Rassegna stampa

29 set 2017

L’eutanasia dei diritti

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di Chiara Saraceno

La Repubblica, 29 settembre 2017

 

Non c’è solo l’affronto allo Ius soli. Anche la legge sulle “Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento sanitario”, il cosiddetto biotestamento, come quelle sulla cittadinanza e sul diritto a portare anche il cognome della madre (che pare persino sparita del tutto dall’agenda), sembra destinata a non arrivare alla meta, condannata all’eutanasia parlamentare.

Dopo essere stata approvata dalla Camera in aprile, calendarizzata dapprima dal Senato a giugno, rimandata a settembre, ora è stata di nuovo rimandata in attesa dei pareri di varie commissioni: un’utile scusa per allungare i tempi e non portarla in aula. Si vogliono evitare scontri non solo con l’opposizione, ma anche interni alla maggioranza in un clima pre-elettorale difficile, dove la minoranza interna alfaniana ha assunto sempre più un enorme potere ricattatorio, giocato quasi esclusivamente nel contrasto all’estensione dei diritti civili.

Esattamente ciò che vogliono coloro che si oppongono a qualsiasi riconoscimento del diritto di ciascuno, anche quando impossibilitato a farlo da sé, a rifiutare cure che ritiene un inutile prolungamento delle proprie sofferenze e/o di una vita che non considera più dignitosa. Eppure, quella approvata alla Camera dopo molte discussioni e mediazioni, è una normativa molto ragionevole e consapevole dei possibili rischi di arbitrio.

Assegna, infatti, non solo diritti, ma anche molta responsabilità a tutti i soggetti coinvolti: il diritto, ma anche il dovere a essere adeguatamente informati sulla prognosi della propria situazione e sulle opzioni disponibili. Quindi il dovere dei medici di informare correttamente e con efficacia, dialogando con il malato e i suoi famigliari, prestando loro attenzione e tempo. Il diritto alle cure palliative e alla sedazione profonda, formalmente già in vigore, ma non sempre attuato per mancanza di risorse, tempo, competenze e luoghi adatti. Il diritto del minore a esprimere la propria volontà, che tuttavia deve essere sempre accompagnata dalla volontà dei genitori e, in caso di scelta di interrompere le cure, anche del giudice tutelare.

Anche le cosiddette Dat, Dichiarazioni anticipate di trattamento, attraverso le quali una persona potrebbe lasciare le sue volontà circa i trattamenti sanitari a cui essere sottoposta, o da rifiutare nel caso non fosse più cosciente a causa di un incidente o una malattia, non solo devono essere rese con una modalità a rilevanza pubblica.

Devono anche essere sottoposte a verifica di appropriatezza nel momento in cui dovessero essere concretamente attivate. È anche riconosciuto il diritto del medico all’obiezione di coscienza, nonostante la vicenda della obiezione di massa rispetto all’interruzione volontaria di gravidanza abbia ampiamente dimostrato quanto essa possa ledere di fatto i diritti delle donne che desiderano abortire. In altri termini, si tratta di una normativa molto (per alcuni troppo) cauta. Soprattutto, non è una legge sulla eutanasia, ma sul diritto a non contrastare la morte quando, non solo non vi è più speranza, ma le condizioni del mantenimento in vita sono intollerabili a giudizio dei diretti interessati.

A questo proposito vale la pena di rammentare che già ora, se una persona è in grado di intendere e volere, è maggiorenne e può usare braccia e gambe, può lasciare un letto d’ospedale, rifiutare l’alimentazione forzata o una operazione chirurgica che ritiene inutile. Può farlo anche quando l’operazione non sarebbe inutile.

Così come può stringere le labbra per impedire di essere nutrita, come ho visto fare da molti grandi anziani. Imporre le cure o il nutrimento in queste situazioni sarebbe considerato, anche penalmente, un reato contro l’integrità personale. Ma se per sventura si viene intubati e, come si dice colloquialmente, si “viene attaccati alle macchine”, anche se si è ancora in grado di esprimere la propria volontà questa non ha più valore.

I dolorosi casi di Welby e altri testimoniano che non c’è grido, volontà tenacemente espressa che trovi ascolto legittimo in assenza di una norma. Può solo incontrare, come accade più spesso di quanto non si ammetta, l’ascolto pietoso, ma discrezionale e rischioso, di un medico che se ne assume il rischio. La legge in oggetto intende appunto correggere questo, ingiusto, scarto nel riconoscimento della libertà delle persone a preservare la propria integrità e autonomia di giudizio anche di fronte alla morte.

In una società liberale e democratica non discriminare tra chi può esercitare il proprio diritto a scegliere di accettare la morte rifiutando le cure e chi, invece, non può farlo, pur volendolo ed esprimendosi in questo senso o avendolo detto quando ne era in grado, dovrebbe essere un valore e un obiettivo condiviso. Di più, è proprio la libertà dei più deboli e indifesi che andrebbe riconosciuta e sostenuta. Opporsi a questa libertà in nome del “valore della vita” è un atto di insopportabile sopraffazione e una mancanza di rispetto.

 


Gioco d’azzardo: arriva il numero verde in aiuto alle persone in difficoltà

Parte dal prossimo 2 ottobre l’attivazione del Telefono verde nazionale per le problematiche legate al gioco d’azzardo (Tvnga). Il numero verde 800558822 coprirà l’intero territorio nazionale e sarà attivo in via sperimentale fino al 31 marzo 2018

28 settembre 2017

ROMA – Parte dal prossimo 2 ottobre l’attivazione del Telefono verde nazionale per le problematiche legate al gioco d’azzardo (Tvnga). Il numero verde di aiuto 800558822 coprira’ l’intero territorio nazionale, sara’ attivo in via sperimentale fino al 31 marzo 2018 e garantira’ sostegno dal lunedì al venerdì, dalle 10 alle 16, alle persone in difficoltà con il gioco d’azzardo. L’iniziativa rientra nel piano in tre mosse, ricerca, formazione e informazione, ideato e finanziato a gennaio 2016 dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli (Adm) e affidato nella sua realizzazione al Centro nazionale Dipendenze e Doping dell’Istituto superiore di Sanità (Iss) per conoscere meglio e fronteggiare le problematiche connesse al gioco d’azzardo, soprattutto nel suo possibile impatto sulla salute di soggetti vulnerabili.”Il numero verde rappresenta un servizio prezioso che informa sulle strutture sanitarie a disposizione delle persone in difficoltà nella relazione con il gioco d’azzardo- spiega Alessandro Aronica, vicedirettore dell’Agenzia Dogane e Monopoli- Tra l’altro il servizio consentirà anche di arricchire il quadro informativo del giocatore problematico.Questa iniziativa testimonia della volontà comune di guardare al settore del gioco in una logica unitaria, con la massima concreta attenzione anche ai profili sanitari, per prevenire e contenere i rischi nell’ambito di un approccio regolato e non proibizionista. Tutto il progetto di collaborazione avviato gia’ due anni orsono tra i Monopoli e l’Iss va in questa direzione”.

Commenta Walter Ricciardi, presidente dell’Iss: “Questo telefono verde si aggiunge ai servizi al pubblico che l’Istituto offre su temi di valenza sociosanitaria testimoniando concretamente il legame diretto che da sempre abbiamo con i cittadini. Si tratta, inoltre di un osservatorio importante per monitorare le problematiche e i bisogni sanitari legati al giocatore problematico. Con il Tvnga abbiamo anche l’opportunità di collegare la richiesta di assistenza con l’offerta sanitaria disponibile sul territorio. Con l’intero progetto vogliamo inoltre fornire conoscenze validate scientificamente per contrastare gli aspetti problematici correlati al gioco d’azzardo”.

Il Tvnga si rivolgerà ai cittadini dando informazioni su tutte le risorse territoriali eventualmente presenti e dedicate, quali i servizi sanitari deputati al trattamento del disturbo da gioco d’azzardo, i servizi in grado di gestire le problematiche socio-economiche e/o legali legate all’indebitamento, nonché i Numeri Verdi Regionali dedicati alla tematica. Il servizio si rivolgerà anche agli operatori socio-sanitari con l’intento di agevolare lo sviluppo di un network tra i servizi che si occupano del trattamento del disturbo da gioco d’azzardo e di favorire la loro visibilità grazie anche all’utilizzo della piattaforma sviluppata da Iss e a loro dedicata che consente il censimento e l’aggiornamento continuo delle informazioni relative alle attività svolte e alle prestazioni erogate. Infine, il Tvnga sarà a disposizione anche degli operatori di gioco che troveranno un sostegno adeguato per affrontare situazioni di particolare problematicità socio-sanitaria. (DIRE)

da  Redattore Sociale


28 set 2017

Le donne per strada contro la violenza, per l’aborto sicuro

 

Due appuntamenti. Il primo, il 28 settembre, è la giornata mondiale per un aborto sicuro. L’altro è il 30 settembre, l’appello contro la violenza viene dalla Cgil

Bia Sarasini • 27/9/2017 •

Le donne sono per strada, questa settimana. Ottima notizia, perché come diceva uno striscione a Firenze, dopo la violenza denunciata da due ragazze americane da parte di due carabinieri, «Le strade sono libere quando le donne le attraversano».

Due appuntamenti. Il primo, il 28 settembre, è la giornata mondiale per un aborto sicuro, una data preparata da tempo per combattere contro i mille ostacoli a una pratica dell’aborto che garantisca la libertà di scelta e l’autodeterminazione delle donne.

In Italia l’appello è stato rilanciato da NonUnaDiMeno, la sigla che raccoglie associazioni, gruppi, movimenti e che dal 2016 ha portato anche in Italia una nuova ondata del movimento femminista, coinvolgendo e mescolando le generazioni, e anche i generi. Non pochi gli uomini e i ragazzi che partecipano.

L’altro appuntamento è per sabato 30 settembre, l’appello contro la violenza viene dalla Cgil, è stato lanciato qualche giorno fa dalla segretaria Susanna Camusso e firmato da donne diverse e con storie diverse, istituzionali e di movimento, si prevedono appuntamenti nelle diverse città.

È necessaria, la voce delle donne. Quella che nessuno raccoglie e amplifica, proprio mentre dalla metà estate abbiamo assistito sia a un crescendo di violenze, tra stupri e femminicidi, sia a un dilagare nei media di commenti benpensanti, tutti concordi nel vedere nella libertà delle donne, il problema.

Per questo NonUnaDiMeno intitola la manifestazione “ve la siete cercata”. Provocatorio, mirato a chi sembra ritenere che con un po’ di prudenza, tante aggressioni sarebbero risparmiate.

Il 28 settembre è l’occasione per fare il punto, anche in Italia, sulla possibilità di abortire. Un diritto che è garantito dalla legge 194, ma negato nei fatti. La media nazionale del 70% di medici obiettori lo rende di fatto molto difficile.

«Una delle forme di violenza che viene agita ogni giorno contro le donne» dice NonUnaDiMeno. Le manifestazioni saranno in decine di città italiane, da Roma a Genova, da Venezia a Pompei, da Torino a Milano, Bari Taranto Lecce. C’è una mappa disponibile sul sito.

Flashmob, raduni, cortei. A Roma l’appuntamento è a Piazza Esquilino alle 18, a Milano al Pirellone. Annunciano partecipazione insieme a proprie iniziative molte organizzazioni, dall’Arci alle diverse Cgil.

In Italia, vista la cronaca di questi giorni, il discorso sulla violenza si allarga.

Uno stupro è uno stupro, dice il documento di NonUnaDiMeno: «Rifiutiamo la retorica su cui si fonda: il “destino biologico” di fragilità e inferiorità a cui saremmo naturalmente assegnate. È questo che vogliono farci credere nelle corsie degli ospedali, quando schiere di obiettori ci impediscono di scegliere quando, come e se diventare madri. È questo che ci ripetono nelle aule dei tribunali, quando nei processi per stupro diventiamo noi le imputate, o quando non possiamo decidere se procedere o meno contro il nostro stalker. È questo che scontiamo senza indipendenza economica, con i salari più bassi dei nostri colleghi, con le molestie sul lavoro, con la cura della famiglia sempre più sulle nostre spalle».

E mentre si scende in strada, le violenze non si fermano. Ancora una ragazza spagnola per l’Erasmus a Rimini, ha denunciato lo stupro da parte di un italiano mentre era in stato di ubriachezza.

Eppure sono tanti gli uomini, a cominciare dal presidente del Senato Pietro Grasso, che si sentono coinvolti. E chiedono scusa.

Anche moltissimi ragazzi, che dicono apertamente – per esempio sui social – quanto siano inconcepibili rapporti con ragazze semi-inconscienti. Una bella differenza dai tempi in cui il manuale del seduttore prevedeva il far bere la preda.

Anche l’appello promosso dalla Cgil punta il dito sui rimproveri che vengono mossi alle donne. Non c’è dubbio che sia necessaria tutta la forza femminile possibile. In strada, in tante, con voci plurali. Del resto, non c’è un luogo sicuro. La maggior delle violenze è domestiche. E solo un uomo su 4 che fa violenza è straniero.

Aborto legale e sicuro. Libere di scegliere, senza sottostare a imperativi sociali.

FONTE: Bia Sarasini, IL MANIFESTO


Gioco d’azzardo: arriva il numero verde in aiuto alle persone in difficoltà

Parte dal prossimo 2 ottobre l’attivazione del Telefono verde nazionale per le problematiche legate al gioco d’azzardo (Tvnga). Il numero verde 800558822 coprirà l’intero territorio nazionale e sarà attivo in via sperimentale fino al 31 marzo 2018

28 settembre 2017

ROMA – Parte dal prossimo 2 ottobre l’attivazione del Telefono verde nazionale per le problematiche legate al gioco d’azzardo (Tvnga). Il numero verde di aiuto 800558822 coprira’ l’intero territorio nazionale, sara’ attivo in via sperimentale fino al 31 marzo 2018 e garantira’ sostegno dal lunedì al venerdì, dalle 10 alle 16, alle persone in difficoltà con il gioco d’azzardo. L’iniziativa rientra nel piano in tre mosse, ricerca, formazione e informazione, ideato e finanziato a gennaio 2016 dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli (Adm) e affidato nella sua realizzazione al Centro nazionale Dipendenze e Doping dell’Istituto superiore di Sanità (Iss) per conoscere meglio e fronteggiare le problematiche connesse al gioco d’azzardo, soprattutto nel suo possibile impatto sulla salute di soggetti vulnerabili.”Il numero verde rappresenta un servizio prezioso che informa sulle strutture sanitarie a disposizione delle persone in difficoltà nella relazione con il gioco d’azzardo- spiega Alessandro Aronica, vicedirettore dell’Agenzia Dogane e Monopoli- Tra l’altro il servizio consentirà anche di arricchire il quadro informativo del giocatore problematico. Questa iniziativa testimonia della volontà comune di guardare al settore del gioco in una logica unitaria, con la massima concreta attenzione anche ai profili sanitari, per prevenire e contenere i rischi nell’ambito di un approccio regolato e non proibizionista. Tutto il progetto di collaborazione avviato gia’ due anni orsono tra i Monopoli e l’Iss va in questa direzione”.

Commenta Walter Ricciardi, presidente dell’Iss: “Questo telefono verde si aggiunge ai servizi al pubblico che l’Istituto offre su temi di valenza sociosanitaria testimoniando concretamente il legame diretto che da sempre abbiamo con i cittadini. Si tratta, inoltre di un osservatorio importante per monitorare le problematiche e i bisogni sanitari legati al giocatore problematico. Con il Tvnga abbiamo anche l’opportunità di collegare la richiesta di assistenza con l’offerta sanitaria disponibile sul territorio. Con l’intero progetto vogliamo inoltre fornire conoscenze validate scientificamente per contrastare gli aspetti problematici correlati al gioco d’azzardo”.

Il Tvnga si rivolgerà ai cittadini dando informazioni su tutte le risorse territoriali eventualmente presenti e dedicate, quali i servizi sanitari deputati al trattamento del disturbo da gioco d’azzardo, i servizi in grado di gestire le problematiche socio-economiche e/o legali legate all’indebitamento, nonché i Numeri Verdi Regionali dedicati alla tematica. Il servizio si rivolgerà anche agli operatori socio-sanitari con l’intento di agevolare lo sviluppo di un network tra i servizi che si occupano del trattamento del disturbo da gioco d’azzardo e di favorire la loro visibilità grazie anche all’utilizzo della piattaforma sviluppata da Iss e a loro dedicata che consente il censimento e l’aggiornamento continuo delle informazioni relative alle attività svolte e alle prestazioni erogate. Infine, il Tvnga sarà a disposizione anche degli operatori di gioco che troveranno un sostegno adeguato per affrontare situazioni di particolare problematicità socio-sanitaria. (DIRE)

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La legge sullo Ius soli e una resa senza nobiltà

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di Mario Calabresi

 

La Repubblica, 28 settembre 2017

 

Hanno vinto la propaganda della Lega, la furbizia di Grillo e Di Maio, le paure e le mistificazioni. Hanno perso ottocentomila ragazzi, la politica che ha il coraggio di scegliere e uno scampolo di idea che si poteva ritenere di sinistra, ma perfino di centro.

Chiamiamo le cose con il loro nome, senza giri di parole o finzioni: hanno vinto la propaganda della Lega, la furbizia di Grillo e Di Maio, le paure e le mistificazioni. Hanno perso ottocentomila ragazzi, la politica che ha il coraggio di scegliere e uno scampolo di idea che si poteva ritenere di sinistra, ma perfino di centro.

Certo la legge è stata affondata da Angelino Alfano e dal suo piccolo partito, in cerca di una casa che garantisca di poter sedere ancora al tavolo del potere nella prossima legislatura. Ma questo è successo anche perché il Partito democratico non è stato capace di indicare le proprie priorità a un alleato che ha incassato enormemente più di quanto valga (basti pensare alle poltrone ministeriali collezionate da Alfano, al cui confronto impallidiscono persino i big della Prima Repubblica).

La legge che dava la cittadinanza ai bambini nati in Italia da genitori stranieri che avessero un regolare permesso di soggiorno (da almeno 5 anni) non verrà approvata in questa legislatura ed è rinviata a un futuro indefinito. Un futuro però che possa garantire ai politici la sicurezza di non indisporre nessuno e di non rischiare nulla.

Sfruttando l’occasione del voto tedesco, Alfano ha coniato una frase di cui pareva molto orgoglioso: “Una cosa giusta fatta al momento sbagliato può diventare una cosa sbagliata”. E allora meglio fare direttamente una cosa sbagliata: arrendersi alla Lega, nella convinzione di poter conquistare qualche voto. Un gigantesco abbaglio. Alfano, che pretenderebbe di rivolgersi a un elettorato cattolico, e il partito di Matteo Renzi non portano a casa un solo voto in più da questa vicenda, anzi perderanno quelli di chi si chiede dove sia finito il coraggio delle proprie idee e convinzioni.

A luglio, quando la legge venne rinviata, si disse che non la si poteva approvare in un momento in cui i migranti sbarcavano in massa sulle nostre coste (stabilendo un legame tra le due cose che non ha fondamento), così venne messa in campo la strategia di Marco Minniti per fermare i flussi dall’Africa e insieme paure e ansie. Gli sbarchi sono crollati, il ministro dell’Interno ha varato un piano di diritti e doveri per i rifugiati, ma ora crolla il patto politico che voleva tenere insieme sicurezza e integrazione. Integrazione, in questo caso, non di chi è arrivato con i gommoni degli scafisti ma di chi è nato e cresciuto in Italia.

Quello che è successo è il perfetto segno dei tempi, quello in cui le grida degli ultrà vincono sulla razionalità e il buon senso, quello in cui si mescolano i piani e ci si piega alle generalizzazioni. Come ha ben spiegato su questo giornale Ilvo Diamanti, il tema immigrazione sale in cima alle preoccupazioni degli italiani ogni volta che ci sono le elezioni, sarà un caso o il frutto di una propaganda elettorale avvelenata?

Ed è un segno dei tempi pensare anche di cancellare i problemi rimuovendoli. Domenica scorsa Ernesto Galli della Loggia ha messo in evidenza sul Corriere della Sera perplessità e dubbi sullo Ius soli, mettendo al centro le difficoltà culturali dell’integrazione dei musulmani – che sarebbero comunque solo un terzo dei beneficiati dalla legge – oltre che la possibilità di mantenere una doppia cittadinanza (non si capisce perché sia lecito e pacifico poter avere il passaporto italiano e quello statunitense ma sospetto mantenere quello marocchino o senegalese).

È chiaro che i problemi esistono, come sottolinea Galli della Loggia, di fronte a culture e comunità che non riconoscono alle donne gli stessi diritti degli uomini, ma allora la soluzione è negare la cittadinanza alle bambine che a 12 anni vengono rispedite nei loro Paesi per i matrimoni combinati o che non possono andare all’università anche se sono molto più brave dei loro fratelli? La soluzione è arrendersi di fronte a mentalità arretrate o difendere quelle bambine con una cittadinanza che permetta di integrarle e far progredire le loro comunità? Arrendersi alla chiusura di quelle comunità, che vivono e continueranno a vivere nelle nostre città, è l’errore più grande che possiamo fare e che complicherà il nostro futuro. Abbiamo sprecato un’occasione gigantesca, reso inutile un finale di legislatura che poteva provare ad essere nobile e accettato di perdere la partita rinunciando a giocarla.

 


Cittadinanza, delusione e rabbia per il rinvio. “Opportunismo elettorale”

Da Amnesty International a Caritas e Arci sdegno delle associazioni: solo una strumentalizzazione politica sulla vita dei bambini, Paese è pronto. E il movimento italiani senza cittadianza torna in piazza il 13 ottobre: “Devono venircelo a dire in faccia che non la votano”

28 settembre 2017  da  Redattore Sociale

ROMA – C’è chi parla apertamente di un “opportunistico calcolo elettorale”, chi di passo indietro e di “strumentalizzazione”, chi si dice, nonostante tutto, deciso ad andare avanti nella battaglia. Di certo, quello che si respira nelle associazioni che in questi anni hanno portato avanti la campagna per riformare la legge 91/92 sull’acquisizione della cittadinanza, è un clima di profonda delusione. Dopo anni di annunci, infatti, il ddl di riforma era arrivato all’ultimo miglio: nell’ottobre 2015 c’era stata l’approvazione alla Camera e la promessa che il testo non sarebbe stato toccato. Ora mancava solo l’ok del Senato. Che non ci sarà, almeno non in questa legislatura. Lo ha detto chiaramente il ministro degli Esteri Angelino Alfano, chiudendo la porta definitivamente alla possibilità di chiedere la fiducia sul provvedimento. “Lo Ius soli è una cosa giusta – ha detto -. Votarla nel momento sbagliato ne farebbe però una cosa sbagliata e un regalo alla Lega”. La sottosegretaria Maria Elena Boschi ha ribadito che ora non ci sono i numeri, sulla stessa scia anche la ministra della Salute, Beatrice Lorenzin, che parla di una riforma da fare nella prossima legislatura, perché ora non verrebbe compresa.Italiani senza cittadinanza: “Non ci fermiamo, dovranno dirlo in faccia ai bambini che non vogliono votarla”. Tra le reazioni più forti contro la ritirata del governo sulla legge c’è quella del movimento Italiani senza cittadinanza, formato dai ragazzi di seconda generazione: “Sia chiaro a tutti che noi Italiani senza cittadinanza andiamo avanti – hanno scritto in un lungo post su Facebook -. Siamo combattivi e pronti, perché noi restiamo, sempre. Vinciamo ogni giorno, l’Italia di oggi migliore vince ogni giorno. Non votare la riforma della cittadinanza è da adulti irresponsabili. Gli alunni e alunne d’Italia, anche senza passaporto italiano, sono già il meglio che possiamo desiderare per il nostro Paese. Sono la forza, la speranza, il seme del miglioramento, a differenza degli adulti che siedono oggi in Parlamento e che invece rappresentano l’arretramento, la vigliaccheria, rimandando la riforma e continuando a rinviare le vite di un milione di noi”. Poprio per protestare contro il rinvio, il movimento ha organizzato un sit in il 13 ottobre prossimo, anniversario dell’approvazione alla Camera. Saranno a piazza Montecitorio, perché gli è stato vietato di manifestare vicino al Senato. “ Faremo diventare quella la piazza della cittadinanza in occasione del Cittadinanza day. Noi ci saremo, sfidiamo parlamentari e ministri a venirci a dire in faccia che la riforma non la vogliono votare. A venire in piazza a guardare negli occhi i bambini e bambine e dire che la loro vita vale meno di quella degli altri. Perché noi su questo non siamo d’accordo. E lo continueremo a dimostrare”.

Forti (Caritas): “Questione strumentalizzata, Italia è un paese maturo stritolato da interessi politici”. Oliviero Forti, responsabile immigrazione di Caritas italiana parla di una strumentalizzazione del tema. “L’Italia è un Paese maturo per un passo di civiltà, ma oggi siamo stritolati da interessi di natura politica” che hanno prodotto “un passo indietro” – ha detto a margine della presentazione della Campagna “Share the journey” (Condividiamo il viaggio). “Finora nessuno è stato in grado di porre la questione come cruciale per il Paese – ha detto -. La norma era oramai pronta ma non si ha il coraggio di portarla all’approvazione definitiva”.

Arci: “Solo calcolo elettorale sulla vita di questi bambini”. “Non è il momento adatto. Per il ministro Alfano approvare o meno la riforma della cittadinanza è legato unicamente a opportunistici calcoli elettorali, più chiaramente di così non poteva dirlo – sottolinea l’Arci – Ci sono le elezioni siciliane alle porte e fra qualche mese le politiche: rischiare di perdere voti a destra il partitino di Alfano non se lo può permettere e quindi chi se ne importa se sono quasi un milione i bambini e ragazzi di origine straniera che da anni aspettano questa legge per diventare italiani di diritto e non sentirsi più ospiti in quello che ormai è il loro Paese”. L’Arci, che è tra i promotori della campagna L’Italia sono anch’io, ricorda che il  momento adatto però il Senato non l’ha mai trovato nei quasi due anni da che la legge è stata approvata dalla Camera. “Né, in verità, le altre forze di maggioranza, a partire dal Pd,  hanno mai battuto i pugni sul tavolo per portare la legge alla discussione dell’Aula – continua la nota -L’avevamo detto prima della pausa estiva che se si fosse superato il mese di luglio per calendarizzarla si sarebbe fatto un grandissimo favore a chi questa legge non la vuole. Ma noi continueremo a mettere il Parlamento e il Governo di fronte alle sue responsabilità”.

Amnesty: “Non c’è un momento sbagliato quando in gioco ci sono i diritti”. Molto dura la posizione anche di Amnesty International. “Da giorni parlamentari e ministri si esprimono sull’inopportunità di procedere, in questa Legislatura, alla discussione sulla proposta di riforma della cittadinanza. Assistiamo con profondo rammarico a questo cedimento rispetto all’esigenza, davvero non più rinviabile, di riconoscere il diritto di avere la cittadinanza del paese in cui si cresce e si studia e di cui si apprendono lingua e cultura”, dichiara Antonio Marchesi, presidente di Amnesty International Italia.“Non è la prima volta che, su questioni di diritti umani, le istituzioni italiane invece di assumere iniziative coraggiose, tentennano, adducendo di volta in volta ragioni legate a vantaggi e svantaggi elettorali o alla presunta impopolarità dell’argomento in discussione”, aggiunge Marchesi.“Non c’è mai un momento sbagliato quando sono in gioco i diritti umani. Di sbagliato, è il ragionamento basato sulla convenienza politica”, ha concluso Marchesi. (ec)

 


27 set 2017

Femminicidi: 149 donne uccise nel 2016, 3 su 4 in famiglia

Elaborazioni Istat sui dati del ministero dell’Interno. Se si esamina la relazione autore/vittima, di quei 149 omicidi di donne nel 2016, quasi 3 su 4 sono stati commessi nell’ambito familiare: 59 donne sono state uccise dal partner, 17 da un ex partner e altre 33 da un parente

27 settembre 2017

ROMA – Secondo le elaborazioni Istat sui dati del ministero dell’Interno, sono state 149 le donne vittime di omicidi volontari nel 2016 in Italia. Se si esamina la relazione autore/vittima, di quei 149 omicidi di donne nel 2016, quasi 3 su 4 sono stati commessi nell’ambito familiare: 59 donne sono state uccise dal partner17 da un ex partner e altre 33 da un parente. Questi alcuni dei dati presentati da Giorgio Alleva, presidente dell’Istituto nazionale di statistica (Istat) in audizione alla Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio, nonché su ogni forma di violenza di genere.
Nell’ultimo decennio, in Italia, la quota di omicidi avvenuti in ambito familiare ha oscillato da un minimo del 63% (62,7%) nel 2010 ad un massimo del 77% nel 2014, per poi scendere al 73,2% nel 2016. “Le differenze di genere sono sostanziali – spiega Alleva – sempre nel 2016, i maschi vittime di omicidio sono 251 e tra questi 40, il 16% circa (15,9%), sono stati uccisi nell’ambito delle relazioni familiari”.La costante riduzione del numero di omicidi registrata negli ultimi decenni “ha riguardato principalmente individui di sesso maschile“, segnala il presidente Istat. Gli uomini vittime di omicidio sono passati da 4 a 0,9 ogni 100 mila (tra il 1992 e il 2015, secondo i dati dell’indagine Cause di morte per la quale disponiamo di una serie storica lunga), mentre per le donne il tasso è sceso da 0,6 a 0,4.
“Sebbene, quindi, per i maschi l’incidenza degli omicidi si mantenga tuttora nettamente maggiore (circa doppia) rispetto alle donne, i progressi sono stati molto visibili”, rileva Alleva. Per le donne, “che partivano da una situazione molto più favorevole – aggiunge – la diminuzione nel tempo ha invece seguito ritmi molto più lenti ed è riconducibile ad una riduzione del numero di vittime da autore ad essa sconosciuto o non identificato piuttosto che a un calo delle vittime in ambito familiare”.
“Dal punto di vista dell’analisi, possiamo affermare che i femminicidi non sono che la forma più estrema di violenza di genere – valuta Giorgio Alleva, presidente dell’Istat, in audizione alla Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio -. La violenza contro le donne è un fenomeno di difficile misurazione, perché si sviluppa soprattutto negli ambienti più familiari, dove una donna dovrebbe sentirsi più sicura e dove può trovarsi ad affrontare in solitudine una situazione che la vede opposta a familiari o persone vicine”.

Con l’indagine del 2014 Istat ha stimato che nel corso della propria vita poco meno di 7 milioni di donne tra i 16 e i 70 anni (6 milioni 788 mila), quasi una su tre (31,5%), hanno subito una qualche forma di violenza fisica o sessuale, dalle forme meno gravi come lo strattonamento o la molestia a quelle più gravi come il tentativo di strangolamento o lo stupro.
Per quanto riguarda, in particolare, la violenza sessuale, si stimano 4 milioni e mezzo di donne vittime di una qualche forma (realizzata o tentata) di violenza sessuale nel corso della propria vita. In più di un milione di casi (1 milione e 157mila) si è trattato delle forme più gravi: stupro (3,0%; 652 mila) e tentato stupro (3,5%; 746 mila).

I partner attuali o gli ex sono prevalentemente gli autori delle violenze più gravi. 2 milioni e 800 mila donne sono state vittime delle loro violenze: si tratta di poco più del 5% delle donne con un partner attuale (5,5%, 855 mila) e di quasi il 20% delle donne che hanno avuto un partner nel passato (18,8%, 2 milioni e 44 mila). In particolare, sono gli autori di quasi il 63% degli stupri (62,7%) e più in generale di oltre il 90% (90,6%) dei rapporti sessuali indesiderati vissuti dalla donna come violenza.
I dati ricordati da Giorgio Alleva, presidente dell’Istat, alla Commissione femmincidio mostrano come “più di una donna su tre vittima della violenza del partner ha riportato ferite, lividi, contusioni o altre lesioni (37,6%). Circa il 20% è stata ricoverata in ospedale a seguito delle ferite riportate, e più di un quinto di coloro che sono state ricoverate ha avuto danni permanenti”.

La violenza non si ferma neanche nel corso di una gravidanza: in poco meno di 1 caso su 4 (23,4%) le violenze sono diminuite, mentre per il 7,5% delle donne sono addirittura aumentate e per l’8,5% iniziate.
Tra le donne straniere vittime di violenza da parte del partner, la quota di coloro che riportano ferite arriva a sfiorare il 45% (44,6%), con una maggiore incidenza di ricoveri (il 23,1% contro il 18,9% delle italiane).
In generale, la quota di straniere che dichiara di aver subito violenza fisica o sessuale è pressoché identica a quella delle donne italiane (31,3% – 644 mila donne, contro 31,5% – 6 milioni 144 mila donne). Si attestano sopra la media le donne moldave, che superano il 35 per cento (37,3%), le romene (33,9%) e le ucraine (33,2%), mentre le percentuali sono più basse della media fra le donne marocchine (21,7%), albanesi (18,8%) e cinesi (16,4%).

Per quel che riguarda il trattamento che le donne vittime di violenza da parte del partner ricevono quando si rivolgono a un ospedale o al pronto soccorso, “una vittima italiana su tre ha dichiarato che il personale sanitario ha minimizzato, se non addirittura non raccolto la testimonianza di violenza subita“, prosegue Giorgio Alleva. La quota scende a meno di una su cinque nel caso delle vittime straniere (il personale sanitario “ha fatto finta di niente” nel 33,6% dei casi con vittima italiana contro il 18% dei casi con vittima straniera).

Le straniere, inoltre, sono più spesso consigliate di sporgere denuncia (59% contro 31,2%) e accompagnate nel cammino di emersione della violenza, probabilmente anche in virtù del fatto che la loro rete sociale di riferimento è più ristretta di quella delle italiane. “Questo differente trattamento non sembrerebbe però essere dovuto alla maggiore gravità della violenza subita dalle straniere”, segnala Alleva. Prendendo, per esempio, solo le donne vittime di violenza ad alta gravità (schiaffi, calci e pugni, tentativi di strangolamento, soffocamento, minaccia o uso di armi, più violenza sessuale), il percorso di denuncia è consigliato ad una quota quasi doppia di straniere rispetto alle italiane (33% contro il 64%).

Costo economico, pubblico e privato, della violenza. Per quel che riguarda i costi diretti della violenza, tra le vittime, una quota di poco inferiore al 15% (14,3%) ha dovuto sostenere spese per cure mediche e psicologiche presso strutture private, spese per farmaci (18,6%), spese legali (12,3%) e per danni a proprietà (5%). Molte si sono dovute assentare dal lavoro e hanno avuto difficoltà a gestire le attività quotidiane (rispettivamente 5,7% e il 6,7%), nella maggior parte dei casi per più di 10 giorni.
“A questi costi diretti naturalmente vanno aggiunti i costi economici legati alle prestazioni sanitarie ricevute nel pubblico, ai servizi erogati dai centri antiviolenza, agli interventi della polizia e del sistema giudiziario, nonche’ i costi sociali indiretti sugli figli e sulla famiglia delle donne abusate e sull’intera societa’, per esempio in termini di minor contributo al sistema produttivo”, conclude Alleva. (DIRE)

da  Redattore Sociale


16 set 2017

Ius soli. I primi attori e i comprimari della paura

 

 La squallida vicenda parlamentare della legge sullo Jus soli ha molti piccoli padri (piccoli in tutti i sensi, anzi piccini) e una sola grande madre, la Paura. Una paura pervasiva, sorda, velenosa che ha serpeggiato per tutta l’estate sotto la pelle del paese, si è gonfiata a dismisura, è cresciuta su se stessa sull’onda dei telegiornali e sulle prime pagine dei quotidiani, dei proclami dell’opposizione e degli atti di governo, operando come un contagio contro cui non sembra esserci vaccino che tenga. Ebbene lo confesso. Anch’io ne sono stato contaminato. Anch’io ho paura.

Non di quello di cui sembrerebbe che tutti dovrebbero averne per esser conformi alla vogue mediatica. Non del migrante, del negro, dello straniero, del pericolo che viene da fuori. Ho paura del morbo che viene di dentro. Ho paura di quanti – e sono tanti – alimentano quella paura, degli spregiudicati imprenditori delle fabbriche della paura, che mobilitano persino il batterio della malaria al servizio del proprio odio etnico e politico. E di quanti la cavalcano, quella paura, per qualche pugno di voti, da conquistare o da non perdere. Ho paura dei Salvini e dei Minniti, dei Sallusti e degli Esposito. Di chi apre le cataratte della peggiore demagogia xenofoba e di chi si presenta come olimpico custode di una legalità formale umanamente insostenibile. Ho paura di un partito che si definisce “democratico” nel suo stesso nome e sacrifica un principio umano fondamentale sull’altare di una lesionata maggioranza. Ho paura di una diplomazia che seleziona i propri alleati tra i peggiori aguzzini libici, pur di scaricare su di loro il lavoro sporco. Ho paura della violenta ipocrisia che ne emana.

HO PAURA anche del mio prossimo. Di ciò che siamo diventati: dell’anziana pensionata che a Ventimiglia, affacciata alla finestra della propria casa al pianterreno, aspetta tutti i giorni il passaggio della volontaria di Intersos che assiste l’umanità dolente accampata sul greto del torrente, per insultarla. Degli anonimi vicini che tagliano di notte le gomme dell’auto a chi presta ospitalità ai migranti. Dell’uomo in malarnese, forse un disoccupato o un cassintegrato, che mi guarda storto se sulla porta del supermercato scambio un sorriso col senegalese in attesa, e gli affido il carrello perché ne ricuperi l’euro…

Mi spaventa, soprattutto, l’impressionante permeabilità del nostro immaginario (collettivo e individuale”) all’operazione mentale che ha portato a trasformare la migrazione da problema in ossessione (in nuovo “pensiero unico”), forzandone parossisticamente le dimensioni percepite (l’”invasione”!) e facendola esplodere nell’agenda politica. Perché di una vera e propria “operazione mentale” – o sul mentale – si tratta, a cui stanno lavorando tutti e tre i principali attori politici, quelli d’opposizione con l’intenzione di quotare alla propria borsa la paura come arma di delegittimazione di massa del governo, e quello di governo, per quotare alla propria borsa la promessa la securizzazione del fenomeno e il monopolio del controllo della paura.

UN’OPERAZIONE – possiamo aggiungere -, non nuova, paragonabile ad altre, che negli ultimi decenni hanno trasformato le linee di fondo del nostro sistema politico: quella che nella prima metà degli anni Novanta ha segnato la fine della Prima Repubblica e del suo sistema dei partiti (di massa), e quello che alla fine del primo decennio del secolo ha posto fine al tendenziale bipolarismo della Seconda Repubblica. Entrambi strutturate sullo stesso meccanismo che portava a far deflagrare un aspetto reale ma particolare fino a totalizzarlo e fargli occupare l’intero campo della discussione e dell’azione pubblica: nel primo caso si trattò della corruzione, nel secondo dello spread e della crisi del debito. Ora tocca ai migranti. E c’è davvero il rischio, reale, realissimo, che su questo tema ad alta potenzialità emotiva, se non si riuscirà a disinnescarla quella carica, si strutturi tutta la prossima campagna elettorale, piegando ad esso il profilo delle forze politiche e dell’azione istituzionale, in una rincorsa a chi con maggior clamore sfida e travalica il confine tra umano e inumano, nella ricerca di consenso.

MA DISINNESCARE quella carica esplosiva non è cosa facile. Non basta contrapporre al trionfo dell’inumano il racconto umanitario per dissolverla. Né il richiamo edificante a una solidarietà triturata e massacrata nella deriva individualistica che per decenni ci ha riconfigurati. La “malattia” è di sicuro “mentale”, ma ha una solida base materiale. La paura che si fa ostilità verso l’altro ha le sue radici nel processo di deprivazione, di perdita, di marginalizzazione e di precarizzazione dell’esistenza che ha sfarinato la nostra società. Nell’esercito di declassati, falcidiati nel reddito, umiliati nello status, smarriti nella dissoluzione dell’identità professionale o sociale, nella sensazione di essere stati abbandonati, sacrificati, dimenticati. È nella rabbia dell’”uomo dimenticato” e della frustrazione dell’indebitato e del fallito, che si annida la “malattia mentale” della paura dell’altro, dell’invasione, dello straniero… «Chi è sradicato sradica» scriveva Simone Weil a proposito della catastrofe mentale consumatasi entre deux guerres. Potremmo riadattarne il senso dicendo che «Chi è deprivato depriva»… E suona a beffa feroce che i responsabili di quella deprivazione, chi dal governo (centro-destra o centro-sinistra) ha contribuito con le proprie scelte sciagurate, d’austerità e di privilegio, a produrre quella deprivazione di massa, oggi tenti di usare quella stessa massa di deprivati – quei “penultimi” infuriati – per trarne consenso a danno degli ultimi tra gli ultimi.

È a quei “penultimi” che dovrebbe guardare una sinistra che si volesse adeguata alla sfida, per difenderne con le unghie e con i denti reddito, status e garanzie, se non si vuole che sull’altare dei loro diritti sociali offesi sacrifichino fin anche i diritti umani degli altri e di tutti.

FONTE: Marco Revelli, IL MANIFESTO


15 set 2017

Con un cinico gioco delle parti il Senato affossa lo ius soli

 

 

di Filippo Miraglia, vicepresidente nazionale Arci

 

index.jpegI dati pubblicati su Repubblica, commentati da Ilvo Diamanti, frutto di una ricerca di Demos in collaborazione con Unipolis, evidenziano un calo di consensi consistente nell’opinione pubblica per lo ius soli.

Una tendenza che ha caratterizzato quest’anno, il 2017, e che è stata determinata dalla campagna di odio e di criminalizzazione del mondo dell’immigrazione e della solidarietà.

Una campagna che ha visto come protagonista la destra xenofoba di Salvini, Meloni e quella dei 5 stelle. Ma che ha trovato una sponda nel governo e nel PD, con le scelte legislative (leggi Orlando  Minniti e non solo) e con il tristemente noto Codice delle ONG sui salvataggi in mare.

Una campagna che, come sempre più spesso succede, ha trovato ampio spazio, molto al di là del consenso che ha tra gli italiani e le italiane, negli organi di informazione, alimentando lo spostamento dell’opinione pubblica verso posizioni sempre più razziste.

Se guardiamo le tabelle pubblicate da Repubblica, ci accorgiamo che ancora oggi la maggioranza degli intervistati è a favore dello ius soli (52%) e che tra gli elettori di sinistra e del centro sinistra, questa maggioranza è superiore al 70%. Ci chiediamo allora perché i senatori del PD, il governo e la maggioranza continuino a rimandare il voto sulla riforma della legge 91/1992.

La paura di perdere consensi, che è la vera ragione per la quale il governo non ha ancora deciso, al di là delle dichiarazioni del Presidente del Consiglio e di molti esponenti del partito di Renzi, di chiedere il voto di fiducia sul provvedimento, è ingiustificata. A meno che Renzi e il PD non pensino di strappare su questo tema consensi alla destra.

Il testo in discussione è il prodotto di un accordo fatto proprio con il partito di Alfano e non c’è alcun motivo per rinviare ancora, come purtroppo è stato fatto, peraltro senza indicare una scadenza precisa. Il PD dice che lo vuole approvare ma che la maggioranza non ha i numeri, pensando di salvare in questo modo la faccia. Il ministro Alfano dice che non è il momento perché l’opinione pubblica è contraria, e pensa in questo modo di potersi ritagliare un ruolo nel governo e nel dibattito pubblico.

Si tratta, come del tutto evidente, di un gioco delle parti cinico e irresponsabile.

In ogni caso, l’atteggiamento dilatorio non fa che dare ragione alle destre, rafforzando la loro posizione.

Si tratta di un regalo che si spiega solo con la vigliaccheria di questa classe dirigente e con la mancanza d’intelligenza politica, di lungimiranza e di cultura di governo.

Noi eravamo in piazza il 12 settembre davanti a Montecitorio per chiedere la rapida approvazione della riforma della cittadinanza, e continueremo a portare avanti questa battaglia di civiltà fino all’ultimo giorno di questa legislatura. Lo dobbiamo ai più di 800mila bambini e bambine di origine straniera che frequentano le nostre scuole e alle loro famiglie.

Lo dobbiamo alle centinaia di migliaia di persone che hanno firmato la legge d’iniziativa popolare promossa dalla campagna L’Italia sono anch’io. Lo dobbiamo a noi stessi, ai nostri figli e al futuro di questa incerta democrazia.

Sito Arci 14 settembre 2017


12 set 2017

Migranti. “Mediterraneo tomba dei profughi”

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di Marco Bresolin

 

La Stampa, 12 settembre 2017

 

Rapporto dell’Oim sui flussi: sbarchi dimezzati dal 2016, ma il numero di morti è rimasto lo stesso. Il capo di Frontex: più accordi con Paesi di provenienza. Giovedì a Bruxelles i ministri dell’Interno.

Gli sbarchi diminuiscono, le tragedie continuano. Gli ultimi dati sui flussi migratori, visti nel loro complesso, sono drammatici. Perché se è vero che il numero di arrivi sulle coste europee del Mediterraneo si è dimezzato nei mesi di luglio e agosto rispetto al 2016 (da 52.220 si è scesi a 23.301), il numero di morti è rimasto praticamente identico (288 nel 2016 contro i 283 di quest’anno). Con un balzo ad agosto (151 morti nel 2017: nel 2016 furono 62), che contribuisce ad assegnare al Mare Nostrum il triste primato di rotta più pericolosa al mondo.

Dall’inizio dell’anno, a livello globale, 3.741 persone sono morte nel tentativo di emigrare. Di queste, 2.542 sono state inghiottite dal Mediterraneo. Due su tre. Alle quali andrebbero aggiunti gli altri caduti sulla stessa rotta: 281 nei Paesi nordafricani, 147 nell’Africa Subsahariana e 156 nel Corno d’Africa. Queste le cifre accertate dall’Oim, L’Organizzazione internazionale per le migrazioni, ma in realtà potrebbero essere molti di più.

Calano gli arrivi, ma non per questo va abbassata la guardia. Tra i governi proseguono le trattative per modificare il piano operativo della missione Triton: “Sarà pronto entro due mesi” annuncia il direttore di Frontex, Fabrice Leggeri, anche se è difficile aspettarsi grandi rivoluzioni nella parte che prevede gli sbarchi esclusivamente in Italia. E dopo il vertice a quattro di Parigi, giovedì toccherà ai ministri dell’Interno dei 28 sedersi attorno a un tavolo e trasformare in pratica le buone intenzioni. Entro venerdì i governi europei dovranno comunicare alla Commissione il loro contributo al piano di reinsediamenti, che (teoricamente) porterà in Europa quasi 40 mila rifugiati nel 2018 attraverso i corridoi umanitari. I soldi ci sono, gli Stati devono mettere a disposizione i posti (su base volontaria).

Al Consiglio Affari Interni, secondo la bozza preparata dalla presidenza estone, verrà dato un nuovo impulso al piano di addestramento della Guardia Costiera libica e sarà ribadita l’esigenza di migliorare le condizioni delle comunità locali che si trovano sulle rotte dei migranti. C’è poi la necessità di rafforzare i controlli al confine meridionale libico e di spingere il piano di rimpatri volontari assistiti da Libia e Niger. Serve anche un maggiore impegno nel Trust Fund per l’Africa, che ieri è finito nel mirino dell’Ong “Global Health Advocates”. In un rapporto sull’uso dei fondi, ne viene criticata la cattiva gestione. Troppo improntata all’emergenza anziché ai programmi di lungo termine. “Una strategia – dicono – destinata a fallire”.

L’Europa cerca anche un piano comune sui rimpatri forzati degli “irregolari”. Ieri Leggeri ha spiegato che il numero di quelli effettuati da Frontex è raddoppiato nei primi mesi del 2017: “Abbiamo organizzato 220 voli, per un totale di quasi 10 mila persone. In tutto il 2016 i voli furono 232 per 10.700 migranti”. I rimpatri, però, sono possibili solo se esistono accordi di riammissione con i Paesi di origine. Giovedì i ministri discuteranno anche della necessità di utilizzare la leva dei visti – in senso restrittivo – con gli Stati che non collaborano.