C’è del marcio in Danimarca

28/01/2016 Arcireport

 

 

HungaryMigrantsJPEG-09c0b_1441907115-ku3F-U10601204826452Mb-700x394LaStampa.it.jpgIl provvedimento varato dal Parlamento danese contro i diritti dei migranti infligge un micidiale colpo di piccone alla già traballante Europa e alla sua civiltà. Se ne parlava anche altrove, come in Germania. Ma a Copenaghen lo hanno fatto. A stragrande maggioranza, 81 voti a favore su 109, con il sì anche dei socialdemocratici, il Parlamento ha dato il via a nuove restrizioni sulle immigrazioni volute dal governo di destra e dai partiti xenofobi.

La nuova legge si accanisce sui migranti che, dopo viaggi e vessazioni di ogni tipo, dovessero riuscire a raggiungere il confine del «paese più felice del mondo», secondo le statistiche Onu. In questo caso le autorità possono confiscare il patrimonio individuale che superi i 1.340 euro. «Devono pagare per venire da noi», hanno detto i fautori del provvedimento. Anzi la ministra dell’Integrazione (?) avrebbe voluto di più, anche gli anelli d’oro. Poi l’hanno avvertita che la somiglianza con i nazisti del Terzo Reich era troppo forte (mancava solo l’estrazione a forza dei denti d’oro) e per il momento ha lasciato perdere. Ma  non è che l’inizio. Altri provvedimenti ancora più odiosamente restrittivi sono in gestazione. Intanto è stata decisa la riduzione del 10% del sussidio ai migranti, che possono essere sottoposti in qualunque momento a controlli invasivi da parte della polizia.

Se accostiamo queste scelte alla sospensione di Schengen e ai ricatti economici e politici nei confronti della Grecia, risulta chiaro che siamo di fronte alla più grande crisi che il percorso di unità europea abbia mai conosciuto. Il ritorno alle piccole patrie – rancorose e in lotta fra di loro, oltre che con il mondo intero, circondate da muri e fili spinati (se fosse possibile da ponti levatoi) come piccole fortezze – è dietro l’angolo. Il provvedimento danese non è solo indigeribile sotto il profilo umano, ma anche sotto quello politico ed economico. La Danimarca che partecipa ai bombardamenti contro l’Isis, impedisce a chi fugge da quest’ultimo di trovare sostegno e accoglienza. L’Europa che ospita al proprio interno (non c’è bisogno di andare alle Cayman) fior di paradisi fiscali dove gli evasori stipano i loro capitali; che rifiuta accanitamente qualunque ipotesi di una tassazione sui grandi patrimoni vuole strappare dalle tasche di poveri migranti quanto gli è rimasto dopo avere pagato i vari commercianti di carne umana che trova sulla propria strada.

Quella stessa Europa che invece, visto anche il calo demografico interno, avrebbe bisogno di molte più persone disposte a lavorare, con i diritti e i doveri che ne conseguono,  come pagare le tasse,  per sostenere un welfare universalistico.

Ha scritto giustamente lo storico Alessandro Portelli (autore del più bel libro sulle Fosse Ardeatine) che «la memoria impone una relazione vissuta fra il passato ricordato e il presente che ricorda».

In Danimarca quel filo si è spezzato. E non solo lì purtroppo. Dobbiamo reagire prima che l’orrore ci travolga.

 

ArciReport, 28 gennaio 2016

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