Interviste

Il Governo dimostri attenzione e rispetto verso i migranti fuggiti dal Nord Africa e a chi ha dovuto farsi carico della loro accoglienza.

 

Dichiarazione di Alessandro Frega, portavoce regionale e Walter Massa, referente regionale immigrazione Forum Terzo Settore Liguria

Inspiegabilmente, senza alcun preavviso, nel tardo pomeriggio di oggi e’ stato comunicato dal governo alle organizzazioni di Terzo Settore della nostra Regione che, con effetto immediato, alla scadenza dei permessi di soggiorno rilasciati per motivi umanitari gli ospiti “dovranno fuoriuscire dal Piano di Accoglienza”.
Stiamo parlando di 570 persone presenti sul territorio regionale – di cui 530 in attesa di poter presentare la richiesta di asilo come previsto dalle leggi internazionali – per la cui accoglienza da mesi la Regione si è fatta carico.
Senza certezze, con grande spirito di collaborazione abbiamo in questi mesi sostenuto l’operato della Regione Liguria ed in particolare dell’Assessore Rambaudi. Abbiamo lavorato per poter costruire una parvenza di futuro per queste persone giunte con la speranza di poter provare a ricostruire la propria vita e, in prospettiva, quella dei propri cari.
Il termine del 31 dicembre 2012 ci pareva potesse essere il giusto traguardo per questo lavoro, tenuto conto che qui in Liguria le condizioni di arrivo e di stabilizzazione sono stati particolarmente visibili data la presenza del confine (secondo me non è chiaro, almeno, io non ho capito …). Abbiamo ancora negli occhi le immagini della stazione di Ventimiglia occupata per mesi da persone che chiedevano solo di poter avere un letto e un pasto caldo e/o la possibilità di ricongiungersi con i propri cari.
Per tutta risposta la vicenda legata all’emergenza nord Africa e’ stata fino ad oggi gestita male e con pochissimo coordinamento da parte del Governo. Lo scaricabarile del governo ci ha portato sino a questa grottesca situazione: da una parte si celebra pomposamente il volontariato e l’impegno civico dei cittadini, dall’altro i nostri volontari, i nostri soci, le nostre organizzazioni vengono letteralmente prese a pesci in faccia senza alcun ritegno.
Fino ad oggi il Governo non aveva dato risposte né sulle risorse per proseguire il piano di accoglienza fino alla fine del 2012 né sulle strategie future; oggi, come se niente fosse, comunica la fine dell’accoglienza con un laconico comunicato Noi non ci stiamo! Chiediamo la ripresa immediata del tavolo Governo -Regioni e l’impegno a costruire un percorso di uscita delle persone prese in carico degno di questo nome e rispettoso degli impegni assunti.
Da domani come Forum del Terzo Settore ligure, insieme a tutti gli enti impegnati nell’accoglienza dei profughi, ci mobiliteremo con forme di protesta visibili fino a quando questo Governo non si assumerà le proprie responsabilità, confermando gli impegni presi a livello internazionale e locale.

Genova, 5 aprile 2012

Relazione introduttiva Conferenza Organizzativa Arci Genova 2011

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Carissimi compagni e compagne, amici e amiche, ospiti e invitati,

Poco più di un anno fa si è tenuto il congresso dell’associazione. Congresso che ha definito un percorso politico ed organizzativo i cui due principali capisaldi di lavoro sono stati la tutela e la valorizzazione del nostro modello associativo e il rilancio della funzione dell’associazione come propulsore di coesione sociale, operatore culturale e laboratorio di cittadinanza attiva.

Ma a distanza di un anno ci siamo resi conto che due questioni necessitano di essere riviste e discusse. La necessità di un rafforzamento del rapporto con le basi associative e il rapido peggioramento della quadro politico nazionale, con il suo portato di tagli al sistema sociale e culturale, che ha contribuito a creare una difficoltà economica dell’associazione. Per affrontare questi aspetti abbiamo avviato gruppi di lavoro che hanno preparato questa conferenza cominciando ad elaborare percorsi positivi. Ed oggi siamo qui per approfondirli.

Già un anno fa, discutemmo di fronte ad uno scenario generale drammatico.

Ma, come se la situazione non fosse già preoccupante, in questo anno abbiamo assistito e ci siamo confrontati con varie situazioni che hanno aggravato questo quadro politico e sociale con ricadute notevoli sulla vita quotidiana di tutti noi.

Quello che dicemmo allora ha trovato conferma negli accadimenti successivi. La crisi che ci troviamo ad affrontare infatti, non riguarda solo aspetti di origine economica e finanziaria.

La trasformazione del mondo produttivo mondiale ha ricadute sul sistema sociale delle nostre comunità e corrisponde ad un modello culturale omologante e disgregante al tempo stesso.

Ciò che è avvenuto alla Fiat ne è un esempio. La competitività è agitata come spettro intorno a cui riscrivere il sistema dei rapporti di lavoro e la paura della perdita dei posti di lavoro è usata per deregolamentare un sistema di diritti e tutele. Con il Governo incapace di svolgere il suo ruolo naturale di mediazione fra le parti per raggiungere una soluzione condivisa.

Purtroppo pare ormai evidente che si tratti di una strategia politica.

La crisi economica è utilizzata per sgretolare non solo il sistema lavorativo, ma anche quello sociale e culturale.

Nell’ultimo anno infatti abbiamo assistito a numerose “riforme” e tagli destabilizzanti.

La riforma Gelmini sulla scuola che nel triennio dal 2008 al 2011 ha visto calare le classi di 10.617 unità, nonostante il numero degli alunni in Italia non sia mai diminuito, con l’eliminazione prevista di 87.400 cattedre.

I tagli indiscriminati al sistema culturale – solo successivamente parzialmente rivisti-. Il Fondo Unico per lo Spettacolo solo nell’ultimo anno è stato dimezzato portandolo a 231 milioni di euro. Ed complessivamente gli investimenti culturali sono lo 0,21% del Pil, mentre in Francia sono l’1%, cinque volte maggiori.

I tagli al sistema di welfare. Dal 2008 al 2011 i fondi nazionali per le politiche sociali sono scesi da 2,5 miliardi a 538 milioni: un taglio dell’80% che significa riduzioni e chiusure di servizi sui territori dedicati a bambini, anziani, persone svantaggiate, con la ricaduta di ulteriori problemi sulle famiglie.

La riduzione dei diritti di cittadinanza: pensiamo all’introduzione del cosiddetto “pacchetto sicurezza” che costringe milioni di nuovi cittadini migranti che oggi vivono e lavorano nelle nostre città, a condizioni di precarietà e insicurezza.

Questo è il presente in cui viviamo. In un modello economico e culturale neoliberista che prevede la riduzione dei diritti lavorativi, sociali, di cittadinanza e che, giorno dopo giorno, sgretola lo stato sociale tentando di smontare il nostro modello democratico, attaccando la Costituzione per arrivare ad una democrazia populista senza limiti al potere politico.

E’ anche in questo quadro che possiamo leggere l’intensificarsi di controlli amministrativi e fiscali nei confronti delle associazioni a cui stiamo assistendo soprattutto negli ultimi mesi.

Naturalmente non è in discussione la legittimità dei controlli. Anzi, in questi anni siamo stati una delle poche associazioni a concordare con le istituzionali locali e nazionali, scelte e azioni che promuovessero comportamenti virtuosi richiesti non solo dall’obbligo giuridico ma anche da vincolo etico.

Il problema nasce da un approccio “aggressivo” che sta alla base di questi accertamenti, e che stiamo riscontrando su tutto il territorio nazionale. Verifiche che contestano sistematicamente la presunzione di commercialità dell’attività del circolo, anche in presenza di un rapporto associativo chiaro (bilanci, assemblee, e organismi regolarmente tenuti).

E’ una logica quindi, che tende a valutare le entrate del bar del circolo come attività imprenditoriale, senza metterle in relazione con le attività istituzionali dell’associazione di carattere solidaristico, aggregativo, sociale e culturale così come invece è stato definito nella legislazione che riguarda l’associazionismo.

Anche in questo frangente si evidenzia la tendenza a non riconoscere la funzione che l’associazionismo svolge sui territori.

E’ importante quindi che si riavvi al più presto una riflessione adeguata con tutti i soggetti competenti, sia a livello nazionale che a livello locale, perché questa condizione, al di là delle singole circostanze, può avere ricadute pesantissime su molta parte del mondo non solo dell’associazionismo ma anche di tutto il terzo settore.

Le ricadute di questa politica nazionale sul livello locale sono sotto occhi di tutti e si sentono sulla pelle di un numero sempre maggiore di cittadini. Ciò a cui abbiamo assistito su Fincantieri ne è un esempio lampante, ma che purtroppo è facile accostare a molte altre circostanze attuali: dalle limitazioni del sistema pubblico dei trasporti locali, alla riduzione dei finanziamenti per la cultura e lo spettacolo, dai disagi sempre più evidenti del sistema scolastico e formativo, alle difficoltà crescenti per disabili e anziani non autosufficienti.

Questa situazione inoltre, indebolisce e rischia di vanificare una reale necessità che come associazione sentiamo da tempo: un ripensamento complessivo del sistema di promozione culturale in cui siano valorizzate tutte le forme espressive creative e culturali diffuse in città e la riprogettazione del sistema dei servizi sociali. Servizi che, peraltro, dati i tagli ingenti del Governo rischiano la chiusura.

Purtroppo anche all’interno del Forum del Terzo Settore, luogo importante di discussione con gli altri soggetti del privato sociale e di interlocuzione con l’Amministrazione pubblica, non si è ancora riusciti a far emergere questa necessità, restando troppo ancorati ad un sistema che ormai non sembra più in grado di rispondere ai bisogni attuali delle persone e delle famiglie.

Sappiamo che questa situazione generale non può essere ascrivibile solo al “Berlusconismo”. Ma a radici più più lontane e ramificate in molta parte del modo di pensare e agire della nostra società. E sappiamo che solo con modelli nuovi e positivi ci potrà essere un cambiamento che comunque non sarà certo a breve termine.

Ma noi dobbiamo porci una domanda. Cosa può fare l’Arci in questa situazione?

Il nostro modello associativo attuale è in grado di rispondere ai bisogni reali non solo dei soci e ma anche di coloro che non sono ancora associati ma potrebbero trovare negli spazi associativi un’embrione di soluzione alla proprie necessità?

Quale funzione possiamo e vogliamo svolgere nelle nostra comunità: dai piccoli paesi dell’entroterra, passando l’amministrazione comunale sino ai municipi?

Non sono domande semplici perché interrogano il nostro modo di essere e il nostro modo di agire.

Ci pongono di fronte a contraddizioni e fatiche che sono parte del quotidiano di ognuno di noi e forse, fanno anche parte una storia che affonda le sue radici secoli passati.

Ma forse è proprio da qui che possiamo trarre spunto e vitalità per riprendere con maggior vigore quel cammino che abbiamo appunto definito un anno fa al nostro congresso.

L’Arci ha una vocazione a proporre un altro modello culturale e sociale basato sui diritti, sulla solidarietà, sulla cultura, sui beni comuni e sulla partecipazione diretta delle persone all’azione nei propri quartieri.

Oggi mutualismo significa concretizzare l’accesso ai diritti di ognuno, ispirandoci ai valori fondamentali appena accennati.

Vogliamo migliorare la qualità della vita dei nostri soci e della collettività, attraverso le proposte ricreative e di aggregazione sociale e culturale organizzate nei circoli.

Ma sappiamo anche che i nostri circoli sono pienamente dentro a questa difficile realtà.

Nelle riunioni preparatorie di questa conferenza, negli incontri con i compagni dei circoli e del direttivo, si sono manifestate tante criticità, ma la preoccupazione generale più diffusa è quella della difficoltà a rigenerare corpi sociali svuotati da costumi di vita cambiati nel corso degli anni, da comportamenti sempre meno socializzanti, da una solitudine che pervade sempre di più il nostro tempo libero.

Alcune frasi di questi incontri che molti di voi potranno riconoscere anche come proprie: “Non va bene. Non c’è ricambio e i cittadini sono cambiati”. “ E’ difficile. Difficile per come è il posto e per come è la gente che ormai vien qui solo a bere”. “Qui fra un po’ chiudiamo. Siamo alla fine della strada…”.

La dimensione individualistica, dei problemi di ognuno di noi, ha ridotto le capacità delle persone a pensare il presente e il futuro in una sfera collettiva che ci inevitabilmente ci lega.

L’indifferenza verso il nostro prossimo è un fenomeno crescente, anche all’interno delle nostre basi associative.

Come rompere quindi questa spirale di modello distruttivo?

Il congresso dello scorso anno ci ha dato alcune chiavi di lettura e di lavoro con cui in questi mesi abbiamo provato ad agire.

Innanzitutto l’inizio di un nuovo modello culturale e di vita e delle relazioni umane non può prescindere da un ricostruzione capillare e qualificata di una rete che sia capace di aggregare i cittadini. Qualcuno lo chiama territorio, per noi è la nostra rete associativa.

Conoscenza e valorizzazione delle capacità e delle specificità del contesto territoriale, dei singoli circoli e dei singoli dirigenti è un elemento imprescindibile per ricostruire una coesione sociale duratura.

Ed in questo senso abbiamo rafforzato il legame con molti circoli, collaborando su singole iniziative, progetti specifici e attività settoriali.

Nell’ultimo anno abbiamo finalmente dato gambe alla convenzione Cultura3 proposte culturali per la terza età con il Comune di Genova per favorire la fruizione dell’offerta culturale cittadina ad una fascia più ampia di cittadini, in particolare gli anziani.

Molti soci dei nostri circoli hanno scoperto e partecipato ad un programma di iniziative agevolate– proposte da musei, teatri, biblioteche e altre realtà culturali – volte ad arricchire il tempo libero ed a favorire la socialità. E talvolta quest’attività ha permesso a nuovi soci di conoscere ed apprezzare le attività del circolo.

Sul tema dell’invecchiamento attivo delle persone abbiamo collaborato al progetto Età Libera finanziato dalla Fondazione Carige ed in sinergia con i Distretti Sociosanitari. Con alcuni circoli abbiamo realizzato molteplici e variegate attività: educazione al consumo critico, prevenzione al disagio, socializzazione, sport, formazione all’uso delle nuove tecnologie informatiche.

In numerosi circoli abbiamo avviato e consolidato attività che hanno coinvolto bambini e le loro famiglie.

Sostegno per i compiti, corsi di espressione corporea, corsi di danza hip-hop, progettazione di murales, corsi di cucina per bambini, animazioni e laboratori di riuso e riciclaggio creativo.

In alcuni casi, a seguito dei buoni risultati ottenuti, alcuni circoli hanno addirittura ristrutturato i vecchi campi da bocce, ormai quasi in disuso, in spazi giochi per bambini.

Anche sul tema dell’educazione ai consumi, della sostenibilità ambientale, dei nuovi stili di vita abbiamo riscontrato un’attenzione crescente nei circoli e nei soci. Un’attenzione che corrisponde probabilmente alla ricerca di migliorare la qualità della vita personale, di spazi accoglienti, liberi da tentazioni alienanti. E il tema dei beni comuni al centro del dibattito politico di questi giorni testimonia che talvolta le basi associative intercettano bisogni e tendenze prima che siano al centro del dibattito pubblico.

Infine uno dei temi che da qualche anno si caratterizza come una delle identità forti dell’associazione. L’integrazione dei nuovi cittadini e la lotta contro ogni forma di discriminazione.

Negli ultimi mesi stiamo assistendo, per la cosiddetta Emergenza profughi, ad atteggiamenti xenofobi e discriminatori agitati strumentalmente dalle forze politiche di destra. E putroppo abbiamo constatato come agitare la paura del diverso, porti le persone ad incattivirsi e, a volte, a scordarsi i valori fondamentali di una civile convivenza.

Il valore della solidarietà in questi frangenti significa accoglienza, conoscenza e valorizzazione della diversità. Significa scardinare stereotipi e pregiudizi che sono presenti in ognuno di noi. Significa agire non per pietismo o filantropismo ma per la costruzione di comunità coese e pacifiche in cui siano riconosciuti i diritti di tutti.

Per questo motivo ci siamo subito attivati in modo compatto, coinvolgendo tutti i livelli dell’associazione, dal nazionale passando per i comitati regionale e provinciale sino alle basi associative. E questo slancio ha segnato significativamente la nostra attività trovando risposte concrete di accoglienza, mettendo a disposizione spazi, risorse e competenze. Tanto che il nostro impegno è diventato uno dei punti di riferimento per l’amministrazione comunale e regionale.

E qui arrivo ad uno dei punti centrali della discussione dei nostri ultimi mesi.

In passato, nei rapporti con l’amministrazione, abbiamo chiesto un maggior riconoscimento del ruolo svolto dall’associazionismo come fattore di coesione sociale e antidoto alla frammentazione e alla solitudine delle persone di cui abbiamo parlato in precedenza.

Ma forse oggi siamo ad un altro passaggio.

Genova è una città in transizione ormai da almeno vent’anni. A differenza di altri abbiamo sempre riconosciuto i cambiamenti positivi e tangibili avvenuti.

Ma oggi non è ancora chiaro qual’è il progetto di città, la vocazione prioritaria a cui puntare: porto, turismo, terziario, polo tecnologico, cultura?

Il Piano Urbanistico Comunale in discussione è certamente un momento importante di pianificazione della città e non solo in termini urbanistici.

Ma senza la definizione di un progetto condiviso è più difficile far ripartire non solo investimenti e lavoro, ma anche creatività e partecipazione.

In questa discussione noi non vogliamo che ci sia riconosciuto un ruolo. Sappiamo di averlo. Testimone il fatto che spesso, come nel caso della SMS Fratellanza e Amicizia, già esiste una proficua collaborazione tra circoli e Municipi. Ma questa funzione, che in passato abbiamo chiamato agente di sviluppo e coesione territoriale, vogliamo condividerla con l’amministrazione e con tutti gli altri soggetti sociali, culturali, imprenditoriali della città, per costruire la Genova del futuro.

Insieme dovremmo approfondire il modo in cui farlo.

Insomma in questi mesi abbiamo agito secondo il programma politico-associativo consegnatoci dal congresso.

Tuttavia, come ci siamo resi conto che nonostante tutte le iniziative attivate in un congruo numero di basi associative, restano ancora alcuni aspetti di inadeguatezza.

Il primo riguarda la necessità di un maggior coinvolgimento delle circoli.

L’impegno del Comitato, il buon uso dell’organizzazione e degli strumenti disponibili, non può prescindere dall’obiettivo che ogni anno sottolineiamo in modo particolare: l’allargamento, e il rinnovamento dei dirigenti nell’associazione.

Ogni anno aumenta la sofferenza generalizzata al ricambio dei dirigenti. Ancora più che in passato il Comitato sarà impegnato ad essere sponda certa e disponibile per assemblee di soci, consigli direttivi, presidenti in difficoltà.

Però non basta.

Ma abbiamo visto che il Comitato Arci può essere di supporto, incoraggiare, sostenere, ma è dall’interno dei singoli Circoli che devono emergere le risorse necessarie. Forse serve che all’interno dei Circoli stessi aumenti la consapevolezza che gli spazi sono luoghi comuni, di tutti, che le attività sono patrimonio di tutti i soci e di quelli che potrebbero diventarlo.

Serve forse che il circolo nel suo complesso sia sempre più visto come struttura “disponibile”, aperta anche a sperimentazioni aggregative, soprattutto giovanili. Luogo di cultura e pratica politica e sociale: per riaprire la prassi di un’aggregazione umana che produce mutuo-aiuto, e che, come ci siamo detti, valorizza la creatività, promuove dialogo e confronto, per ricominciare a lottare contro le emarginazioni antiche e quelle figlie di una modernità che a volte non ci convince.

Dobbiamo resistere e rilanciare, il Circolo come luogo appunto di sviluppo e coesione territoriale.

Ma siamo anche consapevoli che la stabilità del nostro modello circolistico non è poi così garantita.

Non solo per le verifiche e i controlli “aggressivi”, ma anche perché, come accennavo in avvio di relazione, le ricadute economiche delle riforme e dei tagli hanno inciso e incideranno sui nostri bilanci e sulla nostra sostenibilità economica.

E’ necessario quindi riorganizzazione in forma strutturata e permanente di servizi di consulenza contabile, amministrativa, fiscale, tecnica e legale, ma soprattutto rafforzare il lavoro sulla patrimonializzazione dell’associazione, sulla ricerca di nuove risorse economiche valorizzando alcuni strumenti già in nostro possesso, come le convenzioni.

Anche su questo aspetto è imprescindibile che si riescano a coinvolgere le capacità e le competenze che sono nelle nostre basi associative, alcune delle quali in questi anni hanno saputo trovare risposte innovative per affrontare la crisi economica.

In questo senso si è orientato l’operato del gruppo di lavoro sulle politiche economiche, identificando le prime azioni che stanno già contribuendo a trovare soluzioni per la sostenibilità economica dell’associazione. A questo proposito Massimiliano illustrerà successivamente il lavoro svolto. Ma certamente ancora molte cose restano da fare.

Voglio concludere questa relazione innanzitutto ringraziando la SMS Fratellanza e Amicizia che ci ospita, gli ospiti e gli invitati che hanno accettato il nostro invito, tutti i dirigenti dei circoli presenti, ma soprattutto dipendenti, collaboratori, volontari che operano al comitato perché gli ultimi mesi sono stati veramente impegnativi.

La crescita della mole di lavoro non sempre corrisponde alla crescita delle risorse sia economiche che di personale. Ma nonostante questo c’è un grande senso di appartenenza all’associazione, e la volontà condivisa di proseguire un cammino complesso.

Ma oggi dobbiamo essere, come sempre, prudenti ed ottimisti.

Siamo in mezzo a due eventi politici molto importanti. I risultati delle elezioni amministrative tenutesi da poco in molte città importanti come Milano, Napoli, Cagliari, Trieste hanno ridato un coraggio ed un entusiasmo che solo pochi mesi fa non era pensabile.

Domani e dopodomani si terranno i quattro referendum su acqua, nucleare e legittimo impedimento. Non sarà facile raggiungere il quorum. Ma percepisco un grande fermento positivo.

Anche vincendo non penso che il cambiamento potrà avvenire a breve termine e in maniera semplice. Ma sono segnali e anche i segnali sono importanti. Soprattutto per ricostruire quel clima di fiducia indispensabile sia dentro che fuori dell’associazione.

E l’Arci ha il dovere, per la sua natura e per la sua funzione, di crederci e di fare in modo che la nostra società cambi e cambi in meglio.

Noi abbiamo deciso di investire sul futuro. Nostro e dei nostri figli.

Gabriele Taddeo

Presidente Arci Genova

Gabriele Taddeo sull’accoglienza dei profughi (La Repubblica)

gabriele_30giugno_bisLa Repubblica – Genova, 13/04/2011

Taddeo: “Guardate i bambini negli occhi”

“Quartieri contro disperati? Un´immagine allucinante”

RAFFAELE NIRI

«Non ci credo. A me sembra davvero allucinante questa immagine che sta uscendo della Liguria, con i quartieri che si mobiliterebbero per respingere i profughi. E non ci credo che, in tutta la Liguria, non ci siano cento realtà in grado di ospitare sette persone, perché queste sono le cifre». Gabriele Taddeo, presidente provinciale di Arci, è una persona molto pratica: ad esempio, non ci sta a parlare di «profughi» – che è un´etichetta inutile – preferisce raccontare «il caso dei quindici minori che sono già tra noi. Perché basta guardarli negli occhi per capire che tutti questi isterismi sono assolutamente inutili e demenziali».

Partiamo da questi bimbi. «Non sapevano nemmeno dov´erano finiti, tanto erano spaventati. Loro avevano, giustamente, paura: li hanno tenuti un mese con gli stessi vestiti, erano a Lampedusa da quattro settimane e non potevano lavarsi. Il primo problema che abbiamo avuto, come Arci, è stato quello di trovare qualcuno che sapesse parlare con loro, che ascoltasse le prime esigenze, che mostrasse loro una cartina per far capire in che punto del mondo erano finiti. Veramente qualcuno ha paura di questi quindici minori?». I giornali sono pieni di titoli allarmistici: «monta la rabbia», «paura dei profughi», «per loro i soldi ci sono»… «Dovrebbero vergognarsi. Sia chi esprime questi concetti, sia chi li amplifica. Mi rifiuto di pensare che in tutta la Liguria non ci siano tante piccole strutture in grado di accogliere un numero esiguo di persone. Poi, certo, il problema viene da una gestione imbecille della questione: se si mandano trecento persone in un solo posto è un problema, se ne mandiamo dieci in trenta posti quel problema non esiste». L´Arci è in prima linea:

«Abbiamo lanciato un appello a tutte le nostre strutture di base, solo a Genova i nostri circoli sono 170: le prime risposte sono già arrivate, altre arriveranno, la solidarietà per noi è un valore concreto. Ma non dimentichiamoci che tutto questo funziona già da tempo: esiste un progetto, si chiama Sprar, che già ora aiuta chi richiede asilo politico o è un rifugiato. In questi anni, a Genova, Ceis, Agorà, Arci e Caritas hanno risolto un centinaio di casi, senza che nessuno dicesse una parola. E poi lo vogliamo dire che si tratta di una situazione temporanea? Ma che Paese siamo diventati?».

Tre domande a Sandra Bettio sulla situazione esplosiva delle carceri

Sandra Bettio, dirigente storica dell’Arci genovese, è presidente pro-tempore della Conferenza Regionale Volontariato e Giustizia, nata allo scopo di rappresentare enti, associazioni e gruppi impegnati quotidianamente in esperienze di volontariato nell’ambito della giustizia in generale e più compiutamente all’interno e all’esterno degli istituti penitenziari per affrontare ogni tematica che abbia a che vedere con la realtà della reclusione e dell’esclusione sociale.
Proprio in questi giorni la Conferenza Nazionale ha lanciato un appello al volontariato. Abbiamo così posto a Sandra tre domande sulla situazione.


Le persone detenute sono ormai oltre 67. 000, a fronte di una capienza regolamentare di 44135 e di una definita ‘tollerabile’ di 66.483. Una situazione sempre più drammatica che una volta di più ci pone un’interrogativo inquietante: sono poche le carceri o troppi i detenuti?

Questa situazione va sicuramente imputata alla legislazione in materia di droghe, di recidiva e di immigrazione, alle nuove leggi orientate alla logica della “tolleranza zero”, ma anche alla mancata applicazione di quelle in vigore (regolamento penitenziario del 2000, leggi Smuraglia, Gozzini, sulle detenute madri, difficoltà del passaggio dalla sanità penitenziaria al SSN). E anche se le proposte sulla messa alla prova e sulla detenzione domiciliare del Ministro Alfano diventeranno legge, i risultati deflattivi saranno comunque inferiori alle aspettative promesse.
Il problema dell’edilizia penitenziaria, ovviamente esiste, ma si tratta principalmente di adeguare quelle esistenti agli standard di vivibilità previsti anche dalla Comunità Europea.

Dunque sono troppi i detenuti. E voi, come Conferenza Volontariato e Giustizia cosa proponete?

Noi abbiamo le idee ben chiare su quello che dovrebbero fare le autorità competenti e non manchiamo di far pervenire loro le nostre osservazioni in merito.
Pensiamo però soprattutto a quanto possiamo, e dobbiamo, fare noi. Così a livello nazionale è stato lanciato un appello al mondo del volontariato per un “Piano sociale straordinario per le carceri”. Un piano, cioè, che preveda iniziative di sostegno al reinserimento sociale per coloro che escono o che potrebbero uscire dal carcere, attraverso la formazione, il sostegno lavorativo e abitativo, l’attivazione del terzo settore e dell’associazionismo.
Qui in Liguria abbiamo già attivato un percorso che porti alla creazione del Garante dei diritti delle persone detenute; percorso che ha incontrato purtroppo molte difficoltà – alcune prevedibili anche se comunque inaccettibaili, altre inattese e ingiustificate – ma che siamo determinati a portare a termine. A Genova abbiamo anche attivato un progetto per i cosiddetti ‘Nuovi giunti’, le persone cioè appena entrate in carcere, molto spesso, se non quasi sempre, per la prima volta; le incontriamo per ascoltarle e anche per cercare di provvedere alle loro esigenze, molto spesso assolutamente urgenti quali biancheria intima di ricambio etc. Altri progetti sono in cantiere su tutto il territorio regionale ad opera di associazioni catoliche e laiche.

Tutte iniziative ottime e che in qualche misura possono attenuare la drammaticità dellasituazione, anche se magari solo in pochi casi rispetto al problema complessivo. Per ‘stimolare’ le autorità competemnti cosa pensate di fare? E cosa potrebbero fare gli altri ‘attori’ di questo dramma?

Oltre a cercare di continuare a fare opera di sensibilizzazione, ma anche di ‘controinformazione’ molte volte, abbiamo rivolto a tutto il volontariato un appello per una mobilitazione che realizzi strategie e forme di pacifica manifestazione fino all’autosospensione dal servizio da porre in atto per sensibilizzare ulteriormente l’opinione pubblica e sollecitare il Governo e le istituzioni preposte a trovare le adeguate soluzioni al problema entro l’ estate. In questo quadro sarebbe opportuno che anche le altre figure coinvolte nel problema – polizia penitenziaria, amministrazione e direzioni – prendessero in considerazione la possibilità di forme coraggiose di protesta. Nella mia vita mi sono occupata molto del servizio civile, una conquista importante della nostra società – gravemente sotto attacco da questo governo, non smetterò mai di denunciarlo – dovuta anche al sacrificio di tanti giovani che ebbero il coraggio di fare gli obiettori di coscienza pagando prezzi altissimi per questo.

Tre domande a Carlo Besana sulle elezioni regionali

Dopo aver fatto del Circolo Pianacci il luogo di nuovi percorsi di partecipazione della crescita di un quartiere, il CEP, considerato “difficile”, Carlo Besana si è gettato nella mischia elettorale come “ portavoce di un’intera comunità che si candida, la comunità dei cittadini, delle periferie e dei mondi a cui ho appartenuto e appartengo”. Lo abbiamo intervistato dopo il risultato elettorale. Ecco le sue risposte.

Carlo BesanaCome valuti il risultato elettorale in Liguria e quello nazionale?

Il dato nazionale è preoccupante perchè evidenzia una certa impermeabilizzazione della gente a quanto, anche di eclatante, accade ormai con cadenze quasi quotidiane. Sarà interessante seguire il “posizionamento” della Lega all’interno di una maggioranza che mi sembra molto più sbilanciata.
In Liguria si è fatto argine a questa deriva un po’ grazie allo zoccolo duro che non si è fatto molto scalfire, un po’ grazie alla scelta dell’Udc, ed un po’ (almeno i numeri dicono questo) anche grazie alla nostra lista che ha molto attinto dall’area del non voto o dei delusi dai partiti tradizionali ed ha messo insieme più o meno lo stesso numero di voti dell’Udc. A questo proposito segnalo un’anomalia che non è stata colta dai media : normalmente le liste civiche hanno una forte connotazione personale, quindi legata alle preferenze. Nel nostro caso, invece, su 18254 voti ben 8115 (cioè il 45%) sono stati voti di lista senza preferenza. Mi piace pensare che abbiano avuto un ruolo in tal senso le iniziative mediatiche che hanno promosso non singoli candidati ma la visibilità della nostra lista (spot anti astensione)

Come valuti il tuo risultato personale?

In linea con le attese; le percentuali “bulgare” al Cep (la lista civica ha avuto quasi l’11% con l’89.8% di preferenze a mio favore..) si traducono, in funzione dei “numeri”, in 200 preferenze; altrettante, complessivamente, ne sono arrivate da Voltri, Prà, Palmaro, Pegli e Multedo, ed altrettante complessivamente dal resto della città, con l’aggiunta di una trentina di preferenze dalla provincia.
A luglio, all’atto della presentazione della candidatura, avevo precisato che l’accettazione della stessa era giunta al termine di un percorso di condivisione con i comitati di cittadini delle colline di periferia (in caso contrario non avrei accettato la proposta). Di fatto, però, successivamente, sono prevalse le dinamiche di appartenenza ai partiti, ed i comitati , contrariamente a quanto condiviso, hanno promosso la visibilità di altri candidati, indicati dai “partiti tradizionali”.
Questo non mi ha più consentito, negli ultimi mesi,di fare quello che ho sempre fatto, cioè di essere “presente” nei territori in cui ho sempre agito.
Ecco perchè le mie previsioni in termini di preferenze si erano attestate su quanto consolidato da tempo e quasi esclusivamente al Cep e dintorni; non si poteva pretendere molto di più.

Ci racconti un aneddoto della tua campagna elettorale ?

Non vi racconto episodi spiacevoli (che coinvolgono soggetti con cariche istituzionali che hanno adottato sistemi moralmente riprovevoli , e probabilmente anche oltre i limiti consentiti dalla legge…, nei miei confronti), mi limito all’ultimo atto della mia campagna elettorale, con un partner d’eccezione, Don Andrea Gallo.
Ci siamo recati venerdì 25 al quartiere S.Pietro (più noto come “lavatrici”) per presentare e commentare il suo libro (nel quale dedica un intero capitolo al mio “Tango della ronda”) e ci siamo trovati in un contesto diverso dal previsto, con la presenza, in mezzo ad una ventina di adulti, di molti bambini. Qui Don Gallo si è espresso con una modalità nella quale non l’avevo mai visto, nessun commento politico ma un’interazione sempre più piacevole con i bambini (che pendevano letteralmente dalle sue labbra) ai quali ha raccontato favole (non le nostre tradizionali) con uno spiccato significato legato all’accoglienza. Al termine i bambini gli hanno voluto dedicare un canto, ed hanno intonato, in cerchio, con lui, l’Inno di Mameli…
Non penso sia servito granchè alla mia campagna elettorale, però è stato uno dei momenti più piacevolmente intensi

Tre domande a Hicham Khay, presidente del circolo Belleville

Belleville, un circolo nel centro storico che ha già al suo attivo iniziative importanti, come la presentazione di “Servi”, ultimo reportage narrativo di Marco Rovelli, seguita dal “minilive” di Marco Rovelli (voce e chitarra) e Lara Vecoli (violoncello) in LibertAria.

– I punti di forza del circolo? Su che cosa puntate?
Il gruppo. Il nostro circolo è un luogo di incontro e di socializzazione. I contenuti delle iniziative vengono discussi e approfonditi da tutti i soci, i quali dedicano parte del loro tempo libero a questo progetto sviluppando i propri interessi culturali e coinvolgendo gli altri. Così nascono serate musicali, presentazioni di libri, incontri e via dicendo.

– Si dice un gran bene anche delle vostre scelte su cibo e vino. Ce ne parli?
La scelta è quella di privilegiare il consumo critico, riscoprendo il territorio con prodotti km zero e puntando sulla qualità delle coltivazioni bio. Questo ci ha anche permesso di dimostrare che puntare sulla qualità non vuol dire alzare i prezzi.

– Due parole sul centro storico. Come ti sembra la situazione?
Il centro storico mi dà l’impressione di essere un luogo immobile chiuso su se stesso, le persone ti sembrano spaventate e con nessun entusiasmo. L’idea è che ci sia un ritorno al passato, dove la sera i locali sono tutti chiusi e i vicoli sono deserti, con poche eccezione, dove la città non investe più e si limita a gestire quello che è rimasto.