La denuncia del Garante dei detenuti del Lazio
Rebibbia, troppo anziani, malati e senza casa
“In prigione perché non sanno dove andare”
Denuncia del Garante dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni che in questi giorni ha censito diversi casi del genere. “Non c’è più un motivo di sicurezza sociale. Meriterebbero di vivere diversamente l’ultima fase della loro vita”
In carcere perché troppo anziani e senza un posto dove andare. Persone fra i settanta e gli ottanta anni, che restano ancora dietro le sbarre nonostante la loro pericolosità sociale sia ormai inesistente, ma privi di mezzi economici rimangono nell’unica casa che hanno a disosizione: la prigione. E’ la denuncia del Garante dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni che in questi giorni ha censito diversi casi del genere all’interno del carcere di Rebibbia Nuovo Complesso, sovraffollato come mai accaduto prima.
L’ottantaduenne Vincenzo, ad esempio, vive in una sezione di Rebibbia Nuovo Complesso, fra le più affollate, con un quinto letto piazzato al centro della cella, dove di solito è presente un tavolo per mangiare. In questa sezione molte persone sono sempre a letto perché deboli e perché manca lo spazio. Vincenzo, con diverse patologie invalidanti (demenza senile, problemi cardiaci) è considerato il nonno della sezione. La direzione ha presentato istanza di sospensione pena, rigettata per assenza di un alloggio.
Per lui il Garante ha avviato le procedure per l’inserimento in una Rsa della Regione. Vincenzo dipende dagli altri detenuti per tutto, compreso il lavarsi e mangiare. Nella sezione G9 è rinchiuso Giuseppe, 77 anni, con fine pena nel 2011. Anche per lui sono state avviate le pratiche per inserirlo in una struttura sanitaria assistita, visto che non ha la possibilità di avere un alloggio. In un’altra cella il quinto letto aggiunto è occupato da un uomo di 73 anni, Gianfranco, con un fine pena nel 2014, che per un infarto è caduto a terra e si è rotto la spalla.
“Queste persone non dovrebbero stare in carcere – ha detto Marroni – perché non vi è più un motivo di sicurezza sociale e perché meriterebbero di vivere diversamente l’ultima fase della loro vita. Bisognerebbe avere il coraggio di investire denaro pubblico non solo in nuove carceri, ma anche in strutture che possano accogliere queste persone, per rendere le carceri più vivibili e e garantire che la pena sia più umana di quanto sta accadendo adesso”.
La Repubblica, 25 marzo 2010

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