Bomba carceri
L’Espresso
Bomba carceri, di Tommaso Cerno
Detenuti a quota 67 mila. Superata ormai anche la tollerabilità massima. Mentre i provvedimenti del governo continuano ad affollare gli istituti di immigrati e di accusati che restano in cella soltanto pochi giorni
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L’allarme carceri si chiama estate. E sta per diventare allarme rosso. Non c’entra il caldo. Nemmeno l’afa. Le prigioni italiane sono una bomba a orologeria che sta per esplodere. Le celle fatiscenti di nove metri quadrati con quattro detenuti stipati dentro, tavolaccio e latrina alla turca, erano già la vergogna d’Europa. Ma oggi nemmeno bastano più. Gli spazi sono finiti. La polizia penitenziaria è poca. I soldi meno ancora. E così il rischio collasso denunciato dallo stesso ministero della Giustizia sta per trasformarsi in emergenza nazionale: se la capienza regolamentare di 44 mila carcerati è già stata superata da tempo, a marzo s’è sforata anche la tolleranza massima dei nostri 207 istituti di pena. Stringendo le celle e ammassando i detenuti al limite dell’umanità si ricavavano poco più di 66.500 posti. Quando in Italia già il 28 febbraio erano rinchiuse 66.692 persone.
A marzo sono oltre 67 mila e il trend non lascia speranze: ne entrano ottocento in più ogni mese. Il Consiglio d’Europa ha già richiamato all’ordine il nostro Paese. Ma la fotografia anziché migliorare si fa sempre più agghiacciante: da Poggio Reale alla Dozza di Bologna, passando per Brescia, Roma e Palermo la scena è la stessa. Strutture vecchie, poca manutenzione, carcerati costretti a restare venti ore al giorno dietro le sbarre, senza educatori, senza lavorare, senza socializzare. Fra violenze, risse e suicidi. Poche settimane fa un giovane nel carcere Mammagialla di Viterbo ha tentato di impiccarsi ed è stato soccorso dalla polizia penitenziaria. Una vita salvata per miracolo, a fronte di decine che escono di galera dentro una bara. Come il caso di Sulmona, in provincia dell’Aquila, dove Romano Iaria s’è appeso con un lenzuolo alla grata della cella. È il sedicesimo suicidio dietro le sbarre del 2010. Solo lo scorso anno erano morte 105 persone, una su tre s’è tolta la vita per disperazione. E la colpa è sempre più spesso del sovraffollamento, la tragedia silenziosa che potrebbe far esplodere in Italia una nuova stagione di rivolte nelle prigioni. Col rischio che torni la paura.
Il ministro della Giustizia Angelino Alfano aveva annunciato a gennaio un piano edilizio per costruire penitenziari. La previsione è di investire 1,4 miliardi di euro per 24 nuovi istituti, da realizzare con l’ormai collaudato sistema dell’emergenza, sotto l’egida della Protezione civile di Guido Bertolaso. Proprio com’è stato per il G8 della Maddalena. Si partirà con 700 milioni e nuovi padiglioni per espandere le strutture già esistenti. Edifici che dovrebbero garantire 21 mila posti in circa sei anni. Peccato che, anche se i cantieri partiranno davvero e rispetteranno i tempi, da soli serviranno a ben poco. Basta un viaggio dentro l’inferno quotidiano delle galere stracolme per capire che il problema non è di strutture. Almeno non solo. È il sistema penitenziario italiano che non regge più l’ondata di ingressi. Quasi metà di quei detenuti, infatti, è ancora in attesa del processo. Sono oltre 30 mila gli imputati che restano dentro solo poche ore e la statistica dimostra che il 30 per cento di loro sarà assolto. Ma intanto intasano le galere, segnando il record negativo dell’Unione europea. Dietro di noi c’è la Grecia, che non arriva a 8 mila imputati in carcere, mentre gli altri paesi stanno attorno a quota 4 mila. Eppure il mal del mattone che già nel 1988 portò allo scandalo delle ‘carceri d’oro’ resta la strada favorita ancora oggi. Si gridano slogan, si invoca la sicurezza, si agita lo spauracchio dei criminali che rischierebbero di tornare in circolazione, quando in Italia le cose non vanno affatto così: sono solo 10 mila i condannati per crimini violenti e 650 i detenuti che scontano il cosiddetto carcere duro. Significa meno di un carcerato ogni sei.
A dare il colpo di grazia a un sistema già sotto stress è stata la Bossi-Fini. Con il risultato che quasi 25 mila detenuti sono, in questo momento, stranieri. Molti di loro vengono arrestati e spesso rilasciati nel giro di poche ore. Il risultato è che in alcune regioni il numero dei carcerati è doppio rispetto alla capienza delle prigioni, proprio perché la metà sono irregolari in transito. Nel carcere bolognese della Dozza, il più sovraffollato del Paese, si sale al 70 per cento. Ci stanno stipati quasi 1.200 detenuti a fronte di una capienza di 480 posti. In Veneto va anche peggio e si arriva all’80 per cento. “È dovuto al cosiddetto effetto ‘porta girevole’, il turn over di stranieri arrestati perché privi di documenti e poi rilasciati: un viavai tanto oneroso per lo Stato quanto inutile per la collettività”, denuncia Donatella Ferranti, capogruppo del Pd in commissione Giustizia. Stranieri che provengono da 140 diversi paesi, solo due dei quali hanno sottoscritto con l’Italia una convenzione bilaterale per il rimpatrio. Significa che le estradizioni, benché previste, sono pochissime, difficili e molto costose. “A sentire il ministro si sarebbe provveduto ad espellere 3.300 detenuti immigrati, ma la situazione è invece molto diversa. C’è stata piuttosto una crescita dell’intervento penale e quindi del carcere, purtroppo proporzionale alla diminuzione delle risorse dedicate ai servizi e agli interventi sociosanitari. Con il risultato che va peggio sia dentro che fuori, perché molti entrano onesti ed escono criminali”.
(08 aprile 2010)

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