Per una società coesa e solidale – la visione ed il ruolo dell’arci provinciale e dei circoli

Da anni assistiamo ad un prepotente assalto dei populismi grandi e piccoli. Alcuni segnano la stagione a livello planetario (Trump, la brexit …) altri la politica a livello nazionale e /o locale. Spesso si tratta di populismi beceri che purtroppo infettano nel profondo la nostra società (si vedano i casi di Goro e Gorino e la triste vicenda di via xx settembre a Genova) in cui al populismo si mischiano razzismo, intolleranza ed egoismo. Non di rado il populismo soffia sul fuoco delle paure per lucrare consensi elettorali, trascurando le conseguenze sociali dello sdoganamento di sentimenti e fobie collettive . Questo populismo becero rompe la solidarietà e la coesione sociale, isola le persone nei propri egoismi particolaristi, disgrega la società e rischia di essere il segno principale del nostro tempo. Spesso la reazione a queste derive è stata ed è di debole condanna ed invoca una pietosa comprensione. Oggi più che mai occorre invece ristabilire un quadro valoriale che condanni e isoli con fermezza atteggiamenti di razzismo, sessismo, sciovinismo aggressivo. Accanto ad una condanna ferma ddi questi atteggiamenti occorre invece la capacità di continuare a dialogare con tutte le persone spaventate ed isolate che ne vengono affascinate. Accade anche di ascoltare sempre più spesso che il tempo delle aggregazioni sociali è finito, che l’agire collettivo deve essere sostitutito da estemporanee aggregazioni di singoli. Lo sentiamo anche a sinistra. Subiamo le ultime, estreme conseguenze dell’individualismo e della personalizzazione della politica. Noi siamo un’associazione di promozione sociale, la nostra ragione di essere è la promozione della dimensione collettiva, la capacità di affrontare insieme i problemi, il dargli soluzioni condivise, il costruire e promuovere socialità. Ragionare assieme, la fatica del confronto ed il peso delle differenze sono il nostro dna ma devono essere anche il nostro vaccino politico al populismo rivendicando al contempo questo essere organismo di organismi e, proprio per questo, rivendicando un ruolo ed una dignità diversa dall’essere aggregazione estemporanea di estemporanei egoismi. Dobbiamo dirci, prima di tutto fra noi, qual è il valore della nostra dimensione collettiva, onestamente, nella quotidianità di oggi. Non siamo più da tempo un soggetto strettamente collegato al sindacato né ai partiti. Non c’è più una grande ideologia condivisa da attuare nelle nostre pratiche. Negli ultimi decenni si sono moltiplicate le esperienze di rete con altre associazioni. Coltivare la democrazia interna a tutti questi livelli (di circolo, di associazione di circoli, di reti di quartiere, cittadine, nazionali) e produrre tutti insieme, a partire da alcuni valori condivisi, una nuova idea di società è una sfida attuale e aperta. E’ un “lavoro in corso” che si fa dell’esperienza di tutti i giorni, che ha pochi punti fermi ed è un lavoro faticoso. Soprattutto se lo si porta avanti in mezzo alla precarietà esistenziale e lavorativa e se si ha l’impressione di essere in pochi. Per questo è necessario rigenerare le condizioni perché questo lavoro quotidiano sia appagante, dia sollievo e aiuti a risolvere piccole fatiche quotidiane. E abbiamo bisogno di investire nel racconto delle cose buone che costruiamo, per andarne orgogliosi e per condividerlo con chi, vicino o lontano fa la stessa fatica. Per questo dobbiamo riaffermare con forza il nostro ruolo e la dignità nostra e delle cose che facciamo e respingere con forza ogni tentativo di denigrazione ed ogni atteggiamento persecutorio nei confronti dei circoli. Una idea di societa’ Essere associazione oltre ad essere un dato legale ed organizzativo è e deve essere un dato politico, un’idea di società non come insieme di individui isolati ma come organismo complesso che, insieme ai bisogni degli individui, sviluppa ed affronta bisogni sociali per garantire una risposta che tuteli e promuova il benessere di tutti. Nella convinzione che una società così fatta è più godibile, stabile e fertile. Tendiamo a vivere sempre di piu’ qui ed ora, a ragionare sui bisogni immediati senza avere una prospettiva a lungo termine che ci dia una visione del futuro che vogliamo costruire. Una delle conseguenze piu immediate di questo atteggiamente è la rottura del patto generazionale: stiamo lasciando ai nstri figli un mondo senza futuro, senza risorse (naturali ed economiche) privo di prospettive Paradimatica di questo atteggiamento è la vicenda movida a Genova in cui i giovani sono stati considerati meramente consumatori di alcol, maleducati da reprimere, nessuno si è premurato di capire il loro punto di vista, nessuno si è peritato di cercare di capire i loro problemi e di indagare quello che può apparire, ad uno sguardo superficiale, un nichilismo autodistruttivo. Per la prima volta da molti anni i figli si devono attendere un futuro peggiore di quello dei loro genitori: un mercato del lavoro asfittico, una previdenza sociale depauperata da tutte le risorse, una società egoista che cerca di difendere i diritti di chi è già parte del sistema tenendo fuori gli altri (a partire dai giovani appunto) . Esiste un altro gruppo sociale che è oggetto di un tentativo di esclusione quello di immigrati e rifugiati. Al pari dei giovani sembrano essere un puro oggetto, malgrado contribuiscano in modo estremamente consistente al Pil (secondo i dati di confindustria gli immigrati producono l’8.7% del pil pari a 120 mld di euro) ed alla sostenibilità della spesa previdenziale (8 mld di contributi a fronte di prestazioni per 3 mld) ottenendo in cambio prestazioni assai marginali sono troppo spesso oggetto di odio ed esclusione sociale; se va riconosciuto a molti livelli lo sforzo per l’accoglienza (da quello del governo centrale a molti enti locali) occorre notare come non si riesca ad un uscire da una logica emergenziale ed assistenzialistica. Si fatica a ragionare dell’immigrazione come fenomeno stabile della nostra epoca stiamo assistendo a una migrazione epocale, motivata dalle guerre, dalle dittature ma anche dai cambiamenti climatici che rendono impossibile vivere e lavorare in alcuni paesi. Questi flussi non si fermeranno. Dobbiamo lavorare affinché si diffonda un modello di accoglienza sostenibile e diffuso, fatto di piccoli numeri, che coinvolga tutti i comuni della città metropolitana. Abbiamo bisogno che si studino politiche tese a conoscersi e a dare vita a percorsi di integrazione (reciproca) quanto più efficaci senza negare che le differenze culturali producono fatica e che l’affanno quotidiano in cui tutti noi viviamo non aiuta a promuovere la pazienza dell’ascolto e della messa in discussione delle proprie abitudini. Neanche fra noi, fra le diverse generazioni di genovesi, fra le diverse anime delle associazioni. Non dobbiamo però dimenticare che molti altri migranti vivono da anni in Italia e nella nostra provincia; per loro è necessaria una politica di integrazione il cui fulcro può essere lo ius soli; occorre garantire che tutti i ragazzi nati in Italia abbiano il diritto ad avere la cittadinanza italiana, anche per fare in modo che siano un fattore di stabilità ed integrazione perché, orgogliosi di entrambe le culture cui appartengono, operino da ponte e siano generatori di nuova cultura. Accessibilità Ma una città accogliente è principalmente una città accessibile. A nulla servono bellezza, strutture, servizi se non possono essere usufruite da tutti. Una città accessibile lo è per ogni categoria di cittadini. Disabilità e categorie fragili diventano un punto di vista privilegiato per guardare la città. Ciò che è utile per i più deboli è utile per tutti. Se ci pensassimo come esseri vulnerabili sapremmo meglio stare nella cura dell’altro. E così una città che si rende possibile, aperta, accogliente non solo ha cura dei propri cittadini ma ne restituisce appieno il diritto di cittadinanza e ne rinforza il senso di appartenenza. Cultura siamo un associazione culturale che porta avanti un idea di cultura popolare ma che ospita al suo interno anche componenti di avanguardia; la promozione culturale è parte integrante del nostro essere secondo i dati Siae in Liguria abbiamo organizzato più di 1400 eventi frequentati da oltre 120mila persone sono dati sicuramente sottostimati. Siamo quindi un grande soggetto culturale. Partendo da qui vogliamo denunciare come la cultura stia soffocando A titolo di esempio parliamo della musica: gli spazi dove i giovani possono far musica si riducono sempre di piu: le difficoltà organizzative, i costi di tasse e balzelli, le normative antirumore hanno fatto chiudere molti spazi (anche circoli); rimangono spazi grandi e molto istituzionali a cui i giovani e gli emergenti difficilmente possono accedere questo significa anche che la cultura è sempre più rappresentazione di artisti affermati e sempre meno produzione il risultato è un panorama che va desertificandosi. Dobbiamo spingere per semplificazioni normative e scelte amministrative che vadano nella direzione di agevolare la produzione di cultura e la sua rappresentazione della stessa per le giovani generazioni e gli artisti emergenti ed evitare il rischio (ahime molto concreto) di una cultura statica ed imbalsamata. Accettare il ruolo educativo L’idea stessa di associazionismo e di società così come la conosciamo ora non avrà futuro, in assenza di un progetto condiviso anche nei confronti dei più piccoli abitanti delle nostre città. Stiamo assistendo ad un disinvestimento della spesa pubblica sui temi dell’infanzia e dell’educazione. Contemporaneamente, i bambini sono sempre più interessanti non in quanto persone, ma in quanto consumatori: i calcoli recenti riportano che il potere d’acquisto dei bambini, sommato all’influenza esercitata sugli acquisti dei genitori, soltanto in Europa supera i 1000 miliardi di dollari all’ anno, contro i 50 miliardi di vent’ anni fa e i 5 miliardi di vent’ anni prima. Il nostro ruolo è anche quello di restituire ai bambini gli spazi per lo sviluppo della loro identità di futuri cittadini attivi. Restituire alle famiglie luoghi dove sentirsi accolti nelle loro difficoltà quotidiane. Accostare scuole e centri educativi nella ricerca di ricette educative adatte alle nuove generazioni ma non per queste incentrate sui temi del consumo, dell’individualismo e dell’agonismo sfrenato. Uno sviluppo armonico Il tema dello sviluppo della città è centrale per il futuro . Quello che immaginiamo è un modello di sviluppo compatibile, sostenibile e armonico. Spesso ci siamo concentrati sui temi della compatibilità ambientale e della sostenibilità. Molte sono le vertenze che portiamo avanti insieme comitato e circoli. Oggi vogliamo concentrare la nostra attenzione sul tema dello sviluppo armonico della nostra città. Le periferie sono state negli ultimi anni troppo trascurate, con sviluppo armonico intendiamo la capacità di andare avanti tenendo insieme tutti i territori i centri come le periferie intendendo con questo non solo le periferie geografiche. Occorre ascoltare di più i territori ma occorre anche che i territori parlino di più fuori dall’egoismo localista Serve una riforma del decentramento che dia più poteri ai municipi, servono più risorse alla città metropolitana per affrontare i problemi dei comuni fuori da Genova. Ma occorre anche che , attraverso i circoli, siamo capaci di essere catalizzatori di un dibattito serio sui bisogni delle periferie sottorappresentate. In questo senso dobbiamo essere catalizzatori di democrazia e partecipazione la nostra idea di sicurezza La canea populista spesso mette al centro del dibattito politico il tema della sicurezza. Anche noi pensiamo che la sicurezza sia un tema importante . La nostra idea di sicurezza è il diritto di ogni persona ad avere una vita dignitosa e serena. Si tratta innanzitutto quindi di sicurezza sociale ed economica del diritto ad un reddito , ad una casa, a quartieri solidali e sicuri per tutti. Questo diritto è quotidianamente attaccato dai tagli ai fondi pubblici che colpiscono innanzitutto i piu deboli. Dobbiamo costruire un welfare che dia risposte alle persone (risposte e non voucher) che non lasci nessuno indietro che punti all’inclusione. L’insicurezza sociale ed economica porta a persone piu fragili e piu spaventate, a tensioni sociali, ad un aumento della microcriminalità e della percezione di insicurezza e di paura. Inevitabilmente percepiamo le nostre città con un senso di paura . Ma sarebbe un errore pensare che l’insicurezza e la paura si combattano solo con più forze di polizia o con l’esercito. Il sentimento di insicurezza si combatte innanzitutto con strade piu vive e vitali, con una maggiore illuminazione, con iniziative culturali, con la riappropriazione dei queartieri da parte della società civile. Tutte queste azioni possono anche rafforzarsi attraverso piu presenza di ff.oo ma queste da sole non sono la risposta. Una diversa attenzione investigativa ed una diversa percezione (innanzitutto della politica) sarebbero invece indispensabili per combattere le infiltrazioni di mafia e criminalità organizzata nella nostra regione. Colpisce il silenzio assordante delle istituzioni e delle forze politiche su questo tema. Le infiltrazioni nelle grandi opere pubbliche, nel settore ambientale, l’uso del porto come una delle principali basi europee per il traffico di droga dovrebbero sollevare un allarme sociale che invece non si sente. Nostro compito è cercare di aumentare la conoscenza e l’attenzione su questo tema.

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