Celle piene, fermo il Ddl Alfano

Se n’è accorto pure Silvio Berlusconi: se non si risolve il problema del sovraffollamento delle carceri nostrane ben presto il governo si ritroverà con una grana forse peggiore del “tradimento” di Fini o dei ricatti della Lega. Perciò ieri, sfidando l’ira delle camicie verdi, il presidente del consiglio ha deciso di premere l’acceleratore sui provvedimenti – pochi e insufficienti, secondo molte associazioni di difesa dei diritti dei detenuti – contenuti nel Ddl Alfano che si è incagliato in commissione Giustizia della Camera per l’opposizione di Lega, Idv e Pd. «Stiamo pensando – ha annunciato ieri Berlusconi – ad un decreto legge per dare un regime di detenzione domiciliare a coloro a cui manca soltanto un anno di carcere». Una corsia privilegiata, dunque, perché «purtroppo – ha spiegato il premier – oggi abbiamo un’eccedenza di presenze rispetto al numero di posti», cosa che «porta anche a dei suicidi».
Il decreto legge, annunciato ieri a conclusione del Cdm, dovrebbe contenere anche la misura alternativa cosiddetta della «messa alla prova», contemplata pure nel Ddl Alfano, applicabile per reati puniti con pene fino a tre anni: si tratta di un periodo di uno o due anni di lavori socialmente utili da svolgere per sei o otto ore a settimana, a conclusione del quale, se tutti gli obblighi sono stati rispettati, il reato viene annullato. Una misura che non piace ai giustizialisti della coalizione di maggioranza ma neppure ai dipietristi che bollano il pacchetto Alfano come un «indulto mascherato». Berlusconi prova a rassicurare i suoi elencando i tanti paletti posti a rendere monco oltremodo il provvedimento: la “messa alla prova”, infatti, non è applicabile ai detenuti che in passato non hanno rispettato i rigidi obblighi degli arresti domiciliari.
Il governo, dunque, ha deciso di agire di fronte alla bomba ad orologeria dei 205 istituti penitenziari italiani stipati con 67 mila detenuti quando ne potrebbero contenere non più di 43 mila, di fronte alla sconcertante ondata di suicidi, alle pressioni sempre più forti dei sindacati di polizia penitenziaria, e all’evidente inutilità del piano di edilizia carceraria e dei superpoteri del commissario ad hoc Franco Ionta. Ma siccome non c’è tempo da perdere e invece il Ddl preparato a inizio anno dal guardasigilli Alfano ha intrapreso l’iter parlamentare più lungo possibile – visto che la commissione Giustizia ha negato la sede legislativa (con i voti del Pd che però ora, pentito, sembra deciso a fare marcia indietro), concedendo solo quella referente – ecco che si prospetta la via della decretazione d’urgenza. E per una volta, anche tutte le associazioni di volontariato in carcere, come anche la deputata radicale Rita Bernardini che ha ripreso da un paio di giorni lo sciopero della fame interrotto a febbraio, sono d’accordo con il premier nel constatare che stavolta sì, ci sono tutte le ragioni di necessità ed urgenza per dover ricorrere al decreto legge. Anche se sarebbe preferibile la via del Ddl in modo da poterlo migliorare in sede parlamentare. E anche se, come spiega Patrizio Gonnella di Antigone, se non si rimuovono le leggi che aumentano i flussi in entrata (droghe, immigrazione e recidiva), è come svuotare il mare con un cucchiaio.

di Eleonora Martini
Il Manifesto, 18/04/2010

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