GENOVA E’ ANTIFASCISTA
Un fiume di persone ieri a Genova per festeggiare i 50 anni dalla sommossa di piazza che impedì il congresso dei fascisti in città e fece cadere il governo Tambroni. L´appuntamento è in piazza della Vittoria, là dove il 28 giugno 1960, Sandro Pertini tenne il discorso del bricchettu, del fiammifero. Da lì il corteo parte per Piazza De Ferrari. Tra i tanti striscioni spicca anche quello del circolo Arci 30 Giugno (nella foto). Molto partecipato anche il corteo ‘antagonista’, combattivo ma disciplinato, circondato da un numero spropositato di agenti e carabinieri. Di seguito potete leggere l’articolo di Raffaele Niri, di Repubblica, sulla manifestazione a De Ferrari, con il toccante racconto di Raimondo Ricci, dirigente partigiano sopravissuto ai lager di Fossoli e poi di Mauthausen.
L´eredità di Ricci: “Salvate la democrazia” (di Raffaele Niri, La Repubblica 01/07/10)
Ma che bella città, questa Genova che scatta in piedi per applaudire - con una standing ovation infinita - il suo Grande Vecchio. Con un presidente della Regione che ha il groppo in gola e trattiene a stento le lacrime davanti alla foto di suo papà, portuale, che caccia i fascisti. Con un sindaco che racconta orgogliosa il suo 30 giugno «finito in piazza Montano, dove avevamo seguito i nostri genitori in sciopero e più in là non ci hanno fatto andare».
Con i reduci che si rimettono la maglietta stracciata di allora, e le righe orizzontali adesso trattengono a fatica la pancia. Ma, dentro, il cuore è intonso. E´ il giorno della continuità e delle analogie, e lo capiscono tutti, sulla propria pelle: continuità dalla Resistenza al 30 giugno ‘60, continuità dal 30 giugno a Guido Rossa, analogie impressionanti perché «oggi come allora - sottolinea lo studioso Paolo Arvati, dipanando il filo della memoria collettiva - la legittimità di una maggioranza parlamentare viene esercitata per costruire un progetto autoritario contro la legalità costituzionale. Oggi come allora, quindi, opporsi al progetto di una democrazia autoritaria significa ritrovarsi sul terreno della difesa della legalità costituzionale».
Sono in tanti, al Salone del Maggior Consiglio, a raccontare il loro 30 giugno di mezzo secolo fa, ma sono ancora di più quelli venuti a presidiare questo crocicchio tra storia e cronaca: Salone pieno, tantissima gente in piedi e tantissima che resta fuori. Walter Fabiocchi della Cgil, Marta Vincenzi, Alessandro Repetto e Claudio Burlando mettono tutti i piedi nel piatto (e il presidente della Regione si prende un´ovazione quando ricorda che «da trent´anni pensiamo di vincere con le idee degli altri, è ora di saldare le nostre idee con il futuro, per vincere e cambiare»). Ma è quando il vecchio Raimondo Ricci raggiunge - a fatica - il palco, che Genova vibra: lo interrompono per otto volte in diciannove minuti di tumultuoso discorso: quando ricorda che siamo governati da un iscritto alla P2 che prova a demolire la Costituzione, quando ribadisce che fu Umberto Terracini (il 2 giugno del ‘60, a Pannesi) a dare il via alla rivolta, quando urla - novantenne con forza da ventenne - che «indietro non si torna». Parla della sua eredità: «Oggi in Italia c´è ancora qualcuno che chiama “eversore” quel popolo di Genova in rivolta. Conservate la forza per fare di questo Paese un Paese diverso, continuate l´impegno nostro di allora con la stessa forza».
Parlano in tanti, dopo Ricci e ognuno aggiunge una pennellata all´affresco. Arvati inquadra quel boom economico da cui Genova era esclusa, racconta il vertice del Pci imbarazzato e la Cgil che si mobilita, ma dopo i morti di Reggio Emilia. Enrico Beltrametti, Fernanda Contri, Moni Ovadia, Curzio Maltese e Fulvio Cerofolini aggiungono proposte su proposte: Ovadia pensa ad una veglia per la democrazia alla vigilia di ogni 25 aprile («Marx diceva che per lui felicità è lottare: lotta, felicità e democrazia vanno festeggiate insieme»), Maltese collega il bavaglio alla stampa alla lotta per la democrazia. Come già con Walter Fabiocchi all´inizio, è la Cgil a dare il senso della giornata. «La Costituzione è come un albero, radicato nella terra in cui nasce e cresce - è scritto nell´appello del sindacato - Si può potarlo o innestarlo, ma non sai può sradicarlo dalla sua terra senza farlo morire». Ed è Enrico Panini, uno dei dirigenti di punta del sindacato, a spiegare, molto semplicemente, che dopo il 30 giugno c´è subito il 2 luglio. “Genova libera non dimentica”. Lo sciopero generale di domani - contro la manovra del governo - è in perfetta continuità con le magliette a strisce di ieri. E ieri l´altro.






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