Mossa a sorpresa di Tripoli, chiusi tutti i Centri i detenzione per immigrati

Una liberazione di massa. Con una mossa decisamente a sorpresa, il colonnello Muammar Gheddafi ha dato ordine di rilasciare tutti gli stranieri rinchiusi nei centri di detenzione in giro per la Libia. Il provvedimento non ha quindi riguardato solo i 205 eritrei che, nella notte tra giovedì e venerdì, sono stati liberati dal centro di Braq, nel sud del paese, in cui erano rimasti rinchiusi in condizioni proibitive per 16 giorni. È stato esteso a tutti gli immigrati, di qualsiasi nazionalità essi siano. E a tutti è stato dato un permesso temporaneo di tre mesi per “cercare lavoro in Libia”. Di fatto, i 28 centri di detenzione libici risultano da ieri vuoti.
Una sanatoria di massa che segna un’assoluta controtendenza rispetto agli ultimi anni, in cui il paese di Gheddafi aveva moltiplicato le misure repressive nei confronti degli immigrati africani e, anche su pressioni europee, aveva esteso a dismisura l’utilizzo dei centri. La notizia, che già stava circolando negli ultimi due giorni a Tripoli fra le comunità africane, è stata ufficialmente confermata ieri. A quanto si legge in un dispaccio dell’agenzia di stato Jana, “il leader della rivoluzione ha preso la decisione di rilasciare centinaia di africani detenuti e, se ciò non fosse abbastanza, il leader ha anche fornito agli africani un permesso di residenza in modo da permettere loro di cercare lavoro in Libia, qualora questa sia la loro intenzione”. Una mossa che ha raccolto l’apprezzamento del presidente del Mali Amadou Toumani Tou-ré, in visita a Tripoli, che ha lasciato intendere tra le righe come la mossa del colonnello possa creare un qualche scompiglio sull’altra sponda del Mediterraneo. “Il leader ha preso una decisione molto importante e coraggiosa, rilasciando gli africani detenuti, per lo più immigrati illegali, nonostante possano creare problemi sia alla Libia sia ai suoi vicini a Nord”.
Non si sa cosa abbia spinto il leader libico a prendere questa decisione, se in particolare abbiano avuto un peso le pressioni fatte da Bruxelles per il caso dei 205 eritrei rinchiusi a Braq. Un indizio in questo senso lo potrebbero fornire le affermazioni dell’ambasciatore a Roma Hafed Gaddur, che ha sottolineato che la Libia non permetterà “a nessun paese, amico o no, di intervenire negli affari interni. Non tolleriamo ingerenze”. Un segno che probabilmente Tripoli si è irritata delle critiche rivolte da alcuni settori dell’Unione europea e dalla campagna stampa per la liberazione dei 205 eritrei rinchiusi a Braq. E abbia deciso di reagire chiudendo quei centri che proprio l’Unione europea - e l’Italia in particolare - l’avevano spinta ad aprire. Forse un segnale che, proprio mentre è in discussione l’accordo quadro di cooperazione tra Libia e Unione europea, il colonnello Gheddafi non è più disposto a fare il gendarme per conto terzi.
Sono circa 3000 i detenuti africani che hanno beneficiato di quest’amnistia generalizzata: fra questi circa 400 eritrei, la metà dei quali liberata dall’ormai famigerato centro di Braq. Questi ultimi sono tuttora bloccati nella città meridionale di Sabha, dove sono stati trasportati dopo la loro liberazione. I soldati al check point non li lasciano uscire dalla città e i 205 ragazzi sono costretti da tre giorni a dormire in strada. A quanto pare, ma le informazioni in tal senso sono contraddittorie, il famoso “permesso di residenza” non consentirebbe la libera circolazione in tutta la Libia, ma solo nella regione in cui è stato emesso. Pertanto gli ex reclusi di Braq sembrano condannati, salvo decisioni contrarie nelle prossime ore, a restare a Sabha. Un destino assurdo, soprattutto se si tiene conto che loro si trovano nella regione del sud perché vi sono stati deportati manu militari a bordo di tre camion container proprio dai soldati libici. I ragazzi sono disperati. “Non abbiamo un soldo. Stiamo cercando di trovare un posto dove passare la notte. Ma la situazione è difficile. Molti di noi si stanno perdendo d’animo”, racconta al telefono uno di loro. Che ribadisce l’appello rivolto nei giorni scorsi alla comunità internazionale, oggi più urgente che mai. “Noi non siamo immigrati illegali. Siamo richiedenti asilo e, come tali, vogliamo ottenere la protezione internazionale di uno stato.

Stefano Liberti

Il Manifesto, 18/7/2010

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