Pecora nera, vite di pazzi un po’santi Ascanio Celestini gira il suo primo lungometraggio da regista
Pecora nera, vite di pazzi un po’santi
Ascanio Celestini gira il suo primo lungometraggio da regista. Ispirato allo spettacolo teatrale, narra la vicenda di un ragazzino chiuso appena adolescente a Santa Maria della Pietà. Tra i protagonisti Giorgio Tirabassi, Maya Sansa e lo stesso Celestini. «Ripercorrendo i trent’anni di vita del personaggio mi sono chiesto cosa è rimasto della legge Basaglia. Penso che sia stata molto importante e che la stessa riflessione si dovrebbe fare su altre istituzioni come il carcere, la chiesa, la famiglia, la scuola
Cristina Piccino
ROMA
Santa Maria della Pietà. Oggi ci passeggiano mamme e carrozzini. Qualcuno fa jogging, due tipi cercano note stonate alla chitarra. Non era sempre così però. Fino a trent’anni fa, o poco più, Santa Maria della Pietà era il posto dei pazzi, uno dei manicomi più grandi d’Europa che nel ’78, grazie alla 180 di Franco Basaglia, è stato tra i primi a essere dismesso. Le cose non sono state semplici e nemmeno lineari, in tanti sono rimasti lì, che non avevano un posto dove andare cercando un modo per fare i conti con la libertà. Ma questa è un’altra storia.
C’era pure, fino agli inizi degli anni Sessanta, un padiglione criminale, il 18, anche se Santa Maria della Pietà non era un manicomio giudiziario. Poi l’hanno trasformato in un reparto per alcolisti. È qui che Ascanio Celestini sta girando Pecora nera, il suo primo film (producono Alessandra Acciai, Carlo Macchitella, Giorgio Magliulo). All’origine c’è lo spettacolo – anche libro – di qualche anno fa nato dalle conversazioni e dagli incontri con centinaia di persone che avevano vissuto l’esperienza dei manicomi. In particolare gli piace ricordare Alberto Paolini che a Santa Maria della Pietà è stato dal ’48 al ’90, e l’infermiere Eduardo Pallotta. Entrambi li ritroviamo nel film che della regia teatrale non è la semplice «trasposizione» – sceneggiano lo stesso Celestini, Wilma Labate, Ugo Chiti , la fotografia è affidata alla sensibilità di Daniele Ciprì. Ascanio Celestini interpreta Ascanio, Giorgio Tirabassi è Nicola, forse sono la stessa persona, il doppio schizofrenico del bimbo Ascanio. Che un po’ si ispira a Paolini pure se non è lui, nella vita infatti non ha nulla. Ma non gli gli piace dire di più a Celestini. Sono al primo giorno della seconda parte, quando il personaggio del ragazzino è sbalzato nel 2005, trent’anni dopo il suo ricovero.
Cammino un poco sul set: c’è la cappella, la cucina, la stanzetta del medico per le visite. Le sbarre alle finestre e quel corridoio lungo, stretto, pieno di porte. Fa freddo lì dentro, le piastrelle azzurrine le hanno dipinte per il film ma quel padiglione, dice Celestini, è rimasto quasi intatto.
Si gira. Due pazienti hanno su una coperta verde. La suora (Luisa De Santis) dispensa consigli ligia alle regole. «Il manicomio è un condominio di santi. So’ santi i poveri matti asini sotto le lenzuola cinesi, sudari di fabbricazione industriale, santa la suora che accanto alla lucetta si illumina come un ex-voto. E il dottore è il più santo di tutti, è il capo dei santi, è Gesùcristo». Lo dice Nicola (Tirabassi). Ascanio bimbo ha il viso bello e bruno e gli occhi accesi di Luigi Fedele. Marinella (Wally Galdieri) è la ragazzina di cui è innamorato. Da grande diventerà Maya Sansa, si rivedranno al supermercato dove lei fa la promotrice per una marca di caffè. Ascanio in manicomio ci arriva quindicenne. Un amichetto, il povero Pancotti Maurizio, scappando dopo una bravata da ragazzini resta infilzato nel cancello. La colpa la danno a lui, che è «strano»: senza mamma, cresciuto col padre violento e i due fratelli ignoranti. Una volta lo avevano portato in montagna a pascolare il gregge. Avevano chiamato una prostituta che diceva di venire da Marte. E gli aveva dato delle caramelle, caramelle marziane.
Poi c’era Marinella. Solo che Ascanio voleva come prova d’amore che lei mangiasse un ragno, lei invece gli chiedeva di crederci pure se non era vero … Dice Celestini: «Preparando questa seconda parte mi sono chiesto cosa è rimasto trent’anni dopo della Basaglia e dei manicomi. Ci sono ancora quelli criminali, le cliniche private che sono le stesse tranne che la contenzione fisica è diventata chimica. Gli psicofarmaci arricchiscono le multinazionali che gestiscono la cosa pubblica e privata sul pianeta. Resta l’ideologia, e infatti il discorso sul manicomio si può applicare a altre istituzioni, carcere, famiglia, chiesa, i lager».
«Non voglio dire che la scuola e il lager sono la stessa cosa ma un bimbo come arriva in classe viene subito etichettato. È lì che si decide chi è bravo e chi è la pecora nera. A Auschwitz c’erano le baracche per i bambini che disegnavano, giocavano. Poi al mattino si facevano due file: una andava al lavoro, l’altra alle camere a gas».
Ascanio è una pecora nera. Lo trattano male tutti, a scuola la maestra non sa che farci, l’istituzione lo rinchiude. La sua «colpa» in fondo è la miseria, le storie di Santa Maria della Pietà sono pure questo. Vite cancellate perché di poveri, senza famiglia, nati per sbaglio … La nonna di Ascanio – Barbara Valmorin – in manicomio ci portava le uova. C’era pure tutta un’economia lì dentro, era come una città a parte.
«La 180 è stata una legge straordinaria, che ha dato molto alla psichiatria. Lo stesso dovrebbe essere fatto con le altre istituzioni. Abbiamo cercato di non mostrare il peggio del manicomio nel ’75. C’è uno che fa la cacca per terra, a dire il vero è successo poco tempo fa, e la suora dice: «É pazzo». Chi gestisce l’istituzione cade nella banalità del male. I meccanismi sembrano gli stessi della coda alle poste dove non si possono pagare più di tre bollette. Quando nel 2005 i pazienti possono uscire vanno al supermercato. Ancora alienazione, non devi parlare con nessuno, tutto è guidato e per certi versi è persino piacevole».
Nel diario di lavorazione al primo giorno si legge: « tra la palmiro togliatti, la collatina, la tangenziale e il raccordo ci stanno un di rom e gli orti di molti anziani. Uno viene a chiacchierare, ha fatto il generico negli anni 60 e 70 , al suo paese in abruzzo girava i western, l’hanno mandato a fare l’indiano col cavallo, s’è portato il vino e si è addormentato… ». Le storie di Celestini, anche a sentirlo parlare del film, sono così: snocciolano parole che mentre l’ascolti ti pare di vederle. Il che, a pensarci bene rende ancora più difficile la scommessa di un film. Lui però ci crede al cinema. Dice: «Ho fatto un film perché sono convinto che il vero segno è l’immagine. Quando chiunque racconta una storia usa l’immagine e non la parola, pure se dice cosa ha mangiato a pranzo… A teatro utilizzo tante parole che cercano di rendere visibile quanto dicono. E sono convinto che il potere evocativo appartenga soprattutto al cinema».

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