Torino: sulla morte di un detenuto disabile… debilitato dall’infermità e dai malanni
Di carcere, in carcere, si continua a morire. Alle 7.58 di giovedì gli agenti della penitenziaria, poi pronti a dire che “alla conta della mezzanotte era tutto a posto”, hanno trovato senza vita un detenuto calabrese debilitato dall’infermità e dai malanni, dal non starci più con la testa, dallo stare a centinaia di chilometri dalla famiglia.
Era accasciato sulla sua sedia a rotelle in una cella a due posti del padiglione A del Lorusso e Cutugno, quarto piano, sezione ad alta sicurezza e a sorveglianza più stretta, in teoria. Non respirava più,è uscito di galera con i piedi davanti. Si chiamava Placido Caia, aveva 64 anni, stava scontando una pena per associazione mafiosa, ritenuto un uomo di punta della ndrangheta di Seminara, già condannato anche per sequestro.
“Il predetto – recita testualmente comunicazione fatta avere alla vedova, Maria, attraverso i carabinieri – è deceduto presso questo istituto per cause presumibilmente naturali tuttora in corso di accertamento”. I familiari e i legali non la fanno così semplice. Al contrario. Sono arrabbiati, agguerriti, decisi a scavare a fondo. Oggi arriveranno a Torino per presentare un espostodenuncia contro il carcere, i medici, il dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. E affiancheranno i loro consulenti agli specialisti indicati dalla procura per autopsia e esami tossicologici. “Sono troppe le cose che non tornano, da cui discendono responsabilità gravi”, ripete l’avvocato Domenico Putrino, mentre dalle Vallette arrivano solo “no comment”.
“Caia dentro non ci doveva stare. Era invalido al cento per cento, non autosufficiente, bisognoso di quotidiana assistenza”. Solo poche ore prima del decesso, mercoledì, il difensore aveva inviato un preoccupato fax alla direzione per chiedere conto delle condizioni dell’assistito e sollecitare una copia della cartella clinica. “Nel 1978 – ricorda l’avvocato – si era dato fuoco, in un altro istituto, per respingere l’accusa di sequestro.
Da allora, ustionato e inabile, con mille altri malanni fisici e mentali, non era più lui. Per dieci anni ha avuto il differimento della pena, per motivi di salute”. Poi è stato riarrestato ed è cominciata la girandola di trasferimenti. Secondigliano. Sulmona. Torino, a fine giugno. “Non abbiamo mai saputo il perché di tutti questi spostamenti. E per capire come è stato trattato basti dire che, all’ultimo viaggio, la sua sedia a rotelle è rimasta a Sulmona”. Non è tutto. “È strano che fosse sulla carrozzina e non in branda”. E ancora: “I parenti lo hanno incontrato per l’ultima volta a luglio, poi è stato detto loro che aveva scritto una dichiarazione per rifiutare i colloqui. Essendo analfabeta, non avrebbe potuto farlo”.
La repubblica, 18/9/2010

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