Relazione introduttiva Conferenza Organizzativa Arci Genova 2011

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Carissimi compagni e compagne, amici e amiche, ospiti e invitati,

Poco più di un anno fa si è tenuto il congresso dell’associazione. Congresso che ha definito un percorso politico ed organizzativo i cui due principali capisaldi di lavoro sono stati la tutela e la valorizzazione del nostro modello associativo e il rilancio della funzione dell’associazione come propulsore di coesione sociale, operatore culturale e laboratorio di cittadinanza attiva.

Ma a distanza di un anno ci siamo resi conto che due questioni necessitano di essere riviste e discusse. La necessità di un rafforzamento del rapporto con le basi associative e il rapido peggioramento della quadro politico nazionale, con il suo portato di tagli al sistema sociale e culturale, che ha contribuito a creare una difficoltà economica dell’associazione. Per affrontare questi aspetti abbiamo avviato gruppi di lavoro che hanno preparato questa conferenza cominciando ad elaborare percorsi positivi. Ed oggi siamo qui per approfondirli.

Già un anno fa, discutemmo di fronte ad uno scenario generale drammatico.

Ma, come se la situazione non fosse già preoccupante, in questo anno abbiamo assistito e ci siamo confrontati con varie situazioni che hanno aggravato questo quadro politico e sociale con ricadute notevoli sulla vita quotidiana di tutti noi.

Quello che dicemmo allora ha trovato conferma negli accadimenti successivi. La crisi che ci troviamo ad affrontare infatti, non riguarda solo aspetti di origine economica e finanziaria.

La trasformazione del mondo produttivo mondiale ha ricadute sul sistema sociale delle nostre comunità e corrisponde ad un modello culturale omologante e disgregante al tempo stesso.

Ciò che è avvenuto alla Fiat ne è un esempio. La competitività è agitata come spettro intorno a cui riscrivere il sistema dei rapporti di lavoro e la paura della perdita dei posti di lavoro è usata per deregolamentare un sistema di diritti e tutele. Con il Governo incapace di svolgere il suo ruolo naturale di mediazione fra le parti per raggiungere una soluzione condivisa.

Purtroppo pare ormai evidente che si tratti di una strategia politica.

La crisi economica è utilizzata per sgretolare non solo il sistema lavorativo, ma anche quello sociale e culturale.

Nell’ultimo anno infatti abbiamo assistito a numerose “riforme” e tagli destabilizzanti.

La riforma Gelmini sulla scuola che nel triennio dal 2008 al 2011 ha visto calare le classi di 10.617 unità, nonostante il numero degli alunni in Italia non sia mai diminuito, con l’eliminazione prevista di 87.400 cattedre.

I tagli indiscriminati al sistema culturale – solo successivamente parzialmente rivisti-. Il Fondo Unico per lo Spettacolo solo nell’ultimo anno è stato dimezzato portandolo a 231 milioni di euro. Ed complessivamente gli investimenti culturali sono lo 0,21% del Pil, mentre in Francia sono l’1%, cinque volte maggiori.

I tagli al sistema di welfare. Dal 2008 al 2011 i fondi nazionali per le politiche sociali sono scesi da 2,5 miliardi a 538 milioni: un taglio dell’80% che significa riduzioni e chiusure di servizi sui territori dedicati a bambini, anziani, persone svantaggiate, con la ricaduta di ulteriori problemi sulle famiglie.

La riduzione dei diritti di cittadinanza: pensiamo all’introduzione del cosiddetto “pacchetto sicurezza” che costringe milioni di nuovi cittadini migranti che oggi vivono e lavorano nelle nostre città, a condizioni di precarietà e insicurezza.

Questo è il presente in cui viviamo. In un modello economico e culturale neoliberista che prevede la riduzione dei diritti lavorativi, sociali, di cittadinanza e che, giorno dopo giorno, sgretola lo stato sociale tentando di smontare il nostro modello democratico, attaccando la Costituzione per arrivare ad una democrazia populista senza limiti al potere politico.

E’ anche in questo quadro che possiamo leggere l’intensificarsi di controlli amministrativi e fiscali nei confronti delle associazioni a cui stiamo assistendo soprattutto negli ultimi mesi.

Naturalmente non è in discussione la legittimità dei controlli. Anzi, in questi anni siamo stati una delle poche associazioni a concordare con le istituzionali locali e nazionali, scelte e azioni che promuovessero comportamenti virtuosi richiesti non solo dall’obbligo giuridico ma anche da vincolo etico.

Il problema nasce da un approccio “aggressivo” che sta alla base di questi accertamenti, e che stiamo riscontrando su tutto il territorio nazionale. Verifiche che contestano sistematicamente la presunzione di commercialità dell’attività del circolo, anche in presenza di un rapporto associativo chiaro (bilanci, assemblee, e organismi regolarmente tenuti).

E’ una logica quindi, che tende a valutare le entrate del bar del circolo come attività imprenditoriale, senza metterle in relazione con le attività istituzionali dell’associazione di carattere solidaristico, aggregativo, sociale e culturale così come invece è stato definito nella legislazione che riguarda l’associazionismo.

Anche in questo frangente si evidenzia la tendenza a non riconoscere la funzione che l’associazionismo svolge sui territori.

E’ importante quindi che si riavvi al più presto una riflessione adeguata con tutti i soggetti competenti, sia a livello nazionale che a livello locale, perché questa condizione, al di là delle singole circostanze, può avere ricadute pesantissime su molta parte del mondo non solo dell’associazionismo ma anche di tutto il terzo settore.

Le ricadute di questa politica nazionale sul livello locale sono sotto occhi di tutti e si sentono sulla pelle di un numero sempre maggiore di cittadini. Ciò a cui abbiamo assistito su Fincantieri ne è un esempio lampante, ma che purtroppo è facile accostare a molte altre circostanze attuali: dalle limitazioni del sistema pubblico dei trasporti locali, alla riduzione dei finanziamenti per la cultura e lo spettacolo, dai disagi sempre più evidenti del sistema scolastico e formativo, alle difficoltà crescenti per disabili e anziani non autosufficienti.

Questa situazione inoltre, indebolisce e rischia di vanificare una reale necessità che come associazione sentiamo da tempo: un ripensamento complessivo del sistema di promozione culturale in cui siano valorizzate tutte le forme espressive creative e culturali diffuse in città e la riprogettazione del sistema dei servizi sociali. Servizi che, peraltro, dati i tagli ingenti del Governo rischiano la chiusura.

Purtroppo anche all’interno del Forum del Terzo Settore, luogo importante di discussione con gli altri soggetti del privato sociale e di interlocuzione con l’Amministrazione pubblica, non si è ancora riusciti a far emergere questa necessità, restando troppo ancorati ad un sistema che ormai non sembra più in grado di rispondere ai bisogni attuali delle persone e delle famiglie.

Sappiamo che questa situazione generale non può essere ascrivibile solo al “Berlusconismo”. Ma a radici più più lontane e ramificate in molta parte del modo di pensare e agire della nostra società. E sappiamo che solo con modelli nuovi e positivi ci potrà essere un cambiamento che comunque non sarà certo a breve termine.

Ma noi dobbiamo porci una domanda. Cosa può fare l’Arci in questa situazione?

Il nostro modello associativo attuale è in grado di rispondere ai bisogni reali non solo dei soci e ma anche di coloro che non sono ancora associati ma potrebbero trovare negli spazi associativi un’embrione di soluzione alla proprie necessità?

Quale funzione possiamo e vogliamo svolgere nelle nostra comunità: dai piccoli paesi dell’entroterra, passando l’amministrazione comunale sino ai municipi?

Non sono domande semplici perché interrogano il nostro modo di essere e il nostro modo di agire.

Ci pongono di fronte a contraddizioni e fatiche che sono parte del quotidiano di ognuno di noi e forse, fanno anche parte una storia che affonda le sue radici secoli passati.

Ma forse è proprio da qui che possiamo trarre spunto e vitalità per riprendere con maggior vigore quel cammino che abbiamo appunto definito un anno fa al nostro congresso.

L’Arci ha una vocazione a proporre un altro modello culturale e sociale basato sui diritti, sulla solidarietà, sulla cultura, sui beni comuni e sulla partecipazione diretta delle persone all’azione nei propri quartieri.

Oggi mutualismo significa concretizzare l’accesso ai diritti di ognuno, ispirandoci ai valori fondamentali appena accennati.

Vogliamo migliorare la qualità della vita dei nostri soci e della collettività, attraverso le proposte ricreative e di aggregazione sociale e culturale organizzate nei circoli.

Ma sappiamo anche che i nostri circoli sono pienamente dentro a questa difficile realtà.

Nelle riunioni preparatorie di questa conferenza, negli incontri con i compagni dei circoli e del direttivo, si sono manifestate tante criticità, ma la preoccupazione generale più diffusa è quella della difficoltà a rigenerare corpi sociali svuotati da costumi di vita cambiati nel corso degli anni, da comportamenti sempre meno socializzanti, da una solitudine che pervade sempre di più il nostro tempo libero.

Alcune frasi di questi incontri che molti di voi potranno riconoscere anche come proprie: “Non va bene. Non c’è ricambio e i cittadini sono cambiati”. “ E’ difficile. Difficile per come è il posto e per come è la gente che ormai vien qui solo a bere”. “Qui fra un po’ chiudiamo. Siamo alla fine della strada…”.

La dimensione individualistica, dei problemi di ognuno di noi, ha ridotto le capacità delle persone a pensare il presente e il futuro in una sfera collettiva che ci inevitabilmente ci lega.

L’indifferenza verso il nostro prossimo è un fenomeno crescente, anche all’interno delle nostre basi associative.

Come rompere quindi questa spirale di modello distruttivo?

Il congresso dello scorso anno ci ha dato alcune chiavi di lettura e di lavoro con cui in questi mesi abbiamo provato ad agire.

Innanzitutto l’inizio di un nuovo modello culturale e di vita e delle relazioni umane non può prescindere da un ricostruzione capillare e qualificata di una rete che sia capace di aggregare i cittadini. Qualcuno lo chiama territorio, per noi è la nostra rete associativa.

Conoscenza e valorizzazione delle capacità e delle specificità del contesto territoriale, dei singoli circoli e dei singoli dirigenti è un elemento imprescindibile per ricostruire una coesione sociale duratura.

Ed in questo senso abbiamo rafforzato il legame con molti circoli, collaborando su singole iniziative, progetti specifici e attività settoriali.

Nell’ultimo anno abbiamo finalmente dato gambe alla convenzione Cultura3 proposte culturali per la terza età con il Comune di Genova per favorire la fruizione dell’offerta culturale cittadina ad una fascia più ampia di cittadini, in particolare gli anziani.

Molti soci dei nostri circoli hanno scoperto e partecipato ad un programma di iniziative agevolate– proposte da musei, teatri, biblioteche e altre realtà culturali – volte ad arricchire il tempo libero ed a favorire la socialità. E talvolta quest’attività ha permesso a nuovi soci di conoscere ed apprezzare le attività del circolo.

Sul tema dell’invecchiamento attivo delle persone abbiamo collaborato al progetto Età Libera finanziato dalla Fondazione Carige ed in sinergia con i Distretti Sociosanitari. Con alcuni circoli abbiamo realizzato molteplici e variegate attività: educazione al consumo critico, prevenzione al disagio, socializzazione, sport, formazione all’uso delle nuove tecnologie informatiche.

In numerosi circoli abbiamo avviato e consolidato attività che hanno coinvolto bambini e le loro famiglie.

Sostegno per i compiti, corsi di espressione corporea, corsi di danza hip-hop, progettazione di murales, corsi di cucina per bambini, animazioni e laboratori di riuso e riciclaggio creativo.

In alcuni casi, a seguito dei buoni risultati ottenuti, alcuni circoli hanno addirittura ristrutturato i vecchi campi da bocce, ormai quasi in disuso, in spazi giochi per bambini.

Anche sul tema dell’educazione ai consumi, della sostenibilità ambientale, dei nuovi stili di vita abbiamo riscontrato un’attenzione crescente nei circoli e nei soci. Un’attenzione che corrisponde probabilmente alla ricerca di migliorare la qualità della vita personale, di spazi accoglienti, liberi da tentazioni alienanti. E il tema dei beni comuni al centro del dibattito politico di questi giorni testimonia che talvolta le basi associative intercettano bisogni e tendenze prima che siano al centro del dibattito pubblico.

Infine uno dei temi che da qualche anno si caratterizza come una delle identità forti dell’associazione. L’integrazione dei nuovi cittadini e la lotta contro ogni forma di discriminazione.

Negli ultimi mesi stiamo assistendo, per la cosiddetta Emergenza profughi, ad atteggiamenti xenofobi e discriminatori agitati strumentalmente dalle forze politiche di destra. E putroppo abbiamo constatato come agitare la paura del diverso, porti le persone ad incattivirsi e, a volte, a scordarsi i valori fondamentali di una civile convivenza.

Il valore della solidarietà in questi frangenti significa accoglienza, conoscenza e valorizzazione della diversità. Significa scardinare stereotipi e pregiudizi che sono presenti in ognuno di noi. Significa agire non per pietismo o filantropismo ma per la costruzione di comunità coese e pacifiche in cui siano riconosciuti i diritti di tutti.

Per questo motivo ci siamo subito attivati in modo compatto, coinvolgendo tutti i livelli dell’associazione, dal nazionale passando per i comitati regionale e provinciale sino alle basi associative. E questo slancio ha segnato significativamente la nostra attività trovando risposte concrete di accoglienza, mettendo a disposizione spazi, risorse e competenze. Tanto che il nostro impegno è diventato uno dei punti di riferimento per l’amministrazione comunale e regionale.

E qui arrivo ad uno dei punti centrali della discussione dei nostri ultimi mesi.

In passato, nei rapporti con l’amministrazione, abbiamo chiesto un maggior riconoscimento del ruolo svolto dall’associazionismo come fattore di coesione sociale e antidoto alla frammentazione e alla solitudine delle persone di cui abbiamo parlato in precedenza.

Ma forse oggi siamo ad un altro passaggio.

Genova è una città in transizione ormai da almeno vent’anni. A differenza di altri abbiamo sempre riconosciuto i cambiamenti positivi e tangibili avvenuti.

Ma oggi non è ancora chiaro qual’è il progetto di città, la vocazione prioritaria a cui puntare: porto, turismo, terziario, polo tecnologico, cultura?

Il Piano Urbanistico Comunale in discussione è certamente un momento importante di pianificazione della città e non solo in termini urbanistici.

Ma senza la definizione di un progetto condiviso è più difficile far ripartire non solo investimenti e lavoro, ma anche creatività e partecipazione.

In questa discussione noi non vogliamo che ci sia riconosciuto un ruolo. Sappiamo di averlo. Testimone il fatto che spesso, come nel caso della SMS Fratellanza e Amicizia, già esiste una proficua collaborazione tra circoli e Municipi. Ma questa funzione, che in passato abbiamo chiamato agente di sviluppo e coesione territoriale, vogliamo condividerla con l’amministrazione e con tutti gli altri soggetti sociali, culturali, imprenditoriali della città, per costruire la Genova del futuro.

Insieme dovremmo approfondire il modo in cui farlo.

Insomma in questi mesi abbiamo agito secondo il programma politico-associativo consegnatoci dal congresso.

Tuttavia, come ci siamo resi conto che nonostante tutte le iniziative attivate in un congruo numero di basi associative, restano ancora alcuni aspetti di inadeguatezza.

Il primo riguarda la necessità di un maggior coinvolgimento delle circoli.

L’impegno del Comitato, il buon uso dell’organizzazione e degli strumenti disponibili, non può prescindere dall’obiettivo che ogni anno sottolineiamo in modo particolare: l’allargamento, e il rinnovamento dei dirigenti nell’associazione.

Ogni anno aumenta la sofferenza generalizzata al ricambio dei dirigenti. Ancora più che in passato il Comitato sarà impegnato ad essere sponda certa e disponibile per assemblee di soci, consigli direttivi, presidenti in difficoltà.

Però non basta.

Ma abbiamo visto che il Comitato Arci può essere di supporto, incoraggiare, sostenere, ma è dall’interno dei singoli Circoli che devono emergere le risorse necessarie. Forse serve che all’interno dei Circoli stessi aumenti la consapevolezza che gli spazi sono luoghi comuni, di tutti, che le attività sono patrimonio di tutti i soci e di quelli che potrebbero diventarlo.

Serve forse che il circolo nel suo complesso sia sempre più visto come struttura “disponibile”, aperta anche a sperimentazioni aggregative, soprattutto giovanili. Luogo di cultura e pratica politica e sociale: per riaprire la prassi di un’aggregazione umana che produce mutuo-aiuto, e che, come ci siamo detti, valorizza la creatività, promuove dialogo e confronto, per ricominciare a lottare contro le emarginazioni antiche e quelle figlie di una modernità che a volte non ci convince.

Dobbiamo resistere e rilanciare, il Circolo come luogo appunto di sviluppo e coesione territoriale.

Ma siamo anche consapevoli che la stabilità del nostro modello circolistico non è poi così garantita.

Non solo per le verifiche e i controlli “aggressivi”, ma anche perché, come accennavo in avvio di relazione, le ricadute economiche delle riforme e dei tagli hanno inciso e incideranno sui nostri bilanci e sulla nostra sostenibilità economica.

E’ necessario quindi riorganizzazione in forma strutturata e permanente di servizi di consulenza contabile, amministrativa, fiscale, tecnica e legale, ma soprattutto rafforzare il lavoro sulla patrimonializzazione dell’associazione, sulla ricerca di nuove risorse economiche valorizzando alcuni strumenti già in nostro possesso, come le convenzioni.

Anche su questo aspetto è imprescindibile che si riescano a coinvolgere le capacità e le competenze che sono nelle nostre basi associative, alcune delle quali in questi anni hanno saputo trovare risposte innovative per affrontare la crisi economica.

In questo senso si è orientato l’operato del gruppo di lavoro sulle politiche economiche, identificando le prime azioni che stanno già contribuendo a trovare soluzioni per la sostenibilità economica dell’associazione. A questo proposito Massimiliano illustrerà successivamente il lavoro svolto. Ma certamente ancora molte cose restano da fare.

Voglio concludere questa relazione innanzitutto ringraziando la SMS Fratellanza e Amicizia che ci ospita, gli ospiti e gli invitati che hanno accettato il nostro invito, tutti i dirigenti dei circoli presenti, ma soprattutto dipendenti, collaboratori, volontari che operano al comitato perché gli ultimi mesi sono stati veramente impegnativi.

La crescita della mole di lavoro non sempre corrisponde alla crescita delle risorse sia economiche che di personale. Ma nonostante questo c’è un grande senso di appartenenza all’associazione, e la volontà condivisa di proseguire un cammino complesso.

Ma oggi dobbiamo essere, come sempre, prudenti ed ottimisti.

Siamo in mezzo a due eventi politici molto importanti. I risultati delle elezioni amministrative tenutesi da poco in molte città importanti come Milano, Napoli, Cagliari, Trieste hanno ridato un coraggio ed un entusiasmo che solo pochi mesi fa non era pensabile.

Domani e dopodomani si terranno i quattro referendum su acqua, nucleare e legittimo impedimento. Non sarà facile raggiungere il quorum. Ma percepisco un grande fermento positivo.

Anche vincendo non penso che il cambiamento potrà avvenire a breve termine e in maniera semplice. Ma sono segnali e anche i segnali sono importanti. Soprattutto per ricostruire quel clima di fiducia indispensabile sia dentro che fuori dell’associazione.

E l’Arci ha il dovere, per la sua natura e per la sua funzione, di crederci e di fare in modo che la nostra società cambi e cambi in meglio.

Noi abbiamo deciso di investire sul futuro. Nostro e dei nostri figli.

Gabriele Taddeo

Presidente Arci Genova

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