Marassi, la notte della rivolta
È bastato un ritardo (o presunto tale) nella somministrazione dei farmaci prima di andare a letto, per infuocare il carcere di Marassi. Sette detenuti tunisini, ospitati in una cella che, al massimo, ne può contenere quattro, si sono barricati dentro, lanciando attraverso lo spioncino bombolette del gas forate, ma anche coperte, lenzuola, indumenti intimi incendiati. Bruciando i materassi dentro la stanza. Al secondo piano della Prima Sezione (detenuti in attesa di giudizio) in pochi minuti è stato un inferno, con il fumo che ha iniziato a invadere le celle.
Una rivolta sedata sul nascere, un´ora di follia che poteva finire male. Stando a quanto dice lo stesso direttore, Salvatore Mazzeo, «un disastro se gli agenti non fossero intervenuti immediatamente ed energicamente». Due secondini sono rimasti feriti alle braccia. Spente le fiamme con gli estintori, i sette carcerati sono stati trasferiti in un´altra ala. Le guardie carcerarie, medicate al pronto soccorso dell´ospedale San Martino, ne avranno per 10 giorni. Ieri, comunque, sono tornati ai paesi di origine, Salerno e Cosenza, per la convalescenza.
Erano le 23.45, domenica sera, e le infermiere della Cooperativa Sociale “Il Gabbiano” (che fornisce assistenza sanitaria per conto della Asl 3) stavano ultimando il giro della terapia: sonniferi e tranquillanti che consentono di passare la notte ai detenuti più agitati. «Da circa due mesi il personale della cooperativa non riceve lo stipendio – sottolinea il direttore – e questo sta provocando disagi e ripercussioni, come appunto il ritardo nella somministrazione delle terapie». La direzione generale della Asl Tre, però, sostiene che non ci sia stata alcuna disfunzione nell´assistenza sanitaria e che i disordini siano da imputare al sovraffollamento del carcere. «Abbiamo avuto un incontro con i sindacati qui a Marassi per cercare di sanare la situazione – ribadisce Mazzeo – nelle settimane scorse ho scritto alla responsabile Asl del servizio sanitario interno al carcere, paventando il pericolo per la situazione. Un timore che si è subito avverato».
Nei giorni scorsi, simili proteste si sono verificate nei penitenziari di Novara, Padova, Vicenza e Milano. Il ritardo nella somministrazione di farmaci, quindi, potrebbe essere un pretesto. I detenuti, secondo una rima ricostruzione, avrebbero infatti nascosto le lamette in bocca prima di incendiare gli arredi. Poi hanno aggredito le due guardie carcerarie, costringendole, per evitare il peggio, a richiudere il “blindo” (la pesante porta che, oltre l´inferriata, separa la cella dal corridoio). Il deciso intervento di una dozzina di agenti ha sedato la rivolta. I sette tunisini si trovano ora nelle celle di isolamento. Per loro scatteranno procedimenti disciplinari. «Ma è stata evitata una strage», ripete Roberto Martinelli, commissario regionale del Sappe (Sindacato Autonomo di Polizia Penitenziaria).
Sia per la direzione carceraria, sia per i sindacati di categoria, questi episodi violenti “sono l´avamposto dell´eruzione che si attende nei prossimi mesi”. La struttura penitenziaria che dovrebbe ospitare al massimo 454 detenuti, oggi ne ha 760, di cui 450 extracomunitari. Negli organici della Polizia Penitenziaria di Marassi mancano 160 unità.
Giuseppe Filetto
La Repubblica, 8/6/2010

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