Carceri liguri, all´inferno senza ritorno

Un PASSO e mezzo, dietrofront. Un passo e mezzo, dietrofront. C´è poco da scegliere, i metri a disposizione sono solo due. E anche oggi fa un caldo bestiale, roba da impazzire. D´accordo, chiedere l´aria condizionata qui in prigione sarebbe un sacrilegio. Ma almeno una finestrella, una di quelle classiche che si vedono nelle barzellette: con le sbarre di ferro. Invece niente. Neanche una finestra. E per la doccia bisogna fare una domanda scritta. Non puoi nemmeno metterti a dormire, perché le brande del letto a castello sono tre e quando ti sdrai sembra di soffocare. Anche oggi per l´ora d´aria libera - aria libera? - non c´è niente da fare: mancano le guardie per sorvegliare, e allora tutti dentro. Dentro. Non resta che la televisione, per rincoglionirsi un po´. Un passo e mezzo, dietrofront.
I detenuti liguri - che costano 150 euro al giorno alla comunità - sono quasi duemila. E tutti nelle stesse condizioni. Dice l´articolo 27 della Costituzione Italiana che dovrebbero essere trattati con umanità e rieducati. Ma dentro quelle celle sovraffollate, costretti come animali, possono solo peggiorare: e quando escono sono più pericolosi di prima. Lo racconta un emozionante e dettagliato rapporto scritto in questi giorni da un consigliere regionale, Matteo Rossi, e da un avvocato specializzato nell´occuparsi dei diritti degli ultimi, Alessandra Ballerini. I due in un paio di settimane hanno visitato a sorpresa le sette carceri della regione: Genova (Marassi e Pontedecimo, compresa la sezione femminile), Sanremo, Imperia, Savona, Chiavari, La Spezia. Hanno parlato con i direttori delle strutture, con il comandante della polizia penitenziaria. E con i reclusi. Hanno ascoltato, visto. E preso appunti. Ne è uscito un libro bianco fitto di cifre impressionanti. Disumane.
Non deve quindi sorprendere l´ultima giornata nera delle Case Rosse, l´altro ieri: a Marassi in meno di ventiquattr´ore un detenuto ha tentato di impiccarsi ma è stato salvato appena in tempo dalle guardie; poi è scoppiata una gigantesca rissa tra dieci persone nella zona ad ‘alta sicurezza´; in serata un altro recluso con problemi psichici ha dato fuoco alla propria cella. Vale la pena di leggere a proposito di quest´ultima storia il commento di un sindacalista della polizia penitenziaria, Eugenio Sarno, segretario generale della Uil Pa: «Alle ore 17 a Marassi erano ristretti 780 detenuti. A fronte di una capienza massima di 450. Questo ammasso di persone, cui sono sottratti spazi fisici vitali, non può non alimentare tensioni ed aggressività, che si manifestano con atti violenti, in ogni caso ingiustificabili. Ma anche la forte carenza di personale impedisce una concreta azione preventiva alle violenza». E questo è il pensiero delle guardie.
I detenuti da parte loro avrebbero tante cose da raccontare. Ma non possono. E allora provano a farlo Alessandra Ballerini e Matteo Rossi, che in questo loro viaggio all´inferno sono stati accompagnati a volte anche da Simone Leoncini.
Lo sapevate che nella prigione di Pontedecimo c´è con la sua mamma (detenuta) un bimbo di due anni e mezzo che non ha mai parlato? Prima pensavano che fosse sordo, e invece no. Ci sente, ma non riesce a parlare. Non è mai uscito dalla prigione, non ha mai incontrato una logopedista. Ha problemi di deambulazione, i piedi convergenti. E´ rachitico, perché non ha mai preso un raggio di sole. Anche il suo papà è recluso, ma a Marassi.
Un´altra storia. A Marassi nell´ex centro clinico ci sono almeno cinquanta malati psichiatrici, tutti a rischio suicidio: «Sembra di entrare all´inferno», scrivono i due autori della relazione.
Storia numero tre. Nel carcere di Imperia i metri quadri a disposizione per ciascun ‘ospite´ sono due. Hanno diritto a 4 ore d´aria al giorno, in un cortile «piccolissimo, totalmente a cielo aperto, esposto al sole o alla pioggia». Spesso restano comunque in cella «perché non c´è personale per sorvegliarli».
Quarta storia, anche questa presa a caso. A Savona la struttura viene definita «inquietante»: «Umidissima, cade letteralmente a pezzi. Ci sono bacinelle ovunque perché piove dentro, muffa dappertutto e impianti non a norma. In spazi ristretti per un carcere che ospita il doppio delle persone che potrebbe contenere. Anche le aree comuni sono state adibite a celle perché non sapevano più dove mettere i detenuti: che si ritrovano in celle senza finestre». Per fortuna, «la polizia penitenziaria è disponibile ed empatica coi detenuti e si fa portavoce delle loro lamentele».
Il caso peggiore è naturalmente quello di Marassi. Il numero dei detenuti è praticamente doppio rispetto a quello massimo previsto. Gli agenti sono un terzo in meno di quelli che sono stati ufficialmente assegnati. Ogni mese ci sono almeno dieci tentativi di autolesionismo, l´ultimo suicidio è quello di un giovane che ha annusato il gas del fornelletto da cucina. Circa trecento reclusi sono tossicodipendenti, le patologie più ricorrenti sono Hiv, epatite, tubercolosi. Di quei 150 euro al giorno per carcerato, 3 sono per il cibo: colazione, pranzo e cena, vedete un po´ voi quale può essere la qualità. Con ottocento ospiti, è praticamente impossibile avere un pasto caldo: i fornelletti in cella servono proprio a quello, a riscaldare. Ma qualcuno poi finisce regolarmente per provare ad uccidersi.
Sanremo è l´altro inferno: quasi quattrocento detenuti, il doppio di quelli previsti. Trecento tossicodipendenti, la metà in cura psichiatrica. «A dire del direttore, i rapporti sono ottimi e non ci sono tensioni né sono mai state registrate aggressioni». Ballerini e Rossi ci sono andati subito, a Sanremo, anticipando di qualche settimana il loro progetto: «Perché un detenuto è morto in circostanze misteriose. Forse per un infarto, forse perché è caduto dalla terza branda del letto a castello. La verità non la si conosce ancora. Ma vi pare possibile?».
Le relazioni finiranno sul tavolo del presidente della Regione Liguria. «Non possiamo continuare a fare finta di nulla», dice Rossi, eletto nelle liste di Sinistra Ecologia e Libertà. «Ho visto disponibilità in molti direttori delle strutture, e anche nella polizia. Però mancano i mezzi. E allora queste persone sono condannate due volte: c´era sfiducia e rassegnazione nei loro volti, continuando così - e dopo avere speso comunque tanto - restituiremo alla società delle persone, malate, sconfitte. Pericolose. Va rivista la legge, bisogna creare delle vere misure alternative. E dobbiamo dare delle opportunità a questa gente, per quando uscirà: la Regione deve investire. Cominciando ad istituire la figura di un garante per le carceri». Alessandra Ballerini scuote la testa: «C´è una sola cosa che in prigione non manca mai: la tivù. Il narcotico perfetto». La tivù. Oppure un passo e mezzo. Dietrofront.

Massimo Calandri

La Repubblica, 21/7/2010

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