Detenuto di 26 anni uccide con un mix di farmaci: è il 50° suicidio dell’anno
Con la morte di Ajoub Ghaz nel carcere di Ancona salgono a 50 i detenuti che si sono tolti la vita nelle carceri italiane da inizio 2010. In nemmeno nove mesi è stato così eguagliato il numero di suicidi avvenuti nell’intero anno 2006 e superato quelli degli anni 2007 (45 casi) e 2008 (46 casi). Il 2009 è stato l’anno del tragico “record”, con 69 suicidi (72 secondo alcune fonti), che quest’anno potrebbe essere superato.
Gli italiani suicidi sono stati 38 (76%) e gli stranieri 12 (24%). A fine agosto gli stranieri presenti nelle carceri italiane erano 24.981 sul totale di 68.345 detenuti (il 36%), quindi il tasso suicidario più elevato si è registrato tra gli italiani (8,7 casi su 10mila, contro 4,8 su 10mila).
Ad uccidersi in cella sono soprattutto i giovani: 13 dei detenuti suicidi avevano tra i 20 e i 30 anni; 19 avevano tra i 31 e i 40 anni (quindi il totale degli “under 40″ è pari al 64% del totale); 11 avevano tra i 41 e i 50 anni; 5 avevano tra i 51 e i 60 anni e 2 avevano più di 60 anni.
La carceri nelle quali nel 2010 si è verificato il maggior numero di suicidi sono: Padova Casa di Reclusione (3); Roma Rebibbia (3); Siracusa (3) e Sulmona (3); seguono Catania Bicocca (2); Lecce (2); Napoli Poggioreale (2) e Reggio Emilia (2).
L’impiccagione è la “tecnica” più utilizzata per togliersi la vita in carcere (41 detenuti si sono impiccati alle sbarre, utilizzando quasi sempre un cappio fabbricato con strisce di lenzuolo, ma in alcuni casi anche capi di vestiario fatti a brandelli. Cinture e stringhe delle scarpe sono vietate in quasi tutte le carceri e quindi vengono utilizzate raramente).
Le bombolette di gas butano del fornello da camping, in uso ai detenuti per cucinare e riscaldare cibi e bevande, sono state utilizzate in 6 casi per asfissiarsi (poiché l’inalazione del gas viene anche utilizzata per ricercare lo “sballo”, in sostituzione delle sostanze stupefacenti, abbiamo considerato soltanto i casi nei quali il detenuto è stato ritrovato con la testa chiusa in un sacchetto di plastica).
In 2 casi i detenuti si sono avvelenati con un mix di farmaci. In genere si tratta di farmaci regolarmente prescritti dai medici del carcere, che dovrebbero essere assunti davanti all’infermiere al momento della somministrazione, ma evidentemente vengono nascosti e accumulati in cella per molti giorni, fino a raggiungere la quantità necessaria per ottenere l’effetto letale. Più raramente i medicinali sono introdotti dall’esterno del carcere, in maniera illegale.
Infine 1 detenuto è morto dissanguato, dopo essersi tagliato la carotide con una lametta: le lamette da barba sono spesso utilizzate per autolesionismi, a scopo rivendicativo o dimostrativo, tuttavia i detenuti solitamente si feriscono le braccia e le gambe, a volte si infliggono ferite sull’addome e il torace. Tagliarsi le vene del collo fa quindi propendere per l’ipotesi di un suicidio, piuttosto che di un atto dimostrativo finito in tragedia.
da Ristretti orizzonti
26/9/2010

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