente che altera lo stato d’origine di un tessuto per trasformalo in cibo per vermi, muffa, coltura per batteri. Non è una morte definitiva, ma una mutazione, un cambio di condizione, un disgregamento di qualcosa che diventa qualcos’altro. Chiunque, di fronte a un cibo andato a male prova ribrezzo e si allontana d’istinto perché non vuole avere a che fare con qualcosa di infetto e immangiabile. Il cattivo odore manda un campanello d’allarme al nostro corpo, gli dice che quella roba lì è pericolosa perché rischia di avvelenarlo e farlo ammalare. Tuttavia, ciò che funziona perfettamente per le cellule del nostro corpo biologico non avviene in modo altrettanto automatico per i ragionamenti e i comportamenti del corpo sociale.

Torniamo al Devoto Oli e alla definizione di rancore laddove dice che è un risentimento tenacemente covato per un’offesa o un torto subito. La risposta sana, e risolutiva, a un’ingiustizia sarebbe la ribellione, sputare fuori dal corpo e prima possibile la rabbia, il dissenso, il Io non ci sto. Per riuscirci servono consapevolezza, autodeterminazione, possibilità di alternative, non sentirsi soli nella battaglia. Se questo non avviene, o viene frustrato, si finisce col soffrire in silenzio ed è lì che cominciano a maturare nel profondo insofferenza, odio, rancore appunto.

L’effetto si vede bene in certe famiglie dove le risposte taglienti, il guardarsi in cagnesco, il sarcasmo sono una modalità di relazione che rende la convivenza un inferno. Se ciò si trasporta in quel complesso di elementi che compongono la vita e la cosa comune (casa, lavoro, istruzione, cure, diritti, salari) allora è il corpo sociale ad ammalarsi di rancore.

Chi prova rabbia e frustrazione dovrebbe prima di tutto farsi una domanda. Quali sono le vere cause del disagio e dei problemi? Davvero c’è qualcuno disposto a credere che la mancanza di lavoro, i salari bassi, la precarietà, la crescente disuguaglianza fra l’1% più ricco che detiene il 42% delle ricchezze e il 99% che deve accontentarsi del resto sia colpa degli immigrati, come qualcuno vorrebbe farci credere? E come la mettiamo con le malattie ataviche di questo paese che sono corruzione, mafie, assenza di meritocrazia, ipocrisia, menefreghismo, disprezzo del bene comune? Davvero c’è qualcuno che ha il coraggio di dire che anche tutto ciò è colpa di chi viene da fuori?

Il rancoroso ha sempre torto e per due ragioni. Non è stato capace di ribellarsi. Non è capace di fare autocritica perché trova più comodo dare la colpa delle sue disgrazie a qualcun altro. E intanto non si accorge che sta marcendo.

 


L’internamento di massa, strategia del capitale

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di Patrizio Gonnella

 

Tratto da Il Manifesto, 30 ottobre 2018

 

A più di 40 anni dalla sua prima edizione, torna un classico della letteratura sociologica, “Carcere e fabbrica” di Dario Melossi e Massimo Pavarini, edito dal Mulino. C’è più di un modo per interpretare la crisi della democrazia e dello stato di diritto in cui siamo precipitati. Ci si può affidare a modelli economici, a tecnicalità giuridiche, ad approfondimenti geo-politici oppure leggere (o rileggere) uno straordinario classico della letteratura sociologia e penologica contemporanea quale è Carcere e fabbrica di Dario Melossi e Massimo Pavarini (Il Mulino, pp.336, euro 15).

A tre anni dalla scomparsa di Massimo Pavarini, e a più di quaranta dalla prima edizione del saggio risalente all’oramai lontano 1977, il volume arriva nelle librerie, nelle università e nelle biblioteche italiane in un momento nel quale abbiamo eccezionalmente bisogno di strumenti critici approfonditi di analisi. Nella postfazione, lo stesso Massimo Pavarini scrive che “Carcere e fabbrica appartiene a quel movimento revisionista che legge il carcere e la cultura correzionalistica come necessità della modernità”.

Il libro si presenta come esplicitamente revisionista nei confronti di quella letteratura filosofico-giuridica che ha tradizionalmente invece letto la pena carceraria come evoluzione positiva di meno evoluti e democratici modelli punitivi. Il carcere, per gli autori, è prima di tutto strumento di disciplina e controllo sociale. Tutto ciò è particolarmente evidente oggi, in un mondo in preda a una deriva nazionale e identitaria. Gli Stati, avendo oramai rinunciato a politiche inclusive welfariste, si affidano all’ossessione securitaria, e dunque all’eccezionale retorica della reclusione per produrre il risultato complesso, nella sua ingiustizia e tragicità classista, di neutralizzazione selettiva delle persone che vivono ai margini del sistema economico e sociale. Una neutralizzazione, dunque, funzionale alla normalizzazione capitalistica.

Così come recita il sottotitolo, il volume va alle origini del sistema penitenziario, tornando indietro di alcuni secoli per spiegare il rapporto tra universo punitivo e ideologia della produzione. Troppo spesso di questi tempi siamo abituati ad accontentarci di spiegazioni semplici, unidimensionali per dare senso a questioni di eccezionale complessità.

Si pensi a quanto sta accadendo a proposito del tema universale e gigantesco delle migrazioni, dove gli speculatori politici usano politiche e parole banali, nonché la pratica e la retorica del controllo, della deportazione e dell’internamento per contenere i flussi migratori e porsi a difesa delle ricchezze occidentali. Anche la questione migratoria dunque sta dentro il più ampio rapporto tra privazione della libertà (in senso ampio) e organizzazione capitalistica.

Non si può comprendere con chiarezza l’internamento di massa avvenuto negli ultimi decenni, a partire dagli Stati Uniti d’America, senza andare a fondo nelle intersecazioni possibili tra pena, lavoro e capitale. Gli oltre due milioni di detenuti nelle carceri americane possono avere molte spiegazioni, che non necessariamente si escludono a vicenda.

Ognuna di essa però a sua volta richiede uno sguardo al passato del sistema penitenziario disciplinare ottocentesco americano di Auburn e Filadelfia. Nella Prefazione al volume Jonathan Simon, uno dei più grandi studiosi contemporanei della penalità, noto in Italia per lo straordinario saggio Il governo della paura. Guerra alla criminalità e democrazia in America (Raffaello Cortina, 2008), assegna all’analisi di Melossi e Pavarini una funzione strategica di comprensione del presente, in quanto il libro viene ripubblicato in un periodo storico molto particolare, quando sia il carcere che il capitalismo hanno raggiunto quelle che lui definisce “condizioni di egemonia globale”. Un’egemonia che sta progressivamente mettendo in discussione non solo la tenuta del modello penale o di quello più genericamente giuridico ma anche la tenuta dello stesso modello democratico. Chiunque nella società e nelle università si intenda occupare criticamente di politiche criminali, ideologia del controllo, carceri e potere punitivo deve obbligatoriamente avere nei suoi scaffali alcuni volumi imprescindibili e tra questi non può non esserci Carcere e fabbrica.


Le foto dei medici possono far emergere altri casi Cucchi. Che senso ha togliere quelle parole?

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di Susanna Marietti*

 

Il Fatto Quotidiano, 30 ottobre 2018

 

Un medico che lavora in un carcere e che, visitando un detenuto, si accorge di segni sul suo corpo che lasciano presagire abbia subito violenze, deve o no fotografare le ferite o che per loro? O deve limitarsi a refertare per iscritto? Seppur fosse il medico più scrupoloso e onesto al mondo, la descrizione scritta è sempre frutto della sua singola interpretazione.

Inoltre, rende senz’altro un’idea meno chiara di quanto non facciano descrizione e immagini insieme. Infine, se il medico dovesse essere meno scrupoloso o meno onesto, potrebbe documentare in maniera parziale i segni rinvenuti. Sembrerebbe banale. Stefano Cucchi sarebbe rimasto una delle tante vittime sconosciute e prive di giustizia senza quelle fotografie che scossero l’Italia. Eppure…

Sono usciti in Gazzetta Ufficiale i tre decreti governativi di riforma dell’ordinamento penitenziario. Il lavoro di riflessione su norme più moderne che potessero sostituire quelle nel 1975 e portare l’esecuzione della pena al passo di un mondo oramai cambiato era cominciato diversi anni fa, all’indomani di quella cosiddetta sentenza Torreggiani con cui la Corte di Strasburgo aveva condannato l’Italia per il trattamento inumano e degradante ricevuto dalle persone detenute nel nostro Paese.

Si è capito con il passare del tempo che mancavano il coraggio e la volontà per portare avanti un ripensamento profondo di un’idea di pena che, a giudicare dalle statistiche sui tassi di recidiva, non sta funzionando molto bene. È mancato il coraggio al vecchio governo che, giunto troppo in prossimità delle elezioni politiche, ha mandato al macero un anno e mezzo di lavoro dei tantissimi esperti chiamati a raccolta nella grande consultazione che va sotto il nome di Stati Generali dell’esecuzione penale. È mancata la volontà al nuovo governo che, dietro uno slogan ben poco chiaro invocante certezza della pena (e perché, un nuovo modello di pena significa una pena più incerta?), non si è voluto confrontare con idee che andassero appena un po’ al di là dell’ovvio.

I decreti pubblicati in Gazzetta – sulla vita penitenziaria in generale, sul lavoro in carcere, sugli istituti di pena per minorenni – sono la versione tagliuzzata e sbiadita di quanto si era sperato. Dopo oltre quarant’anni dalla vecchia legge, viene operata una riforma che nulla ha di epocale e che somiglia a un piccolo aggiustamento di rotta in corsa. Avremo modo di commentarli e già lo abbiamo fatto durante il loro tormentato percorso.

Un particolare voglio invece qui far notare. Un particolare che mi ha colpito e che non so in quanti abbiano notato. Nell’acquisire e nel conformarsi ai pareri delle competenti Commissioni parlamentari, i decreti hanno subito alcune modifiche. Ad esempio, è sparito l’articolo che intendeva tutelare le professioni di fede diverse da quella cattolica. Niente di rivoluzionario. Si diceva solamente che i detenuti hanno la libertà di professare il culto che vogliono e che l’amministrazione deve agevolarne la pratica. Chiunque abbia studiato il fenomeno concorda sul fatto che chi in carcere mostra tendenze alla radicalizzazione religiosa lo fa come reazione a diritti violati. Detto banalmente: se un detenuto straniero non capisce perché è in carcere in quanto nessuno gli traduce i documenti rilevanti, viene fatto vivere in una cella fatiscente e sovraffollata, non riesce a telefonare ai parenti perché nessuno si fa carico della relativa burocrazia, gli si nega il diritto alla propria religione c’è allora qualche possibilità che reagisca con pensieri stereotipati e violenti verso il mondo occidentale.

Ma non è neanche di questo che volevo parlare. Mi ha colpito come qualcuno si possa essere preso la briga di cancellare quattro paroline che comparivano nella bozza di decreto fino a pochi giorni fa. Leggevamo infatti: “Nella cartella clinica del detenuto o internato il medico annota immediatamente, anche mediante comunicazione fotografica, ogni informazione relativa a segni o indicazioni che facciano apparire che la persona possa aver subito violenze o maltrattamenti”.

L’inciso relativo alla comunicazione fotografica è oggi scomparso. Se non fosse mai stato inserito sarebbe stato diverso. La legge non lo vieta e il medico può pensarci da solo. Ma che si sia pensato esplicitamente a toglierlo mi pare inquietante. La versione precedente della norma intendeva rendere obbligatoria la documentazione fotografica in casi di possibili violenze. Sembrerebbe del tutto ragionevole. Se mai si dovrà andare a un processo, ciò sarà probabilmente molto tempo dopo. Di quei segni, auspicabilmente, non ci sarà più traccia sul corpo della persona. La documentazione fotografica potrà allora essere preziosa. Dirimente. Se così non sarà, si saranno solo usati pochi minuti in più e qualche scatto di cellulare inutilmente. Che senso ha toglierne la menzione?

Visto che, contemporaneamente, qualcuno propone di togliere il reato di tortura – appena introdotto – dal codice penale italiano, qualche dubbio mi viene. Lega le mani alle forze dell’ordine, sostiene Fratelli d’Italia. Le forze dell’ordine che io stimo e che voglio non sono quelle che usano la tortura. Sono invece quelle che chiedono verità nel processo per la morte di Stefano Cucchi. E sono quelle che chiederebbero a gran voce a un medico di eseguire in ogni circostanza una perizia il più completa possibile.

 

*Coordinatrice associazione Antigone


Migranti. Papa Francesco: c’è un’ondata di chiusura verso lo straniero, è un suicidio

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di Iacopo Scaramuzzi

 

Tratto da La Stampa, 30 ottobre 2018

 

“Oggi c’è un’ondata di chiusura verso lo straniero” e “ci sono tante situazioni di tratta di persone straniere”: è la denuncia che Papa Francesco ha pronunciato ricevendo i missionari scalabriniani, da sempre accanto a migranti e rifugiati, sottolineando che “il benessere è suicida” perché porta a “un inverno demografico” e alla “chiusura delle porte”, e ricordando che anche l’Europa “non è nata così, ma è stata fatta da tante ondate migratorie durante i secoli”.

“È più facile ricevere uno straniero che essere ricevuto”, ha detto il Papa parlando a braccio agli scalabriniani, “e voi dovete fare ambedue le cose, voi dovete insegnare ad aiutare a ricevere lo straniero, dare tutte le possibilità alle nazioni che hanno di tutto o sono sufficienti per usare queste quattro parole (pronunciate precedentemente dal superiore degli scalabriniani: accogliere, promuovere, proteggere, integrare, ndr). Come ricevere uno straniero… colpisce tanto la parola di Dio, già nell’antico testamento, sottolinea questo: ricevere lo straniero, ricordati che tu sei stato straniero. È vero – ha sottolineato Francesco – che oggi c’è un’ondata di chiusura verso lo straniero, e anche ci sono tante situazioni di tratta di persone straniere: si sfrutta lo straniero. Io sono figlio di migranti e ricordo nel dopoguerra – ero ragazzino e avevo 10 o 12 anni… – quando dove lavorava papà sono arrivati i polacchi a lavorare, tutti migranti, e come erano accolti bene. L’Argentina ha questa esperienza di accogliere, perché c’era lavoro, e c’era anche bisogno. L’Argentina, la mia esperienza, è un cocktail di ondate migratorie, voi lo sapete meglio di me. Perché i migranti costruiscono un Paese, come hanno costruito l’Europa, che non è nata così ma è stata fatta da tante ondate migratorie durante i secoli”.

“Lei – ha proseguito il Papa rivolto al superiore della Congregazione dei Missionari di San Carlo – ha usato una parola “brutta”, il benessere: ma il benessere è suicida, perché ti porta a due cose: a chiudere le porte, perché non ti disturbino, soltanto quelle persone che servono per il mio benessere possono entrare. E dall’altra parte per il benessere si arriva a non essere fecondi: e noi abbiamo oggi questo dramma di un inverno demografico e di una chiusura delle porte. Questo deve aiutarci a capire un poco meglio di ricevere lo straniero. Sì, è uno estraneo, non è dei nostri, ma come si riceve uno estraneo? Questo è il lavoro che voi fate, creare le coscienze per farlo bene, e di questo vi ringrazio”.

Papa Francesco ha ringraziato gli scalabriniani per quel che fanno, ricordando di averli conosciuti “da prima di essere arcivescovo di Buenos Aires, i vostri studenti studiavano nella nostra facoltà: sono stati bravi! Poi come arcivescovo ho avuto l’aiuto vostro, in quella città che aveva tanti problemi di immigrazione: grazie tante. E grazie (adesso) per averci dato uno dei due sottosegretari per i migranti (padre Fabio Baggio, sottosegretario della Sezione Migranti e rifugiati del Dicastero vaticano per lo Sviluppo umano integrale, insieme al gesuita Michael Czerny, ndr) che lavorano tanto bene tutti e due”.

Il Papa ha parlato a braccio “dal cuore” ma ha consegnato al padre generale un discorso scritto preparato, nel quale, tra l’altro, ricorda che “di fronte all’odierno fenomeno migratorio, molto vasto e complesso”, la Congregazione religiosa fondata dal beato Giovanni Battista Scalabrini “attinge le risorse spirituali necessarie dalla testimonianza profetica del Fondatore, quanto mai attuale, e dall’esperienza di tanti confratelli che hanno operato con grande generosità dalle origini, 131 anni fa, fino a oggi. Oggi come ieri, la vostra missione si svolge in contesti difficili, a volte caratterizzati da atteggiamenti di sospetto e di pregiudizio, se non addirittura di rifiuto verso la persona straniera. Ciò vi sprona ancora di più a un coraggioso e perseverante entusiasmo apostolico, per portare l’amore di Cristo a quanti, lontani dalla patria e dalla famiglia, rischiano di sentirsi lontani anche da Dio”. Oggi, in particolare, “quante storie ci sono nei cuori dei migranti! Storie belle e brutte. Il pericolo è che vengano rimosse: quelle brutte, è ovvio; ma anche quelle belle, perché ricordarle fa soffrire. E così il rischio è che il migrante diventi una persona sradicata, senza volto, senza identità. Ma questa è una perdita gravissima, che si può evitare con l’ascolto, camminando accanto alle persone e alle comunità migranti. Poterlo fare è una grazia, ed è anche una risorsa per la Chiesa e per il mondo”.

Introducendo l’udienza, il nuovo superiore generale degli scalabriniani, il brasiliano Leonir Chiarello, eletto nel corso del quindicesimo capitolo in corso in questi giorni a Roma, ha sottolineato che “viviamo in un tempo in cui l’esplosione del fenomeno migratorio si pone come sfida nuova e impegnativa per il nostro carisma. La novità non si riferisce solo all’aumento massiccio dei flussi ma anche alla natura sostanzialmente diversa di questi movimenti: se fino ad alcuni decenni fa le persone migravano verso destinazioni più o meno precise, verso terre in cui rimanere in modo stabile, oggi per la natura forzata delle migrazioni sempre più frequentemente il viaggio è senza fine e senza meta precisa, è uno spostamento continuo e a causa delle congiunture avverse e delle logiche criminali si trasformano in vere tragedie umane”.

“D’altra parte – ha sottolineato il superiore – le società chiamate ad accogliere con generosità, in nome della giustizia e della solidarietà, si chiudono sempre più in se stesse preoccupate di salvaguardare il proprio benessere, impaurite da una continua e martellante propaganda che presenta il migrante e il rifugiato come un pericolo, una minaccia per la sicurezza nazionale o l’identità culturale”. In questo contesto, ha aggiunto, “riteniamo che il nostro carisma ci chieda, oggi come ieri, di farci compagni di viaggio di tutti i migranti e rifugiati, e al tempo stesso compagni di viaggio delle Chiese locali, chiamate ad accoglierli, promuoverli, proteggerli e integrarli”.

“In un mondo sempre più polarizzato e spinto ad abbracciare gli estremismi xenofobi e intolleranti, il nostro carisma ci spinge a essere sale e luce, lievito di conversione e seme di vera convivialità fraterna, affinché la Chiesa possa riflettere sempre più la luce di Cristo che con la sua morte e risurrezione ha abbattuto il muro che separava i popoli”. Da qui un ringraziamento infine al Papa per “la costante attenzione e il continuo richiamo rivolto al mondo circa la necessità di condividere il nostro viaggio con i migranti”.

 


28 Ott 2018

Popolo costituente e migrante

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di Luigi Ferrajoli

 

Il Manifesto, 24 ottobre 2018

 

Il diritto a emigrare ha radici antiche, teoriche e politiche, che si scontrano con la miseria xenofoba del presente. Uno stralcio tratto dall’ultimo numero di “Critica marxista”. Il principale segno di cambiamento manifestato finora dall’attuale sedicente “governo del cambiamento” è la politica ostentatamente disumana e apertamente illegale da esso adottata nei confronti dei migranti. Di nuovo il veleno razzista dell’intolleranza e del disprezzo per i “diversi” sta diffondendosi non solo in Italia ma in tutto l’Occidente, nell’Unione Europea e negli Stati Uniti, quale veicolo di facile consenso nei confronti degli odierni populismi e delle loro politiche di esclusione.

È su questo terreno che rischia oggi di crollare l’identità civile e democratica dell’Italia e dell’Europa. Le destre protestano contro quelle che chiamano una lesione delle nostre identità culturali da parte delle “invasioni” contaminanti dei migranti. In realtà esse identificano tale identità con la loro identità reazionaria: con la loro falsa cristianità, con la loro intolleranza per i diversi, in breve con il loro più o meno consapevole razzismo. Laddove, al contrario, sono proprio le politiche di chiusura che stanno deformando e deturpando l’immagine dell’Italia e dell’Europa, che sta infatti vivendo una profonda contraddizione: la contraddizione delle pratiche di esclusione dei migranti quali non-persone non soltanto con i valori di uguaglianza e libertà iscritti in tutte le sue carte costituzionali e nella stessa Carta dei diritti fondamentali dell’Unione, ma anche con la sua più antica tradizione culturale.

Il diritto di emigrare fu teorizzato dalla filosofia politica occidentale alle origini dell’età moderna. Ben prima del diritto alla vita formulato nel Seicento da Thomas Hobbes, il diritto di emigrare fu configurato dal teologo spagnolo Francisco de Vitoria, nelle sue Relectiones de Indis svolte nel 1539 all’Università di Salamanca, come un diritto naturale universale. Sul piano teorico questa tesi si inseriva in una edificante concezione cosmopolitica dei rapporti tra i popoli informata a una sorta di fratellanza universale. Sul piano pratico essa era chiaramente finalizzata alla legittimazione della conquista spagnola del Nuovo mondo: anche con la guerra, in forza del principio vim vi repellere licet, ove all’esercizio del diritto di emigrare fosse stata opposta illegittima resistenza. Tutta la tradizione liberale classica, del resto, ha sempre considerato lo jus migrandi un diritto fondamentale. John Locke fondò su di esso la garanzia del diritto alla sopravvivenza e la stessa legittimità del capitalismo: giacché il diritto alla vita, egli scrisse, è garantito dal lavoro, e tutti possono lavorare purché lo vogliano, facendo ritorno nelle campagne, o comunque emigrando nelle “terre incolte dell’America”, perché “c’è terra sufficiente nel mondo da bastare al doppio dei suoi abitanti”.

Kant, a sua volta, enunciò ancor più esplicitamente non solo il “diritto di emigrare”, ma anche il diritto di immigrare, che formulò come “terzo articolo definitivo per la pace perpetua” identificandolo con il principio di “una universale ospitalità”. E l’articolo 4 dell’Acte constitutionnel allegato alla Costituzione francese del 1793 stabilì che “Ogni straniero di età superiore a ventuno anni che, domiciliato in Francia da un anno, viva del suo lavoro, o acquisti una proprietà, o sposi una cittadina francese, o adotti un bambino, o mantenga un vecchio, è ammesso all’esercizio dei diritti del cittadino”.

Lo ius migrandi è da allora rimasto un principio elementare del diritto internazionale consuetudinario, fino alla sua già ricordata consacrazione nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948. Fino a che l’asimmetria non si è ribaltata. Oggi sono le popolazioni fino a ieri colonizzate che fuggono dalla miseria provocata dalle nostre politiche. E allora l’esercizio del diritto di emigrare è stato trasformato in delitto.

Siamo perciò di fronte a una contraddizione gravissima, che solo la garanzia del diritto di emigrare varrebbe a rimuovere. Il riconoscimento di questa contraddizione dovrebbe non farci dimenticare quella formulazione classica, cinicamente strumentale, del diritto di emigrare: perché la sua memoria possa quanto meno generare – nel dibattito pubblico, nel confronto politico, nell’insegnamento nelle scuole – una cattiva coscienza sull’illegittimità morale e politica, prima ancora che giuridica, delle nostre politiche e agire da freno sulle odierne pulsioni xenofobe e razziste.

Queste politiche crudeli stanno avvelenando e incattivendo la società, in Italia e in Europa. Stanno seminando la paura e l’odio per i diversi. Stanno screditando, con la diffamazione di quanti salvano vite umane, la pratica elementare del soccorso di chi è in pericolo di vita. Stanno fascistizzando il senso comune. Stanno, in breve, ricostruendo le basi ideologiche del razzismo; il quale, come affermò lucidamente Michel Foucault, non è la causa, bensì l’effetto delle oppressioni e delle violazioni istituzionali dei diritti umani: la “condizione”, egli scrisse, che consente l'”accettabilità della messa a morte” di una parte dell’umanità. Che è il medesimo riflesso circolare che ha in passato generato l’immagine sessista della donna e quella classista del proletario come inferiori, perché solo in questo modo se ne poteva giustificare l’oppressione, lo sfruttamento e la mancanza di diritti. Ricchezza, dominio e privilegio non si accontentano di prevaricare. Pretendono anche una qualche legittimazione sostanziale.

Un secondo effetto è non meno grave e distruttivo. Consiste in un mutamento delle soggettività politiche e sociali: non più le vecchie soggettività di classe, basate sull’uguaglianza e sulle lotte comuni per comuni diritti, ma nuove soggettività politiche di tipo identitario basate sull’identificazione delle identità diverse come nemiche e sul capovolgimento delle lotte sociali: non più di chi sta in basso contro chi sta in alto, ma di chi sta in basso contro chi sta ancora più in basso. È un mutamento che sta minando le basi sociali della democrazia. Una politica razionale, oltre che informata alla garanzia dei diritti, dovrebbe muovere, realisticamente, dalla consapevolezza che i flussi migratori sono fenomeni strutturali e irreversibili, frutto della globalizzazione selvaggia promossa dall’attuale capitalismo.

Dovrebbe anzi avere il coraggio di assumere il fenomeno migratorio come l’autentico fatto costituente dell’ordine futuro, destinato, quale istanza e veicolo dell’uguaglianza, a rivoluzionarie i rapporti tra gli uomini e a rifondare, nei tempi lunghi, l’ordinamento internazionale. Il diritto di emigrare equivarrebbe, in questa prospettiva, al potere costituente di questo nuovo ordine globale: giacché l’Occidente non affronterà mai seriamente i problemi che sono all’origine delle migrazioni se non li sentirà come propri. I diritti fondamentali, come l’esperienza insegna, non cadono mai dall’alto, ma si affermano solo allorquando la pressione di chi ne è escluso alle porte di chi ne è incluso diventa irresistibile. Per questo dobbiamo pensare al popolo dei migranti come al popolo costituente di un nuovo ordine mondiale.


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