Arriva l’estate anche dietro le sbarre, tra suicidi e condizioni di salute precarie
La settima e la nona sezione dell’Ucciardone di Palermo da giovedì scorso non acquistano più i prodotti al soppravvitto. Per tre volte al giorno fino al 15 luglio tremano le sbarre delle finestre e delle celle della casa circondariale di Foggia, sotto i colpi di pentole, piatti e coperchi agitati dai detenuti. Già a giungo la protesta rumorosa aveva rovesciato l’ordine nel carcere di Bologna. E dal prossimo martedì anche gli agenti penitenziari, che per legge non conoscono lo sciopero, si asterranno dal consumare il pranzo nelle mense di servizio.
Il caldo estivo sta rendendo il sovraffollamento delle celle penitenziarie insostenibile, per chiunque venga a contatto con il carcere. Il contraccolpo esiziale può atteggiarsi a protesta, ma nei suoi esiti più drammatici sa condurre il singolo a tentare il suicidio, il gruppo la rivolta. Sono ormai certificate le grandezze delle azioni autolesionistiche e dei tentati suicidi che si verificano nei penitenziari italiani. Alla metà dell’anno sono 32 le persone che si sono tolte la vita e 44 si sono fermate allo stato di tentativo non perfezionato. E sono solo i dati ufficiali forniti dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria.
Ma questi sono i dati ufficiali forniti dall’amministrazione penitenziaria a cui, secondo l’Osservatorio permanente sulle morti in carcere, vanno aggiunti almeno altri nove casi verificatisi, negli ultimi diciotto mesi, appena all’esterno del circuito penitenziario – e per questo esclusi dal conteggio del Dipartimento – come caserme, questure e centri di identificazione ed espulsione per stranieri irregolari.
I numeri, però, sembrano già sufficienti a preoccupare almeno come è già avvenuto nel 2009, anno dal record negativo di 72 suicidi (sempre fonte Dap) nella storia della Repubblica. La recrudescenza del fenomeno, per le dimensioni raggiunte, è arrivata ad allarmare anche il Comitato nazionale di bioetica, un organismo tradizionalmente moderato che, spiega Grazia Zuffa, membro del Cnb e direttrice della rivista Fuoriluogo, “è attento soprattutto alle questioni cosiddette “di frontiera”, come le tecnologie mediche del fine vita o dei trapianti riproduttivi”. Lo scorso 25 giugno, tuttavia, il gruppo di lavoro coordinato dalla dottoressa Zuffa ha firmato un approfondito parere su “Suicidio in carcere. Orientamenti bioetici”, “approvato all’unanimità, e non era un risultato scontato”, secondo Zuffa.
Se il suicidio del detenuto è diventato un problema bioetico, dunque, questo dipende “dal profilo istituzionale e individuale” che coesiste in questo genere di atti estremi che ha spinto il Cnb a soffermarsi, ammette il documento, “sul delicato equilibrio fra aspetti di responsabilità individuali e quelli ambientali/ sociali”. “Il carcere è un luogo che fa ammalare le persone”, scrivono i tecnici, e dal 2003 quando è stata prodotta la prima dichiarazione del Comitato sulle problematiche penitenziarie “non solo non si sono registrati miglioramenti, ma il quadro denunciato si è perfino aggravato”. “Occorre riconoscere”, avverte la coordinatrice del lavoro, “che la limitazione della libertà personale non deve sospendere gli altri diritti, in primo luogo quello alla salute”. Di questa cattiva interpretazione sono responsabili “anche le politiche penali che producono sovraffollamento e condizioni di invivibilità che possono far precipitare la decisione di togliersi la vita. Una prassi contraria al principio di umanità delle pene, che fa acuire il fenomeno”. Ma se ci sono delle carenze nel sistema di cura dei detenuti, bisogna soprattutto investire in prevenzione; proprio in questa direzione il Comitato indica l’istituzione di un piano d’azione nazionale per la prevenzione dei suicidi secondo le linee già tracciate dagli organismi europei. “È essenziale – conclude Zuffa – che siano coinvolti tutti gli operatori, anche non di custodia. Senza psichiatrizzare il problema del suicidio, infatti, vanno attivare tutte le risorse ambientali e generali del carcere, dando attenzione alla quotidianità e agli aspetti sociali di rischio”. E il richiamo vale anche per i medici del Servizio sanitario nazionale cui è passata da due anni la competenza a gestire la salute nei penitenziari, ma che, secondo l’esperta, “hanno il compito di garantire, oltre la clinica, anche la vivibilità e le condizioni ambientali di restrizione”.
Dina Galano,
Terra, 5/7/2010

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