In Tunisia vince la mobilitazione delle donne e cambia la legge sulla violenza

Tunisia. All’unanimità il parlamento modifica la legge sulle violenze contro le donne: aumentano le pene per gli stupratori e scompare la norma del «perdono», matrimonio tra aggressore e vittima. Una vittoria delle donne


Un nuovo passo importante nella rivoluzione tunisina è stato segnato dall’approvazione, all’unanimità, della legge contro la violenza sulle donne da parte del parlamento. La notizia mi è arrivata mercoledì sera subito dopo il voto da Nora Essafi, un’amica di Tunisi impegnata nel movimento delle donne tunisine.

Ancora una volta a dare il segno che la Tunisia non si arrende sono le donne che hanno portato avanti questo progetto di legge tra mille difficoltà e momenti in cui la partita sembrava perduta. Il risultato è stato accolto nell’emiciclo dell’Assemblea dei rappresentanti del popolo con sventolio di bandiere tunisine e il canto dell’inno nazionale, subito ripresi dai social che hanno sottolineato come la mobilitazione delle donne ha pagato.

Naturalmente non è il progetto iniziale (preparato da un comitato di avvocate guidate da Nadia Chaabane) per garantire la parità tra uomo e donna, stabilito dall’articolo 46 della Costituzione, anche perché ha creato le condizioni perché i deputati islamisti di Ennahdha non potessero votare contro (pur con molti contrasti al loro interno), seppure non hanno rinunciato a ribadire i loro principi.

Eppure alcuni punti molto importanti sono stati affermati: soprattutto l’emendamento all’articolo 227 bis del codice penale che permetteva al violentatore di sfuggire alla pena e ottenere il «perdono» se sposava la vittima dello stupro.

Con il nuovo 227 bis, la pena prevista per chi abbia rapporti con una minore di 16 anni anche se consenziente è di 6 anni di carcere, la pena si raddoppia se il responsabile fa parte dell’entourage familiare e può quindi esercitare il suo potere sulla ragazza.

Secondo uno studio dell’Office national de la famille del 2010, il 47 per cento delle donne tunisine ha subito una esperienza di violenza in famiglia. La pena è ridotta a 5 anni se l’età della ragazza è tra i 16 e i 18 anni. Se il reato è commesso da un minore viene applicato l’articolo 59 per la protezione del bambino. Un lungo dibattito è stato dedicato alla maggiore età nei rapporti sessuali, che è stata stabilità a 16 anni.

Questa legge è giudicata un buon successo da Nadia Chaabane, già membro dell’Assemblea nazionale costituente. «Lo Stato si impegna a proteggere i diritti acquisiti dalla donna, li sostiene e opera per migliorarli. Lo Stato garantisce le pari opportunità tra donna e uomo nell’assunzione delle responsabilità in tutti i campi. Lo Stato si impegna a realizzare la parità tra donna e uomo nelle amministrazioni elette. Lo Stato adotta le misure necessarie per sradicare la violenza contro le donne», sostiene l’avvocata.

Siccome la legge prevedeva anche l’uguaglianza in campo lavorativo, tra le misure adottate vi è il divieto di far lavorare dei minorenni come aiutanti domestici; per chi contravviene la pena va dai 3 ai 6 mesi di carcere.

L’importanza dell’approvazione di questa legge sta anche nel momento difficile che sta attraversando la Tunisia che si dibatte tra la crisi economica e l’ostacolata lotta contro la corruzione dilagante.

Tuttavia resta un tabù che nemmeno questa legge ha potuto superare: per raggiungere l’uguaglianza dei sessi occorrerebbe abolire la disparità nell’eredità: la donna eredita ancora la metà del maschio. Nonostante le associazioni di donne abbiano più volte sollevato la questione, su questa pesa la legge coranica.

E su questo punto gli islamisti non avrebbero mai ceduto e forse non solo loro perché quando si tratta di concedere maggiore libertà, rappresentata anche dall’autonomia economica, alle donne anche molti sedicenti democratici ci ripensano.

Ma le tunisine che non hanno mai abbassato le braccia – come ribadiscono sui social – non lo faranno adesso, in vista dell’obiettivo finale. Allora il momento sarà veramente storico e non solo per la Tunisia, ma per tutti i paesi musulmani.

FONTE: Giuliana Sgrena, IL MANIFESTO

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