Caso Gugliotta, il questore si scusa il ragazzo: “Dimenticare è difficile”

A pugni chiusi. Parla e serra le mani. E´ contratto, provato Stefano Gugliotta, il ragazzo picchiato e arrestato da poliziotti la sera della finale di Coppa Italia. La prima notte in libertà è stata quasi insonne. «Ho dormito solo tre ore, ripensavo a tutto quello che è successo questa settimana». Un buco in bocca per il dente saltato col «gancio» di un agente, la ferita alla testa per la manganellata presa «prima di salire a bordo del cellulare della polizia». «Io urlavo e loro mi picchiavano». «Dimenticare è difficile». All´indomani dalla scarcerazione il giovane incontra la stampa per ringraziare. Soprattutto Alfredo, «quel santo che ha girato il video del pestaggio», i giornalisti, la magistratura, persino i gruppi su Facebook. Non si aspettava tanta solidarietà, non si aspettava quella telefonata arrivata a casa. «La Polizia si è scusata con la famiglia – annuncia l´avvocato Cesare Piraino – un alto funzionario ha chiamato la madre di Stefano a nome del questore di Roma». Il ragazzo adesso invita ad abbassare i toni. «Però chi deve, rifletta».
Si chiama Leonardo Mascia l´agente del reparto “mobile” indagato per lesioni volontarie. Oggi potrebbe essere interrogato dal pm. Il capo della polizia Antonio Manganelli dichiara: «Se c´è stato eccesso o abuso siamo amareggiati ma sapremo sanzionarlo». Stefano Gugliotta ricorda che quella sera stava tornando a casa in motorino quando hanno intimato l´alt. «Mi sono fermato e ho preso un pugno. Poi una manganellata in testa mi ha stordito. Saranno stati in tre o quattro a menare. Ma non saprei ricostruire bene, in tutto i poliziotti erano sette o otto». Rifiuta l´accusa di resistenza a pubblico ufficiale che lo ha portato in cella. «Io non ho reagito. Quando è arrivato il primo gancio ho solo alzato la mano per tentare di spiegare. Infatti il colpo più forte l´ho preso a bocca aperta». I poliziotti hanno detto al pm che una volta dentro il cellulare il giovane ha scalciato, provando a fuggire. «No – dice Gugliotta – Non ho cercato di scappare. Sono rotolato a terra per le botte». Sei punti di sutura e sette giorni in carcere.
«E´ stato tremendo. Lì dentro non sei nessuno, non vali niente. I primi due giorni in isolamento sono stati durissimi. Ero pieno di dolori. Poi è andata meglio al reparto medico, c´erano i farmaci». Stefano racconta che se voleva una cosa doveva compilare una domanda, sono le procedure. «L´unica cosa che mi hanno detto è stata “alle 7 devi stare in piedi vestito, il letto fatto, le finestre aperte, il pavimento pulito, se no ti leviamo il televisore». Gugliotta, 25 anni, è un ragazzo semplice. Mentre parla cerca con lo sguardo quello dei genitori. Lavora come facchino all´Auditorium, «sei euro l´ora, senza nessuna certezza». La sua speranza si chiama Flavia, una ragazza riccioluta e bionda, che non si stacca da lui. «Io l´amo». Entrambi indossano una maglietta rossa. «Cercavano uno con la maglia rossa. Con la partita della Roma è come cercare tutto lo stadio», dice Stefano. Che alla fine sottolinea: «La maggior parte degli uomini e delle donne delle forze dell´ordine credo che siano corrette». Adesso il Pd ricorda al ministro dell´Interno Maroni che in carcere rimangono due ragazzi di 19 anni, Emanuele De Gregorio e Stefano Carnesale, studenti fuori sede, di fede juventina.

Elsa Vinci

La Repubblica, 14/5/2010

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