Tav: chi è responsabile apra il confronto

ARCIREPORT Numero 26 del 05 Luglio 2011

Chi si augurava scontri e feriti per delegittimare il movimento No Tav è stato accontentato: era chiaro che soffiando sul fuoco della militarizzazione del territorio e negando spazio al dialogo lo scontro ci sarebbe stato. Un grande movimento popolare e plurale, che difende il proprio territorio con legittime pratiche nonviolente di partecipazione e disobbedienza civile, rischia oggi di essere oscurato dagli scontri. La nostra condanna della violenza è chiara: la protesta, anche nelle forme più radicali, è sempre legittima, la violenza premeditata no. Ma rifiutiamo di unirci al coro di chi spera di usare i fatti di domenica per criminalizzare il movimento, o relegarlo a puro testimone simbolico del dissenso. Non si può tacere la responsabilità di un potere arrogante che ha voluto la prova di forza rifiutando il confronto che sindaci e valligiani chiedono da anni. Questa vicenda è costellata di troppe mistificazioni e menzogne. Si accusa il movimento di voler impedire, in nome di egoismi localistici, un’opera strategica per lo sviluppo del Paese, ma si evita di rispondere all’obiezione di chi strategica non la ritiene affatto, visto che fu concepita 20 anni fa sulla base di previsioni di crescita del traffico merci rivelatesi del tutto sbagliate. Perché sprecare cifre ingenti e trasformare per 15 anni il territorio in un enorme cantiere per realizzare una nuova ferrovia quando quella già esistente viene utilizzata solo al 30% delle sue potenzialità? Si dice che il blocco dei lavori farebbe perdere all’Italia i milioni dei fondi europei ma non si dice che sarebbero molti di più i soldi risparmiati se la Tav non si facesse, visto che il costo stimato si aggira sui 20 miliardi e non potrà che lievitare. In nome di quali interessi si vincola una cifra così imponente per un’opera sfacciatamente inutile quando non ci sono soldi per la scuola, il welfare, le pensioni? Perché non si vogliono discutere le proposte alternative che associazioni ed enti locali, con l’aiuto di tecnici qualificati, hanno messo in campo in questi anni? Domande senza risposta, che denunciano il fallimento della gestione politica di questa storia e un grande vulnus al diritto dei cittadini di concorrere alle scelte sul futuro del territorio in cui vivono. C’è una sola cosa di buon senso da fare per evitare che la situazione degeneri: bloccare il cantiere e riaprire un confronto pubblico e trasparente fra movimenti, enti locali e governo per cercare soluzioni condivise.

I commenti sono chiusi.