Carceri verso l’esplosione
GIUSTIZIA · Il leghista: no all’indulto mascherato
Maroni blocca Alfano
Carceri verso l’esplosione
Il disegno di legge che doveva servire a riportare le carceri italiane almeno alla soglia di sopportazione, quello tanto urgente che il presidente del Consiglio in persona voleva anticiparlo con un decreto legge?
Adesso secondo il ministro dell’interno è «peggio di un indulto». Si gioca sul destino dei detenuti che sono ormai quasi 70mila a fronte di una capienza teorica di 44 mila l’ultimo scontro nella maggioranza e nel governo.
Ieri mattina Roberto Maroni, dal Cairo, è partito alla carica del disegno di legge Alfano che prevede la detenzione domiciliare per chi deve scontare solo un anno di pena residua e lamessa in prova per le persone imputate di reati con pena massimo di tre anni di carcere. Una legge che a metà gennaio era stata approvata all’unanimità dal Consiglio dei ministri, anche da Maroni, e che però in tre mesi non è riuscita a muoversi dalla commissione giustizia della camera tanto che il 16 aprile scorso Silvio Berlusconi annunciò che per fare fronte all’emergenza (è tale anche formalmente in base a una deliberazione del consiglio dei ministri) il governo avrebbe presentato un decreto. Invece Maroni ieri ha dato voce al malcontento leghista che da giorni sta bloccando il provvedimento in parlamento, con l’aiuto dell’intransigenza di Italia dei valori e grazie anche a qualche scivolone del Pd. «Abbiamo una valutazione negativa sull’impatto che avrebbe il cosiddetto disegno di legge svuota-carceri -ha detto il ministro dell’interno -, sarebbe peggio di un indulto visto che gli effetti non sarebbero una tantum ma varrebbero sempre». Il plurale di Maroni si riferisce alla polizia di stato che infatti attraverso il vice capo Francesco
Cirillo aveva lamentato «l’aggravio di lavoro» per gli agenti visto che «si passerebbe dai 3.500 detenuti ai domiciliari a circa 11mila». «Noi – ha detto ieri il ministro – non siamo in grado di controllare le persone che se fosse approvato il ddl andrebbero ai domiciliari, la metà è costituita da stranieri e molti sono clandestini senza casa, dove dovrebbero scontare i domiciliari?».
Irritato, il ministro della giustizia Alfano – che però ha il mandato berlusconiano di non litigare con la Lega – ha subito chiarito che il problema sollevato da Maroni non esiste perché il disegno di legge «esclude l’applicazione dei domiciliari se il condannato non ha un domicilio ritenuto effettivo e idoneo». Alfano al contrario ha ricordato che «il governo non vuole svuotare le carceri» e che il piano per fare fronte all’emergenza è basato in gran parte sulla costruzione di nuove celle nelle vecchie galere. Ma, ha aggiunto,«ogni mese le carceri segnano il record storico delle presenze e l’estate si avvicina preannunciandosi molto calda.
È mio dovere istituzionale, politico e morale affrontare questo tema». Non con la messa in discussione dei reati che da soli riempiono le carceri, droga e immigrazione irregolare sopra tutti, ci mancherebbe. Tanto più che non è nemmeno questo quello che il Pd chiede alla maggioranza: il principale partito di opposizione si è limitato ieri a evidenziare la spaccatura tra i due ministri e a chiedere la loro audizione in commissione, cosa che allungherà ancora i tempi. Impressionante la posizione del partito di Di Pietro: «Ci fa piacere che anche Maroni se ne sia accorto, il ddl svuota carceri è una bufala perché è un indulto mascherato che svela il lassismo del governo». Non un grande aiuto arriva nemmeno dall’Associazione nazionale magistrati, che ne ha approfittato per denunciare, un po’ come Maroni, le «criticità» del provvedimento. Invece la deputata radicale del gruppo Pd Rita Bernardini, che oggi arriva al ventesimo giorno di sciopero della fame portato avanti per denunciare lo stato di «illegalità» delle carceri italiane, ha replicato aMaroni che «la sua sicurezza fa acqua da tutte le parti proprio perché l’unica risposta che sa dare è quella del carcere senza fare uso dell’esecuzione penale esterna che in altri paesi europei viene usata venti volte più che in Italia». Secondo Bernardini «basta vedere i dati secondo i quali chi accede a misure alternative ha un tasso di recidiva del 20% contro il 68% di chi sconta la pena in galera».
Si vedrà domani se il ripensamento di Maroni ha un senso esclusivamente politico, se si tratta cioè del tentativo di smarcare la Lega da un governo in difficoltà. Alfano infatti è intenzionato a riproporre la questione in consiglio dei ministri, da lì potrebbe uscire una soluzione salomonica: un decreto legge con limiti più rigorosi per l’assegnazione ai domiciliari. Non è detto che basti alle carceri italiane dove da inizio anno sono già venti i detenuti che sono riusciti a togliersi la vita.
A. Fab.
Il Manifesto, 6/5/2010

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