“Botte in cella”, denuncia a Napoli

Un detenuto malato di Aids denuncia di essere stato picchiato a sangue e fino a perdere i sensi da una squadra di cinque guardie col volto coperto da passamontagna. La direzione del carcere smentisce. Ma a Secondigliano le violenze non sono infrequenti

«Nun l’avite visto comm’è finito chillu guaglione?» . Teme per suo figlio, Anna. Teme un altro caso Cucchi. Lo dice senza mezzi termini, con quel suo dialetto sparato a raffica, dopo quello che ha visto durante l’ultimo colloquio con Rosario, uno dei suoi sette figli, nel carcere napoletano di Secondigliano. «Era confuso, aveva lividi sul collo, sulle gambe, un bozzo in testa. E poi tagli e una mano insanguinata – racconta – non voleva parlarmene, ma poi ha detto che il giorno prima era stato pestato e che aveva paura».
Alle parole del figlio, Anna protesta con l’agente presente, chiede di parlare con il direttore ma le viene negato. Poi, una volta fuori chiama il suo avvocato, Luciano Santoianni, e denuncia tutto. «Ho atteso molto tempo per il colloquio dalle 9 alle 14,30 – dichiara – Ed eravamo da soli e non come solitamente accade con gli altri familiari in una stanza comune». Era il 23 aprile.
Solo tre giorni dopo, sarà consentito al legale di incontrare Rosario, che mette nero su bianco la sua versione: «Oggi posso finalmente denunciare quello che mi è successo in carcere. Ho paura di rappresaglie, sto male e chiedo aiuto». Rosario ha 25 anni da quasi 10 entra ed esce dalle carceri. Furti, rapine, scippi: una vita segnata dalla ricerca costante di contanti per la sua dipendenza dall’eroina. Ma oggi il suo nemico numero uno è l’Aids conclamato. Il suo fisico è debilitato dalla malattia, pesa appena 50 chili ed è alto poco più di un metro e sessanta: è invalido al 100 per cento, ma questo non basta a risparmiargli il carcere. È a Secondigliano che, racconta nel suo esposto, è diventato dipendente dal metadone, il farmaco utilizzato per la disintossicazione da sostanze stupefacenti. Le sue condizioni non ne permettono l’assunzione ma, in barba a ogni controllo, lui riesce a prenderlo lo stesso, grazie ad altri detenuti.
Lo denuncia Rosario, lo confermano i primi riscontri di un’indagine interna. Il giorno 22 aprile, il detenuto chiede esplicitamente il metadone ai medici del Sert. Al rifiuto reagisce in malo modo: «Questa situazione a comportato una grave crisi alla mia persona» scrive in stampatello su un foglio bianco. L’ortografia non sarà perfetta ma la sua denuncia è inquietante: «Per punizione sono stato portato al isolamento – prosegue – Dopo 3 ore circa che mi trovavo lì affatto irruzzione una squadretta da 4-5 persone con le divise della Polizia Penitenziaria ma il volto coperto da passa montagna nero con in mano dei dubbi, cannole (pompe antincendio, ndr), mi hanno picchiato selvaggiamente fino a che io perdessi conoscenza dai forti dolori».
Una versione respinta con decisione da Liberato Guerriero, direttore del carcere di Secondigliano: «Lo escludo categoricamente: non esiste nessuna squadretta» dice, annunciando a sua volta azioni legali. Secondo il direttore, quel giorno fu lo stesso detenuto a procurarsi quei segni per dimostrare il suo stato di crisi da astinenza: «Provarono a fermarlo medici, infermieri e gli stessi detenuti – dice a «L’espresso – E, poi, è stato messo in isolamento, perché poteva essere pericoloso anche per il suo compagno di cella. Ho inviato subito gli atti in Procura». Esclude che nelle ore successive ci sia stata alcuna “spedizione punitiva”: «Me lo dicono i referti medici ed è il risultato del Consiglio di Disciplina riunito subito dopo l’accaduto».
Il carcere di Secondigliano non è nuovo a episodi di violenza: dieci anni fa, finirono alla sbarra diversi agenti e l’ex comandante del corpo di Polizia Penitenziaria. Almeno una decina di detenuti denunciarono pestaggi. In primo grado ci furono pure condanne, poi finite in prescrizione. «Con l’insediamento del nuovo direttore, da tre anni il clima è cambiato» spiega Dario Stefano dell’Aquila, presidente di Antigone, un’associazione che si occupa dei diritti dei carcerati che, tuttavia, auspica ora «una rapida e sostanziale inchiesta sui fatti denunciati. Troppo spesso si apre il fascicolo e poi resta lettera morta».
Chi è addentro a quelle realtà, però, la pensa diversamente: «Le “squadrette” esistono eccome! Già quando arriva un detenuto c’è quello che noi chiamiamo “lo schiaffo di ingresso”: una forte sberla per far capire lì che aria tira. Altra storia è l’intervento della “squadretta di pestaggio”, che interviene quando qualche detenuto rompe gli equilibri interni, viola quelle regole interne non scritte ma che tutti conoscono. Succede a Poggioreale e succede pure a Secondigliano», ci dice una persona che preferisce restare anonima. Sarà la magistratura ad accertare se è proprio così, anche se ad oggi ancora nessuno ha ritenuto di dover sottoporre Rosario a visita medico legale: difficile dimostrare, ora, a distanza di 15 giorni, se fu pestato.

di Claudio Pappaianni
L’espresso, 6/5/2010

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