Le guerre inutili e le apparenti vittorie Usa

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di Sergio Romano

 

Corriere della Sera, 23 luglio 2017

 

In varie occasioni la situazione sul terreno è divenuta più instabile che all’inizio del conflitto. Siamo in un vicolo cieco, anche se i nemici esistono e devono essere affrontati, come nel caso dell’Isis, con fermezza. È ancora possibile, in un mondo afflitto da guerre e minacce, parlare della neutralità come di un possibile rimedio all’uso della forza nelle relazioni internazionali? Ne era convinto Vittorio Dan Segre, scrittore e studioso italo-israeliano scomparso nel 2014. Si era battuto per Israele come giornalista e soldato, ma era giunto alla conclusione che soltanto la scelta della neutralità fra i maggiori protagonisti delle interminabili crisi medio-orientali avrebbe spezzato la catena dei conflitti. A tre anni dalla sua morte il tema è stato discusso a Gerusalemme da un gruppo di amici, riuniti dal nipote Gabriele nel Centro Konrad Adenauer di fronte al Monte Sion e a pochi passi dal grande Mulino che Moses Montefiori aveva fatto costruire nella prima metà del XIX° secolo per dare un lavoro alla povera comunità ebraica della città.
In molti degli interventi ho trovato, insieme all’ammirazione per Segre, un’ombra di scetticismo. Non è facile parlare di neutralità in un’epoca in cui le fiamme della guerra bruciano il Grande Medio Oriente, dalle frontiere meridionali del Maghreb all’Afghanistan attraverso tutti i Paesi del Levante e della Mesopotamia. Questo non è una guerra regionale. È una guerra mondiale in cui combattono, a diversi livelli, gli Stati Uniti, la Russia, la Turchia, l’Iran e molte democrazie europee. La neutralità è possibile soltanto quando le potenze rivali smettono di temersi e di odiarsi. Uno Stato può proclamarsi neutrale soltanto se i suoi vicini sono disposti a riconoscere e rispettare la sua neutralità. È utile in questo momento e in queste circostanze, parlare di neutralità?
Eppure non vi è mai stato un momento in cui le guerre fossero altrettanto inutili. Il Paese più bellicoso e maggiormente incline ai conflitti (gli Stati Uniti) non ha veramente vinto alcune delle sue guerre maggiori. Non ha vinto la guerra di Corea, terminata con un compromesso quando l’America ha rinunciato a debellare l’avversario. Non ha vinto la guerra del Vietnam, terminata quando gli americani hanno abbandonato il campo di battaglia. E quando ha vinto, come nelle due guerre del Golfo e in quella afghana dell’ottobre 2001, la vittoria è stata soltanto apparente e ha lasciato sul terreno una situazione non meno pericolosa e molto più instabile di quella che aveva preceduto l’inizio del conflitto.
Forse l’aspetto più interessante e sorprendente di queste false vittorie è la particolare natura del falso vincitore: una democrazia militare in cui la ricchezza finanziaria, i progressi della scienza e quelli delle nuove tecnologie hanno creato il più raffinato e micidiale degli arsenali. Credo che fra la straordinaria efficacia di questo arsenale e la precarietà delle vittorie esista un nesso. Quanto più l’America mette in campo armi raffinate e distruttive, spesso concepite (come i droni) per ridurre drasticamente il numero delle proprie vittime, tanto più i suoi nemici sanno che non potranno mai batterla sullo stesso piano. È nata così la guerra asimmetrica in cui il nemico degli Stati Uniti ricorre ad armi di cui l’America non può servirsi: l’uso del soldato come bomba vivente, quello della popolazione civile come scudo umano, il massacro dei prigionieri, la distruzione del patrimonio culturale, gli attentati terroristici nelle retrovie del nemico. Possono esservi conflitti che terminano temporaneamente per la stanchezza di entrambi i combattenti, ma non si tratta quasi mai di pace e stabilità. Confesso di non sapere come sia possibile uscire da questo vicolo cieco in cui l’umanità del ventunesimo secolo sembra essere precipitata. I nemici esistono e devono essere affrontati, come nel caso dell’Isis, con fermezza. Ma quale è oggi il senso e la utilità di guerre che non possono essere vinte?

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