Allarme giovani: 123mila posti persi in tre mesi

La crisi del lavoro falcidia gli under 35: sono quasi la metà degli oltre 262mila lavoratori che hanno perso il posto nel primo trimestre. “Solo il 43% di loro cerca ancora un impiego”. Sono dunque destinati a scomparire dalle statistiche ufficiali

da rassegna.it

Allarme giovani: 123mila posti persi in tre mesi

La crisi del lavoro in Italia ha un obiettivo preciso: i giovani. Dopo i drammatici dati Istat che trascinano la disoccupazione giovanile a ridosso della fatidica soglia del 30 per cento, arriva oggi (4 novembre) la rielaborazione di Datagiovani, un gruppo di studio nato nel 2010 come spin-off di Panel Data.Secondo l’istituto, degli oltre 262 mila lavoratori che hanno perso una occupazione nel primo trimestre dell’anno, quasi la metà hanno meno di 35 anni, e poco meno di 58mila risiedono al Sud.

Si tratta prevalentemente di cessazioni di rapporti di lavoro dipendente per licenziamenti, mobilità e conclusione di contratti a termine. Ma il problema rischia di aggravarsi ancora: oltre 50mila di questi giovani non cerca più attivamente lavoro, sperando che il precedente contratto venga rinnovato o che il telefono squilli dopo ricerche già fatte. Eppure solo 8mila hanno già un lavoro che li aspetta, mentre altrettanti continueranno a studiare o a frequentare corsi di formazione professionale.

Datagiovani ha esaminato i dati Istat relativi alla rilevazione sulle forze di lavoro del primo trimestre di quest’anno, soffermandosi in particolare sui giovani che hanno perso una occupazione in questo periodo. Oltre 123 mila giovani hanno perso il lavoro da gennaio a marzo. Si tratta di quasi la metà del totale dei rapporti di lavoro cessati nel periodo (47 per cento), ed oltre 57 mila si sono verificati tra giovani del Sud.

A cessare, sono soprattutto rapporti di lavoro dipendente, per termine del contratto o chiusura aziendale. Circa l’85 per cento dei giovani che ha perso il lavoro aveva un contratto da dipendente, il 9 per cento era collaboratore (a progetto o occasionale) mentre il 6,4 per cento si configurava come lavoratore autonomo.

Vale poi la pena sottolineare che in meno di un caso su dieci la motivazione della conclusione del rapporto di lavoro è dipesa dalla volontà del lavoratore, per problemi personali o per tornare a studiare. Nel 65,2 per cento delle situazioni si è concluso un contratto di lavoro a termine o stagionale, e per il 27 per cento si è trattato di licenziamenti o mobilità a causa di crisi aziendali (con punte del 33 per cento tra i giovani del Mezzogiorno).

Ma l’aspetto più allarmante, è che solamente il 43 per cento dei giovani rimasti senza lavoro nel primo trimestre (poco più di 53 mila) si è attivato per cercarne un altro, e può essere considerato a pieno titolo “disoccupato”. Gli altri sono inattivi, ma solo una piccola parte, circa 8 mila (di cui 5.600 al Nord) ha già un lavoro che inizierà in futuro, ed un gruppo analogo per dimensioni sta studiando o seguendo corsi di formazione professionale. Il rischio che molti giovani entrino in una spirale di disoccupazione o di inattività di lunga durata è dunque decisamente elevato: quasi 13 mila sperano di vedere riattivato il vecchio posto di lavoro, e 12 mila stanno attendendo gli esiti di vecchie azioni di ricerca. Ben 9.400 (di cui oltre 6 mila al Sud) sono talmente scoraggiati dalla situazione attuale da essersi convinti che un altro lavoro non lo si possa trovare.

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