25 aprile. La Liberazione incompiuta che ancora interroga il presente

Raccontava Umberto Eco a un pubblico americano: «In Italia vi sono oggi alcuni che si domandano se la Resistenza abbia avuto un reale impatto militare sul corso della guerra. Per la mia generazione la questione è irrilevante: comprendemmo immediatamente il significato morale e psicologico della Resistenza».

Forse sono queste le parole che più e meglio raccolgono il senso dell’unicità di quella esperienza, per molti aspetti irriducibile alle sole categorie di comprensione, rielaborazione e valutazione che ci sono invece imposte dal presente. Anche per questa ragione, però, rischiano di rivelarsi come il più sincero epitaffio di una parabola esistenziale, prima ancora che politica, dove al senso di un inedito protagonismo, quello di coloro che fino ad allora erano rimasti ai margini, si coniugava la gioia della liberazione soprattutto dalla necessità di avere paura.

Poiché la dimensione generazionale ha avuto una grande importanza in ciò che leggiamo e interpretiamo come «lotta di Liberazione», tanto più se la riconduciamo alle sue letture nell’oggi. E questo non perché fosse un’impresa dei giovani contro gli «anziani» ma per il suo costituire un moto di profonda frattura rispetto all’ordine preesistente delle cose. Non solo, quindi, nei riguardi del fascismo ma anche rispetto al passato liberale.

La cesura era duplice: da una parte la necessità di una partecipazione attiva che univa classi subalterne a esponenti dei ceti abbienti, rimescolando le carte di una società altrimenti cristallizzata; dall’altra, la repentina necessità di dovere esercitare una scelta, organizzandosi da sé e in assenza di punti di riferimento, dopo vent’anni di profonda e drammatica spoliticizzazione. Non è un caso, infatti, se nelle memorie partigiane a svolgere una parte importante è il racconto del rapporto con i luoghi, con il territorio, quasi a volere dire che la libertà perdeva quel carattere di astrazione per incontrarsi con la dura fisicità dell’ambiente naturale e sociale, riconquistato con il «dover reagire». Di contro, invece, all’artificiosità del fascismo, al suo rivelarsi, oltre che come tragedia nazionale, anche in quanto messinscena farsesca. La Resistenza si manifestava quindi soprattutto nei suoi caratteri aspri e imprevedibili, tanto incerti quanto coinvolgenti.

La storiografia ha recepito e sancito definitivamente la rilevanza di quell’esperienza, per molti aspetti corale, collettiva, senz’altro libertaria e quindi rifondativa. Pertanto identitaria, in quanto trasfusa come ossatura degli ordinamenti collettivi successivi, a partire dalla Repubblica e dalla Costituzione, soprattutto con la partecipazione della collettività popolare al processo politico. Non di meno, proprio in ragione di ciò, intimamente divisiva e conflittuale, poiché il nesso tra Resistenza e conflitto rimane a tutt’oggi insopprimibile.

L’azione politica, ribadiva l’antifascismo organizzato, o è gestione «partigiana» del conflitto oppure si riduce a rappresentazione farsesca di una fittizia unitarietà. I valori, quindi, si formano nel confronto che una nuova coalizione sociale oppone ai vecchi ordinamenti.
Due nomi tra i diversi che possono essere fatti, vanno ancora una volta richiamati: quello di Claudio Pavone, che nel 1991 ha celebrato i fondamenti morali del percorso antifascista e resistenziale così come quello di Santo Peli, che è riuscito a consegnarci una storia composita, della quale ci è restituita la trama della pluralità e della discontinuità delle appartenenze, delle motivazioni, delle partecipazioni così come della ricomposizione degli esiti.

Anche per questo, la lotta di Liberazione non fu rivolta solo contro l’occupante e i suoi tristi e cupi scherani neofascisti. Si trattava semmai di liberare forze fino ad allora rimaste compresse e devitalizzate poiché neutralizzate anticipatamente. Forze poste ai margini della storia del nostro Paese e dell’Europa.

La letteratura, da Calvino a Meneghello, da Pavese a Fenoglio ha immediatamente suggellato, con le parole che le sono proprie, questo processo di emancipazione, focalizzandosi sullo sconcertante sparigliamento di molte identità precostituite, da quelle private e individuali a quelle pubbliche.
Fu quindi una profonda fenditura quella che andò consumandosi, poiché chiamava in causa non il manifesto ma il celato, non l’evidente ma l’implicito, non il calcolato ma l’imponderabile. Fu soprattutto un disincanto collettivo, che obbligò intere collettività a pronunciarsi, fosse anche solo con la colpevole omissione. Si doveva stare da una qualche parte, quindi per qualcosa e con qualcuno. Il carattere sociale e per più aspetti rivoluzionario di questo ribaltamento di ruoli, di questa clamorosa rivendicazione di potere, di un tale bisogno di emanciparsi, lo si misurava tanto più dal momento che ad essere interpellate non furono solo figure d’avanguardia e consapevoli ma, soprattutto, molti dei «retrocessi» da sempre.

Il bisturi incise a forza anche in quella che poi sarebbe stata conosciuta prima come «maggioranza silenziosa» e poi come «zona grigia». Non è un caso, infatti, se oggi a rispondere livorosamente a quella storia si sia incaricato perlopiù chi, recuperando la memorialistica neofascista, celebra il richiamo alla nobilitazione del qualunquismo. La scrittura di Giampaolo Pansa, fenomeno pubblicistico ad ampio raggio, vellica quello che è il bisogno di cancellare qualsiasi ragionamento politico attraverso l’esaltazione dell’indifferenza, i ripetuti sarcasmi sull’impegno, la refrattarietà verso la partecipazione e la presa di posizione, il tutto vissuto altrimenti come la perdita di un confortevole orizzonte d’indistinzione nel quale riconoscersi e paludarsi.

Dopo di che, ciò che l’oggi ci consegna è comunque la dura pietra di una riflessione impietosa. Non sul passato bensì sul presente. C’è infatti un punto critico ineludibile. Se antifascismo e Resistenza sono alla radice dell’identità costituzionale e repubblicana, la loro crisi segna irreversibilmente il tramonto del fondamento sociale della cittadinanza. Si tratta di un fenomeno non nuovo ma che adesso pare essere giunto ad un punto di non ritorno.

Non è la dicotomia fascismo e antifascismo ad essere messa in discussione, pur nella sua evidente storicità, e neanche quella tra destra e sinistra, quest’ultima destinata comunque a ridefinirsi in base al mutamento sociale. Semmai è la dialettica tra inclusione ed esclusione, laddove la ristrutturazione profonda delle società a sviluppo avanzato ha rilanciato la diseguaglianza come condizione immodificabile e, per più aspetti, «naturale». La lunga crisi dell’antifascismo, allora non risponde tanto al cambio di passo intergenerazionale – venendo definitivamente meno coloro che si erano formati negli anni del fascismo, della Resistenza e della Liberazione – bensì al declino di quelle culture politiche e delle prassi istituzionali che dal rifiuto del Ventennio mussoliniano sono concretamente derivate.

Per certi aspetti è la stessa crisi dell’antifascismo a costituire l’indice di questo transito definitivo dalla politica al populismo, quest’ultimo segnato dalla democrazia senza la Costituzione, dalla vuota prassi in assenza di concreti diritti. Se la Resistenza ci aveva consegnato il bisogno del pluralismo, l’età che stiamo vivendo ci riconsegna all’ansia dell’uniformità, senza la quale molti si sentono perduti, messi ai margini dalle trasformazioni governate dall’ipertrofia dei mercati. La questione dei diritti sociali, fortemente ancorata alle politiche redistributive della ricchezza sociale, è divenuta impronunciabile perché cancellando le seconde si fa evanescente la prima. Oggi a essere messo in discussione è il diritto all’eguaglianza, non quello alla differenza. Anche per questo la società si affanna e ripiega su di sé, cercando nel bisogno di identico, di «sempre uguale», la compensazione per la perdita della speranza in un mutamento partecipato.

Un dispositivo, quest’ultimo, che alimenta razzismi, sovranismi e suprematismi. Alla grande espropriazione stanno non a caso rispondendo quelle destre europee post-costituzionali, che hanno trovato uno spazio di rivalsa proprio all’interno di tali dinamiche, rivestendo di «sociale» il loro richiamo a un’identità collettiva che torna ad essere vissuta come mitografia. In ciò sta la reviviscenza del neofascismo, anche quando si presenta sotto spoglie edulcorate e compiacenti, falsamente rassicuranti. Riflettere sul 25 aprile non implica l’esercitarsi su un presunto «tradimento dei valori» ma su quanto la loro mancata realizzazione nel passato si stia rivelando un costo insostenibile in questo presente, dove tutto quello che è solido svanisce nell’aria.

FONTE: Claudio Vercelli, IL MANIFESTO

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