Cucchi poteva essere salvato: “Non morì per disidratazione”
Secondo i periti non fu curato sotto accusa i medici del Pertini
“Avrebbero dovuto trasferirlo in un altro reparto: la sua vita poteva essere salvata”
Stefano Cucchi, il giovane arrestato per droga il 15 ottobre scorso e morto una settimana dopo in ospedale, non è morto per disidratazione, ma perchè, pur in condizioni cliniche estremamente difficili, non è stato curato.
A questa conclusione è giunto il professor Paolo Arbarello, responsabile dell’istituto di medicina legale e a capo di una equipe medica nominata dal pm che conduce l’inchiesta sulla morte di Cucchi. Arbarello ha raccolto le sue conclusioni in una consulenza di 145 pagine consegnate ieri ai pm che indagano sul caso. «Il giorno precedente alla morte -ha spiegato Arbarello- Cucchi aveva assunto tre bicchieri d’acqua e c’era funzionalità renale perchè la vescica era piena. Così non si muore disidratati».
«La vita di Cucchi – ha aggiunto il docente – illustrando alla stampa il contenuto della consulenza depositata in Procura – se si fosse agito diversamente poteva essere salvata». Il quadro clinico del giovane, ha sottolineato, all’ingresso all’ospedale Pertini era fortemente compromesso e non permetteva la degenza nel reparto detentivo. Cucchi avrebbe dovuto essere stato ricoverato in un reparto per acuti. «Abbiamo rilevato – ha detto Arbarello – una carenza assistenziale. Abbiamo un dubbio sul perchè un paziente in quelle condizioni sia stato avviato a quel reparto. Andavano impostate diversamente le terapie. Ci sono state omissioni e negligenze».
Al pestaggio che Cucchi avrebbe subito il giorno dopo il suo arresto, vicino alle celle di sicurezza del Tribunale di Roma, nei sotterranei di piazzale Clodio, seguirno negligenze gravissime. «A Cucchi -ha insistito Arbarello- non sono state attuate le terapie che potevano evitare la morte. Rimane il dubbio sul perchè sia stato avviato a quel reparto: il reparto di medicina protetta non era idoneo alla sua condizione. Non sappiamo il perchè sia stato ricoverato in quel reparto e non in un altro». «C’è stata omissione e negligenza. Stefano Cucchi andava trattato diversamente. In ospedale non è stata colta la gravità della situazione e determinante per la morte è stata l’omissione di un piano terapeutico adeguato».
La Stampa, 8/04/2010

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