Rassegna stampa

18 Set 2018

Migranti. Rimpatri: nuovi Centri in tre anni senza gara

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di Marco Ludovico

 

Il Sole 24 Ore, 18 settembre 2018

 

Per tre anni i nuovi Cpr (centri per i rimpatri) saranno costruiti con le cosiddette “procedure negoziate” senza fare ricorso alle gare europee. L’accelerazione decisa dal ministro dell’Interno, Matteo Salvini, è una delle ultime novità del decreto legge sull’immigrazione. Insieme a quello sulla sicurezza, i provvedimenti dovrebbero essere approvati al prossimo Consiglio dei ministri.

Resta da risolvere un’incognita non da poco: le obiezioni giuridiche, anche di natura costituzionale, sull’abolizione della protezione umanitaria e la revoca della domanda d’asilo se si commettono una serie di reati. Probabile che anche il Quirinale faccia sentire la sua voce: proprio qualche giorno fa Sergio Mattarella ha incontrato l’alto commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati, Filippo Grandi. Si vedrà a palazzo Chigi la valutazione del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, e del titolare della Giustizia, Alfonso Bonfede. Ma il Viminale e Salvini andranno avanti fino in fondo se possibile.

I cinque permessi – Al posto della protezione umanitaria entrano cinque tipi di “permessi speciali”: per eccezionali calamità naturali, gravi condizioni di salute, meriti al valor civile, sfruttamento lavorativo e violenza di genere. La bozza di decreto poi prevede il gratuito patrocinio in caso di inammissibilità dei ricorsi in Cassazione – migliaia di fascicoli – contro i dinieghi delle domande d’asilo da parte delle commissioni. Nel decreto sicurezza il daspo, divieto di accedere alle manifestazioni sportive, si estende a fiere, mercati e presìdi sanitari e coinvolge anche chi commette reati di terrorismo.

Il Taser sarà utilizzabile anche dalla polizia locale nelle città oltre i 100mila abitanti, i prefetti potranno nominare commissari ad acta nei Comuni infiltrati da illegalità dove non è possibile fare ricorso alla scioglimento. La questione immigrazione resta comunque all’ordine del giorno nonostante gli sbarchi azzerati: 20.777 dall’inizio dell’anno di cui 12.322 dalla Libia, siamo ormai a -90% rispetto all’anno scorso.

Oggi i dirigenti della Polizia di Stato incontrano al Viminale i colleghi tunisini per provare a rivedere le intese già in atto: insufficienti per l’Italia visto che proprio i tunisini sono la nazionalità in testa negli sbarchi con 4.321 persone. E, rende noto il Viminale, 15 tunisini in fase di espulsione su 17 non sono stati riaccompagnati nei Cpr per carenza di posti liberi. Un motivo, quest’ultimo, più che fondamentale secondo l’Interno per giustificare la costruzione di nuovi centri di espulsione con procedure negoziate.

Salvini VS Bruxelles – Nello scenario internazionale invece è ancora scontro tra Salvini e Bruxelles. “Siamo tutti preoccupati” per l’affermazione della Lega in Italia dice il vicepresidente della Commissione, lo slovacco Maros Sefcovic. “L’ennesimo attacco dell’Europa all’Italia, alla Lega, al governo. Gli euroburocrati tacciano” replica il ministro dell’Interno. Il presidente di turno dell’Ue, Sebastian Kurz, lancia a Parigi nell’incontro con Emmanuel Macron la proposta di un summit euro-africano. Mentre da Bruxelles arrivano già voci di “nessun svolta” al vertice di giovedì a Salisburgo. Il vertice è informale, la previsione quasi scontata.

 


Ancora bombe italiane inviate dalla Sardegna per la guerra in Yemen

 

Giorgio Beretta * • 15/9/2018 •

Più di 10 milioni di euro. Per l’esattezza 10.453.696 euro di «armi e munizionamento» esportate lo scorso giugno dalla Sardegna, destinazione Arabia Saudita. È la laconica cifra apparsa nel lungo elenco del database dell’Istat che riporta le esportazioni mensili di ogni prodotto dall’Italia nel mondo. Un dato come un altro, si direbbe. Se non fosse che il primo giugno scorso è entrato in carica il governo Conte, nato dal contratto tra Lega e Movimento 5 Stelle. Gli stessi Cinque Stelle che negli anni scorsi avevano accusato Renzi e Gentiloni di avere «le mani sporche di sangue» per le continue forniture di bombe aeree all’Arabia Saudita.

I micidiali ordigni della serie MK da 500 a 2000 libbre, prodotti a Domusnovas in Sardegna dall’azienda tedesca Rwm Italia, vengono utilizzati dalla Royal Saudi Air Force per bombardare indiscriminatamente lo Yemen. Dal database dell’Istat non è possibile sapere il numero di ordigni esportati a giugno, ma una cosa è certa: sono dello stesso tipo dei quasi 26 milioni spediti lo scorso aprile quando il governo Gentiloni era in carica solo per gli affari correnti. Un bel biglietto da visita per il sedicente il «governo del cambiamento», non c’è che dire.

Forniture già autorizzate in precedenza sulle quali sarebbe stato difficile intervenire? Può darsi. Ma non aspettiamoci che i sauditi vengano a proporre all’Italia nuovi contratti per bombe aeree. Innanzitutto perché il governo Renzi nel 2016 ne ha autorizzato la fornitura per 411 milioni di euro, cioè per 19.675 ordigni. Si tratta di un record storico nell’export di munizionamento militare e l’azienda Rwm non è certo in grado di realizzarlo in un solo anno: è infatti di un contratto pluriennale. Ma soprattutto perché nel frattempo la multinazionale tedesca, attraverso la sua controllata sudafricana Rheinmetall Denel Munition (Rdm) ha aperto, in joint-venture con la Samic, a sud di Riyad uno stabilimento per la produzione non solo di bombe da artiglieria, ma anche di bombe aeree da 500 a 2.000 libbre. Le stesse che la Rheinmetall produce a Domusnovas attraverso la sua controllata.

Ecco perché se il leader del M5S, Luigi Di Maio vuole essere credibile quando annuncia, come ha fatto nei giorni scorsi, di non voler continuare ad esportare armi verso Paesi in guerra, dovrebbe innanzitutto chiarire se intende sospendere i contratti di forniture già autorizzati dai governi precedenti o se si riferisce solo a nuovi futuri contratti. Se, come ha dichiarato ad Avvenire il capogruppo M5S in commissione Esteri, senatore Stefano Lucidi, il Movimento ritiene davvero che «i precedenti governi abbiano violato la legge 185 del 1990 sull’export bellico e ignorato ben tre risoluzioni del Parlamento europeo continuando a vedere bombe all’Arabia Saudita accusata da Onu e Ue di crimini di guerra in Yemen», la prima cosa da fare è sospendere le forniture di bombe a Riyad. Il governo spagnolo nei giorni scorsi aveva annunciato una decisione in questa direzione, per poi fare un clamoroso dietrofront.

Sospendere una fornitura non è indolore. Non tanto per le possibili ritorsioni legali da parte dell’azienda. Soprattutto perché può mettere a rischio nuovi e ben più lucrosi contatti nel settore degli armamenti. Non a caso i governi dei Paesi più autoritari del mondo da alcuni anni chiedono che i contratti militari più rilevanti – che devono sempre essere autorizzati dai governi dei Paesi produttori – vengano stipulati come contratti G2G, cioè direttamente tra governi. Una modalità che tende a favorire soprattutto l’acquirente se il produttore non è in grado di mettere clausole, non solo di tipo economico ma di rispetto dei trattati internazionali in materia di armamenti, che possano permettergli di sospendere o rescindere quel contratto.
C’è però un altro aspetto. Se il governo Conte decidesse anche solo di non autorizzare nuovi contratti con i sauditi sarebbe già un passo rilevante. Perché li bloccherebbe non solo per il nostro Paese ma per tutti i Paesi dell’Ue, ai sensi della Posizione comune 944 del 2008.

* Fonte: Giorgio Beretta IL MANIFESTO

*Osservatorio permanente sulle armi leggere e sulle politiche di sicurezza e difesa di Brescia


16 Set 2018

Il film che fa rivivere Stefano Cucchi commuove in sala

Cinema stracolmi, proiezioni pirata, iniziative spontanee in tutta Italia per vedere «Sulla mia pelle» di Alessio Cremonini

Eleonora Martini * • 16/9/2018

Quei sette minuti di applausi al Festival di Venezia non erano che l’inizio. Uscito il 12 settembre al cinema e contemporaneamente su Netflix, «Sulla mia pelle», il film di Alessio Cremonini prodotto dalla Lucky Red e da Cinemaundici che racconta l’ultima settimana di vita di Stefano Cucchi, quella trascorsa – in agonia – mentre era in carcerazione preventiva sotto la custodia dello Stato, sta riempiendo le sale di tutta Italia e sta dando luogo a fenomeni di massa inaspettati.

«A Milano, Roma, Bergamo, Brescia, Bologna, Parma, Senigaglia, Fano, Riccione, e in molte altre città italiane in questi giorni ci sono state tantissime iniziative spontanee autorganizzate di proiezione del film», riferisce dal proprio profilo Facebook l’associazione «Stefano Cucchi onlus» fondata due anni fa da Ilaria, la sorella del giovane morto il 22 ottobre 2009 nel reparto penitenziario dell’ospedale Sandro Pertini di Roma, una settimana dopo essere stato arrestato per detenzione di stupefacenti da cinque carabinieri che attualmente sono imputati nel processo bis.

«Come associazione non abbiamo fatto nemmeno in tempo a lanciare il progetto “Stefano Cucchi in ogni città” perché di fatto quella che era l’idea di fare iniziative in tutta Italia anche al di fuori del circuito cinema era già partita spontaneamente non appena uscito il film».

Venerdì sera per esempio a Roma il collettivo studentesco «Sapienza pirata», che sfidando i divieti dei produttori ha organizzato all’università una proiezione pirata del film (malgrado Netflix), non si aspettava proprio di vedere arrivare dentro la più antica città universitaria della capitale almeno il triplo del migliaio di spettatori preventivati. Una marea umana di studenti e non solo che straripava dal pratone de La Sapienza e riempiva i vicoli limitrofi come durante le storiche occupazioni. In tanti hanno potuto solo ascoltare l’audio, non trovando posto davanti al maxi schermo. Ma molti ragazzi spiegano che in ogni caso torneranno a vedere il film al cinema, «per non perderci alcun dettaglio – ragiona qualcuno, birra e pizza alla mano – ma anche perché è giusto pagare per un lavoro e una produzione cinematografica che ha mostrato tanto coraggio».

Anche le lacrime che Alessandro Borghi ha versato al termine della presentazione ufficiale a Venezia non erano che l’inizio. Il pubblico nelle sale, e perfino quello scomposto e vociante delle piazze, rimane palesemente commosso e particolarmente silente. Come se quel vuoto, quel dolore e quella solitudine che la splendida interpretazione di Borghi (nei panni di Stefano) restituisce efficacemente fosse penetrata sotto lo strato epidermico di ciascun spettatore. E ammutolisce anche la sensazione di impotenza e di scoramento – che è la stessa che deve aver provato lo stesso Stefano Cucchi, sia pur consapevole di aver commesso un reato – davanti all’impunita violazione del diritto proprio da parte dei rappresentanti dello Stato, e all’omertà che paralizza il corso della vera giustizia.

Quel sospiro di dolore – nitido nella registrazione originale del tribunale che accompagna i titoli di coda – emesso da Stefano Cucchi durante la sua deposizione davanti al giudice che confermerà la custodia cautelare in carcere senza neppure alzare lo sguardo su quel viso pestato a sangue, è un pugno allo stomaco che soffoca.

Venerdì dalla Sapienza è partito un appello a partecipare, il 27 settembre prossimo, ad un sit in davanti a Piazzale Clodio, in occasione della prossima udienza del processo bis durante la quale verranno interrogati i testimoni a difesa degli imputati, i cinque carabinieri che arrestarono Cucchi, tre dei quali (Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro e Francesco Tedesco) accusati di omicidio preterintenzionale, e altri due (Vincenzo Nicolardi e il maresciallo Roberto Mandolini) di falso e calunnia.

* Fonte: Eleonora Martini, IL MANIFESTO


13 Set 2018

L’OCSE boccia l’Italia, istruzione sotto la media dei Paesi sviluppati

Rapporto Ocse Education at a glance 2018. Il 30% dei giovani italiani è inattivo, bassa scolarizzazione, 4 adulti su cento sono laureati

Gilda Maussier * • 12/9/2018

Il grado di istruzione in Italia mediamente non è affatto soddisfacente. Se non fosse ancora del tutto evidente, almeno dal tono e dal livello dei contenuti delle campagne più social approdate perfino in Parlamento, ce lo rivela ora il rapporto annuale dell’Ocse, Education at a glance 2018, presentato ieri alla Luiss, che focalizza lo sguardo sull’educazione dei 36 Paesi aderenti all’organismo. E uno dei motivi, secondo gli studiosi dell’Organizzazione internazionale per la cooperazione e lo sviluppo economico, è che il sistema scolastico italiano, dalla primaria all’università, non funziona affatto bene, è organizzato e pianificato in modo troppo centralizzato e ha il corpo docente più anziano e tra i meno pagati al mondo.
IL TASSO DI SCOLARIZZAZIONE infatti è appena sufficiente nella fascia di età tra i 15 e i 19 anni (l’83%, poco sotto la media Ocse dell’85%), ma diminuisce pesantemente in quella successiva, tra i 20 e i 29 anni, con picchi preoccupanti in alcune regioni. In Basilicata, nella Provincia autonoma di Bolzano e nella Valle d’Aosta i tassi di scolarizzazione sono inferiori del 10% rispetto alla media nazionale e scendono addirittura a -25% in altre cinque regioni: Abruzzo, Emilia-Romagna, Lazio, Provincia autonoma di Trento e Toscana. Anche il numero di laureati è inferiore agli altri Paesi dell’area – 27 ogni cento persone, contro i 44 della media Ocse, più donne che uomini – malgrado sia cresciuto costantemente negli ultimi dieci anni (erano il 19% nel 2007), e diventa addirittura quasi irrilevante tra gli adulti, con 4 laureati ogni cento persone tra i 35 e i 65 anni (sono 17 in media negli altri Paesi).

D’ALTRONDE, RIVELA il rapporto, solo il 19% delle persone che provengono da famiglie non istruite ha superato il livello di istruzione dei genitori. Perché le pari opportunità in Italia sono ancora un orizzonte da raggiungere. Gli immigrati per esempio: gli adulti laureati nati all’estero hanno molte meno probabilità di trovare un lavoro rispetto agli autoctoni. Condizione che si ribalta per le persone con un titolo di studio inferiore al grado secondario superiore. Ecco perché in Italia si stabiliscono soprattutto immigrati scarsamente qualificati che competono sul mercato del lavoro con gli italiani senza titolo di studio.

ANCHE I GIOVANI NEET (che non studiano, non lavorano e non cercano impiego) superano di 4 punti percentuali la media Ocse, con il 30% dei 20-24enni, e addirittura in alcune regioni si arriva al 38% dei ragazzi tra i 15 e i 29 anni. Il numero di ragazze inattive è molto maggiore di quello dei ragazzi, anche tra le laureate. D’altronde i giovani hanno meno prospettive lavorative degli adulti, soprattutto nel Sud e nelle isole, dove il tasso di occupazione giovanile è inferiore del 22% rispetto all’insieme della popolazione in età lavorativa (-14% nel Centro e -9% nel Nord). Perfino tra i laureati, il tasso di occupazione giovanile è molto inferiore rispetto a quello degli adulti.

SUCCEDE POI che gli italiani vadano sempre più all’estero per laurearsi: +36% negli ultimi tre anni, mentre il numero di studenti stranieri iscritti all’università in Italia è aumentato solo del 12% perché, secondo il rapporto, le competenze trasmesse dall’università non sembrano quelle ricercate dalle imprese.

Evidentemente un motivo c’è. Rivelano gli studiosi dell’Ocse che gli insegnanti italiani continuano a essere tra i più anziani nel panorama internazionale (il 58% ha più di 50 anni). E i loro stipendi sono inferiori alla media dei 36 paesi aderenti all’organizzazione (mentre il divario tra la retribuzione degli insegnanti e quella dei dirigenti scolastici è il più elevato). Al top della carriera, il salario di un docente raggiunge tra il 79% (scuola primaria) e l’86% (scuola pre-primaria) della media Ocse a un analogo livello. Di contro, le ore di insegnamento nette vanno dalle 945 della pre-primaria alle 626 della scuola secondaria, sotto le medie Ocse (1.029 nella pre-primaria, 701 per la secondaria inferiore e 655 per la superiore). E le classi sono leggermente meno numerose della media. Da notare che il corpo docente è composto per la grande maggioranza da donne.

COMPLETA IL QUADRO la spesa complessiva dello Stato italiano per tutti gli istituti di istruzione, dalla scuola primaria all’università, che nel 2015 equivaleva al 3,9% del Pil, contro il 5% medio dei Paesi industrializzati e il 4,6% dell’Unione europea. Una spesa, per altro, che era diminuita dopo il 2010 (con i premier Monti e Letta) ed è ritornata allo stesso livello precedente solo nel 2015. Infine, la governance: secondo l’Ocse oltre la metà delle decisioni sono prese a livello centrale, ovvero il 52% rispetto al 24% in media nei 36 Paesi dell’organizzazione.

* Fonte: Gilda Maussier, IL MANIFESTO


3 Ago 2018

Il governo del risentimento

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di Ezio Mauro

 

La Repubblica, 2 agosto 2018

 

Tenere la spina del risentimento conficcata nel fianco del Paese mentre lo si governa è un esperimento inedito. Quando non c’è una cultura politica di riferimento, prevale la natura, cioè il carattere, l’essenza stessa delle persone e delle loro azioni, non più mediate dai grandi riferimenti storici della tradizione. È quel che capita oggi.

Assistiamo ad una specie di confessione pubblica, dove la lottizzazione del nuovo governo che si è autodefinito “del cambiamento” lo rivela in realtà uguale ai precedenti nella corsa ai posti e soprattutto nell’insicurezza di un potere da munire ad ogni costo: ma fin qui nessuna sorpresa, almeno per chi non ha mai creduto alla leggenda della diversità grillina, e non dimentica che per vent’anni seduta al banchetto berlusconiano c’è stata sempre la Lega, un partito che oggi sembra arrivare dalla luna, mentre in realtà era parcheggiato più modestamente tra gli alberi di Arcore.

Il vero disvelamento è nell’idea d’Italia che il governo ha in testa, che i due partiti di maggioranza inseguono e che le nomine riproducono. Il punto più critico è probabilmente la concezione del lavoro, dell’impresa, del mondo della produzione e del “fare”, dove s’intravvede una crepa tra l’insediamento lombardo- veneto della Lega, con la spinta imprenditoriale a mettersi in proprio chiedendo alla politica di sciogliere lacci e lacciuoli lasciando all’impresa mani libere, e la diffidenza grillina: per i poteri forti, naturalmente, ma in realtà per tutti i poteri autonomi in alto e in basso, nel sociale come nel mondo aziendale, dalla Tav all’acciaio, da Nord a Sud, senza un’idea di sviluppo, senza una base sociale di riferimento, perché senza un progetto di società.

Tenere la spina del risentimento conficcata nel fianco del Paese mentre lo si governa è un esperimento inedito e in qualche modo contro natura, perché la vittoria elettorale dovrebbe trasformare la ribellione in governo, emancipandola. Ma in questo caso, il risentimento è il movente unico e l’orizzonte, dunque, è il mandato stesso del populismo, quindi è la sua stessa politica in forma simbolica, fonte perenne e inesauribile. Aggiungiamo che dopo la torsione della Lega in direzione sovranista, lepenista, orbanista (molto poco italiana se si guardano le nostre tradizioni, la nostra cultura, il nostro linguaggio, dove si sono innestate forme innaturali e ostentate di brutalità e disumanità a cui non eravamo abituati) il risentimento è diventato un territorio comune dei due populismi di governo. Un territorio dove la neo-destra seleziona nuovi elettori, con cui scambia continuamente autorizzazioni (puoi continuare a ribellarti al sistema), rassicurazioni (la tua rabbia è ben riposta), segnali di riconoscimento: noi siamo come te, il potere non ci cambierà.

Ecco dunque il bisogno, per la nomina più indicativa dal punto di vista culturale, la presidenza Rai, di parlare alla propria gente, di riassumere promesse e vendette, di forzare il limite. La legge prevede una maggioranza dei due terzi, cioè un nome concordato, con un’intesa larga? Salvini prova a fare di testa sua. Non solo. Cerca un profilo che non si annunci di garanzia, come vorrebbe la regola e il buon senso – troppe volte violato – della gestione aziendale. Un profilo, come ha spiegato Stefano Folli, scientificamente scelto come anti-establishment. In più filo Putin, no vax, anti-euro, critico con Mattarella, pronto a ritwittare Casa Pound. Un outsider per la più grande fabbrica culturale italiana.

Ce n’è abbastanza perché Di Maio – uno che chiede l’impeachment del capo dello Stato come si chiede un aperitivo al bar – abbocchi entusiasta e approvi la candidatura avanzata da Salvini: ha tutti gli ingredienti giusti, applaude festoso anche Di Battista, come sempre quando si alzano le polveri di destra. E infatti Giorgia Meloni sente aria di sovranismo putiniano, e si accoda.

Al momento i voti non bastano per eleggere il presidente voluto da Salvini. Ma in questo caso al popolo del risentimento si dirà che le forze della conservazione hanno impedito il cambiamento perché vogliono tenere le mani sulla Rai, ma la spallata è comunque assicurata.

Poiché tutto ciò che riguarda la Rai va visto come un vaticinio, quei voti, se Berlusconi dirà no, in realtà rischiano di bastare per far nascere due destre, spaccando definitivamente il fronte. Non è una novità da poco. La seconda destra teoricamente moderata, tutta da inventare e da definire, è oggi residuale. La prima, estremista e sovranista, ha già inglobato i grillini, talmente informi politicamente da prendere l’impronta dello scarpone leghista, talmente incolori culturalmente da tacere davanti alle prove di razzismo moltiplicate nel Paese che governano, dopo mesi di seminazione di odio. Soltanto, una domanda: tutta questa deriva, era nel contratto?

 


19 Lug 2018

Stati Uniti. Il culto per le armi da fuoco nel Paese dei 100 morti al giorno

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di Vittorio Zucconi

 

La Repubblica, 18 luglio 2018

 

Più armi da fuoco, più morti innocenti. Una semplice equazione che da 40 anni la lobby americana delle armi cerca di nascondere spendendo tre milioni all’anno per sopprimere ricerche e comprare parlamentari. Più armi da fuoco, più morti innocenti. Tutto qui. Bambini, studenti, familiari, bersagli di stragisti, suicidi, incidenti, questa semplice equazione che da 40 anni la lobby americana delle armi cerca di nascondere spendendo tre milioni all’anno per sopprimere ricerche e comprare parlamentari, dovrebbe essere l’inizio e la fine di ogni illusione e di ogni discussione sulla “difesa a mano armata”. Ma non lo è.

Avvinghiata alla Costituzione che sembra – ma nel tempo l’interpretazione è variata – concedere a ogni cittadini il diritto di portare armi e appesa al falso senso di sicurezza che stringere in pugno il calcio di un’automatica o imbracciare un fucile semiautomatico produce – lo so, l’ho provato, è un sentimento intossicante – la “gun culture”, la cultura della pistola, vende legalmente dieci milioni di armi da fuoco ogni anno per 12 miliardi di dollari. E delle 36mila persone che cadono sotto i colpi al ritmo di quasi cento al giorno, la percentuale di criminali violenti fermati da cittadino armato per legittima difesa, o per legittimo sospetto, è microscopica, ridotta a qualche caso aneddotico. Quella pistola, quell’AR, il fucile d’assalto, uccidono chi li possiede più che chi li aggredisce.

Non basta un articolo di giornale per riassumere e illustrare i 62 studi accademici migliori, quelli che non servono cioè interessi o pregiudizi politici, selezionati dagli anni ’90 a oggi, per dimostrare la ovvietà di un rapporto di causa ed effetto che la logica illustra e la paura nasconde dietro l’illusione dell’autodifesa.

Dal 1992, quando il Centro per il Controllo delle Malattie di Atlanta tentò di completare senza successo una ricerca definitiva sulla relazione fra armi e vittime e fu aggredito dalla Nra, la lobby degli armaioli che scatenò una campagna nazionale accusando il Centro di “scienza spazzatura”, la diffusione delle Glock, Colt, Armalite è cresciuta. E con essa il numero di vittime, confermando un antico proverbio: “Quando un proiettile lascia la canna non ha più amici o nemici, ma soltanto bersagli”.

I casi singoli – il padre che fredda in Texas il figlio che rientrava a casa di nascosto nella notte scambiato per un intruso, il bambino che gioca con la pistola di papà, la lite familiare per “futili motivi” che degenera in sparatoria per la presenza di un’automatica in casa – non escono neppure dal nido delle notizie locali. Esplodono invece le stragi, quelle che un tempo prevedevano almeno quattro vittime per essere definite tali e oggi sono scese a tre morti, vista la diffusione, che increspano la superficie dell’opinione pubblica, accendono lumini, producono marce e omelie, prima che l’acqua si quieti e tutto torni come prima. Con un effetto paradossale: se la politica o l’opinione pubblica si agitano e mostrano segni di risveglio dall’incantesimo a mano armata, la vendita di armi schizza in alto.

Nel 2016, quando l’elezione di Hillary Clinton, favorevole a una limitazione del commercio, sembrava imminente, gli armaioli vendettero cifre record, 12 milioni di pezzi.

È un gorgo irresistibile, nel quale ogni tentativo di introdurre elementi di moderazione senza intaccare l’apparente dettato della Costituzione viene inghiottito e che la lobby alimenta, senza fare distinzione fra Repubblicani e Democratici. Perché nessuno, negli stati del Sud, rischia la trombatura per denunciare l’insensatezza ci norme che permettono in alcuni casi di portare con sé le armi nascoste e autorizza a sparare nel “sospetto” di essere minacciati.

Non ci sono politici progressisti o conservatori che osino prendere di petto la lobby che ora sta raggiungendo anche il governo italiano attraverso Matteo Salvini, ma non soltanto perché hanno le tasche profonde e la spregiudicatezza di usare senza pudore. Non osano perché il dogma del libero possesso di armi è ormai nel tessuto della cultura popolare.

Se smagliature si aprono, come accadde dopo il massacro dio Parkland, in Florida, che ha portato centinaia di migliaia di giovani a Washington per piangere e promettere mobilitazione, le volpi della politica, a partire da Trump idolo della lobby, spendono qualche buona parola, invitano a pregare, promettono qualche lodevole modifica a norme che permettono anche ai casi psichiatrici di acquistare armi e poi aspettano che il mare si calmi.

Le ricerche dicono che soltanto fra i giovanissimi sotto i 24 anni, l’opposizione alle armi è forte, ma con l’aumentare dell’età il richiamo del West torna e gli anziani vogliono restare aggrappati alle loro pistole e fucili, fino a quando “qualcuno me le strapperà dalle mie mani fredde” come disse Charlton Heston, il “Mosè” che divenne il volto e la voce mistica degli spacciatori di armi. E i vecchi, a differenza dei giovani, votano, garantendo la maggioranza ai pro-gun.

L’illusione dell’autodifesa, della propria casa trasformata in fortezza, è troppo seducente, troppo elementare, soprattutto nel tempo della paranoia sapientemente sfruttata e moltiplicata dalle infezioni dei Social e delle notizie false, contro le orde di assassini, stupratori, gangster, rapinatori riversati dalle invasioni apparenti di immigrati illegali.

Un’anziana signora aggredita da un immigrato fa esplodere la collera e fa fiondare cittadini da armaiolo per spendere i 1200 dollari necessari per un fucile semiautomatico o i 200 per una Glock, la pistola preferita del momento. Su quell’aggressione, la lobby costruirà cattedrali di paura, monumenti di voti e camionate di dollari. Sui bambini della elementare del Connecticut stroncati da un giovanotto armato (dalla mamma) come Rambo, lumini, veglie e lacrime.

 


Nelson Mandela, cento anni fa la nascita: una vita all’insegna della libertà

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di Matteo Cruccu

 

Corriere della Sera, 18 luglio 2018

 

Il 18 marzo 1918 nasceva il padre del Sudafrica moderno, icona di libertà in tutto il mondo. “Un vincitore è un sognatore che non si è mai arreso”. Già della materia dei sogni, uno in particolare, quello della libertà, è impastata l’intera esistenza di Nelson Mandela, di cui oggi si celebra il centenario della nascita. Dalla scomparsa, sono passati quasi cinque anni, eppure il lascito del padre del Sudafrica è vivo più che mai. Nelle bandiere di chi è ancora oppresso. Di chi combatte le diseguaglianze, di razza e di ceto, che stentano a scomparire, anzi qua e là s’allargano. Di chi insomma spera, quindi sogna, in un futuro migliore.

Giovane avvocato – Nelson Mandela nasce dunque il 18 luglio 1918 in un villaggio, Mvezi, del Transkei. Fin da ragazzo sviluppa un’avversione verso ogni genere d’imposizione, a partire dal matrimonio combinato a cui sembra costretto a 23 anni. Scappa dunque a Johannesburg, dove studia legge e diventa avvocato. Sono gli anni in cui in Sudafrica nasce e si sviluppa il durissimo apartheid, segregazione razziale rigida e odiosa: Nelson da subito lo combatte, iscrivendosi all’Anc, il partito della maggioranza nera, e diventandone presto uno dei capi.

Il prigioniero – Nel 1963 viene arrestato dal potere bianco, accusato di alto tradimento e condannato all’ergastolo. La sua celletta nel famigerato carcere di Robben Island, davanti a Città del Capo, diventa un luogo simbolo del XX secolo: in tutto il mondo nasce un movimento trasversale contro l’apartheid e il prigioniero Nelson diventa l’icona di questa battaglia, con canzoni, film, proteste dedicate ovunque. Ma il regime della segregazione persiste, nonostante il boicottaggio internazionale. E, per 26 lunghi anni, Mandela rimarrà tra le sbarre. Dalla prigione spedirà delle lettere, di lotta ma anche d’amore, ora finite in un volume, “Lettere dal Carcere”, appunto, a cura di Sahm Venter per il Saggiatore.

Uomo libero – La storia però vive di accelerazioni e in quel 1989 in cui tutto cambia, con il crollo progressivo del socialismo nell’Europa dell’Est, anche il Sudafrica è costretto a uscire dal suo isolamento fuori dal tempo. Il presidente in carica Willem De Klerk avvia il disgelo, comprendendo che l’apartheid non può durare ancora a lungo: legalizza l’Anc, sospende le condanne e rilascia i prigionieri politici. Compreso il più illustre: l’11 febbraio 1990, Nelson Mandela viene rilasciato, accolto dalla sua gente e dalla fedele (e controversa) moglie Winnie che lo ha atteso per tutta la detenzione.

Presidente – Tornando dunque in libertà, Nelson riprende subito l’impegno politico in prima persona, accompagnando De Klerk nel processo di riforme e ottenendo, insieme a lui, il Premio Nobel per la Pace nel 1993. E sfidandolo nel 1994 alla presidenza del Sudafrica: Mandela vince e diviene il primo nero a ricoprire la carica. Il paese è problematico, lunga è la strada per conquistare anche l’uguaglianza sociale oltreché quella politica e il flagello dell’Aids imperversa ovunque. Sul passato, invece, Nelson sceglie la strada della pacificazione con i bianchi, con una commissione speciale che diverrà un modello anche per altri conflitti, vedi l’Irlanda del Nord.

Il ritiro – Dopo cinque anni Nelson lascia la presidenza al delfino Thabo Mbeki. Il bilancio del suo mandato è importantissimo a livello simbolico, anche se il Paese rimane ancora afflitto dalle disparità in campo economico, la classe dirigente prevalentemente formata dai bianchi. Nel frattempo Nelson si sposa con Graca Machel, vedova del presidente mozambicano, Samora, antico alleato dell’Anc. Madiba, come lo chiamano i suoi sostenitori, vigila sul Sudafrica, finché a 86 anni, nel 2004, non decide di ritirarsi definitivamente dalla vita politica.

La Coppa – E nel 2004, Mandela è protagonista di un altro storico risultato per il nuovo Sudafrica: dopo la coppa del mondo di rugby nel 1995, con la squadra finalmente rispecchiante la multietnicità del Paese, dopo che era stata sempre a prevalenza bianca, il Paese si aggiudica i Mondiali di calcio del 2010. L’intervento del vecchio leader è decisivo per l’assegnazione della Coppa: sei anni dopo, Madiba non potrà presenziare all’esordio per un lutto familiare, ma riuscirà a venire all’atto conclusivo, omaggiato nel frattempo dai calciatori di tutto il Pianeta.

L’addio – Nel marzo del 2013, il vecchio leone inizia a mostrare la fatica degli anni: viene ricoverato una prima volta e poi dimesso, finché nel luglio, torna di nuovo in ospedale e, tra mille rumour e smentite, entra in stato vegetativo. L’agonia dura sei mesi, finché il 5 dicembre Mandela muore: la notizia suscita un’enorme emozione in tutto il mondo, tantissimi capi di stato si precipitano a Johannesburg e migliaia di persone seguiranno i funerali. Nelson verrà sepolto nella cittadina in cui era cresciuto, Qunu, la terra da cui era partito questo lungo viaggio verso la libertà

 


L’Ong Open Arms denuncia: “migranti abbandonati in mare dai libici”

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di Adriana Pollice

 

Il Manifesto, 18 luglio 2018

 

Morti una donna e un bambino, un’altra donna tratta in salvo da Open Arms. Salvini: “Tutte bugie, io tengo duro”. Una barca con 158 migranti è stata intercettata dalla Guardia costiera libica al largo di Khoms: una nota della Marina di Tripoli ieri mattina informava brevemente sull’operazione aggiungendo che il gruppo aveva ricevuto aiuti umanitari e assistenza medica prima di essere portato in un campo profughi. Secondo Proactiva Open Arms al racconto manca un pezzo: “La Guardia costiera libica non ha detto che hanno lasciato due donne e un bambino a bordo e hanno affondato la nave perché non volevano salire sulle motovedette” ha scritto ieri sui social il fondatore della Ong catalana, Oscar Camps.

Nel video postato si vedono i corpi di una donna e di un bambino, privi di vita, sulle assi di legno del fondo di un gommone distrutto. “Quando siamo arrivati – prosegue Camps – abbiamo trovato solo una delle donne ancora viva. Quanto tempo avremo a che fare con gli assassini arruolati dal governo italiano?”. I corpi sono stati recuperati e portati a bordo dell’Open arms: a una prima analisi del medico di bordo, Giovanna Scaccabarozzi, il bambino di circa cinque anni ha resistito più a lungo ma non abbastanza per poter essere salvato.

È riuscita invece a sopravvivere Josephine: viene dal Camerun ed è rimasta due giorni in mare, aggrappata a un asse della carena. Uno dei volontari si è gettato in acqua per recuperarla e, con il resto dell’equipaggio, l’ha issata a bordo assiderata e sotto choc, come racconta Annalisa Camilli, giornalista dell’Internazionale che ha seguito il salvataggio.

Secondo l’Ong, lunedì erano stati avvistati due gommoni, come da comunicazioni tra il mercantile Triades e la Marina libica. La Guardia costiera di Tripoli avrebbe però deciso di effettuare le operazioni di salvataggio da sola. Quello che è avvenuto, accusa Camps, “è la conseguenza diretta del fatto che l’Europa ritiene la Libia un paese con un governo e una Guardia costiera capace di intervenire. Denunciamo l’omissione di soccorso in acque internazionali della presunta Guardia costiera libica, legittimata dall’Italia”. Open arms nel pomeriggio ha messo la prua verso nord, in direzione Lampedusa. Non per entrare in porto ma almeno consegnare i due corpi e la sopravvissuta alla Marina italiana. Non è escluso però che possa dirigersi verso al Spagna.

Il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, è stato costretto a correre ai ripari. Lunedì aveva ripetuto: “Dobbiamo cambiare la normativa per includere i porti libici in quelli sicuri. C’è questa ipocrisia in Europa per cui si danno soldi ai libici, si forniscono le motovedette ma poi si ritiene la Libia un porto non sicuro”. Nel pomeriggio è arrivata una nota: secondo il Viminale quella di Proactiva Open Arms sarebbe “una fake news”, la fonte una giornalista tedesca presente al salvataggio. Il portavoce della Marina di Tripoli, Ayoub Qasem, si è poi difeso: “Nessuno è rimasto in mare. Probabilmente alcuni migranti sono annegati prima dell’arrivo delle motovedette” per poi accusare le Ong che “ostacolano le nostre attività”.

Intanto però ci sono i numeri. In base ai dati diffusi dall’Oim, i morti nel Mediterraneo nel 2018 sono stati 1.443, in proporzione molti di più rispetto al 2017 visto che gli sbarchi sono calati dell’81%. Il deputato di Leu Erasmo Palazzotto, che è a bordo dell’Astral (la seconda imbarcazione della Proactiva open arms), ha attaccato: “Caro Salvini e caro Minniti, di questi assassini siete responsabili voi con i vostri accordi. L’Italia presti soccorso alla donna sopravvissuta che ha urgente bisogno di cure”. Il leader leghista non fa una piega: “Il mio obiettivo è salvare tutti, ma evitare che arrivino in Italia. Bugie e insulti di Ong straniere confermano che siamo nel giusto. Le Ong i porti italiani li vedranno in cartolina”.

Le conseguenze degli attracchi bloccati sono altri morti. Gli ultimi, in acque italiane, risalgono a venerdì. I 450 a bordo del peschereccio partito da Zuara erano arrivati a Linosa. Il tragitto monitorato dal Centro di coordinamento di Malta e poi di Roma ma nessuno è andato a salvarli perché la politica dei due governi questo impone. Erano senza acqua né cibo, al largo dell’isola siciliana hanno visto due motovedette della Capitaneria di porto e una della Guardia di finanza ferme e nessuna operazione per prenderli a bordo. In 34 allora si sono buttati in mare per raggiungere i soccorritori a nuoto. Solo allora, difronte al pericolo immediato, è stato possibile mettere da parte il veto del Viminale e mettere i battelli in acqua per salvarli. Quattro somali però sono annegati.

 


Questione carceri: le possibili riforme e le riforme possibili

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di Fabio Fiorentin*

 

Il Sole 24 Ore, 18 luglio 2018

 

La situazione nelle carceri italiane sta peggiorando: il tasso di crescita della popolazione detenuta non accenna, infatti, a diminuire: se al 31 gennaio 2012 – alla vigilia, cioè, della condanna dell’Italia in sede europea – i detenuti erano – secondo i dati ufficiali del Dap – 65.701, al 31 gennaio di quest’anno il loro numero era pari a 58.087 e, al 31 maggio, toccava i 58.569. Così se entro la fine dell’anno il trend non dovesse invertirsi, sfioreranno le 59.000 presenze. Non c’è molto tempo per scongiurare il peggio, cioè una nuova “Torreggiani”.

Il nuovo Ministro della Giustizia ha tratteggiato, nei giorni scorsi, le linee di indirizzo del suo dicastero sulla riforma dell’esecuzione penale e penitenziaria, a iniziare dall’iter dello schema di decreto legislativo attuativo della delega in materia penitenziaria conferita al Governo con la legge 103/2017. Come si ricorderà, lo schema di decreto elaborato dal precedente esecutivo – che attuava, peraltro, soltanto una parte dei molteplici punti che componevano la delega per la riforma dell’Ordinamento penitenziario – aveva già ricevuto i pareri delle Camere. Il Governo, non avendo integralmente recepito le osservazioni delle Camere, aveva ritrasmesso, il 20 marzo, la nuova e definitiva versione dello schema di decreto alle Camere per consentire l’emissione del secondo e ultimo parere.

La legge delega (articolo 1, comma 83) prevede, infatti, che i pareri definitivi delle Commissioni competenti siano «espressi entro il termine di dieci giorni dalla data della nuova trasmissione» e che, «decorso tale termine, i decreti possono essere comunque emanati». Pur essendo decorsi i dieci giorni, le tormentate vicende politiche di questi ultimi mesi hanno fatto sì che lo schema di decreto – ora tecnicamente adottabile dal Governo senza ulteriori passaggi parlamentari – giaccia tuttora nel cassetto del nuovo establishment, mentre si avvicina la data del 3 agosto, termine decorso il quale non sarà più possibile l’esercizio della delega. Non è, però, un mistero che il nuovo Guardasigilli sia fortemente critico sulla riforma patrocinata dal suo predecessore, ritenuta lesiva del «principio della certezza della pena».

Si annuncia, quindi, un intervento di profonda modifica dell’impianto riformatore, che potrebbe svilupparsi attraverso la riscrittura dello schema di decreto già predisposto sulla base delle proposte della Commissione “Giostra”, che si era occupata in particolare delle tematiche afferenti alla vita detentiva e alle misure alternative alla detenzione. Si tratta, tuttavia, di una possibilità che deve fare i conti con una duplice criticità: anzitutto, i tempi ristrettissimi (poco più di un mese e mezzo) in cui tale operazione di revisione dovrebbe svolgersi prima dello scadere del termine di scadenza assegnato dalla legge 103/2017; in secondo luogo, il fatto che i criteri di delega sono ispirati a una ben diversa visione di politica penitenziaria e ben difficilmente, quindi, attuabili dal nuovo esecutivo senza incorrere nell’eccesso di delega.

È possibile, tuttavia, che molte delle proposte che hanno trovato provvisoria codificazione nello schema di decreto attuativo possano essere recuperate anche nella mutata cornice: le disposizioni in materia di vita detentiva, di semplificazione delle procedure, di trattamento penitenziario dei soggetti psichiatrici possono essere varate in tempi brevissimi e alcune disposizioni in materia di misure alternative (ad esempio, in tema di risarcimento alle vittime e quelle che assegnano più pregnante ruolo esterno alla Polizia penitenziaria) potrebbero essere valutate con favore anche dal nuovo attore politico. Anche la proposta sulla riforma del lavoro penitenziario può essere realizzata in tempi ragionevolmente rapidi. Più problematica appare la sintesi sulla scottante materia dei benefici penitenziari e sull’area di applicazione della sospensione dell’ordine di carcerazione (portata dalla Corte costituzionale, con la sentenza n. 41/2018 sull’articolo 656, comma 5, del codice di procedura penale, a quattro anni anche per l’affidamento in prova “allargato”). L’alternativa al recupero dell’imponente lavoro già fatto, che inevitabilmente sconterebbe tempi più lunghi, consiste nella promulgazione di una nuova legge delega che contenga delle direttive in linea con la vision dell’attuale esecutivo.

È proprio il tempo che pare, tuttavia, in rapido esaurimento. Il tasso di crescita della popolazione detenuta non accenna, infatti, a diminuire: se al 31 gennaio 2012 – alla vigilia, cioè, della condanna dell’Italia in sede europea per il sovraffollamento carcerario e le condizioni inumane di detenzione nelle carceri del nostro Paese – i detenuti erano – secondo i dati ufficiali del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria – 65.701, al 31 gennaio di quest’anno il loro numero era pari a 58.087 e, al 31 maggio, toccava 58.569 ristretti così che, entro la fine dell’anno, se il trend non dovesse invertirsi, sfioreranno le 59.000 presenze: un numero, cioè, ormai nuovamente pericolosamente vicino a quello corrispondente all’annus horribilis della condanna da parte della Corte di Strasburgo.

Le “ricette” per contrastare il patologico fenomeno del sovraffollamento delle strutture penitenziarie sono, in sintesi, tre: accrescere l’offerta di posti negli istituti di pena, realizzando nuove carceri o ampliando quelle esistenti; favorire il deflusso dagli stabilimenti penitenziari attraverso un maggior numero di misure alternative alla detenzione; operare un “mix” tra l’aumento dell’offerta e la diminuzione della “domanda”.

Quest’ultima prospettiva era stata seguita dall’intervento riformatore del 2010-11, che aveva affiancato a provvedimenti cosiddetto “svuotacarceri” (proprio allora fu coniato questo sgradevole neologismo) l’introduzione di una nuova forma di esecuzione penale domiciliare, del tutto svincolata da valutazioni di natura premiale e praticamente automatica (l’esecuzione della pena presso il domicilio di cui alla legge 199/2010) e il varo del cosiddetto “Piano carceri” per la realizzazione di nuovi padiglioni in alcuni istituti di pena, a supervisionare il quale fu insediato un Commissario straordinario. Come è noto, tali misure, che pure complessivamente avevano ottenuto un parziale effetto di decrescita della popolazione detenuta (dai 68.258 registrati al 30 giugno 2010 ai 65.701 del 31 dicembre 2012) non si sono dimostrate sufficienti a evitare l’umiliante sentenza Torreggiani del gennaio 2013.

Puntare sull’aumento dei posti disponibili negli istituti sembra essere la via prescelta dal titolare di via Arenula, che indica quale priorità la ristrutturazione dei padiglioni negli stabilimenti attualmente esistenti. Si tratta di una strada, certo percorribile, che però sconta non secondari profili critici non solo per i tempi di realizzazione e per i rilevanti costi correlati (destinati, tra l’altro, a divenire “costi fissi” negli anni a venire per l’erario), ma che rischia di incorrere nel fenomeno, statisticamente registrato da molti osservatori delle dinamiche penitenziarie per cui, all’aumentare dei posti disponibili nei carceri, aumenta anche il tasso di carcerazione, con un effetto sostanzialmente neutro per quanto riguarda il contrasto al sovraffollamento.

Un intervento in materia di edilizia penitenziaria è comunque ineludibile, nel senso che occorre rapidamente ristrutturare e ammodernare istituti e padiglioni spesso vetusti e fatiscenti (è noto che alcuni istituti penitenziari sono ospitati in strutture che risalgono addirittura al medioevo), con l’obiettivo di assicurare alle persone detenute e internate condizioni materiali di detenzione migliori delle attuali, così da avvicinare il trattamento penitenziario ai parametri individuati dalla Corte europea dei diritti dell’Uomo ed evitare il ripetersi di “affari Torreggiani” che, oltre a essere estremamente costosi per il nostro Paese a causa delle sanzioni pecuniarie inflitte e all’ammontare dei risarcimenti riconosciuti alle vittime delle violazioni accertate, minano alla radice i fondamenti della cooperazione giudiziaria tra gli Stati (è nota, al proposito, la vicenda processuale del rifiuto britannico opposto alla richiesta di estradizione di un boss mafioso formulata dall’Italia, per il ravvisato rischio di trattamenti inumani e degradanti – articolo 3 Cedu – nel caso di detenzione in un carcere italiano). Strutture penitenziarie adeguate sotto il profilo architettonico e delle dotazioni impiantistiche, spazi detentivi conformi alle indicazioni del giudice europeo e un’offerta trattamentale coerente con i bisogni dei ristretti rappresentano, in altri termini, la più efficace difesa che l’Italia può opporre in sede europea di fronte ai ricorsi presentati per la violazione dell’articolo 3 della Convenzione. Come ha, infatti, più volte affermato la Corte alsaziana (tra le molte, la nota sentenza 20 ottobre 2016, Mursic contro Croazia), fenomeni di sovraffollamento penitenziario, purché occasionali e non protratti nel tempo, possono essere “compensati” da condizioni materiali di detenzione adeguate e da una sufficiente offerta trattamentale. In questa prospettiva, di cruciale importanza sarà l’attenzione non solo alle strutture materiali, ma anche al personale amministrativo (il numero dei direttori degli istituti di pena in servizio è assolutamente carente rispetto alle necessità), a quello dell’area educativa (le carenze nell’organico di educatori e psicologi sono esiziali per la buona riuscita del percorso rieducativo dei detenuti) e, non da ultimo, al personale di Polizia penitenziaria, il cui profilo professionale e il cui trattamento va riqualificato e adeguato alle delicate mansioni che si trovano a svolgere.

*Magistrato presso l’Ufficio di sorveglianza di Venezia e compontente della Commissione “Giostra” per la riforma dell’ordinamento penitenziario


17 Lug 2018

Carcere, Giostra: “Prima di bocciare il decreto, bisognerebbe comprenderlo”

Le Commissioni giustizia dicono ‘no’ alla riforma penitenziaria, Beppe Grillo apre un nuovo fronte. Il presidente Giostra: “Si può affrontare con ottusa partigianeria la scelta di costruire un viadotto o di ospitare le olimpiadi, non quella da cui dipende il rispetto della Costituzione e la qualità della vita di migliaia di persone ristrette”

17 luglio 2018

ROMA – Tre anni di lavoro, centinaia di persone coinvolte, tra professionisti del diritto, operatori e volontari del settore penitenziario, una ricerca meticolosa che ha passato ai raggi X il sistema carcere cercando le risposte più adeguate per garantire sicurezza e diritti nello stesso tempo, con le poche risorse a disposizione. L’obiettivo rivolto, in linea con la Costituzione,  alla responsabilizzazione e al recupero sociale del condannato, la riforma è arrivata con tempi strettissimi all’ultimo metro, ma proprio su quest’ultimo tratto è rimasta incagliata.
Le commissioni Giustizia di Camera e Senato dicono ‘no’ agli interventi proposti dai consulenti dell’ex ministro Andrea Orlando, mentre dal suo blog Beppe Grillo riaccende il dibattito “sognando un mondo senza carceri” e riprendendo la direzione tracciata proprio dalle commissioni nominate dall’ex guardasigilli. Con il presidente della Camera, Roberto Fico, ad aprire un ulteriore fronte contro l’attuale orientamento.
Glauco Giostra, coordinatore delle commissioni per la riforma e presidente di quella che si è occupata dell’Ordinamento Penitenziario, commenta per Redattore Sociale gli ultimi passi del travagliato percorso e i provvedimenti del nuovo governo.

Qual è il suo giudizio sui pareri espressi dalle Commissioni giustizia di Camera e Senato?
Si tratta del tentativo molto mal riuscito di motivare a posteriori una scelta radicalmente critica adottata in campagna elettorale senza aver letto il testo della riforma.

Entrambe le Commissioni sostengono che la riforma si risolverebbe in una risposta “svuotacarceri”…
“Probabilmente per un mio difetto di fantasia, ma mi riesce difficile immaginare una mistificazione più grande. Il Parlamento nel 2017 ha delegato il governo ad approntare il più organico e strutturale progetto riformatore dalla legge di ordinamento penitenziario del 1975. Tra l’altro, approvando questo progetto il legislatore assolverebbe, con più di 40 anni di ritardo, l’impegno assunto in quella circostanza di predisporre una normativa penitenziaria per i minorenni. La riforma intende altresì porre le premesse per introdurre nel nostro ordinamento forme di giustizia riparativa, aggiornare il non più difendibile sistema delle misure di sicurezza, rendere la vita penitenziaria più rispettosa della dignità dei reclusi e più idonea all’osservazione della loro evoluzione comportamentale, promuovere il lavoro intra ed extra murario, prevedere attività socialmente utili svolte dal condannato senza essere retribuito, pretendere un maggiore impegno per fruire di forme alternative di espiazione della pena e potrei continuare per molto. Come si possa dire che un simile disegno riformatore mirasse sostanzialmente a risultati di deflazione carceraria non è facile comprendere.
A quei pochi ancora interessati a confrontarsi con i fatti può essere ricordato che la riforma in discussione abroga l’unica normativa ‘svuotacarceri’ presente nel nostro ordinamento (la legge 199 del 2010, che prevede l’ espiazione presso il domicilio delle pene sino a 18 mesi) e non introduce nessuna disposizione ‘svuotacarceri’, se con questo rozzo termine si intende sensatamente alludere a provvedimenti di automatica de-carcerazione. Vien fatto invece di pensare, ma è imbarazzante crederlo, che qualcuno intenda per svuotacarceri ciò che la Costituzione chiama funzione rieducativa della pena: cioè la capacità della pena di tener conto di impegnativi e concreti progressi del condannato per propiziarne un graduale reinserimento sociale”.

In effetti, da più parti si invoca la certezza della pena…
“Se con lo slogan della certezza della pena  si intende dire che la pena debba rimanere immutabile qualunque sia l’atteggiamento del condannato durante la sua esecuzione, allora va detto che così ragionando sarebbe a favore dell’incertezza della pena oltre all’ordinamento penitenziario attualmente vigente, anche la Corte europea dei diritti dell’uomo che, tra l’altro, ha statuito l’obbligo, a carico degli Stati contraenti, di consentire sempre che il condannato alla pena perpetua possa espiare la propria colpa reinserendosi nella società dopo aver scontato una parte della propria pena. Ma soprattutto sarebbe a favore dell’incertezza della pena la nostra stessa Costituzione.
Nelle stesse ore in cui le Commissioni giustizia esprimevano il loro parere, la Corte costituzionale (sentenza n.149 del 2018) ha dichiarato illegittima la disposizione che impediva di concedere la semilibertà prima di 26 anni di carcere (invece di 20 secondo la regola generale) ai condannati per sequestro di persona che hanno cagionato la morte del sequestrato. Infatti, ha spiegato la Corte, ‘la personalità del condannato non resta segnata in maniera irrimediabile dal reato commesso in passato, foss’anche il più orribile; ma continua ad essere aperta alla prospettiva di un possibile cambiamento. Prospettiva, quest’ultima, che chiama in causa la responsabilità individuale del condannato (…); ma che non può non chiamare in causa – assieme – la correlativa responsabilità della società nello stimolare il condannato ad intraprendere tale cammino, anche attraverso la previsione da parte del legislatore – e la concreta concessione da parte del giudice – di benefici che gradualmente e prudentemente attenuino, in risposta al percorso di cambiamento già avviato, il giusto rigore della sanzione inflitta per il reato commesso, favorendo il progressivo reinserimento del condannato nella società’”.

Cosa pensa delle recenti dichiarazioni di Grillo?
Penso che vadano particolarmente apprezzate per la loro civiltà, ma anche  per il loro coraggio, in quanto sconfessano platealmente tutto quanto vanno affermando i maggiorenti del movimento da lui fondato. L’eliminazione del carcere, beninteso, non è obbiettivo allo stato realisticamente perseguibile. Ciò che si deve eliminare è il ricorso non necessario (e quando non è necessario è controproducente) ad esso.

La delega non è ancora scaduta, ma lei appare piuttosto pessimista sulla possibilità che la riforma venga approvata
Mi sentirei uno sprovveduto a non essere pessimista.

Di chi è la responsabilità? C’è un concorso di colpa anche da parte del governo precedente?
Questa riforma, frutto di un lavoro pluriennale e apprezzata da tutto il mondo scientifico (si sono pronunciate le Associazioni dei penalisti e dei processualpenalisti), dal Cnf, dalla Camere penali, dalla magistratura (tranne singole prese di posizioni), dal Garante nazionale dei diritti dei detenuti, non vedrà mai la luce per i calcoli elettoralistici, miopi ed infondati, della maggioranza precedente e per il pregiudiziale e cieco antagonismo di quella attuale. Io penso però che si possa affrontare con criteri utilitaristici o con preconcetta e ottusa partigianeria la scelta di costruire un viadotto o di ospitare le olimpiadi, non quella da cui dipende il rispetto della Costituzione, la cifra della civiltà giuridica del nostro Paese, la qualità della vita di decine di migliaia di persone ristrette e, in definitiva, di noi tutti. (Teresa Valiani)

Tratto da Redattore Sociale 17/7/2018


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