Rassegna stampa

4 feb 2012

SONDAGGIO SWG, CARCERI: IL 77% DEGLI ITALIANI LO CONSIDERA PROBLEMA PRIORITARIO

carcere sovraffollamento 0109

L’emergenza carceri finisce in un sondaggio dell’Istituto di ricerca Swg che indaga quanto sia sentita come priorità da parte degli italiani. La domanda posta agli intervistati è: “Si parla molto del sovraffollamento delle carceri e della necessità di affrontare questo problema. Con chi sostiene che per il Paese si tratta di una vera priorità alla quale vanno dedicate molte risorse lei è….”

La maggior parte degli italiani è d’accordo con questa affermazione (62%). Di questi una percentuale del 13% si dice “del tutto d’accordo” e considera la risoluzione del problema penitenziari una priorità assoluta da risolvere. In disaccordo, secondo lo studio condotto dall’Istituto di ricerche Swg, il 25% e “del tutto in disaccordo” il 13%.

Scorporando il dato a seconda dell’orientamento politico degli intervistati emerge che: ad essere più sensibili al problema carceri sono gli elettori di centrosinistra (77%); seguiti da quelli del Terzo polo (76%). Quelli del centrodestra lo considerano un problema prioritario nel 48% dei casi. (altro/non collocati si reputano d’accordo al 58%).

da clandestino web


La maggiore precarietà non riduce la disoccupazione

APPUNTI PER MARIO MONTI, ELSA FORNERO (E GIULIANO FERRARA…)

prekariat-2012di Emiliano Brancaccio - emilianobrancaccio.it.

Sarebbe utile se i professori Mario Monti ed Elsa Fornero commentassero i risultati, ad essi ben noti, ai quali è da tempo pervenuta la letteratura accademica in merito ai possibili effetti della riduzione delle tutele del lavoro.  Visto infatti che non è possibile confermare l’esistenza di una correlazione tra maggior precarietà e minore disoccupazione, per quale motivo dovremmo ulteriormente ridurre gli indici di protezione del lavoro, già passati in Italia dal 3,1 del 1998 al 2,4 del 2008?

Non sarà mica davvero per rendere la vita dei lavoratori meno monotona…?

[...] Su tredici ricerche realizzate sugli stock, nove di esse danno risultati indeterminati, tre segnalano che la maggior flessibilità del lavoro riduce l’occupazione e aumenta la disoccupazione, e una soltanto segnala che la flessibilità riduce la disoccupazione (cfr. T. Boeri and J. van Ours, The economics of imperfect labor markets, Princeton University Press 2008). La tesi prevalente, secondo cui la flessibilità aumenterebbe i posti di lavoro, non sembra dunque trovare riscontri empirici convincenti. Ma c’è di più: anche Blanchard, dopo un’accurata disamina dei principali lavori empirici sul tema, giunge a una conclusione secca: «le differenze nei regimi di protezione dell’impiego appaiono largamente incorrelate alle differenze tra i tassi di disoccupazione dei vari paesi» (O. Blanchard, “European unemployment: the evolution of facts and ideas”, Economic policy 2006). Lo stesso Blanchard dunque riconosce che i dati non confermano le tesi sul nesso tra maggiore flessibilità e minore disoccupazione che potrebbero trarsi dal suo modello [...]

Tratto da E. Brancaccio, “Anti-Blanchard. Un approccio comparato allo studio della macroeconomia”, Franco Angeli, Milano 2012 (in libreria a fine febbraio).

La figura seguente riproduce una delle numerosissime tipologie di test effettuati in questi anni dall’OECD e da molte altre istituzioni per verificare l’esistenza o meno di una correlazione tra flessibilità del lavoro e disoccupazione. Il grafico mette in evidenza che non si ravvisa alcuna correlazione tra indici di protezione del lavoro (EPL, Employment Protection Legislation) e tassi di disoccupazione.

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Grafico tratto da D. Suppa, “Appendice statistica” (in E. Brancaccio, “Anti-Blanchard”, cit.; elaborazione su dati OECD).

P.S. Caro Giuliano Ferrara, nel corso di una accorata arringa contro la CGIL andata in onda ieri su Rai Uno, a Qui Radio Londra, Lei ha sostenuto che per creare posti di lavoro occorre maggiore flessibilità. Ed ha aggiunto che “non vi è analisi statistica che possa smentire” questa Sua asserzione, essendo la sua validità fondata “sulla Logica”. Lei, che è pugilatore raffinato e dotato di ironia, non faticherà a cogliere i motivi per cui ravviso, nelle Sue certezze, una certa qual pulsione “tolemaica”… Con molti cordiali saluti, Emiliano Brancaccio.

Fonte: http://www.emilianobrancaccio.it/2012/02/03/la-maggiore-precarieta-non-riduce-la-disoccupazione.

Tratto da Megachip


un’altra fetta di Palestina che Israele vuole mangiarsi

Il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon aveva lasciato da qualche ora Gaza - dove giovedì era stato duramente contestato per non aver voluto incontrare le famiglie dei prigionieri politici palestinesi - quando i cacciabombardieri israeliani hanno lanciato i loro raid. Attacchi che il portavoce militare ha descritto come una risposta ai razzi artigianali sparati da cellule armate salafite verso il Neghev, dove non hanno provocato danni.
Ben diversi gli effetti delle bombe israeliane che hanno colpito tre tunnel tra Rafah e l’Egitto, Khan Yunis, Nuseirat, Bani Suheila e Beit Lahiya dove hanno causato il ferimento di un adulto e di un bambino. Per Israele invece sono stati colpiti soltanto «depositi di armi e munizioni». «La macchina da guerra israeliana continua a compiere crimini contro i civili di Gaza e a violare le leggi e le convenzioni internazionali», ha protestato Adham Abu Selmeya, portavoce del ministero della salute di Gaza. Qualche ora dopo a Nabi Saleh, a poco più di cento km di distanza da Gaza, 13 persone sono state ferite durante le cariche dell’esercito e della polizia di frontiera di Israele contro la manifestazione settimanale di protesta per la confisca di terre palestinesi e il Muro. Tra i feriti c’è anche una francese, colpita da un candelotto lacrimogeno sparato a distanza ravvicinata. A dicembre un candelotto uccise, sempre a Nabi Saleh, un giovane palestinese, Mustafa Tamimi.
I bombardamenti delle scorse ore hanno riportato in primo piano anche la questione della «buffer zone», la zona cuscinetto vietata ai palestinesi che Israele ha creato all’interno di Gaza, lungo il confine, dove spesso si concentrano le incursioni militari israeliane. Si moltiplicano le denunce di famiglie contadine che hanno perduto ogni fonte di reddito perché l’esercito apre il fuoco contro chi si reca nei campi. Gli attivisti dell’International solidarity movement (Ism) provano, con la loro presenza, a garantire un minimo di protezione ai contadini ma non è sufficiente. Così i palestinesi perdono una fascia di territorio larga alcune centinaia di metri, verde e alberata. E’ la parte più fertile della Striscia che, al contrario, scendendo verso la costa appare arida e sabbiosa.
Ma le conseguenze economiche sono niente di fronte ai rischi per le vite umane. Non pochi contadini di Gaza hanno pagato un prezzo altissimo solo per il fatto di vivere dentro o a ridosso della «buffer zone», perché i militari israeliani che sorvegliano il confine non esitano ad aprire il fuoco su coloro che si addentrano nell’area «proibita». In questi anni si sono contati alcuni morti e numerosi feriti. Come Naama Abu Said, madre di cinque figli, uccisa a casa sua dal fuoco aperto da una postazione israeliana distante alcune centinaia di metri. Il marito Nasser ci ha raccontato di quella notte d’inferno di più di un anno fa in cui il piano superiore della sua abitazione divenne bersaglio, per motivi mai chiariti, del fuoco delle armi pesanti israeliane. Una parete della stanza da letto mostra ancora il foro largo circa un metro fatto da un razzo. Nasser oggi vive con i figli in una tenda ad circa 200 metri dalla sua abitazione in buona parte distrutta.
Vittorio Arrigoni, l’attivista dell’Ism e collaboratore del manifesto assassinato lo scorso aprile, spese una porzione significativa del suo impegno proprio nella «buffer zone». Jaber, un contadino, ha costruito in campagna un monumento di marmo per ricordare il suo amico italiano. Un altro compagno di Vittorio, Saber, del “Comitato popolare di Beit Hanoun”, organizza frequenti marce di palestinesi e attivisti stranieri verso la zona cuscinetto. «Non dobbiamo arrenderci, non possiamo rinunciare a terre fertili che rappresentano il 30% delle aree coltivabili di Gaza, sono la fonte di sopravvivenza per molte migliaia di persone», spiega Saber che abbiamo incontrato nei giorni scorsi. «Continueremo a fare manifestazioni in quell’area - assicura Saber - perché è la nostra terra, perché con noi ci sono i contadini e gli abitanti del posto, perché se adesso ci fermiamo, la prossima volta gli israeliani cosa faranno, allargheranno ulteriormente la zona proibita?»


Governo. Monti: Legge cittadinanza non tocca a noi

02 febbraio 2012 Vita

«Questo governo ha compiti limitati e difficilissimi: rendere l’Italia migliore e più attraente a tutti», ha detto ieri Mario Monti, rispondendo a una domanda sulla questione della cittadinanza. «Svolgiamo questi compiti osservando una distanza di rispetto dai partiti perche’ ci sono temi importanti che non sono il cuore del mandato ricevuto».

«Io ho opinioni personali - ha aggiunto Monti - ma non le considero parti della missione di governo. La cittadinanza, la bioetica, la legge elettorale, i regolamenti parlamentari, sono questioni che devono essere sciolte e dipanate dalle forze politiche».

Secondo il presidente del Consiglio, «se, per soddisfare le coscienze dei membri del governo, entrassimo nell’agone del dibattito renderemmo più difficile l’appoggio di larga parte del Parlamento ai nostri sforzi».

In sintesi: non sarà il governo dei Professori a scrivere la riforma della cittadinanza, su questo tema deve muoversi il Parlamento.


3 feb 2012

L’Apartheid di Mario Monti

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di Anna Lami - Megachip.

«I giovani devono abituarsi all’idea che non avranno un posto fisso per tutta la vita. E poi, diciamolo, che monotonia. E’ bello cambiare e accettare delle sfide». A parlare è il Presidente del Consiglio Mario Monti intervenendo in un dibattito televisivo sui temi del lavoro e dei giovani. «La riforma sulla quale il ministro Elsa Fornero e tutto il governo adesso è impegnato - ha spiegato- ha la finalità principale di ridurre il terribile apartheid che esiste nel mercato del lavoro tra chi per caso o per età è già dentro e chi giovane fa una terribile fatica ad entrare o entra in condizioni precarie».
In poche battute troviamo condensato tutto il pensiero, figlio delle peggiori teorie liberiste, che ispira Mario Monti.

“Che monotonia il posto fisso”: è vero, deve esser stata di una noia incredibile passare tanti anni nella stessa azienda, crescere professionalmente, man mano aumentare il proprio know how, e sulle basi di questa monotona sicurezza progettare un futuro, una casa, dei viaggi, farsi una famiglia. Ma Mario Monti ci tiene al divertimento degli italiani, giammai si impigriscano,  quindi vuole renderci la vita ancor più avventurosa e flessibile di quanto già lo sia nella superprecaria Italia del 2012,  che anche secondo l’Ocse è già il paese più flessibile del mondo, tanto che in Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca è molto più difficile licenziare che da noi.

MonotonialowDel  resto, che gusto si può trovare nello svegliarsi la mattina per recarsi nella stessa azienda avendo la sera la certezza di poter pagare le bollette, e magari garantire una vita dignitosa ai propri figli? Molto meglio fare una giornata di volantinaggio pubblicitario fuori dalle Metro,  il giorno dopo provare l’inebriante esperienza di lavorare in un call-center,  e alla fine del mese con il contratto scaduto e non rinnovato girare per negozi non per fare shopping ma per portare il proprio curriculum vitae nella speranza che qualcuno cerchi una commessa extra almeno per  il sabato pomeriggio.  È infatti questa la vita che vivono i “fortunelli” di venti-trent’anni che, magari dopo una laurea ed un paio di master, entrano dalle finestre del mondo del lavoro. Ci si diverte come pazzi a cambiare occupazione cinque o sei volte l’anno, lo si capisce ascoltando ordinarie conversazioni tra i distributori dei quotidiani gratuiti nei pressi delle stazioni delle grandi città.

Eh si, perché il posto fisso potrebbe anche essere monotono, se l’alternativa fosse che un giorno si fa l’amministratore delegato di una società ed il giorno dopo il marketing manager di un’azienda ben quotata in borsa, non senza essersi fatti mancare una settimana da medico chirurgo. Invece, purtroppo per noi, eccessiva precarizzazione fa rima con lavori dequalificati (e sottopagati).

Hai una laurea in economia e commercio? Non solo è probabilmente inutile, in quanto solo nel 15% dei casi secondo una recente inchiesta di Unioncamere-Excelsior viene richiesta dalle (poche) aziende che assumono, ma può addirittura essere controproducente: tra le critiche - le più gettonate - che vengono rivolte ai neolaureati, c’è quella di “essere troppo pretenziosi”. Voglio dire, c’è ancora in giro chi crede di aver diritto ad aspirare a qualcosa che rientri nell’ambito dei propri studi. Del resto siamo nella stessa logica di pensiero del premier: così come è noioso il posto fisso, è triste pensare di insegnare quando si è laureati in Storia. Molto più all’altezza dei tempi provare a sentire se la nuova società ferroviaria di Montezemolo si affida a qualche cooperativa che assume ancora.

Monti invita i giovani ad accettare le sfide della flessibilità: è almeno dai tempi della Legge Biagi e del Pacchetto Treu che queste parole vengono spese, e non ci risulta ci siano ragazzi che vergognosamente si sottraggano a tali avvincenti sfide. In questa categoria infatti non solo si è ulteriormente contratto il flusso di ingresso nell’occupazione, ma è andata scemando la possibilità di transitare verso una condizione di maggiore stabilità lavorativa. Di quanto ci avvisa il premier, quindi,  siamo già al corrente.

Era diverso tempo che un esponente istituzionale di primo piano non ripescava lo slogan “precario è bello”. Negli ultimi anni ci eravamo abituati a Tremonti, che populisticamente riconosceva come negativa l’eccessiva precarizzazione, anche se poi continuava ad incentivarla nelle politiche ministeriali. Ma il tecnico dell’anno non ha un elettorato di riferimento, a lui basta rispondere ai diktat della BCE, quindi può permettersi  un’ironia che sconfina nell’insulto. E l’insulto è rivolto soprattutto ai giovani, quelli a cui il Presidente Napolitano, padre morale dell’esecutivo, spera non “venga lasciato il debito in eredità”: conviene di più farglielo pagare adesso, avranno pensato, questo debito di cui ancora non si conoscono bene i creditori. Quindi, bisogna ridurre il “terribile apartheid” tra chi è già entrato nel mondo del lavoro con qualche diritto residuo  e chi invece non ha più alcun diritto.

Come ridurre l’apartheid? Estendendo a tutti garanzie e tutele sociali? Macchè, troppo banale … meglio offrire a tutti l’avventura della precarizzazione totale. Così si contrastano le odiose discriminazioni socioeconomiche.
Perchè ammettere lavoratori di serie A e lavoratori di serie B? Trasformiamoli tutti in lavoratori di serie C, cosicchè se in una coppia lui aveva il “privilegio” di un contratto da operaio a tempo indeterminato e lei da insegnante ultraprecaria, finalmente non si sentiranno più in competizione e potranno vivere affamati e contenti.

Per fortuna c’è Mario Monti, a salvare noi giovani da una vita monotona.


PD: “tornare a dare dignità al servizio civile”

Il Partito Democratico ritiene “fisiologico” un livello di circa 40mila volontari annui ammessi al servizio, cifra oramai ridotta fortemente dai tagli del Governo Berlusconi negli ultimi anni. «Ci rendiamo conto – ha spiegato ieri all’incontro con gli Enti Cecilia Carmassi, responsabile “Associazionismo e Terzo Settore” del PD – che non si può chiedere d’improvviso al Governo di riportare il Fondo a quota 40mila partenze, ma è possibile cominciare subito a invertire la tendenza e ragionare su come si può tornare a dare dignità e consistenza ad un sistema che altrimenti rischia di essere cancellato». Per questo il Partito democratico chiederà a breve un appuntamento al ministro per la Cooperazione internazionale e l’integrazione Andrea Riccardi, che ha anche la delega sul servizio civile, per «ragionare con lui del rilancio del servizio civile in un’ottica di crescita complessiva del paese».

Per quanto riguarda la riforma del servizio civile nazionale, il Partito Democratico lo pensa come “un’esperienza di difesa civile non armata, di dimensione nazionale ma con un ruolo delle regioni, rivolta anche agli stranieri residenti e con una partecipazione dei giovani con disabilità non solo come destinatari ma anche come protagonisti del servizio”. L’idea è quella di mantenere il servizio civile come esperienza di carattere nazionale, legata alla sua natura di difesa civile non armata, e alla costruzione di un’idea di cittadinanza solidale che rafforzi la coesione sociale nel paese. In questa dinamica unitaria, c’è l’obiettivo di un maggiore coinvolgimento delle Regioni (e degli altri enti locali), che in molte realtà hanno già attuato bandi regionali di servizio civile (anche aperto agli stranieri) e che «chiedono a gran voce un ruolo che non le riduca a soggetto finale di valutazione». E’ poi necessario, secondo Carmassi, chiarire con i comuni, attraverso un ragionamento franco, che non si può «rischiare che il servizio civile diventi la stampella o il tappabuchi di un welfare comunale sempre più strangolato». Presente all’incontro, Licio Palazzini, Presidente nazionale di Arci Servizio Civile, ha ricordato come «Se non arrivano nuovi fondi, in primavera gli enti non saranno chiamati a presentare alcun progetto e nel 2013 di fatto non ci saranno giovani in servizio civile: un segnale inequivocabile di chiusura».

da esseciblog


Stupro, salta il carcere si ribellano le donne

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di Chiara Saraceno - www.repubblica.it.

Lo stupro di gruppo è un atto particolarmente odioso, che moltiplica la violenza subita dalla donna che ne è vittima. La moltiplica materialmente, aggravando il danno fisico, psicologico, emotivo che infligge. Lo stupro viola l’intimità della donna, il suo senso di integrità e di controllo su di sé. Quando è più di uno a compierlo l’esperienza di perdita di sé diventa estrema. Lo stupro di gruppo esplicita anche, enfatizzandola, l’oggettivazione della vittima e del suo corpo, reso puro oggetto delle pulsioni dello stupratore e insieme trofeo di gruppo, documentazione reciproca del proprio potere di maschi, strumento di consolidamento del rapporto di gruppo. Infine, è un atto ancora più vigliacco dello stupro individuale, dato che i singoli usano la forza del gruppo per sopraffare la loro vittima.

È difficile comprendere come la Corte di Cassazione abbia potuto equiparare lo stupro di gruppo allo stupro individuale, con l’argomento che il primo «presenta caratteristiche essenziali non difformi» dal secondo. Come se si trattasse di tanti atti individuali senza collegamento tra loro, ignorando proprio il contenuto di gruppo dell’atto e le sue conseguenze per la vittima.

Eppure, per altri reati, l’essersi organizzati con altri per compierli è un’aggravante che in qualche modo cambia il tipo di reato. Se il farlo in gruppo è un’aggravante quando si distruggono cose e si aggrediscono (non sessualmente) persone, o si partecipa a forme di protesta non autorizzate, perché se si stupra una donna invece diviene irrilevante? Perché uno stupro è solo uno stupro, a prescindere che a compierlo sia uno solo, due o, perché no, cinquanta, dato che l’atto materiale è compiuto sempre da uno per volta?

Si può discutere di carcerazione preventiva e di forme di custodia cautelare alternative. Ma in questione qui è l’equiparazione di due reati, gravissimi entrambi ma non identici né nelle motivazioni né nelle conseguenze, dal punto di vista della vittima, ma anche di chi li compie. La pronuncia della Corte riguarda solo le misure di custodia cautelari. Ma non è difficile ipotizzare che gli avvocati difensori degli stupratori la utilizzeranno in sede di giudizio, per alleggerire la posizione dei loro clienti.

Non è la prima volta, purtroppo, che la terza sezione della Corte di Cassazione sottovaluta la violenza sulle donne. Rimane indimenticabile la sentenza del 1999 che dichiarò l’insussistenza dello stupro, perché incompatibile con il fatto che la vittima indossava i jeans. Anche se successivamente, in un altro caso, la stessa Corte corresse il tiro, probabilmente resa più avvertita dalle proteste seguite a quella ridicola sentenza. Il fatto che ripetutamente incorra in questo tipo di infortuni valutativi induce al sospetto che molti giudici della Corte non considerino poi così grave lo stupro, individuale o di gruppo che sia, e siano disposti a concedere molte attenuanti agli stupratori.


2 feb 2012

Il PD chiederà un confronto col Governo sul servizio civile

Foto_giovani«Rimangono ancora alcuni nodi da affrontare, ma è l’incontro di oggi è stato un passo significativo in avanti per il servizio civile, soprattutto perchè promosso da un partito come il PD». Si è dichiarato soddisfatto Licio Palazzini, Presidente di Arci Servizio Civile e della Consulta nazionale, dopo l’iniziativa di questa mattina “Il Servizio civile: diamogli un futuro!” coordinato da Cecilia Carmassi, Responsabile “Associazionismo e Terzo Settore” del Partito Democratico.

Palazzini ha sottolineato alcuni dei punti affrontati nel confronto: dalla necessità del rifinanziamento del Fondo nazionale del servizio civile, alla riforma della legge e alla possibile apertura ad altre categorie di giovani, come ad esempio i diversamente abili. Su questi temi «Carmassi ha annunciato l’intenzione del Partito Democratico di incontrare il Governo e il Ministro Riccardi, che ha la delega per il servizio civile nazionale, per avviare un confronto», ha precisato Palazzini. Un tema caldo affrontato è stato anche la possibile apertura del servizio civile ai giovani stranieri, per la quale si ritiene opportuno procedere per via legislativa. Da parte degli Enti è stata infine avanzata la disponibilità a rivedere la questione della flessibilità dell’orario dei progetti e della loro durata, a parità però di compenso per tutti i giovani volontari.

da esseciblog 2 febbraio 2012


1 feb 2012

Liberalizzazioni, ora si cambia «È un decreto pieno di errori» Il governo apre a modifiche e parte la sfida tra categorie

Secondo Mario Monti, il decreto «Cresci Italia» doveva essere intoccabile. Invece al primo approdo in parlamento, ieri, sette giorni dopo la sua entrata in vigore, il testo sulle liberalizzazioni è finito coperto dalle critiche sia del Pd che del Pdl. Tanto che il rappresentante del governo, il sottosegretario Claudio De Vincenti, ha dovuto promettere disponibilità a esaminare «tutte le proposte che vanno verso il rafforzamento e il miglioramento del decreto». Il problema è che una volta aperta la porta alle novità, Pd e Pdl cominceranno a tirare in due direzioni opposte. Il termine per gli emendamenti è stato fissato al 9 febbraio, dopo di che è sempre possibile, anzi probabile, che il governo vorrà mettere la fiducia sul testo corretto. Il Pdl promette «miglioramenti» con Gasparri ma spiega che intende «proteggere le categorie più deboli». Quali siano appare chiaro dagli incontri che i senatori berlusconiani stanno ospitando in senato: farmacisti, notai, costruttori, commercialisti, avvocati, assicuratori. «Nel testo del decreto così com’è uscito dal Consiglio dei ministri - spiega il presidente Pdl della commissione industria dove sono cominciati i lavori, Cursi - ci sono misure che non hanno molto a che fare con la crescita, come quelle sui taxi, sui giornali o sulle farmacie. Bisogna andare a fondo in altri settori come banche e assicurazioni. Il Pd invece si prepara a chiedere di più proprio ai notai e ai farmacisti. Poi vuole eliminare la deroga al contratto nazionale nel settore dei trasporti. E punta a modifiche in grado di favorire l’abbassamento dei costi e delle tariffe per i cittadini riguardo alle banche e alle assicurazioni. Problemi anche per la giustizia. Secondo il senatore Idv Li Gotti «nel decreto ci sono gravi errori in materia di tariffe, costruzione e gestione carceri». Secondo l’Anm, invece, la scelta di accentrare le competenze in dodici sezioni speciali per le imprese costringerebbe gli imprenditori sardi a rivolgersi al tribunale di Roma.


2032, l’Italia invasa dal cemento “Scompariranno 75 ettari al giorno”

Rapporto-shock di Fai e Wwf. “Lotta severa all’abusivismo”

MILANO - Un pericoloso «incendio grigio» sta bruciando il paesaggio italiano. Niente a che vedere con le fiamme dei veri roghi. Il territorio del Bel Paese rischia di venire definitivamente incenerito da un’immensa colata di cemento che lo sta sommergendo giorno dopo giorno.

A lanciare l’allarme, con un nuovo drammatico dossier, presentato ieri, “Terra rubata. Viaggio nell’Italia che scompare”, sono due grandi associazioni ambientaliste, il Fai, Fondo per l’ambiente italianoe il Wwf. Non solo una valanga di dati allarmanti, evidenziati dalla ricerca, promossa dall’Università degli Studi dell’Aquila, in collaborazione con la Bocconi di Milano, ma un appello pressante a l G o v e r n o Monti perché l ‘ e m e r g e n z a economica non lo distolga dall’intervenire attivamente in un’altra emergenza non meno grave: la salvaguardia del territorio. «Un consumo di suolo che nella sola pianura padana divora ogni giorno molti ettari di campagne fertili che sono assorbiti per sempre dal cemento - denuncia Fulco Pratesi, presidente del Wwf. - Un danno ancora più grande della distruzione fisica, perché i terreni vicini non vengono più coltivati nella speranza che un domani diventino edificabili». L’indagine condotta su 11 regioni italiane, corrispondenti al 44% della superficie totale, sottolinea come l’area urbana in Italia, negli ultimi 50 anni, si sia moltiplicata di 3,5 volte, aumentando dagli anni Cinquanta ai primi del Duemila, di quasi 600 mila ettari, oltre 33 ettari al giorno. Un ritmo che si sta spaventosamente incrementando. «Le lobby del cemento e del mattone fagociteranno per sempre, nei prossimi 20 anni, al ritmo di 75 ettari al giorno, tesori naturalisticie paesaggistici, terreni agricoli e spazi di aggregazione sociale, che non saranno più restituiti alla collettività - denunciano gli ambientalisti. - E la superficie occupata dalle aree urbane crescerà di circa 600 mila ettari».

Città che crescono anche quando gli abitanti diminuiscono. Un consumo irreversibile del suolo che ha nell’abusivismo edilizio la sua causa più insidiosa. Secondo i dati ufficiali riportati nel dossier dal 1948 a oggi si sono registrati in Italia 4,6 milioni di abusi edilizi: 75 mila all’anno, 207 al giorno. Nello stesso periodo sono stati costruiti 450 mila edifici abusivi per un totale di un milione e 700 mila alloggi abusivi abitati da circa 6 milioni di abitanti. Interessi economici favoriti da un’assenza di pianificazione urbanistica. E da varianti e deroghe concesse ad hoc da amministratori complici.

Non solo lamenti. Per contrastare i «ladri di territorio» e arrestare il consumo di suolo Fai e Wwf suggeriscono una precisa Road Map con 11 linee di intervento. Da piani urbanistici che pongano rigidi limiti al nuovo edificato, alla lotta severa all’abusivismo. In particolare si chiede che venga aumentato il grado di tutela delle coste introducendo un’estensione generalizzata dei 300 metri di salvaguardia dalla linea di battigia sino ad almeno mille metri, come aveva previsto in Sardegna il piano paesistico della giunta Soru. Si chiede inoltre che vengano introdotti meccanismi fiscali che prevedano da un lato un più severo regime di tassazione sull’utilizzo di nuove risorse territoriali e dall’altro individuino agevolazioni sul riuso virtuoso di territorio.