La Spezia, muore il detenuto ricoverato al Sant’Andrea, e dona i suoi organi
Aveva cercato la morte in carcere, domenica mattina, stringendosi un lenzuolo attorno al collo: e ieri sera, dopo tre giorni di coma, è mancato. Ivan Maggi, 22 anni, sarzanese, se n’è andato compiendo un gesto di grande altruismo: ha donato i suoi organi. E’ stata la sua famiglia, a dare il consenso all’espianto: quando i medici della terapia intensiva hanno dovuto arrendersi alla morte cerebrale. Il ragazzo non aveva mai ripreso conoscenza: sopravviveva grazie alle macchine. «Ivan avrebbe voluto così - hanno spiegato, in lacrime - lo aveva detto, parlando con noi: di certo non pensava che sarebbe stato così presto, ma quel suo desiderio va rispettato». Era stato il ragazzo, a confidare ai suoi familiari di essere favorevole alla donazione degli organi: «Se dovesse un domani accadermi qualcosa - aveva detto - vi prego di non esitare: salvate altre vite». Così è stato. E, attraverso l’avvocato di Ivan, Federico Lera, la sua famiglia ha voluto far sapere che era stato proprio lui, a decidere così. Per sei ore, alla rianimazione del Sant’Andrea, è stato fatto ieri sera l’accertamento di morte: un elettroencefalogramma, collegato al lettino del giovane, ha verificato che ormai non c’era in lui alcuna traccia di vita. E così, a notte, sono arrivate le equipe, per eseguire gli espianti: tante persone, grazie a questo gesto di altruismo, potranno ricominciare a vivere. «La donazione è una scelta di profondo altruismo», sottolinea la direttrice sanitaria Decia Carlucci. Ed è così: è il dono di una parte di sé, perché altre persone non muoiano. Le speranze di salvare Ivan, erano pochissime. Era arrivato in coma al Sant’Andrea, domenica mattina: l’equipe diretta da Cinzia Sani ha fatto il possibile, ma i segni dell’asfissia e dello strangolamento erano troppo pesanti. La polizia penitenziaria l’aveva salvato, slegandogli dal collo il lenzuolo con cui aveva tentato di impiccarsi in cella: ma l’ossigeno, per diversi minuti, non era affluito più alla testa, e si temevano danni cerebrali irreversibili. Su quei drammatici minuti, la casa circondariale sta elaborando una dettagliata ricostruzione: il sostituto procuratore Caporuscio verificherà se è stato fatto il possibile. E’ un atto dovuto: scatta automaticamente, quando un detenuto muore in carcere, o comunque dopo un atto di autolesionismo. Ivan era seguito dal personale medico e supportato psicologicamente: appariva depresso, ma non aveva manifestato fino a domenica intenti suicidi. Sarebbe stato processato il 4 ottobre, per una storia di plagio e di estorsione.
Il Secolo XIX, 9/9/2010

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