Ristretti orizzonti, larghe vedute

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di Patrizio Gonnella

 

Il Manifesto, 18 giugno 2017

 

Le loro carceri. Nel penitenziario Due Palazzi di Padova una redazione giornalistica di detenuti e un laboratorio di pasticceria. Preziosissima l’informazione prodotta dai giornalisti diretti da Ornella Favero. E i dolci della Cooperativa Giotto hanno fatto il giro del mondo, anche il Papa li ha ordinati per le feste. A Padova ci sono due prigioni. Il più noto è il carcere Due Palazzi. Si trova tra Limena e Rubano, a pochi chilometri dal centro. Nebbia, asparagi e uova, ombre mattutine fanno parte della vita di tutti i giorni. Un carcere distante dal centro non aiuta usualmente a consolidare un buon rapporto con il territorio.
Ciò non ha scoraggiato a far sì che il Due Palazzi divenisse uno degli istituti penitenziari più ricchi in termini di partecipazione della società civile. Fu inaugurato a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, in quella stagione dove lo scandalo delle carceri d’oro – evocate da Fabrizio De André in uno dei suoi tanti affreschi di vite perdute – anticipò ma non impedì che scoppiasse Tangentopoli. Il carcere, non distante dal casello autostradale, fu riempito di detenuti prima che fosse terminato e pavimentato. Padova è una città universitaria di grande prestigio.
È sede del centro per i diritti umani, a lungo diretto dal professor Antonio Papisca, di recente scomparso. È stato il primo centro in Italia, e forse in Europa, che ha dato dignità accademica agli studi sulla pace e i diritti umani. Intorno al Centro gravitavano illustri studiosi della pena, come l’amico Beppe Mosconi, capaci di decostruire le ambiguità del sistema penitenziario. Padova brulica di studenti. Forse per questo brulica anche di iniziative culturali, di associazioni e di cooperative. Alcune delle quali hanno fatto nel tempo cose straordinarie all’interno del Due Palazzi.
Ho vissuto alcuni anni a Padova, a metà degli anni Novanta. E nel carcere Due Palazzi ci sono andato centinaia di volte. A Padova vi sono un paio di organizzazioni di cui l’Italia civile dovrebbe andare fiera. Ristretti Orizzonti è un’associazione a cui dobbiamo tutti qualcosa. Ha messo in piedi una redazione composta da detenuti che informa l’Italia intera su quello che accade nelle prigioni e nelle aule di giustizia italiane. La newsletter da loro prodotta è un patrimonio di notizie, di documenti, di storie a disposizione di giornalisti, operatori, volontari, esperti, studenti.
Grazie all’impegno di Ornella Favero e di Ristretti Orizzonti si è aperto uno squarcio di luce sui suicidi, il cui numero non coincide mai con quello più basso che si legge nelle statistiche ufficiali. Ristretti Orizzonti ha il merito di avere avviato una campagna di informazione sui detenuti reclusi nei circuiti di alta sicurezza, spesso esclusi da ogni attività. Della redazione giornalistica faceva parte, prima di ottenere il meritato provvedimento di ammissione alla semilibertà, Carmelo Musumeci, detenuto condannato all’ergastolo e recluso nella sezione di alta sicurezza. Per anni Carmelo Musumeci, mentre studiava, conseguiva due lauree e scriveva romanzi, ha lottato a viso aperto contro l’ergastolo ostativo, ovvero l’ergastolo senza prospettiva di libertà.
La Cooperativa Giotto di Nicola Boscoletto, nel carcere Due Palazzi di Padova, ha aperto un laboratorio di pasticceria. Non un’attività di mera assistenza ma ispirata alla massima professionalizzazione. Non è un caso che i panettoni da loro prodotti hanno fatto il giro del mondo e anche il Papa li ha ordinati in occasione delle scorse feste natalizie. Su google map e su tutti gli indicatori digitali compare prima la pasticcera Giotto e poi il carcere. Un vanto a livello globale. Così almeno avrebbe dovuto essere.
Nel carcere di Padova vi è una sezione di alta sicurezza. In alta sicurezza vanno a finire i detenuti in base al reato commesso e non alla loro pericolosità di fatto. Non è un regime imposto dalla legge. È frutto di una circolare dell’amministrazione penitenziaria che affida al direttore, al termine di una procedura complessa, la possibilità di declassificare il detenuto, toglierlo dall’alta sicurezza e riportarlo nel meno vessatorio e duro circuito ordinario di detenzione. Può fare ciò se serve al processo di risocializzazione.
Ho conosciuto tanti direttori che si sono avvicendati nel tempo a gestire il carcere di Padova. A uno di loro si devono intuizioni e progetti innovativi. Alcuni sono persone di grande valore. Non sempre questo valore è stato riconosciuto dai vertici. Le carriere non sempre sono costruire sulle capacità manageriali e sugli obiettivi costituzionali raggiunti. A volte vengono premiati quei direttori che non fanno accadere nulla, nel bene e nel male. In un carcere ben gestito, ben diretto, aperto al territorio può acceder che qualcuno ne approfitti. È da ipocriti pensare che in una prigione non possa entrare droga o non possano entrare cellulari (cosa accaduta pare nei giorni scorsi al Due Palazzi). Se si vuole una prigione impermeabile bisogna accettarne le conseguenze e avere una prigione blindata, povera di opportunità sociali e dunque incostituzionale.
Raccontava Mario Gozzini nel suo bel libro “Carcere perché, carcere come” che per tutti gli anni Ottanta l’amministrazione penitenziaria attraesse funzionari progressisti e democratici, che però dopo poco restavano disillusi in quanto stretti all’interno di pratiche reazionarie o lassiste. A seguire non parlerò dei bravi direttori padovani che ho personalmente conosciuto, né del colto e simpatico direttore attualmente in sella con cui ho condiviso gli anni universitari a Bari, ma del penultimo direttore che non ho mai incontrato.
Quelli che viviamo sono tempi difficili per chi si occupa di esclusione sociale, di migranti, di carcerati. Si respira un clima d’odio, si infangano persone per bene e storie nobili. Così accadeva nell’America degli anni Sessanta per chi si opponeva all’establishment bellico repubblicano.
È accaduto qualche tempo fa che ragionevolmente l’ex direttore della casa di reclusione di Padova abbia declassificato alcuni detenuti spostandoli dal regime penitenziario di alta sicurezza. Mica li ha messi in libertà. Semplicemente li ha trasferiti, sulla base di prognosi condivise di natura sociale, nelle sezioni ordinarie dove ci sono tradizionalmente più opportunità per chi vuole andare a scuola, in biblioteca, a teatro o lavorare. L’amministrazione penitenziaria decide di inviare un ispettore. Le carte finiscono in Procura. E qui viene messo sotto indagine, pare per falso, il direttore in quanto si sarebbe fatto condizionare da Ristretti Orizzonti e dalla Cooperativa Giotto nella sua decisione. Le due organizzazioni avevano in quel 2015 alla luce del sole manifestato la loro contrarietà a trasferimenti in isole o luoghi lontani di detenuti che da più di un decennio vivevano e lavoravano in quel carcere.
Cos’altro avrebbero dovuto fare se non portare avanti le proprie campagne in piena trasparenza e coerenza? E un direttore se ritiene giusto compiere un atto per sua natura discrezionale deve omettere di farlo solo perché coincide con il volere di associazioni e cooperative che agiscono per il bene pubblico?
Taluni leggendo quest’articolo diranno che in Italia comunque non siamo nell’Ungheria di Orban dove le associazioni e le università libere sono messe al bando. È vero, fortunatamente gli spazi di agibilità per chi si occupa di diritti umani non si sono ancora drammaticamente ristretti. Eppure i primi inquietanti segnali, qua e là, iniziano a intravedersi. Come altro intendere, altrimenti, gli attacchi alle Ong che salvano vite nel Mediterraneo?
Sarebbe buona cosa se l’amministrazione penitenziaria intervenisse con parole chiare a favore di chi, funzionario del ministero o associazione o cooperativa, abbia agito nell’interesse pubblico. Chiediamo ai lettori del manifesto di sostenere Ristretti Orizzonti e di comprare i panettoni e i dolci della cooperativa Giotto. È il miglior modo per affermare il valore costituzionale della pena.

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