Immigrazione: da Palermo un reportage sulle le navi-prigione dei tunisini

Da ormai cinque giorni nel porto di Palermo i traghetti di linea ospitano gli stranieri trasferiti da Lampedusa. Terre des hommes: “I ragazzi sono stati identificati frettolosamente”.
Sulle due navi ancorate al molo palermitano ci sarebbero anche dei minori. Non si perde in particolarismi il regime di trattenimento dei tunisini che il governo italiano ha predisposto in seguito all’incendio del centro di Contrada Imbriacola di Lampedusa. Sulle tre imbarcazioni si trovavano fino a domenica circa 560 persone. Da ieri sono in 340 perché la nave Moby Fantasy ha lasciato il porto per la volta di Cagliari dove i suoi 220 “ospiti” saranno trasferiti al centro di prima accoglienza di Elmas, vicino all’aeroporto del capoluogo.
Ma anche in quest’ultimo caso, le operazioni paiono orientate solo a decongestionare la situazione e allentare la tensione. L’obiettivo, reso esplicito dal ministro dell’Interno Roberto Maroni, è procedere al rimpatrio di tutti i tunisini identificati. Peccato che, secondo l’Associazione dei giuristi per l’immigrazione e la rete di movimenti antirazzisti palermitani, ogni procedura sia saltata.
E cresce il sospetto che, nella fretta di organizzare l’allontanamento da Lampedusa e il successivo ritorno in patria, sia sfuggito all’attenzione qualche minore finito nel ciclo di detenzione sui generis organizzato in nome dell’ultima emergenza. “È molto alto il rischio che sulle navi siano presenti ragazzi tra i 15 e i 17 anni”, sostiene Federica Giannotta di Terre des Hommes che a settembre ha concluso un ciclo di interventi per i più piccoli proprio sull’isola di Lampedusa. Alcuni dei loro assistiti ora non si trovano più.
“Non abbiamo notizie da nessuno dei ragazzi che hanno rilasciato ai nostri avvocati la procura legale”, continua Giannotta, preoccupata che “possano essere stati mal identificati”. Terres des hommes non partecipa al progetto Presidium, l’unico autorizzato dal ministero ad operare a Lampedusa, e insieme ad altre associazioni lamenta da tempo la mancata informazione sui trasferimenti e i trattenimenti degli stranieri. Così, di fronte all’ennesima operazione “frettolosa”, venerdì scorso ha chiesto dettagli alle autorità “circa l’identità delle persone imbarcate sulla Moby Fantasy, Moby Vincent e Audacia anche al fine di potere sapere se vi siano tra di esse categorie vulnerabili (minori, malati e richiedenti asilo)”. Finora, nessuna risposta. E le domande si moltiplicano.
“Perché nessuno può vedere i migranti? Chi può testimoniare le condizioni in cui sono trattenuti? E cosa hanno fatto per essere detenuti?”, si chiede la rete di movimenti palermitani che è in presidio permanente di fronte al porto della città. Dopo la manifestazione di domenica scorsa, altre trecento persone si sono radunate ieri nelle vicinanze del molo. Judith Gleize di Bordeline – Sicilia spiega che “la cosa più urgente è verificare le procure che già erano state disposte dai migranti quando si trovavano a Lampedusa in modo da chiedere l’accesso degli avvocati sulle navi. Intanto, tramite i parenti con cui siamo in contatto, stiamo cercando di aggiungere nuove procure”.
È una lotta contro il tempo. I voli per Tunisi riportano indietro cento persone al giorno. Chi rimane a bordo, invece, resta ancora isolato, privato del cellulare per comunicare all’esterno e senza rassicurazioni di sorta. Ma le due navi di Palermo non costituiscono certo un’eccezione. Il governo Berlusconi non è nuovo all’ipotesi di costruire luoghi di privazione della libertà con “caratteristiche modulari”. Si parlava di carceri galleggianti nel 2009 come risposta al sovraffollamento degli istituti penitenziari, si è ritornati al trattenimento in mare anche durante gli ultimi mesi: partiti da Lampedusa i traghetti capaci di trasportare mille persone a tratta, raramente hanno concluso il viaggio a Porto Empedocle o Palermo. I meno fortunati sono stati costretti a viaggi che, soltanto nel tragitto marittimo, superano i tre giorni.

di Dina Galano

Terra, 28 settembre 2011

I commenti sono chiusi.