Quelli che vogliono il carcere duro per gli altri perché non sanno di essere liberi

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di Iuri Maria Prado

Il Dubbio, 17 novembre 2017

 

Nulla, quanto l’orribile situazione delle carceri, denuncia la rovina civile del nostro Paese. E nulla, quanto la generalizzata indifferenza per quell’orrore, denuncia la bassezza delle classi politiche e di governo che non si dice per minima sensibilità liberale, ma già solo per rispetto dell’ordinamento costituzionale, avrebbero dovuto e dovrebbero occuparsi di migliorare le condizioni di vita dei detenuti.

Governa le carceri una situazione di intollerabile afflizione e annientamento di ogni diritto (già il diritto di non ammalarsi, il diritto di ricevere cure adeguate, il diritto di disporre di spazi appena vivibili: già questi diritti, ormai normalmente riconosciuti anche alle bestie, sono negati a una quantità detenuti): e di fronte a questa situazione conclamata, nota a tutti, nessuno fa nulla. Perché? Perché nessuno mette in campo iniziative e soluzioni rivolte a far cessare questa vergogna? La risposta, semplice e terribile, è quella che ben si conosce: proporsi a difesa dei diritti dei detenuti, protestare l’esigenza non si dice umanitaria e cristiana, ma, ripeto, anche solo costituzionale e di diritto, che la vita rinchiusa delle persone incarcerate sia almeno decente, ecco, tutto questo non paga.

Anzi costa. Costa la perdita di voti, di consenso. Perché configge con un sentimento radicato e diffusissimo, che si oppone quasi naturalmente e come un obbligato movimento di viscere a qualsiasi ragione di riforma civile su questo fronte. Qual è infatti la ragione profonda per cui si fa fatica a dire, e quasi pare una bestemmia, che il detenuto dovrebbe poter vivere decentemente quantunque carcerato?

Qual è la ragione intima per cui ripugna generalmente l’idea che il carcerato abbia diritto di mangiare bene, di disporre di spazi vivibili e puliti, di potersi dedicare ad attività interessanti, studiare, leggere, fare sport, e magari di poter avere una vita affettiva e sessuale? Per quale motivo anche solo ipotizzare un’organizzazione di quest’altro tipo suscita addirittura sdegno, e la risposta per cui semmai bisognerebbe riservargli pane e acqua?

Dice: “Ma come? Quello ha rubato, ha truffato, ha ucciso, e noi dovremmo anche trattarlo bene? Noi fuori, gente onesta, a faticare per arrivare a fine mese, mentre quelli, delinquenti, come in un albergo di lusso”. Questa risposta, che è la risposta comune, dipende dalla comune indifferenza per il bene primario che in realtà è sottratto al detenuto: la libertà. Dipende dalla comune mancanza di senso liberale della vita. Dipende dalla condizione di mancanza di libertà che affligge innanzitutto la vita di quelli che stanno fuori.

Come chi sta fuori non avverte, non apprezza lo stato di libertà di cui in teoria gode, così egli non avverte quale sia la portata della privazione che affligge il detenuto, cioè appunto la mancanza di libertà. Ecco perché chi sta fuori pretende che il detenuto mangi male. Ecco perché pretende che viva in spazi angusti. Ecco perché si rivolta anche alla sola idea che il detenuto possa coltivare interessi, distrarsi, magari divertisti.

Ecco, infine, perché chi sta fuori pretende che il detenuto “soffra”. Perché chi sta fuori condivide in realtà con il detenuto la medesima condizione di mancanza di libertà. E non avvertendo da questo punto di vista nessuna differenza di stato tra sé e il detenuto, allora chi sta fuori non tollera che quello stia “bene”.

Non gli importa che quello, in realtà, per quanto bene possa mangiare, per quante comodità e piacevolezze (si fa per dire) gli siano concesse, comunque non è libero. Non gli importa perché gli è indifferente la libertà: la propria, innanzitutto, e dunque l’altrui.

È questa la ragione per cui l’orrore delle carceri dovrebbe rappresentare un problema per tutti. Questa la ragione per cui le condizioni incivili in cui vivono i carcerati dovrebbero riguardare tutti, preoccupare tutti, costituire una pena per tutti. Perché in questa vergogna è implicata una questione di libertà: non quella dei detenuti, conculcata: ma quella di chi sta fuori, malvissuta.

 

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