Viaggio nell’inferno di Poggioreale, quattordici detenuti in celle di 20 metri quadrati

Allungano le braccia fuori dalle sbarre. Quasi a voler afferrare un alito di vento con le mani. Ma tutto è fermo, l’aria non si muove e il sole batte impietoso sulle facciate del carcere di Poggioreale. Dentro è l’inferno. Secondo i dati presentati ieri dalle associazioni “Antigone” e “La Mansarda”, si tratta infatti del carcere più affollato della Campania. Tremila anime costipate in una struttura che dovrebbe contenere al massimo 1.347 persone. E di record in record i numeri sono da capogiro anche nelle altre carceri della regione. Nei 17 penitenziari è concentrato quasi il 12 per cento dei detenuti d’Italia. Oltre 8.000 persone, a fronte di una capienza massima di poco più di 5.500, che fanno della Campania la terza regione per numero di detenuti. Sembrano ormai lontani gli effetti dell’indulto. Nel 2006 i reclusi erano scesi a 5.000, ma nel 2008 erano già quasi 7.000. E proprio caldo e sovraffollamento sono due delle cause che portano i detenuti a togliersi la vita. Solo negli ultimi 18 mesi ci sono stati 12 suicidi, 105 i tentati suicidi e 461 gli episodi di autolesionismo.
È a Poggioreale la situazione più critica, spiega Dario Stefano Dell’Aquila di “Antigone”. Celle dai 18 ai 24 metri quadrati dove ci vivono anche 14 persone. Letti e armadietti a incastro e dietro una tendina il water, troppo spesso guasto. Alle finestre i detenuti appendono asciugamani bagnati per cercare di proteggersi dal sole. Ma è tutto inutile. Nelle celle è un inferno. Alle 21.30 poi si chiude la porta blindata e a quel punto non passa più un filo d’aria. Dormire nei letti a castello toglie l’ossigeno e nulla può dare sollievo.
C’è solo un piccolo lavabo, niente docce nelle stanze della maggior parte dei reparti. A Poggioreale, anche in estate ci si lava solo due volte alla settimana. E nessun sollievo neanche nelle ore d’aria: dalle 11 alle 13 e dalle 14 alle 16, quando il sole brucia e i cortili interni in cemento si trasformano in conche di fuoco. L’unico riparo sono delle pensiline in alluminio che disegnano piccoli angoli d’ombra. Poche anche le fontanine.
E proprio la carenza d’acqua sembra il problema principale del carcere di Santa Maria Capua Vetere: 900 detenuti per una capienza massima di 500. Tante le segnalazioni arrivate al presidente di “Antigone”. Dai rubinetti escono solo sottili fili d’acqua, mai fresca a causa del riscaldamento delle tubature. Tante le denunce anche per rubinetti che spesso restano completamente all’asciutto. L’anno scorso sono dovute intervenire le autobotti dei vigili del fuoco per rifornire i padiglioni. Situazioni al limite anche a Pozzuoli, dove in stanze di circa 20 metri quadrati vivono sette donne, o a Secondigliano dove si sta in due, ma in celle più piccole.
“È una situazione esplosiva - dice il presidente dell’associazione “La Mansarda” Samuele Ciambriello - Avendo visitato gli istituti di pena posso dire che è alto il rischio di rivolte”. Caldo asfissiante e sovraffollamento. Un dramma nel dramma per i detenuti che soffrono di patologie croniche, circa il 65 per cento del totale, o per chi è schiavo delle tossicodipendenze, il 33 per cento. Per loro, spiega Dell’Aquila, presidi sanitari fatiscenti e macchinari obsoleti. Un presente invivibile quindi e un orizzonte oscuro che in determinati soggetti porta a scelte drammatiche. Gli psichiatri la definiscono una vera e propria sindrome del detenuto. “Togliersi la vita diventa un lucido atto di rivolta - spiega il direttore sanitario dell’Ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa, Adolfo Ferraro - Un gesto per sfuggire a una situazione di disperazione e a un luogo spesso di solitudine e privo di speranze”.

Beniamino Daniele

La Repubblica, 21/7/2010

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