Giulio Marcon: I movimenti pacifisti chiedono rinforzi

La grande partecipazione alla Marcia Perugia Assisi per la Pace deve rincuorare ma anche stimolare il dibattito su “che fare” nei prossimi mesi. Con questo spirito proponiamo un articolo di Giulio Marcon, tratto da www.ilmanifesto.it
“Nonostante sia finita da tempo l’onda lunga del movimento pacifista contro la guerra all’Iraq del 2003 continuano a manifestarsi in giro per l’Italia le più svariate campagne e iniziative: contro le basi americane del Dal Molin e di Sigonella, contro la produzione dei caccia bombardieri F35, per la riduzione delle spese militari e per la promozione dei corpi civili di pace, e tanto altro ancora. E poi, a parte il contenitore della Tavola della pace, sono attive molte associazioni, gruppi e campagne: da Pax Christi ai Beati i Costruttori di Pace, dall’Associazione Obiettori Nonviolenti all’Arci servizio civile, dalla Rete Disarmo a Sbilanciamoci, dall’Associazione per la pace ad Emergency, e molti altri ancora. Più di 3200 gruppi, piccoli e grandi, che quotidianamente si danno da fare per la pace. Non semplicemente contro la guerra, ma per costruire la «pace positiva», che si declina con i diritti umani, la soluzione nonviolenta dei conflitti, la giustizia.
A fronte di una varietà e vivacità duratura, prevalentemente a livello locale, vi è da registrare in un contesto più ampio la profonda debolezza politica di un movimento per la pace costretto a dedicarsi o alle grandi questioni dei «valori» (guadagnandosi il plauso dell’establishment politico, mediatico e magari anche di quello militare) o solamente alla pur importante attività educativa e di sensibilizzazione culturale. La dimensione più politica e radicale o è invece assente o batte il passo. Ad esempio, batte il passo l’opposizione – a parte Emergency e pochi altri- alla missione sbagliata in Afganistan ed è praticamente assente una mobilitazione, ad eccezione delle iniziative della Rete Disarmo e di Sbilanciamoci, contro la riduzione delle spese militari (e contro sistemi d’arma come i cacciabombardieri F35, la nuova portaerei Cavour) e batte il passo l’iniziativa per il profondo ripensamento della politica estera – bipartizan – del nostro paese.
E se proprio si vuole ripartire dai «valori» del pacifismo, non bisognerebbe mai dimenticarsi di uno dei tre principi fondamentali (accanto alla nonviolenza e alla nonmenzogna) che Aldo Capitini, promuovendo la prima marcia Perugia Assisi nel 1961 rivendicava: la noncollaborazione. Si tratta di un valore politico radicale che richiama la pratica della disobbedienza civile, cioè della contestazione, fino all’estremo, della violenza e delle politiche di guerra. Al pacifismo di oggi, oltre alla scarsa capacità di misurarsi sul terreno della politica (era una delle eredità più importanti del movimento contro i missili a Comiso), manca una significativa dose di radicalità e di noncollaborazione che dovrebbe essere connaturata ad un movimento che, in virtù del richiamo alla pace e della nonviolenza, dovrebbe essere irriducibile – quando entrano in gioco i principii «primi», fondamentali – a logiche di contrattazione e mediazione politicista. Eppure, oggi, di noncollaborazione ci sarebbe bisogno: contro le spese militari, contro i provvedimenti a danno dei migranti, contro le discriminazioni sui temi dei diritti civili, contro l’interventismo militare. Non sarebbe questo un valore della nonviolenza da declinare concretamente -attraverso, sì, un’opera di educazione e sensibilizzazione – nella realtà quotidiana del nostro paese?
E su un terreno più generale ci sono alcuni temi sui quali il movimento pacifista non riesce più ad esprimersi e a mobilitarsi compiutamente (naturalmente molti lo fanno e sono attivi, ma frammentati, isolati): oltre alla riduzione delle spese militari e all’opposizione all’interventismo militare fuori confine (ed il nefasto militarismo umanitario), la privatizzazione della difesa (come negli Stati Uniti), la questione della militarizzazione del territorio (ovvero, le basi) e della società (con i militari adibiti a funzioni di ordine pubblico), la demolizione in corso del servizio civile, il tema dell’industria militare e della sua riconversione, l’impegno per la lotta al razzismo e alle discriminazioni, e altro ancora. Sono i punti di un’agenda – non rituale ed ecumenica – sui cui andrebbe ricostruita l’identità e la mobilitazione politica e radicale del movimento pacifista in Italia. Sicuramente c’è ancora molta strada da fare. Nonostante sia finita da tempo l’onda lunga del movimento pacifista contro la guerra all’Iraq del 2003 continuano a manifestarsi in giro per l’Italia le più svariate campagne e iniziative: contro le basi americane del Dal Molin e di Sigonella, contro la produzione dei caccia bombardieri F35, per la riduzione delle spese militari e per la promozione dei corpi civili di pace, e tanto altro ancora. E poi, a parte il contenitore della Tavola della pace, sono attive molte associazioni, gruppi e campagne: da Pax Christi ai Beati i Costruttori di Pace, dall’Associazione Obiettori Nonviolenti all’Arci servizio civile, dalla Rete Disarmo a Sbilanciamoci, dall’Associazione per la pace ad Emergency, e molti altri ancora. Più di 3200 gruppi, piccoli e grandi, che quotidianamente si danno da fare per la pace. Non semplicemente contro la guerra, ma per costruire la «pace positiva», che si declina con i diritti umani, la soluzione nonviolenta dei conflitti, la giustizia.
A fronte di una varietà e vivacità duratura, prevalentemente a livello locale, vi è da registrare in un contesto più ampio la profonda debolezza politica di un movimento per la pace costretto a dedicarsi o alle grandi questioni dei «valori» (guadagnandosi il plauso dell’establishment politico, mediatico e magari anche di quello militare) o solamente alla pur importante attività educativa e di sensibilizzazione culturale. La dimensione più politica e radicale o è invece assente o batte il passo. Ad esempio, batte il passo l’opposizione – a parte Emergency e pochi altri- alla missione sbagliata in Afganistan ed è praticamente assente una mobilitazione, ad eccezione delle iniziative della Rete Disarmo e di Sbilanciamoci, contro la riduzione delle spese militari (e contro sistemi d’arma come i cacciabombardieri F35, la nuova portaerei Cavour) e batte il passo l’iniziativa per il profondo ripensamento della politica estera – bipartizan – del nostro paese.
E se proprio si vuole ripartire dai «valori» del pacifismo, non bisognerebbe mai dimenticarsi di uno dei tre principi fondamentali (accanto alla nonviolenza e alla nonmenzogna) che Aldo Capitini, promuovendo la prima marcia Perugia Assisi nel 1961 rivendicava: la noncollaborazione. Si tratta di un valore politico radicale che richiama la pratica della disobbedienza civile, cioè della contestazione, fino all’estremo, della violenza e delle politiche di guerra. Al pacifismo di oggi, oltre alla scarsa capacità di misurarsi sul terreno della politica (era una delle eredità più importanti del movimento contro i missili a Comiso), manca una significativa dose di radicalità e di noncollaborazione che dovrebbe essere connaturata ad un movimento che, in virtù del richiamo alla pace e della nonviolenza, dovrebbe essere irriducibile – quando entrano in gioco i principii «primi», fondamentali – a logiche di contrattazione e mediazione politicista. Eppure, oggi, di noncollaborazione ci sarebbe bisogno: contro le spese militari, contro i provvedimenti a danno dei migranti, contro le discriminazioni sui temi dei diritti civili, contro l’interventismo militare. Non sarebbe questo un valore della nonviolenza da declinare concretamente -attraverso, sì, un’opera di educazione e sensibilizzazione – nella realtà quotidiana del nostro paese?
E su un terreno più generale ci sono alcuni temi sui quali il movimento pacifista non riesce più ad esprimersi e a mobilitarsi compiutamente (naturalmente molti lo fanno e sono attivi, ma frammentati, isolati): oltre alla riduzione delle spese militari e all’opposizione all’interventismo militare fuori confine (ed il nefasto militarismo umanitario), la privatizzazione della difesa (come negli Stati Uniti), la questione della militarizzazione del territorio (ovvero, le basi) e della società (con i militari adibiti a funzioni di ordine pubblico), la demolizione in corso del servizio civile, il tema dell’industria militare e della sua riconversione, l’impegno per la lotta al razzismo e alle discriminazioni, e altro ancora. Sono i punti di un’agenda – non rituale ed ecumenica – sui cui andrebbe ricostruita l’identità e la mobilitazione politica e radicale del movimento pacifista in Italia. Sicuramente c’è ancora molta strada da fare.”

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