«Il carcere? Deve produrre libertà»

Il carcere che funziona è quello che produce libertà». Lucia Castellano, vicedirettrice della casa circondariale di Marassi nel 1991, attuale direttrice del penitenziario di Bollate e coautrice del libro “Diritti e castighi” (Il Saggiatore) scritto insieme a Donatella Stasio torna oggi a Genova per un dibattito sulla forza dello Stato e sullo Stato diritto. L’appuntamento, alle 18 a Palazzo Tursi, è inserito all’interno della Settimana dei Diritti organizzata dal Comune e vede la partecipazione di Alessandra Ballerini, Dino Cofrancesco, Ilaria Cucchi, Giuliano Giuliani e Giuliano Pisapia. «Come contributo alla discussione porterò la mia esperienza nel carcere milanese - racconta Castellano - e ribadirò un concetto che ritengo fondamentale: dobbiamo ribaltare, in tutti gli istituti, il rapporto fra detenuti e istituzione. E non solo nel senso dei diritti. Il carcere è un muro di cinta: tutto ciò che va oltre la mancanza di libertà rappresenta una pena afflittiva aggiuntiva, che on ha nulla a che vedere con quando prescrive la nostra Costituzione». Una filosofia che ha come obiettivi la riabilitazione e il reinserimento nella società di chi ha scontato il proprio debito con la giustizia. Ma che, nel nostro Paese, rappresenta molto spesso una chimera. «I problemi sono tanti - continua Castellano - è uno di questi è il sovraffollamento. Marassi e Bollate non possono essere paragonati fra loro, perché la prima è una casa circondariale e ospita anche detenuti in attesa di giudizio. Mentre da noi ci sono solo persone che hanno ricevuto una condanna definitiva. La soluzione al problema, a mio parere, sarebbe quella di mandare meno gente in galera. Anche perché a fronte di una diminuzione dei reati, la popolazione carceraria aumenta ugualmente. La causa è l’incremento delle condotte criminose, cioè la nascita di nuovi reati, come quello di clandestinità».
Un’altra questione, spesso collegata al sovraffollamento del carcere, riguarda l’alto numero di suicidi all’interno dei penitenziari italiani. Proprio ieri la Uil denunciava il fatto che, in Italia, sono stati 37 i detenuti che dall’inizio dell’anno si sono tolti la vita. «Nel 2010 c’è stata una vera e propria escalation di questo terribile fenomeno - prosegue Castellani - E la
colpa è della qualità della vita nelle galere del nostro Paese. Questo problema riguarda anche la polizia penitenziaria. Che va riqualificata e formata a dovere. Tutelare l’ordine dentro un carcere non significa solo aprire e chiudere le celle». A questo proposito viene in aiuto l’esperienza di Bollate, in cui sono stati istituiti dei veri e propri comitati misti, aperti anche ai detenuti, per una gestione partecipata del carcere. «Per eliminare la recidiva ed evitare, come accade spesso, che in prigione le persone peggiorino, invece di imboccare un percorso di riabilitazione - conclude l’ex vicedirettrice di Marassi - occorre, da un parte, creare delle opportunità di inserimento lavorativo e di studio, promuovendo attività sportive e culturali. Dall’altra avviare un sistema di condivisione, per responsabilizzare
i detenuti nell’organizzazione del servizi, come celle aperte e partecipazione. In questo modo, una volta scontata la pena, le persone saranno più preparate e abituate a seguire delle regole». Parafrasando Giorgio Gaber: libertà è partecipazione.

Il Corriere mercantile, 20/7/2010

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