Rassegna stampa

20 Mag 2018

Nel contratto di governo “un’idea di società senza solidarietà”

Il duro commento del Naga al documento Lega-Movimento 5 Stelle. “Quello che colpisce al di là dei singoli provvedimenti è l’idea di società che ne emerge: vecchia, triste e arrabbiata composta da tanti portatori d’interesse individuali”. Sull’immigrazione: “Ridotta a questione di ordine pubblico e malaffare”

19 maggio 2018

ROMA – “Lo spirito del contratto: ognuno per sè”. E’ questo il duro commento del Naga, associazione milanese dei medici per i migranti, sul documento di governo Lega – 5 Stelle che verrà sottoposto all’approvazione dei rispettivi elettori questo weekend. “Quello che colpisce al di là dei singoli provvedimenti – si legge in una nota – è l’idea di società che ne emerge. Una società frammentata, divisa, spezzata, impoverita, vecchia, triste e arrabbiata composta da tanti portatori d’interesse individuali senza un interesse comune collettivo. Un’idea antica ma, forse, anche contemporanea. Una semplificazione della complessità in singole istanze che fanno accantonare l’idea che al di là di quelli singoli rilevino gli interessi generali. Una società dove le fragilità, le vulnerabilità, le povertà, le disuguaglianze non sono condizioni da tutelare, ma colpe da punire o ignorare.In particolare, “sul capitolo a pagina 26 dedicato a ‘Immigrazione: rimpatri e stop business’, basta il solo titolo per capire che il fenomeno, complesso, dell’immigrazione viene ridotto a questione di ordine pubblico e di malaffare; già dal titolo si comprende che non si parlerà di persone, ma di un problema, una grana, da risolvere. Rapidamente e in modo risoluto. Scopriamo così una prima parte dello svolgimento che apparentemente propone azioni che noi stessi sosteniamo da tempo: il superamento del regolamento di Dublino, la condivisone a livello europeo dell’accoglienza e una gestione pubblica coordinata dell’accoglienza stessa. Le proposte sono, tuttavia, in salsa acida; l’obiettivo è quello di scaricare il ‘peso’ dei migranti il più possibile sugli altri paesi europei – un mero trasferimento di quote – non certo quello di introdurre un approccio pragmatico e di legittimità dell’immigrazione”.

“Proseguendo nella lettura ecco che si arriva all’impianto ideologico che regge lo schema; è chiaro, è il solito: gli stranieri sono un problema, vi diciamo noi come risolverlo; un po’ li diamo ad altri paesi, i restanti li rimpatriamo (e i fondi li prendiamo da quelli per l’accoglienza). Anzi, meglio ancora, non li facciamo nemmeno arrivare perché istituiamo delle commissioni nei paesi di transito che valutino se possono proseguire o se devono tornarsene indietro. Insomma un bel container nel deserto nigerino o libico dove, con ‘sicura’ attenzione ai diritti umani, verranno selezionati i salvati, gli abbandonati, i sommersi”.

“Nessun accenno, nessuna idea, su come rivedere il meccanismo di ingresso in Italia che crea proprio quell’irregolarità tanto odiata. Perché in Italia essere irregolari è inevitabile, non esiste – di fatto – un modo per accedere regolarmente; ma questo non conta, perché, appunto, non stiamo parlando di persone, non stiamo riflettendo sulla complessità del fenomeno, bensì su come annientare coloro che rappresentano di per sé il problema, solo per il fatto di aver osato lasciare il paese dove sono nati.
Per quelli che poi, nonostante tutto, ce l’hanno fatta sono previsti ricongiungimenti familiari molto più complicati perché è noto che la famiglia è un elemento destabilizzante, a meno che la famiglia non sia italiana e in quel caso va bene, anzi”.

“Infine, dulcis in fundo, una vigorosa stretta sull’Islam, inteso come minaccia assolutae d’altra parte antico cavallo di battaglia leghista rafforzato dai recenti, odiosi, attentati. E anche qui non una parola sulle migliaia di persone che fuggono proprio da quel fanatismo di cui sono imputati a priori. Ci prendiamo un rischio e scommettiamo, da oggi, che gli intendimenti della prima parte del programma rimarranno lettera morta così come gran parte di quelli della seconda. Tuttavia siamo certi di una cosa: la vita dei migranti diventerà ancora più difficile e, insieme, quella di tutti noi. E ciò, non solo e non tanto, per i singoli provvedimenti, peraltro coerenti con l’approccio fallimentare degli ultimi anni, ma per lo spirito che ribadiscono: ognuno per sé. La solidarietà è espunta dal corpo sociale. Chissà se mai la ritroveremo. Noi andiamo avanti, controvento”.

Tratto da Redattore Sociale


 

Roma, Casa delle donne, la chiusura imposta dalla giunta 5 Stelle «è inaccettabile»

Casa internazionale delle donne di Roma. Cominciano le mobilitazioni. Solidarietà dall’attivismo, dalle istituzioni, dai centri antiviolenza e dai sindacati

Dopo la votazione di giovedì della mozione Guerrini (m5s) durante il consiglio comunale che sdogana con disinvolta e apodittica sciatteria la chiusura della Casa internazionale delle donne di Roma, diverse sono state le reazioni, sia da parte dei movimenti che delle istituzioni. C’era da aspettarsele, vista l’entità del danno che un provvedimento di sfratto creerebbe non solo alla città ma a un percorso inaggirabile e non quantificabile di esperienze. Non sono solo culturali le iniziative che in questi decenni si sono succedute nel comparto del Buon Pastore, ristrutturato e tenuto in piedi economicamente proprio da quelle donne che paradossalmente ora vengono tacciate di morosità quando dovrebbero essere non solo sostenute ma ringraziate. Servizi sociali, sanitari, di consulenza, didattici, sportello antiviolenza, archivio, biblioteca e molto altro offerti con generosità alla intera comunità cittadina ma anche a chi, da ogni latitudine, sa di poter contare su un punto di riferimento che il mondo ci invidia. Con pazienza, sono tutti dati presenti nella memoria presentata dal direttivo, documentazione espressamente richiesta dal famoso tavolo tecnico, che verrà riaperto a quanto pare lunedì anche se sotto i peggiori auspici e dopo mesi di unilaterale interruzione.

Dopo il primo incontro aperto di ieri e le mobilitazioni in preparazione in diverse sedi, le assemblee stabilite dal direttivo della Casa proseguiranno domani alle 15 e lunedì alle 18, quest’ultima davanti all’assessorato Roma Semplice (via del Tempio di Giove 3). Per lunedì mattina è stata invece convocata una conferenza stampa in Senato. Segni di netta vicinanza oltrepassano in queste ore i confini nazionali e arrivano da Varsavia con Strajk Kobiet, fino a coinvolgere le migliaia di attiviste presenti in Italia: da NonUnaDiMeno che parla di «inspiegabile vendetta» alle altre varie realtà – da nord a sud isole comprese. Altrettanto Di.Re, rete dei centri antiviolenza e le altre Case delle Donne si sono mostrate da subito solidali. Anche le segreterie di Cgil Cisl e Uil, presenti al presidio di giovedì in Campidoglio, si sono rese disponibili al sostegno, ritenendo importante «aprire con urgenza una vertenza complessiva sugli spazi del Comune di Roma».

Di «ferita per tutta la città», scrivono in una nota congiunta le consigliere regionali Marta Bonafoni e Marta Leonori. Non prive di disappunto sono state anche le reazioni di Eleonora Mattia, presidente della Commissione pari opportunità, di Giulia Tempesta, Giulio Pelonzi e altri rappresentanti delle istituzioni capitoline. È infatti dissennata per molte e molti la decisione di togliere il Buon Pastore alla Casa delle donne per farci un non ben precisato centro di coordinamento con servizi da affidare a terzi tramite bando, perché tradotto vuol dire: prima vi sbattiamo fuori senza entrare nel merito politico, lo decidiamo noi e tanto vi deve bastare. Dei bandi, se e come ci saranno e come saranno organizzati, ce ne occuperemo dopo avervi cacciate.
Peccato che dalla Casa nessuna se ne voglia andare e che «il riallineamento alle moderne esigenze» è una proposta che è stata già fermamente rimandata al mittente.

FONTE: Alessandra Pigliaru, IL MANIFESTO


ONU, consiglio Diritti Umani: inchiesta su stragi a Gaza

 

 Striscia di Gaza. La risoluzione, contro la quale hanno votato solo Usa e Australia, è stata respinta da Israele

Anche l’Organizzazione della conferenza islamica condanna Washington e Tel Aviv. Ieri proteste meno intense al venerdì della Marcia del Ritorno, forse per una intesa tra Hamas ed Egitto

GERUSALEMME. Il Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite ieri ha dato via libera a una ‎commissione d’inchiesta chiamata ad indagare sulle uccisioni di oltre cento ‎palestinesi compiute dal 30 marzo dall’esercito israeliano sulle linee tra Gaza e ‎Israele e sulle violazioni dei diritti umani nei Territori occupati. Ad approvarla sono ‎stati 29 dei 47 Paesi membri. Scontato il voto contrario degli Stati uniti così come ‎quello dell’Australia uno dei Paesi più allineati alla politica di Washington in Medio ‎oriente. Quattordici le astensioni, due Paesi erano assenti al momento del voto. ‎Rabbiosa la reazione di Israele. ‎«Nulla di nuovo sotto il sole. L’organismo che si ‎autodefinisce Consiglio dei diritti umani ha di nuovo dato prova di sè come ‎organizzazione ipocrita e deplorevole il cui unico obiettivo è attaccare Israele e ‎sostenere il terrorismo», ha commentato Benyamin Netanyahu. Il voto è giunto ‎mentre alcune migliaia di palestinesi hanno di nuovo raggiunto le linee di ‎demarcazione con Israele per il “Venerdì dei martiri” della Grande Marcia del ‎Ritorno. Le proteste sono state meno intense e partecipate del solito, in ogni caso ‎ieri sera si parlava di alcune decine di palestinesi feriti dai proieittili e dai ‎lacrimogeni sparati dai soldati israeliani.‎

‎ È dura l’accusa lanciata ieri dall’Alto commissario per i diritti umani, Zeid Raad ‎al Hussein, in apertura della sessione del Consiglio. Israele ha ‎«ingabbiato 1,9 ‎milioni di abitanti nella Striscia di Gaza in una baraccopoli tossica dalla nascita alla ‎morte‎», ha denunciato. L’inviata israeliana a Ginevra, Aviva Raz Shechter, ha ‎replicato accusando i Paesi membri di voler ‎«potenziare Hamas e premiare la sua ‎strategia terroristica‎». Secondo la diplomatica, Israele avrebbe addirittura fatto ‎«uno ‎sforzo reale per evitare le vittime tra i civili palestinesi‎». Due giorni fa il ministro ‎della difesa Lieberman, anticipando il voto a Ginevra, aveva chiesto l’uscita del suo ‎Paese dal Consiglio Onu – dimenticando che Israele non ne fa parte – e sollecitato ‎gli Stati uniti a fare altrettanto, come è avvenuto con l’Unesco. Una condanna ‎esplicita di Israele e Usa, per i morti di Gaza e per il trasferismento dell’ambasciata ‎Usa da Tel Aviv a Gerusalemme, è stata pronunciata anche a Istanbul dove ieri si è ‎svolta una riunione straordinaria dei 57 Paesi dell’Organizzazione per la ‎cooperazione islamica (Oci) convocata dal presidente turco Erdogan che nel suo ‎discorso ha detto che ‎«Gerusalemme non può essere lasciata nelle mani sporche di ‎sangue dello Stato terrorista di Israele». L’Oci ed Erdogan, almeno nei toni, sono ‎stati più duri della Lega araba che due giorni fa al Cairo ha condannato la decisione ‎degli Usa di spostare l’ambasciata a Gerusalemme ma non ha accolto la richiesta ‎palestinese per il richiamo in patria degli ambasciatori arabi a Washington.

‎ I limitati “successi” diplomatici ottenuti dai palestinesi non bloccano la Marcia ‎del Ritorno. Si fanno però insistenti le voci di un accordo non scritto tra Hamas e ‎l’Egitto per affievolire le proteste lungo le barriere con Israele, malgrado il leader ‎del movimento islamico, Ismail Haniyeh, abbia smentito qualsiasi intesa con il ‎Cairo e promesso che le manifestazioni continueranno. ‎«Andremo tutti, e io prima ‎di voi, al confine di Gaza. Le marce non si fermeranno sino a quando l’assedio non ‎sarà completamente rimoss‎o», ha proclamato ieri durante un sermone. Gli abitanti ‎di Gaza comunque hanno compreso che l’improvvisa generosità del presidente ‎egiziano Abdel Fattah al-Sisi, che terrà aperto per tutto il mese del Ramadan il ‎valico di Rafah tra Gaza e l’Egitto – l’anno scorso in totale è rimasto aperto solo ‎per 35 giorni – è una contropartita per l’ammorbidimento delle proteste. Ne scriveva ‎ieri anche il sempre ben informato giornale libanese al Akhbar, secondo il quale ‎l’accordo prevede il divieto di sfondare la barriera di separazione e di azioni armate, ‎in cambio di aiuti umanitari. Hamas, aggiungeva al Akhbar, avrebbe accettato di far ‎partecipare alle manifestazioni un numero minore di persone e di diminuire i punti ‎di maggior frizione con i soldati israeliani. L’Egitto da parte sua si impegnerà per ‎ottenere uno scambio di prigionieri tra Israele e Hamas.

FONTE: Michele Giorgio, IL MANIFESTO


Migranti. Il “contratto” M5S-Lega è disumano e fallimentare

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di Liana Vita

 

Il Manifesto, 19 maggio 2018

 

A leggere il capitolo dedicato all’immigrazione nel “contratto per il governo del cambiamento”, si ha l’impressione che al “clandestino”, da anni bersaglio della propaganda leghista sull’invasione, si sia aggiunto un secondo target, il richiedente asilo. Tutto l’impianto di proposte sembra reggere sull’assunto che il nostro paese, in attesa di superare il regolamento di Dublino, possa permettersi di accogliere chi fa richiesta di protezione solo compatibilmente con gli interessi di sicurezza e ordine pubblico da un lato, e di sostenibilità economica dall’altro.

Non una parola sull’integrazione, sull’inclusione lavorativa, sulle buone prassi del sistema Sprar da replicare. La parola accoglienza è associata a business e criminalità. E non mancano punte discriminatorie, come l’esclusione delle famiglie straniere dalle misure di welfare.

Via libera, quindi, a enunciazioni piuttosto vaghe e temerarie per fermare il flusso di profughi alla partenza: non c’è il tanto evocato blocco navale – che avrebbe ricevuto la condanna in sede europea per violazione palese del principio di non respingimento – ma si ipotizza che “la valutazione dell’ammissibilità delle domande di protezione internazionale deve avvenire nei Paesi di origine”, scavalcando la motivazione fondante del diritto d’asilo, nato per quanti sono costretti a lasciare il proprio paese perché in pericolo.

Vengono poi previsti una serie di interventi sulla scia della strategia europea di esternalizzazione del diritto di asilo, già contenute nella proposta di riforma del regolamento in merito della Commissione europea: procedure accelerate, anche alla frontiera, e individuazione di paesi terzi “sicuri” a cui rimandare e affidare chi è bisognoso di protezione.

Per i richiedenti già presenti in Italia, nell’ambito di un più generale impulso securitario e repressivo, è prevista l’introduzione di “specifiche fattispecie di reato che comportino, qualora commessi da richiedenti asilo, il loro immediato allontanamento”. E anche per quanti non ottengano alcuna forma di protezione, espulsioni e rimpatri a tutto spiano, da finanziare sottraendo risorse all’accoglienza. Centinaia di migliaia di persone irregolari – la stima è di 500mila – di cui però solo una parte sono richiedenti asilo giunti negli ultimi anni e poi diniegati.

Il resto sono spesso stranieri residenti in Italia da molti anni, magari con famiglia, che hanno avuto difficoltà a rinnovare il permesso di soggiorno perché i criteri sono troppo rigidi e lavorano in nero. Come le badanti o i braccianti agricoli nel territorio pontino e nelle campagne del Nord.

Come è noto da tempo, è questa la popolazione che riempie i Cie, ora Cpr, dalla loro istituzione. Sui centri di permanenza di rimpatrio punta il futuro governo, portando a estreme conseguenze quanto avviato dal precedente e prevedendo la costruzione di un centro in ogni regione, con capienza “sufficiente per tutti gli immigrati irregolari, presenti e rintracciati sul territorio nazionale”, si legge, e quindi incalcolabile. E andando a modificare il tempo massimo di trattenimento da tre a diciotto mesi, nella convinzione – negli anni già dimostratasi errata – che sia la lunghezza della detenzione a favorire il buon esito delle procedure di rimpatrio.

Peccato che i dati del ministero dell’Interno confermino l’inefficacia dell’intero sistema: negli anni, la media dei rimpatri effettuati rispetto alle persone trattenute continua a essere costante intorno al 50%, a prescindere dal numero delle strutture e dai tempi di trattenimento, già portati a 18 mesi nel 2011 senza nessun risultato rilevante in termini di efficacia. Fanno bene le associazioni Asgi, Caritas e Arci a preoccuparsi. E fa bene il deputato radicale Riccardo Magi a dire che sembra di essere tornati indietro nel tempo. Dalla nostalgia per gli anni pre Maastricht al fallimentare approccio securitario sull’immigrazione, come se non l’avessimo già sperimentato.

 


Più manette per tutti

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di Dino Martirano

 

Corriere della Sera, 19 maggio 2018

 

Nel “contratto di governo” M5S-Lega pene più dure, nuove carceri e tempi più lunghi per la prescrizione. Le critiche delle Camere penali: incoerenti. Più manette per tutti e “carcere vero per i grandi evasori”. Pene più dure per i reati ambientali e per quelli contro la Pubblica amministrazione. Costruzione di nuove carceri.

“Agenti provocatori” per combattere la corruzione e Daspo (anche perpetuo) per corrotti e corruttori. Stop ai riti alternativi. Tempi più lunghi per la prescrizione dei reati. Età della punibilità più bassa per i minorenni. Legittima difesa sempre presunta per chi subisce una rapina armata in casa o in ufficio. E, infine, conflitto d’interessi ad ampio spettro: attivo per parlamentari, ministri e sottosegretari anche in assenza di un vantaggio patrimoniale.

Con questo “contratto di governo” sui temi della giustizia, anche gli avvocati eletti con il M5S e con la Lega (al “tavolo” giallo verde c’erano Alfonso Bonafede e Nicola Molteni) non si sono fatti vedere al convegno organizzato al Senato dalle Camere penali dove ieri è stata ricordata – alla presenza del presidente Elisabetta Alberti Casellati – la figura di Enzo Tortora morto 30 anni fa al termine di un lungo calvario giudiziario.

Oggi l’aria è decisamente cambiata: “E sulla giustizia il “contratto” tra M5S e Lega va in senso totalmente opposto a percorsi coerenti e conformi ai principi costituzionali”, è il giudizio del presidente dell’Unione delle camere penali, Beniamino Migliucci.

Il “contratto” M5S-Lega si occupa anche di magistrati e uffici giudiziari. Proponendo la revisione del sistema di elezione dei consiglieri (togati e laici) del Csm “tale da rimuovere le attuali logiche spartitorie e correntizie”, il divieto per le toghe di tornare indietro se si candidano in politica nonché il ripristino dei Tribunali minori cancellati dal governo Monti. La legittima difesa sempre presunta in casa e nei luoghi di lavoro apre il capitolo dell’area penale: la proposta della Lega, accettata a scatola chiusa dal M5S, è quella di eliminare la discrezionalità del giudice in merito alla “proporzionalità tra difesa e offesa”.

L’intenzione, poi, è quella di far saltare le leggi deflattive (riti alternativi, depenalizzazione dei reati, non punibilità per tenuità del fatto e per condotte riparatorie) che il centrosinistra ha messo in campo per allentare il sovraffollamento nelle carceri, causa per altro di condanne per l’Italia in sede di Corte europea per i diritti dell’uomo. M5S e Lega hanno anche trovato l’accordo per inasprire le pene. Più carcere per i reati ambientali e per quelli contro la Pubblica amministrazione: per combattere la corruzione servono non solo gli agenti sotto copertura (che già esistono per la droga) ma anche gli agenti provocatori che commettono un reato per provare a innescarne un altro.

Pene più dure anche per i furti in abitazione, furti aggravati, scippi e truffe agli anziani. Nel processo civile, viene tolto ogni ostacolo all’esercizio della class action. Mentre nel capitolo sulla lotta alle mafie (sette righe in tutto) si fa un “particolare riferimento alle condotte caratterizzate dallo scambio politico mafioso”. Inoltre, si annuncia “effettivo rigore nel funzionamento del carcere duro previsto dal 41bis”.

David Ermini (Pd) parla di contratto “securitario e giustizialista”. Mentre gli avvocati di Silvio Berlusconi, tra cui i parlamentari Niccolò Ghedini e Francesco Paolo Sisto, notano che tutto questo l’aveva anticipato il pm Nino Di Matteo al convegno organizzato da Davide Casaleggio a Ivrea.

 

 

 

 


18 Mag 2018

Giustizia, la morsa del “contratto di governo” sull’esecuzione penale

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di Teresa Valiani

 

Redattore Sociale, 18 maggio 2018

 

Più carceri contro il sovraffollamento, modifica della sorveglianza dinamica, trasferimento nei paesi di origine per i detenuti stranieri, valorizzazione del lavoro e stretta sulle misure alternative. Glauco Giostra: “Serve un carcere migliore, non più capiente”.

“Per far fronte al ricorrente fenomeno del sovraffollamento degli istituti penitenziari e garantire condizioni di dignità per le persone detenute, è indispensabile dare attuazione ad un piano per l’edilizia penitenziaria che preveda la realizzazione di nuove strutture e l’ampliamento ed ammodernamento delle attuali”. Parte così, nell’ultima versione del programma di Governo Lega-M5S, la parte di “contratto” dedicata all’esecuzione penale che riprende molti dei temi al centro della riforma Orlando, andando però nella direzione opposta.

In attesa di approfondire tutti i punti del ‘contratto’, quando sarà nota la versione definitiva, abbiamo chiesto a Glauco Giostra, presidente della commissione ministeriale per la riforma dell’Ordinamento penitenziario, coordinatore del comitato scientifico degli Stati generali sull’esecuzione penale, di commentare alcuni passaggi del programma e fare il punto sull’iter di una riforma che resta bloccata sull’ultimo metro.

 

Nuove carceri contro il sovraffollamento. Un argomento che torna di moda, nonostante i fallimenti del passato.

“Sì. Ricorrentemente – risponde il prof. Giostra -, qualcuno annuncia, quasi fosse un’originale e provvidenziale intuizione, che per la questione penitenziaria la soluzione c’è: costruire più carceri. Si potrebbe far notare che ormai da 20 anni il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa, con la Raccomandazione (99)22 riguardante il sovraffollamento carcerario, ha suggerito di cercarne i rimedi in un ampio ricorso alle misure alternative e alla depenalizzazione, nonché, in casi di emergenza, ai provvedimenti di amnistia e di indulto. Decisamente sconsigliata, invece, la creazione di nuove strutture penitenziarie: un rimedio inappropriato ed anzi controproducente – vi si legge – poiché, dove sono stati intrapresi vasti programmi di costruzione di nuovi penitenziari, si è spesso registrato, parallelamente all’aumentata ricettività, un incremento della popolazione carceraria”.

“Del resto – sottolinea il presidente -, che accrescere il numero e la capienza dei penitenziari significhi soltanto aumentare la domanda di carcere lo dimostra l’esperienza statunitense: la politica di ‘più carceri’ e ‘più carcere’ ha quasi decuplicato la popolazione penitenziaria (fatti i debiti rapporti, in Italia dovremmo avere all’incirca 500.000 detenuti in luogo degli attuali quasi 60.000), senza che a ciò abbia corrisposto alcuna riduzione della criminalità. Secondo il Rapporto Eures del 2013 il tasso omicidiario medio (cioè, ogni 100.000 abitanti) negli Usa risultava del 3,7 per cento negli Stati che non hanno la pena di morte e del 4,7 per cento in quelli con pena di morte (a riprova, sia detto incidentalmente, dell’inefficacia deterrente della pena). L’ Italia ha un tasso omicidiario dell’1 per cento”. “Si potrebbe anche aggiungere – prosegue il professore – che la storia patria sconsiglia un tale approccio “edilizio” al problema dell’esecuzione penale. Il ministro Castelli, all’inizio di questo millennio, progettò un imponente piano di edilizia penitenziaria, affidandolo ad una società a ciò deputata: la Dike Aedifica s.p.a. Non solo non si costruì neppure un muro di cinta, ma la società fu liquidata nel 2007 con cospicue perdite e gli sprechi finirono sotto l’attenzione della Corte dei Conti”.

 

Molte delle attuali strutture penitenziarie sono fatiscenti e hanno bisogno di interventi urgenti.

“Non c’è dubbio – risponde Glauco Giostra – che sarebbe un apprezzabilissimo proposito quello di ristrutturare alcuni penitenziari e di costruirne di nuovi: non per aumentare la ricettività complessiva del sistema però, ma per far in modo che anche la struttura architettonica sia funzionale ad una nuova concezione dell’esecuzione penale che non si preoccupi soltanto di tenere in cattività un soggetto, ma di consentirgli di rendere proficuo e meno desocializzante possibile il periodo di espiazione della pena. In questo senso ci sono moltissimi suggerimenti nei lavori degli Stati generali, alcuni dei quali ripresi nella proposta di riforma che sembra ormai abbandonata su un binario morto. Ma ho ragione di ritenere che non a questa nuova filosofia dell’architettura penitenziaria ci si riferisca quando stentoreamente si afferma: ci vogliono più carceri”.

Nel contratto di Governo anche “un piano straordinario di assunzioni” per “provvedere alla preoccupante carenza di personale di Polizia Penitenziaria” e intervenire “risolutivamente sulla qualità della vita lavorativa degli agenti in termini di tutele e di strutture. Occorre realizzare condizioni di sicurezza nelle carceri – si legge ancora nell’ultima bozza del programma, rivedendo e modificando il protocollo della “sorveglianza dinamica” e del regime penitenziario “aperto”, mettendo in piena efficienza i sistemi di sorveglianza. È opportuno consentire al maggior numero possibile di detenuti stranieri presenti nelle carceri italiane, di scontare la propria condanna nel Paese d’origine attraverso l’attivazione di accordi bilaterali di cooperazione giudiziaria con gli Stati di provenienza. È infine necessario riscrivere la cosiddetta “riforma dell’ordinamento penitenziario” al fine di garantire la certezza della pena per chi delinque, la maggior tutela della sicurezza dei cittadini, valorizzando altresì il lavoro in carcere come forma principale di rieducazione e reinserimento sociale della persona condannata. Si prevede altresì una rivisitazione sistematica e organica di tutte le misure premiali. Occorre rivedere altresì le nuove linee guida sul 41bis, così da ottenere un effettivo rigore nel funzionamento del regime del carcere duro”.

“Quello dell’incertezza della pena – commenta Glauco Giostra – è un logoro cliché. A nessuno è mai venuto in mente di sostenere che sia un indice di incertezza della pena il fatto che il giudice possa infliggere al rapinatore da 4 a 10 anni di reclusione, perché ognuno comprende che serve discrezionalità giudiziaria per meglio commisurare la pena alla gravità del fatto in concreto. Perché, allora, quando le modalità di esecuzione e talvolta la durata della pena sono calibrate dal giudice sulla base dell’evoluzione comportamentale del soggetto, si parla di incertezza della pena? Come non si pretende che tutti i rapinatori siano puniti con x anni a prescindere dal fatto di cui si sono resi protagonisti, non si dovrebbe pretendere che tutti i condannati a x anni scontino la stessa pena a prescindere dal loro comportamento nel corso dell’espiazione. Tener conto dell’avvenuta, profonda rielaborazione del male commesso e del conseguente impegno per un operativo riscatto non significa rendere incerta la pena, ma individualizzarne i contenuti per il recupero sociale del condannato, come la nostra Costituzione prescrive, e per la maggiore tutela della sicurezza dei cittadini. La riforma Orlando, al contrario, vuole che sia applicata la pena necessaria: quella, cioè, che non serve per infierire e per vendicarsi, ma per punire il colpevole e per tutelare la collettività, anche offrendo al condannato che dimostri di meritarlo, la possibilità di farvi graduale rientro”.

 

Riforma penitenziaria, ci sono ancora speranze?

“Il Governo – spiega Giostra – ha presentato alle Camere della precedente legislatura uno schema di decreto che attua soltanto una parte, ancorché qualificante, del complesso progetto di riforma imbastito dalla legge delega. Nei 45 giorni di tempo previsti le competenti Commissioni parlamentari hanno espresso i loro pareri. Non avendo recepito tutte le osservazioni in essi contenute, il Governo il 20 marzo ha ritrasmesso, come vuole la delega, la versione aggiornata dello schema di decreto legislativo alle Camere. La legge di delega stabilisce che a questo punto i pareri definitivi devono essere “espressi entro il termine di dieci giorni dalla data della nuova trasmissione” e che, “decorso tale termine, i decreti possono essere comunque emanati” (di qui il potere del Governo attuale di emettere comunque il decreto di riforma). Ora, se l’avvio della nuova legislatura non ha comprensibilmente reso possibile al nuovo Parlamento di rispettare il termine, si sarebbe però dovuto assegnare l’esame della riforma alla Commissione speciale, che ha appunto un compito-cerniera tra vecchie e nuove Camere in attesa dell’istituzione delle Commissioni permanenti”.

“Una delle ragioni addotte a giustificazione dell’omessa assegnazione – sottolinea Giostra – è la mancanza di urgenza, essendoci tempo sino al mese di luglio per esercitare la delega penitenziaria. Ebbene, questo stesso formalistico argomento, se fosse stato addotto in buona fede, avrebbe dovuto coerentemente indurre ad assegnare alla Commissione speciale quelle parti della riforma (lavoro penitenziario, ordinamento penitenziario minorile, giustizia riparativa) che iniziano ora il non breve iter istituzionale e che hanno tempi strettissimi per completarlo in tempo utile. La realtà è che abbiamo una maggioranza parlamentare ciecamente ostile a questa riforma e un Governo in ordinaria amministrazione che difficilmente avrà la forza politica di emanare comunque la parte di riforma già passata al vaglio parlamentare, come sarebbe giuridicamente legittimato a fare”.

 


Giustizia, il populismo penale diventa patto per il governo

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di Eleonora Martini

 

Il Manifesto, 18 maggio 2018

 

Aumento delle pene per tutti, nuove carceri e via libera ai pistoleri nel “contratto” tra Lega e M5S. Il populismo giustizialista è sicuramente uno di quei terreni su cui meglio si incontrano M5S e Lega. E la bozza di “contratto” che dovrebbe sancire l’accordo tra le due forze politiche per la nascita di un nuovo governo lo dimostra. Anche se nelle tre pagine che compongono il capitolo “Giustizia” poco rimane delle “riforme” “votate in rete” che i pentastellati avevano inserito nel programma di governo pre-elettorale, dichiarando di voler combattere un sistema “debole con i forti e forte con i deboli”. Più spazio guadagna invece il concetto di sicurezza da pistoleri sponsorizzato dal Carroccio.

Al primo punto c’è quel chiodo fisso dei grillini definito “separazione dei poteri”, tra magistratura e parlamento, che nel contratto giallo-verde si concretizza in una revisione del sistema di elezione dei membri laici e togati del Csm, e nell’avvertimento al “magistrato che vorrà intraprendere una carriera politica” che, “una volta eletto, non potrà tornare a vestire la toga”.

Mentre dell’intervento per ridurre la prescrizione, diritto sancito in tutti i Paesi civili ma che nella vulgata a 5S “aiuta delinquenti e corrotti a sfuggire alle pene”, nella bozza negoziale rimane appena un passaggio (e forse qui c’è lo zampino di Berlusconi) che affianca la promessa di “assunzioni nel comparto giustizia”, nell’obiettivo di “ottenere un processo giusto e tempestivo”.

Resta invece ben evidenziato il supporto al “whistleblowing” come strumento di lotta alla corruzione, introdotto dalla legge Severino ma di difficile applicazione. Il M5S infatti è da sempre convinto che occorra agevolare la segnalazione, in cambio di un premio, di un illecito all’interno dell’azienda da parte dei lavoratori, così come l’introduzione della figura dell'”agente sotto copertura” o addirittura dell'”agente provocatore”, al fine di “favorire l’emersione dei fenomeni corruttivi nella Pa”. Nella stessa ottica il patto prevede di potenziare l’uso delle intercettazioni “soprattutto per i reati di corruzione”.

Porta l’inconfondibile imprinting leghista invece il capitolo riguardante l'”area penale”. A cominciare dalla “legittima difesa domiciliare” estesa eliminando dalla legge qualunque riferimento alla “proporzionalità tra difesa e offesa” che costituisce, secondo i due contraenti, “elementi di incertezza” che “pregiudicano la piena tutela della persona che ha subito un’intrusione” a casa o nel posto di lavoro. Per rendere poi “certa la pena”, il governo nascente si prepara ad abrogare tutte le riforme varate negli ultimi anni, frutto di un lungo e serio lavoro, come la depenalizzazione dei reati bagatellari e “l’estinzione del reato per condotte riparatorie anche in assenza del consenso della vittima”.

Più pene per tutti, insomma. In modo da soddisfare chi è particolarmente sensibile ai reati di furto, definiti “particolarmente odiosi”, e chi gradisce inasprimenti e nuove aggravanti per la violenza sessuale. Da rivedere “in senso restrittivo” anche le norme che riguardano “l’imputabilità, la determinazione e l’esecuzione della pena per il minorenne”. E, naturalmente, per combattere il sovraffollamento carcerario basta costruirne di nuove. E siamo tornati al punto di partenza.

 

 

 


La scrittrice palestinese Suad Amiry: «Israele non può vincere sulla non violenza»

Intervista alla scrittrice palestinese: «Quando scrivo della perdita della mia scuola, del mio quartiere, del mio tinello, racconto cosa vuol dire Nakba per ognuno di noi»

Chiara Cruciati • 16/5/2018

«Se domani Milano, Roma, Napoli venissero messe sotto assedio, come reagireste?». Così Suad Amiry risponde a chi in questi giorni (governi e stampa occidentale) pare incapace di descrivere per quel che è la Grande Marcia del Ritorno di Gaza. Architetto, tra le più note scrittrici palestinesi, era ieri a Firenze per un incontro organizzato dall’Associazione di Amicizia Italo-Palestinese.

Oggi i palestinesi, nella diaspora e nella Palestina storica, commemorano la Nakba mentre a Gaza è in corso una strage. La Nakba continua, ma continua anche la lotta palestinese per il ritorno.

Israele va ripetendo bugie: il responsabile delle violenze è Hamas. Per cosa esattamente è responsabile? Da tre anni non usa armi. Partiamo da questo: è impensabile mettere due milioni di persone dentro una prigione per 11 anni, impedendogli di studiare, muoversi, curarsi, uscire. La gente è disperata, davvero disperata. Se succedesse a voi? Oggi siamo a 70 anni dalla Nakba, quando siamo stati cacciati dalle nostre terre. La mia famiglia è stata cacciata da Gerusalemme, so che significa essere un profugo che non può tornare a casa. La Nakba continua: confiscano le nostre terre, costruiscono colonie. E ora gli Stati uniti si comportano come cent’anni fa fece la Gran Bretagna: Trump ha promesso Gerusalemme agli israeliani come Balfour promise la Palestina al movimento sionista. Eppure stiamo mettendo in difficoltà Israele: queste manifestazioni sono resistenza non violenta e popolare. Famiglie, donne, ragazzi preoccupano Israele perché è una resistenza che non può battere.

Da generazioni i palestinesi vivono la cacciata dalle proprie terre come un fatto temporaneo. Quanto questo senso di temporaneità, ma allo stesso tempo di precarietà, ha plasmato il popolo palestinese?

Per lungo tempo i palestinesi hanno provato in ogni modo a mantenere viva la speranza, anche con l’accettazione di Israele e della soluzione a due Stati, senza ottenere nulla. In mancanza di una soluzione il sentimento di instabilità, precarietà, preverrà impedendo la formazione di una società normale. L’altro elemento di cui tener conto è quello dell’assenza, un concetto che mi ossessiona: Israele ci considera assenti anche se siamo lì, a pochi chilometri. Assenti significa inesistenti.

Nonostante l’uso israeliano di forza letale senza alcuna giustificazione, la narrazione prevalente è quella della legittima «difesa dei confini». Il reale contesto di deprivazione e di lotta per la libertà dei palestinesi scompaiono. È una novità nel panorama internazionale o una narrativa consolidata a Occidente?

La narrativa israeliana è diventata quella europea e americana. La cultura occidentale ha fatto propria quella visione. Non esiste più una contro-narrativa, ma una mera accettazione delle politiche di Israele.

Nei suoi libri, da «Golda ha dormito qui» all’ultima opera «Damasco», sono centrali i concetti della perdita e della nostalgia, accanto a quello della memoria. Quanto ritrova di quei sentimenti nelle mobilitazioni di queste settimane?

Uno dei limiti che noi palestinesi abbiamo è il non parlare delle perdite personali subite. Non siamo stati capaci di raccontare le storie personali. Allora come oggi. Cosa significa per una famiglia aver perso lunedì un figlio o un marito, non vederlo tornare a casa, non trovarlo più nella sua stanza? Qualche anno fa durante le manifestazioni in Libano per la Nakba, un amico, Munib al-Masri, fu colpito dai proiettili israeliani e rimase paralizzato. Ho seguito la sua storia, cosa ha significato l’aver abbandonato la scuola, aver viaggiato all’estero sperando di tornare in piedi. Noi palestinesi siamo rimasti dei numeri. Nei miei racconti provo a fare questo: raccontare le storie individuali, non solo quella collettiva. Quando scrivo della perdita della mia scuola, del mio quartiere, del mio tinello, racconto cosa vuol dire Nakba per ognuno di noi. E dunque per l’intera società, per tutto il popolo.

FONTE: Chiara Cruciati, IL MANIFESTO


Gaza. Severo monito del papa: «Guerra chiama guerra»

Gaza. Il pontefice: dolore per le vittime. Scontro aperto tra Israele e Turchia: scambio di accuse e ambasciatori ritirati, ma il precedente della Mavi Marmara fa sorgere dei dubbi

Chiara Cruciati • 17/5/2018

Intanto il Guatemala segue Trump: ieri l’ambasciata è stata trasferita a Gerusalemme

«Guerra chiama guerra, violenza chiama violenza». Sulla strage di Gaza papa Francesco non ha usato ieri mezzi termini: «Esprimo il mio grande dolore per i morti e i feriti. Ribadisco che non è mai l’uso della violenza che porta alla pace».

Un monito duro a Israele che si ritrova anche nelle parole delle chiese cattoliche in Palestina: i vescovi della Terra Santa hanno chiesto la fine immediata dell’assedio israeliano su Gaza e criticato la mossa unilaterale di Trump su Gerusalemme: «Sia città aperta a tutti i popoli – scrivono – Non c’è motivo che possa impedire alla città di essere capitale di Israele e Palestina».

Continua intanto la bagarre diplomatica: dopo il ritiro del rappresentante palestinese da Washington, ieri il presidente dell’Anp Abu Mazen ha richiamato quelli in Romania, Repubblica Ceca, Austria e Ungheria, i paesi europei che hanno partecipato all’inaugurazione della nuova sede dell’ambasciata Usa mentre a Gaza si compiva un massacro.

E mentre gli Usa bloccavano in Consiglio di Sicurezza la risoluzione del Kuwait che chiedeva un’indagine indipendente, il Guatemala trasferiva la propria rappresentanza a Gerusalemme alla presenza del premier israeliano Netanyahu e del presidente guatemalteco Morales. Un domino pericoloso che dimostra ai più scettici che quella di Trump non è stata affatto una mossa simbolica, ma un atto foriero di conseguenze interne e internazionali.

Di questo discute oggi la Lega Araba, in un meeting straordinario al Cairo: come preannunciato dal segretario aggiunto Zaki, «sarà presentato un progetto di risoluzione» per «affrontare l’aggressione israeliana contro il popolo palestinese e a reagire alla decisione illegale presa dagli Usa».

Che il mondo arabo inizi a muoversi? Improbabile, visti i rapporti che legano molte leadership alla Casa bianca (a partire dal Cairo e Riyadh), gli interessi comuni con Israele e la radicata opposizione a Hamas che caratterizza le principali capitali.

Chi sembra aver assunto la posizione più dura è il presidente turco Erdogan, artefice di rotture e pronte riconciliazioni con Israele ma consapevole che sventolare la bandiera palestinese radica la sua immagine di leader arabo e islamico.

Dopo la rispettiva cacciata degli ambasciatori, ieri è stata giornata di provocazioni: ha aperto Erdogan che ha definito Netanyahu «capo di uno Stato di apartheid»; ha proseguito Bibi accusando Erdogan di violazioni a Cipro Nord e di mani sporche del sangue curdo. Poi è stata la volta della Knesset che ha annunciato una mozione per il riconoscimento del genocidio armeno.

Chissà quanto durerà: l’assalto israeliano alla Mavi Marmara diretta a Gaza e l’uccisione di nove attivisti turchi si era chiusa con risarcimenti e pacche sulle spalle.

FONTE: Chiara Cruciati, IL MANIFESTO


17 Mag 2018

Gaza. Severo monito del papa: «Guerra chiama guerra»

Gaza. Il pontefice: dolore per le vittime. Scontro aperto tra Israele e Turchia: scambio di accuse e ambasciatori ritirati, ma il precedente della Mavi Marmara fa sorgere dei dubbi

Chiara Cruciati • 17/5/2018 • Guerre, Armi & TerrorismiInternazionale • 44 Viste

Intanto il Guatemala segue Trump: ieri l’ambasciata è stata trasferita a Gerusalemme

«Guerra chiama guerra, violenza chiama violenza». Sulla strage di Gaza papa Francesco non ha usato ieri mezzi termini: «Esprimo il mio grande dolore per i morti e i feriti. Ribadisco che non è mai l’uso della violenza che porta alla pace».

Un monito duro a Israele che si ritrova anche nelle parole delle chiese cattoliche in Palestina: i vescovi della Terra Santa hanno chiesto la fine immediata dell’assedio israeliano su Gaza e criticato la mossa unilaterale di Trump su Gerusalemme: «Sia città aperta a tutti i popoli – scrivono – Non c’è motivo che possa impedire alla città di essere capitale di Israele e Palestina».

Continua intanto la bagarre diplomatica: dopo il ritiro del rappresentante palestinese da Washington, ieri il presidente dell’Anp Abu Mazen ha richiamato quelli in Romania, Repubblica Ceca, Austria e Ungheria, i paesi europei che hanno partecipato all’inaugurazione della nuova sede dell’ambasciata Usa mentre a Gaza si compiva un massacro.

E mentre gli Usa bloccavano in Consiglio di Sicurezza la risoluzione del Kuwait che chiedeva un’indagine indipendente, il Guatemala trasferiva la propria rappresentanza a Gerusalemme alla presenza del premier israeliano Netanyahu e del presidente guatemalteco Morales. Un domino pericoloso che dimostra ai più scettici che quella di Trump non è stata affatto una mossa simbolica, ma un atto foriero di conseguenze interne e internazionali.

Di questo discute oggi la Lega Araba, in un meeting straordinario al Cairo: come preannunciato dal segretario aggiunto Zaki, «sarà presentato un progetto di risoluzione» per «affrontare l’aggressione israeliana contro il popolo palestinese e a reagire alla decisione illegale presa dagli Usa».

Che il mondo arabo inizi a muoversi? Improbabile, visti i rapporti che legano molte leadership alla Casa bianca (a partire dal Cairo e Riyadh), gli interessi comuni con Israele e la radicata opposizione a Hamas che caratterizza le principali capitali.

Chi sembra aver assunto la posizione più dura è il presidente turco Erdogan, artefice di rotture e pronte riconciliazioni con Israele ma consapevole che sventolare la bandiera palestinese radica la sua immagine di leader arabo e islamico.

Dopo la rispettiva cacciata degli ambasciatori, ieri è stata giornata di provocazioni: ha aperto Erdogan che ha definito Netanyahu «capo di uno Stato di apartheid»; ha proseguito Bibi accusando Erdogan di violazioni a Cipro Nord e di mani sporche del sangue curdo. Poi è stata la volta della Knesset che ha annunciato una mozione per il riconoscimento del genocidio armeno.

Chissà quanto durerà: l’assalto israeliano alla Mavi Marmara diretta a Gaza e l’uccisione di nove attivisti turchi si era chiusa con risarcimenti e pacche sulle spalle.

FONTE: Chiara Cruciati, IL MANIFESTO


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