Incerta la causa: suicidio o overdose

Sulmona uccide ancora, detenuto muore in cella

Non basterà nemmeno l’autopsia, probabilmente, a stabilire se Domenico Cardarelli, ritrovato morto nella sua cella del supercarcere di Sulmona, si sia suicidato o sia morto invece per un’overdose. Non è chiaro nemmeno se ad uccidere il detenuto trentanovenne di Roma, ritrovato disteso accanto alla sua branda dal suo compagno di cella che intorno alle 22 di giovedì sera ha dato l’allarme, sia stata una dose massiccia di farmaci o di sostanze stupefacenti. Vicino al suo corpo infatti sarebbe stato trovato un barattolo contenente una sostanza ancora da identificare.
Cardarelli era uno dei 200 «internati» dell’unica «Casa lavoro» rimasta in Italia all’interno del carcere di massima sicurezza abruzzese che, come tutti i penitenziari d’Italia, è ormai oltre la soglia della sopportazione con circa 500 detenuti a fronte della capienza massima di 250. Si tratta di una sezione dove, a dispetto del nome, ben pochi lavorano e vi sono invece reclusi coloro che, a pena scontata, sono stati ritenuti dal Tribunale di sorveglianza «socialmente pericolosi»: perlopiù tossicodipendenti, disagiati psichici, senza casa e disoccupati, come spiegò al manifesto la responsabile dell’area trattamentale-educativa, Fiorella Ranalli, durante la visita del 4 febbraio scorso. «È un luogo pazzesco, un girone infernale, totalmente invivibile, che va chiuso immediatamente», accusa Giulio Petrilli, responsabile per il Pd del dipartimento Diritti e garanzie della provincia dell’Aquila, che chiede al guardasigilli Alfano – a sua volta in dissenso con la Lega per le misure previste nel ddl sul Piano carceri – di fare «questo passo, come chiaramente a questo punto è necessario un cambio della direzione civile e militare del carcere».
E proprio le celle della sezione “internati” sono state ieri le prime ad essere perquisite durante l’operazione antidroga disposta dal direttore, Sergio Romice, che sul caso ha aperto un’inchiesta parallela a quella del Procura di Sulmona. Mentre si attende il responso dell’esame autoptico richiesto dal sostituto procuratore, Federico De Siervo, intanto ieri le guardie penitenziarie hanno setacciato il carcere alla ricerca di droghe, insistendo in particolar modo sulle celle di tutti i detenuti, una trentina, rientrati in questi giorni da permessi straordinari. Il compagno di cella di Cardarelli, infatti, aveva appena usufruito di un permesso per le vacanze di Pasqua mentre il trentanovenne romano, probabilmente tossicodipendente, era ormai rientrato da una decina di giorni.
Il terribile conto delle morti in carcere dall’inizio dell’anno ha toccato il tetto dei 54. Se fosse un suicidio, sarebbe il diciottesimo in Italia e il dodicesimo nel «carcere dei suicidi» (quindici gli atti di autolesionismo) come è stato tristemente ribattezzato il penitenziario di via Lamaccio dove in dieci anni sono morte tredici persone. Ma, per gli stessi motivi che rendono incerta la natura della morte di Domenico Cardarelli, il conteggio dei suicidi nelle celle nostrane potrebbe salire a diciannove per un caso dubbio, perché, come spiega Ornella Favero, direttore della rivista carceraria «Ristretti orizzonti» e dirigente dell’Osservatorio permanente sulle morti in carcere, «a volte i tossicodipendenti intenzionati a suicidarsi assumano di proposito una dose eccessiva (e letale) di droga ma è anche molto frequente il caso del sovra-dosaggio accidentale». Secondo i dati diffusi ieri dal sindacato degli agenti di polizia penitenziaria, Sappe, «nelle carceri italiane il 25% circa dei detenuti è tossicodipendente».
«Sicuramente – si legge in una nota emessa ieri dall’Osservatorio – come tanti altri, Domenico era disperato e un carcere dove non c’è posto per la speranza non può certo cambiare in meglio le persone. Lo scorso anno sono morte in carcere 175 persone (72 suicidi) e dal 2000 ad oggi i decessi sono stati 1.651 (578 i suicidi)». Numeri impressionanti, secondo l’Osservatorio, «se si tiene conto che la popolazione detenuta è costituita prevalentemente da persone giovani, i 2/3 dei reclusi hanno meno di 40 anni e soltanto 2.500 di loro sono ultrasessantenni. Se la stessa frequenza dei decessi in carcere si verificasse nell’intera popolazione italiana assisteremmo ogni anno alla scomparsa di tanti under 40 quanti ne abitano in una città delle dimensioni di Firenze».

di Eleonora Martini
Il Manifesto, 10/04/2010

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