Nuova aggressione a Marassi

Agente picchiato da un marocchino.
I sindacati insorgono

Nuova aggressione al carcere di Marassi. Dopo la rivolta di domenica notte quando sette detenuti di origine tunisina si ribellarono, ieri una nuova aggressione ha portato al massimo la temperatura nel carcere di Marassi. L’episodio è accaduto nel pomeriggio, quando un agente della polizia penitenziaria è stato colpito al volto da un detenuto marocchino.
L’aggressione è avvenuta al piano terra della seconda sezione, nell’area che ospita le aule scolastiche ed è stata improvvisa.
L’agente è stato portato al pronto soccorso del San Martino dopo essere stato raggiunto da un pugno in faccia.
Si tratta del terzo caso di questo tipo nell’ultimo mese. L’ennesimo, che ha scatenato la rabbia dei sindacati. «È la ciliegina sulla torta di una situazione ben oltre il limite della tolleranza. La misura è colma», recita un duro comunicato di Roberto Martinelli e Domenico Tarantino, rispettivamente responsabile ligure e segretario di Marassi del Sappe, il sindacato autonomo
di polizia penitenziaria che raccoglie più di 12 mila iscritti in tutta Italia.
«Vogliamo per prima cosa esprimere la nostra solidarietà al collega spiegano i sindacalisti che ha contenuto l’aggressività del detenuto e ha impedito che la situazione degenerasse».
I rappresentanti degli agenti non nascondono la loro preoccupazione per la situazione che si è creata alle case rosse: «Dove sono le istituzioni penitenziarie regionali e nazionali? Cosa pensano di fare per tutelare gli agenti di Marassi? Di cos’altro hanno bisogno per intervenire? Per ora ci sembra che le autorità amministrative ma anche quelle politiche si fanno scudo della drammatica situazione penitenziaria attraverso il senso di responsabilità del corpo di Polizia Penitenziaria. Ma queste condizioni di logoramento con turni logoranti, situazioni sanitarie da Terzo Mondo e straordinari non pagati durano da mesi».
La proposta del sindacato è di «rimandare i detenuti stranieri nei Paesi di provenienza». E se le condizioni rimarranno queste, conclude la nota, «daremo vita a proteste pubbliche».

Il Secolo XIX, 9/6/2010

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